Pubblichiamo su Effimera l’introduzione tratta dal libro di Tiziana Villani, Territori dell’infanzia. Sovvertire l’immaginario del presente, Ortothes, Napoli 2025
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In alcune fasi della vita, della storia che si attraversano e dalle quali siamo attraversati, occorre a un certo punto fermarsi e riflettere sui modi e gli strumenti attraverso i quali interpretiamo, concepiamo le cose, gli eventi, le relazioni, i progetti, insomma la vita.
Il nostro tempo ci scaglia in frammenti di esperienza e di piani di realtà spesso contrastanti che impediscono una compiuta visione di insieme. Il tempo delle trasformazioni, il tempo del rischio non sempre procede plasticamente, piuttosto si sviluppa per andamenti lenti, fratture, velocizzazioni che interrompono quella che si è soliti chiamare come il quotidiano. Il quotidiano si vorrebbe inserire nella programmazione ripetitiva di un processo intenzionalmente, ma anche socialmente intrapreso, eppure sappiamo che le cose non procedono così. Il concretizzarsi di eventi più o meno inattesi irrompe senza preavviso e mette in crisi “il quieto vivere”, che poi a ben guardare, troppo quieto non può mai essere.
Ma da dove arriva questa propensione a delineare, pianificare il tempo e le attese, i desideri e i bisogni?
Nel tempo dell’adesso la libertà manca e la riflessione appare impigliata nelle strette maglie di un sociale “triste”. Forse più che triste bisognerebbe dire opaco, incapace di empatia con gli eventi che accadono, un sociale “stordito” dall’eccesso di comunicazione.
Eppure il quotidiano è capace di cattura, con i suoi rituali di rassicurazione contribuisce a chiuderci nella sfera di un presente che si vorrebbe, per molti versi, immutabile. È la vita che irrompe e frattura così questa illusione.
Il tempo della Krisis si è prolungato ben prima e ben oltre del “secolo breve”.
Già ne I Buddenbrook Th. Mann apriva la narrazione con l’infinito rituale di un pranzo della buona borghesia di Lubecca. La cura, la minuzia dei particolari contribuivano a creare un’atmosfera dilatata che sembrava accompagnare le generazioni nel tempo. Ciò che irrompe e trasforma l’ordine delle cose è la storia e la specifica personalità degli individui. Si comprende allora come questo fosse un ritmo, un “ordine” del passato. Infatti, la quotidianità che ancora ci riguarda, nell’arco di un secolo ha subito una profonda trasformazione, dopo il “secolo breve” e il suo trascorrere segnato da due guerre mondiali, ritualità e conflitti si sono diffusi, modificando le geografie e le intensità delle trasformazioni. Le abitudini sono diventate un lusso che, per quanto avvilente, risulta oramai appannaggio di pochi. La precarizzazione delle esistenze, il continuo susseguirsi di catastrofi sempre più ravvicinate ci obbligano a fare i conti con la dimensione di rischi incombenti e provenienti da più parti. Soli, chiusi entro bolle scarsamente permeabili ripetiamo il mantra “nessuno si salva da solo”, consapevoli che la concretezza delle cose ci racconta ben altro. Ma la condizione che attraversiamo è piuttosto quella di un’estrema frammentazione, dunque una condizione fragile chiamata a confrontarsi con le guerre, le pandemie, il collasso di molte reti di relazioni.
Simone de Beauvoir nei suoi diari descrisse con efficacia il passaggio da una condizione individualistica a una situazione strettamente ormai afferrata dalla storia.[1] Il passaggio dalla guerra, dall’interrogazione su sé, sulla propria condizione che a un certo punto viene travolta dall’irruzione di un presente, che per quanto intuito, non si poteva certo comprendere nella sua concretezza.
Il nostro tempo è stato è attraversato da eventi che per quanto prevedibili, non sarebbe stato possibile comprendere nella gravità del loro accadere.
Con la pandemia, e quanto l’aveva preceduta, all’improvviso ci siamo trovati segregati nelle case, distanziati da tutti, allontanati nella maggior parte dei casi dagli affetti. L’esperienza della costrizione, della paura, del silenzio non solo ci ha consegnato a qualcosa di inaccettabile, ma ci ha costretto a rivedere e ripensare i nostri corpi così fragili, le nostre vite private di progetti, il nostro quotidiano scandito da orari sempre uguali, da notiziari, da inebetimento. Siamo sprofondati in un mutamento di senso non solo individuale, ma anche e soprattutto collettivo. Atomizzati, consegnati alla nostra precarietà, abbiamo supplito con le tecnologie per trasformare il lavoro e superare le distanze. La percezione che si fosse prodotta una frattura non ha reso per questo più comprensibile l’accadere, in generale si è risposto all’urgenza ricorrendo alla sedazione. Immersi in letture ubriache, serie televisive infinite, pasti lungamente preparati, siamo rimasti così nella sospensione.
Possiamo, in un certo senso, considerare questo stato un esperimento su scala globale a gestione differenziata, che ci ha molto detto delle strategie medico-sanitarie, dei sistemi di controllo, della gestione dell’opinione pubblica, dei possibili nemici, untore etc. l’organizzazione del consenso non ha tralasciato alcuna forma o mezzo di comunicazione alternando alle paure veri e propri momenti di intimidazione.
Eravamo in qualche modo già segnati dalla durezza e il vuoto degli ultimi anni, la pandemia e soprattutto il post-pandemia ci hanno restituito alla disarticolazione rabbiosa di un presente che si vorrebbe edonista, ma che in realtà è solcato dai “micro fascismi” quando non da fascismi dichiarati.
Derive di controllo, narcisismi esasperati, rancore, miopia collettiva, ignoranza diffusa, e in tutto questo, l’intuizione di poter vivere altrimenti, come indicano i movimenti variamente legati alle questioni ecologiche, dei diritti, delle donne queste forse le più consapevoli delle scommesse in campo. Più vanti considereremo in modo più dettagliato le lunghe onde d’urto che continuano a succedersi.
Lentamente si prende il largo. Si prende il largo per nostalgia di quello che manca, per qualcosa che si è dovuto rimuovere e abbandonare per forza di cose, si torna in qualche modo dove bisognava tornare, ma irrimediabilmente trasformati.
Con le dovute differenze questo è quanto accade nell’oggi, dopo un lungo periodo di anestetizzazione, seguito alle dirompenti lotte degli anni Sessanta e Settanta.[2]
Il passaggio dal Novecento al Terzo Millennio ha immediatamente chiarito che il Dominio con le sue logiche annesse e così come lo si è conosciuto nell’età contemporanea, non era in agonia, solo mutavano le sue maschere. Ed ecco che le grammatiche usurate della comunicazione, della propaganda riprendevano il ruolo determinante della falsificazione.
La falsificazione appartiene ai codici delle ideologie, in modo più specifico al bisogno di universalismo in cui comprendere le masse e i loro bisogni. L’astrazione del concetto di massa appartiene, in certo senso, al suo intendimento messianico, salvifico. Ma la massa non è costituibile come un soggetto omogeneo se non nella sua possibile vocazione all’obbedienza e alla reificazione alle sue materiali condizioni di vita.
Suonano ancora di estrema attualità le riflessioni contenute in Dialettica dell’illuminismo, in merito alle configurazioni totalitarie, in cui si legge: “La tesi che al livello e alla standardizzazione degli uomini si oppone, d’altro lato, un rafforzamento dell’individualità nelle cosiddette personalità dominanti, in rapporto al loro potere, è sbagliata, e fa parte a sua volta, dell’ideologia. I padroni fascisti di oggi non sono tanto superuomini quanto funzioni del loro stesso apparato pubblicitario, punti di incrocio delle stesse reazioni di milioni. Se nella psicologia delle masse odierne il capo non rappresenta più tanto il padre quanto la proiezione collettiva e dilatata a dismisura dell’io impotente di ogni singolo, le persone dei capi corrispondono effettivamente a questo modello”.[3]
Non è questo il luogo per entrare nel merito di questo processo storico, ciò che interessa è piuttosto comprendere come si sia prodotto un così massiccio adeguamento alla cancellazione di ogni pensiero critico, di ogni apertura verso la ricerca di modi di vita diversi, migliori, e il motivo per cui questa rinuncia sociale e collettiva dell’Occidente volto a fondarsi e autoperpetuarsi abbia avuto bisogno della solita polarizzazione amico-nemico di schmittiana memoria.[4]
Il prezzo pagato a questa logica binaria è consistito in una implosione dello stesso modello dominante, ormai dilatatosi su scala globale.
Implosione, frammentazione, scenari bellici aperti ovunque e una miseria del politico sempre più dilaniante. Il fallimento delle relazioni umane, sociali, politiche ha aperto un’infinità di fratture di senso, di progetto, di vita finendo con il capovolgersi nell’esperienza rancorosa della distruttività e travolgendo con ogni evidenza ogni possibile idea che volesse attestarsi nella tutela del proprio quotidiano individuale.
La lunga crisi della Modernità si è così travasata da un secolo all’altro, in questa situazione fattasi particolarmente acuta negli ultimi decenni, dobbiamo ripensare il nostro approccio con i territori, l’ambiente, le organizzazioni sociali, dobbiamo tornare ad immaginare, consapevoli che il bozzolo cristallizzato, della ripetizione dei riti di sempre, si è di fatto polverizzato.
L’irruzione dell’Inattuale[5] consiste in questo trauma che scardina le litanie della sicurezza identitaria, del consumo illimitato, della giustizia sociale perché mette a nudo lo stato delle cose, un’ideologia che la Modernità concepita nella logica del Capitale aveva pervicacemente diffuso nel mondo con le colonizzazioni, le deportazioni, le differenze di razza, genere, ceto e classe.
Il nostro è un tempo lungo, declinato nelle sue costanti contraddizioni, nelle sue pretese, nella sua infinita agonia. È una modernità esausta quella che stiamo vivendo, i contorcimenti bellicosi della sua fine ne aumentano l’insopportabilità. Eppure è possibile scorgere frammenti di speranza proprio nelle pieghe di questa situazione difficile. La percezione che non sia più possibile aderire alle narrazioni e alle concrete forme dei modelli dominanti permette di considerare con maggiore lucidità quanto sta avvenendo, non è più possibile stornare lo sguardo.
Nel film Nomadland di Chloé Zhao (2020),[6] l’espulsione da una quotidianità ordinaria avviene in modo brutale generando scelte obbligate, scelte di frontiera. Queste frontiere respingono, obbligano, soprattutto queste frontiere spesso coincidono con i corpi, con il loro essere esposti per genere, razza, orientamento, colore della pelle, canoni estetici etc. obbligati a vagare ai margini, in numero sempre più rilevante, attraversiamo luoghi dell’abbandono, come la protagonista Fern è costretta ad esplorare condizioni di vita precarie, relazioni magari intense ma sempre transitorie e comunque chiamate a elaborare infiniti lutti.
Tale è stata per altri versi l’esperienza umana, intellettuale, militante di G. A. Anzaldúa, una Nepantlera, ossia “colei che abita il nepantla, el lugar no-lugar, quello spazio nel mezzo – geografico e all’interno della coscienza, come ben indica Lorena Carbonara”.[7] Forse questo abitare spazi di mezzo, frontiere che occorre sempre superare è una condizione nell’oggi sempre più diffusa. Ma come ancora sottolinea Anzaldúa non è l’immaginazione che manca, ma le parole per esprimerla. Occorrerebbe una nuova lingua per raggiungere l’immaginazione e riuscire così ad aprire nuovi varchi non solo linguistici ma di relazione. Una lingua che sia capace di tornare ad essere una nuova infanzia. Una lingua materna come indicava Hannah Arendt in una bella intervista con Gunter Gauss. “Non è stata la lingua tedesca a impazzire e, d’altro canto, la lingua madre non ha eguali. È vero le persone possono dimenticare la lingua madre, l’ho visto con i miei stessi occhi. Ci sono persone che parlano la loro nuova lingua meglio di me. Io la parlo ancora con un forte accento e spesso ricorro a forme idiomatiche. Costoro possono fare tutte queste cose correttamente, ma lo fanno in un linguaggio in cui un cliché segue l’altro perché la produttività che si ha nella propria lingua sparisce quando ci si dimentica di essa”.[8]
NOTE
[1] De Beauvoir S., La forza delle cose1963, tr. it. di B. Garufi, Torino, Einaudi, 1966.
[2] Gli anni Ottanta dopo le lotte degli anni Sessanta-Settanta se rimozione, si sono configurati come un periodo di cancellazione durante il quale l’“edonismo”, la borsa, le nuove attività economiche dell’Italia soprattutto, apparivano come una visione radicalmente altra rispetto ai decenni precedenti, descritti come bui, violenti etc. Eppure furono quelli anche gli anni in cui “accadde tutto” nel campo del sociale, dei generi, dei diritti civili, ecco dunque un ruolo possibile che la memoria gioca quando si cristallizza nell’ideologia.
[3] M. Horkheimer, Th. W. Adorno, Dialektik der Aufklauüng, 1944, tr.it R. Solmi, Torino, Einaudi, 1966, p. 254.
[4] Vedi in proposito C. Schmitt, Theorie des Partisanen. Zwischenbemerkung zum Begriff des Politischen, 1963, tr.it di A. De Martinis, Milano, Adelphi, 2005.
[5] Per Nietzsche, l’Inattuale riguarda appunto la storia come interpretazione del passato, contro di essa il filosofo tedesco sferra un’attacco complessivo a quello che potremmo definire come giustificazionismo storico e culturale. Nella raccolta di saggi iniziati nel 1873 e conclusi nel 1876, Unzeitgemässe Betrachtungen, e precisamente nella Seconda Inattuale Nietzsche esplicita il bisogno di liberarsi del gravame della storia in direzione di una capacità di dimenticare che si apre così all’arte, alla creazione e dunque alla felicità.
[6] Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century è il titolo del romanzo di Jessica Bruder, del 2017, da cui è tratto il film omonimo di Chloé Zhao, interpretato da Frances McDormand, vincitore di tre premi Oscar e del Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2020.
[7] Vedi in proposito il bel libro di Lorena Carbonara, Senza riserve. Geografie del contatto, Bari, Progedit, 2013.
[8] Intervista di Gunter Gauss ad Hannah Arendt apparsa nel 1964 alla televisione della Repubblica Federale Tedesca.
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