L’economia dell’evento è oramai diventata un volano di marketing e accumulazione territoriale ad elevato valore aggiunto, non tanto per il grado tecnologico che presenta ma soprattutto per i bassi se non quasi inesistenti costi del lavoro e della manodopera necessaria per il suo funzionamento. Come ci ricorda il presente articolo, scritto all’indomani della chiusura dei giochi olimpici di Milano-Cortina e all’inizio di quelli para-olimpici, la manifestazione sportiva si regge grazie soprattutto al lavoro volontario (o, sarebbe meglio dire, non pagato). Secondo il lettera di ingaggio, infatti, il viaggio e l’alloggio sono a carico dei volontari (art. 12), in cambio di una divisa e alcuni “omaggi” (art.9), non ben specificata copertura assicurativa per il periodo di lavoro (art.10) e la possibilità di spendere tale partecipazione come “opportunità futura” di incerta natura (art.9). Ma tale lavoro volontario può anche dare adito ad alcune sorprese per gli organizzatori, come qui si sottolinea. Dopo gli ingaggi di massa di Expo 2015 in molti e molte hanno capito che la promessa dell’economia della promessa rimane promessa. Così, in parte gli esiti sono stati sorprendentemente diversi da allora, mentre a noi restano alcune domande aperte sul detournamento del senso, del “valore” autentico del “volontariato”…

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18 mila volontari hanno in queste due settimane reso possibile lo svolgimento della XXV Olimpiade invernale che, come è noto, ha avuto luogo a Milano e nella parte di arco alpino racchiusa fra la Valtellina e Cortina d’Ampezzo. Si parla di 18 mila volontari selezionati, pare, su 120 mila candidature, di cui 1.500 provenienti dalla Cina e 500 provenienti da Paesi esteri. I 18 mila lavoratori hanno ricevuto in dotazione il kit Salomon da 7 pezzi, inclusi: giacca, tre strati intermedi, pantaloni, zaino Salomon Trailblazer 20, scarponcini Gore-Tex, orologio, borraccia e accessori. Sul kit non c’è obbligo di restituzione, pertanto (al netto della retribuzione assente) il volontario riceve per le proprie prestazioni un capitale stimato di 1.500 euro, vendibile su Vinted. Sulla stessa piattaforma, infatti, la tuta da tedoforo è stata venduta a 7/800 euro a pezzo e il kit era presente ancor prima delle Olimpiadi, da cui si deduce che alcuni volontari selezionati non hanno poi partecipato all’evento, facendo comunque cassa. Una cassa, per chi non si trova a risiedere in loco o ad avere amici in grado di ospitarti per l’intero periodo, destinata a finanziare integralmente – e per la maggior parte dei casi non sufficientemente – viaggio e alloggio, grazie proprio alle impennate dei prezzi che si sono avute a causa delle Olimpiadi. Ma questa è un’altra storia.

L’incipit proposto ci è utile per descrivere il profondo conflitto esistente in seno all’industria dei megaeventi, o degli eventi in generale: da un lato l’apporto ideologico di parti della società che si propongono di sostenere con la propria libera iniziativa l’immagine commerciale del proprio territorio, dall’altro una schiera di giovani e meno giovani che, alla faccia dell’economia della promessa e delle logiche del marketing territoriale, antepongono all’ideologia uno spirito pratico, utile al momento esclusivamente al proprio tornaconto ma potenzialmente in grado di dar fuoco a contraddizioni sempre meno accettate.

In grado di illuminare, insomma, la questione del volontariato delle Olimpiadi Milano Cortina di una luce differente, più complessa e contorta rispetto al caso Expo2015. Durante il precedente megaevento milanese, di fatto, migliaia di volontari accettarono di servire Expo senza alcun tipo di ritorno, convinti da una crescente ed inarrestabile campagna ideologica che nei mesi e negli anni successivi portò in città il modello Milano e a Palazzo Marino l’amministratore delegato di Expo. Fu sfruttamento puro e puramente accettato, fu il successo del marketing territoriale e delle economie della promessa, una vera debacle per il campo dei diritti e per il fronte dei lavoratori. Parte del volontariato olimpico sembra invece aggirarsi nell’orbita dell’arte di arrangiarsi tipico delle classi subalterne, non mostrando eccessiva disponibilità allo sfruttamento senza se e senza ma, cercando di sfruttare l’occasione per evitare di pagare biglietti inaccessibili o appunto rifornendosi di abbigliamento tecnico. Un atteggiamento quindi da un lato opportunista ma dall’altro politico e politicizzabile. Come, però, al momento non si sa…

All’interno di questa spaccatura, una parte del volontariato ha espresso negli ultimi giorni, pubblicamente, disappunto nei confronti di quello che è stato anche etichettato come malcostume italico (in particolare discutendo dei volontari che, ritirato il kit, non han prestato servizio). È ricomparso un importante rimando al costrutto ideologico per cui l’opera volontaria sarebbe indispensabile all’organizzazione dell’evento ed alla crescita del paese. Una posizione quindi “etica”, che mira a conferire al sacrificio del volontario per la comunità un valore da rispettare e da onorare in ogni occasione, tanto che una parte del volontariato è ricorrente, ovvero è composta dalle stesse persone presenti a ogni grande appuntamento. Una posizione individualmente comprensibile, dettata da una ricerca di appartenenza, agita però senza farsi troppe domande sulla qualità della proposta. Prestare gratuitamente servizio all’evento olimpico ha significato sostenere un circo finanziato da almeno 7 miliardi di euro, soldi quasi esclusivamente pubblici (considerando anche il finanziamento di società con capitale quasi totalmente pubblico), sottratti quindi alla collettività ed al servizio pubblico. Soldi grazie a cui, per esempio, verrà garantito il diritto al profitto delle SGR più quotate del momento, già in posizione nel sudest milanese, anziché il diritto all’abitare. Comprensibile se non fosse che i volontari del PalaItalia hanno promosso l’iniziativa di una struttura privata, non idonea ad ospitare eventi sportivi, non idonea a fornire al quartiere che la ospita un qualsiasi tipo di indotto, considerando la quantità di punti ristoro interni alla struttura, considerando i problemi collegati all’assenza di parcheggi ed all’imbarazzante percorso temporaneo realizzato per collegare la struttura alla più vicina stazione della metropolitana. Comprensibile se non fosse che lo spirito umanitario di Olimpia ha oggi lasciato il passo alla radicalizzazione di conflitti bellici sparsi in tutto il pianeta, portati avanti da attori che hanno tranquillamente pisciato sopra la pax olimpica.

Senza soffermarci però troppo sul nostro punto di vista rispetto alla questione olimpica, ormai abbondantemente sviscerata attraverso un’importante mole di contributi, ci preme qui constatare il fatto che la richiesta di prestazione volontaria, svuotata completamente dal suo senso sociale, possa innescare percorsi con contenuti in grado di depositarsi altrove rispetto a quanto prospettato dallo sfruttatore. L’opportunismo di chi rivende il kit senza prestare servizio è, dopotutto, simile all’opportunismo di chi richiede una prestazione senza retribuirla. Il corto circuito derivante da ciò che per alcuni è semplice malcostume va ritrovato, a nostro parere, nella perdita completa del concreto scopo sociale che si affianca ad ogni messa a disposizione volontaria ideale.

Il ricorso al volontariato nell’economia formale non è, lo sappiamo, circoscritta ad eventi e grandi eventi: gran parte del ciclo di rigenerazione urbana conta sull’apporto totalmente gratuito di individui e gruppi tanto utili per disegnare originali prospettive di quartiere quanto destinati a far parte di quell’umanità in eccesso relegata dalla rigenerazione ad abbandonare il proprio territorio di insediamento.

Una pratica ben differente rispetto al volontariato sociale o al volontariato più politico, in luogo dell’organizzazione partitica o di un’autorganizzazione grado di dar vita in città, attraverso differenti forme organizzative, a mutualismo e lotta, in opposizione quindi e non a sostegno di un modello di sviluppo che genera quelle disuguaglianze e quelle nocività tanto care a chi governa. Lo scriviamo perché nel parlare di volontariato occorre alle volte considerare anche quanto questa pratica viene utilizzata dal mondo dell’autorganizzazione, per cui l’apporto di lavoro qualificato è assimilabile al volontariato non retribuito per molti gruppi per il 100% dell’attività svolta.

Per quanto questo possa risultare un argomento “altro” rispetto a quanto descritto in questo contributo, va precisato che il tema della retribuzione di questo tipo di attività non è tipo economico ma politico, sociale, simbolico. Nel nostro impegno volto a contraddire meccanismi sempre più oppressivi per larghe fasce della società abbiamo la necessità di ricavare non tanto dei bigliettoni (per carità sempre utili per arrivare alla fine del mese) ma degli spazi di manovra per poter effettivamente e concretamente incrinare il piano dello sviluppatore, privato o istituzionale che sia.

La capacità di “rendicontare” questo tipo di output rimane, quindi, un tema irrinunciabile, attraverso cui valutare quanto le comunità resistenti stiano, passo dopo passo, divenendo più numerose o più efficaci. La situazione proposta durante la quattro giorni delle Utopiadi, realizzata grazie a un totale contributo volontaristico della comunità nata e cresciuta sotto l’insegna del CIO (Comitato Insostenibili Olimpiadi), vuole essere un modello di situazione in grado di attrarre anche chi, coinvolto dal proprio spirito comunitario, alla ricerca di un momento utile per aderire ad un’idea di collettività, abbia la necessità non solo di recuperare un senso di appartenenza ma anche di risignificare questa appartenenza, riscoprendo le funzioni sociali e politiche che storicamente hanno definito la figura del volontario, oggi cannibalizzato dalla sete di profitto della città evento.

Il grande evento olimpico si conferma quindi un luogo di contesa fra opposte aspirazioni, un luogo di conflitto interno al cuore pulsante del presente.