Un saggio lucidissimo di Maria Luisa Boccia contenuto nel volume Tempi di guerra. Riflessioni di una femminista (Manifestolibri, Roma) pubblicato nel 2023, poco dopo lo scoppio dello scontro tra Russia e Ucraina. Lo riproponiamo per la straordinaria attualità della lettura della guerra in Kossovo come “guerra costituente”. Dopo il «ripudio della guerra» a seguito degli orrori dei conflitti mondali di cui la Costituzione italiana si è fatta interprete, con il Kossovo, scrive l’autrice, “la guerra torna a essere una scelta necessaria, feconda di esiti positivi come la libertà e la democrazia. Di più, torna ad ammantarsi di fini e valori etici. Ingerirsi in casa altrui per fini umanitari è «guerra giusta»”. La guerra diventa, appunto, addirittura “umanitaria, giusta, etica”. È dunque con il Kosovo che si è varcata la soglia, è allora che è avvenuto il rovesciamento che ci attanaglia oggi, di fronte a un’Europa che, dimentica del proprio passato e insensibile al futuro delle giovani generazioni, rivendica la necessità di armarsi. Queste pagine disvelano collegamenti preziosi della storia contemporanea che ci hanno condotto fino alle recenti parole di Ursula von der Leyen sulla guerra come orizzonte da preparare in Europa, cui i cittadini e le cittadine dovranno prepararsi: per combattere violenza e conflitto bisogna assumerne la logica. La sinistra europea ha, proprio dai tempi del Kossovo, accettato tali chiavi di lettura. Nel frattempo, dice Boccia, “la guerra ha stretto fili sempre più stretti con la politica identitaria, nazionalista e populista”. Vogliamo, da ultimo, segnalare la matrice femminista del pensiero di Maria Luisa Boccia, filosofa politica, che fa parte del Consiglio Direttivo della Fondazione CRS – Archivio Pietro Ingrao.
Ringraziamo autrice ed editore per la gentile concessione della pubblicazione
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La guerra è tornata al centro della politica con tutti i suoi corollari, primo tra gli altri quello del binomio paura/sicurezza. È su questo che Bush ha vinto le elezioni negli Usa, ma quel binomio pervade anche l’Europa, corrode e modifica la trama dei rapporti sociali, il senso e le regole della convivenza.
La guerra non solo ritorna ma pervade la politica, nel linguaggio e nelle pratiche, risignifica il conflitto sociale, si incista nella quotidiana e ripetitiva rappresentazione del maggioritario: chi vince ha il potere ed è legittimato a dettare le regole.
Il ripudio della guerra dopo Auschwitz e Hiroshima
Come dare concretezza al ripudio della guerra è dunque un urgente imperativo per un pensiero e una pratica politica che intenda costruire relazioni di differenza e fare di queste la trama riconoscibile e operante della vita sociale. Ho adottato consapevolmente l’espressione «ripudio della guerra», scritta nella Costituzione italiana; un imperativo forte, solenne, che è stato violato, senza che di questo alcuna autorità istituzionale si sia assunta la responsabilità. Non si tratta di disattendere una norma, prassi abituale nella politica, né dell’inevitabile scarto tra i principi prescrittivi e le condizioni fattuali che ne limitano la realizzazione politica. La lacerazione del rapporto tra politica e diritto è, infatti, uno degli aspetti più delicati e gravidi di conseguenze della normalizzazione della guerra.
Quando i Costituenti hanno affermato il «ripudio della guerra» come mezzo di risoluzione dei conflitti, intendevano impedire che l’opzione della pace fosse elusa, messa ai margini. E lo hanno fatto con la viva consapevolezza che la fine della Seconda Guerra Mondiale vedeva un mondo diviso, su fronti perfino inconciliabili, e dunque era reale il rischio di precipitare in un nuovo e più devastante scontro bellico, animato da passioni, da appartenenze e ideologie, da interessi contrapposti, combattuto con armi micidiali, comprese quelle nucleari. Fu un atto pienamente politico, imposto dalla condivisione della terribile storia appena conclusa, il cui marchio è racchiuso in due nomi: Auschwitz e Hiroshima.
Voglio dire che il «ripudio della guerra» scritto nella Costituzione non enuncia un valore etico, assoluto, ma impone una diversa forma e pratica politica del conflitto. A confermarlo è la condizione storica dei e delle Costituenti: allo stesso tempo vittoriosi/e come combattenti antifascisti/e, e vinti/e come nazione occupata; uniti /e dal mandato della Resistenza, divisi/e come partiti, per ideologia e rappresentanza sociale ma, soprattutto, per appartenenza ai due blocchi. E dunque quale altra politica era possibile se non quella volta a rendere «improbabile» la guerra e praticabile il conflitto, anche aspro, nella pace?
In questo senso il ripudio della guerra ha costituito il fulcro di una diversa idea del patto dei cittadini e delle cittadine con lo Stato, non più imperniato sulla sicurezza[1] garantita dal monopolio della forza ma sull’obbligazione alla giustizia sociale. Per la mia generazione, quella del ’45, l’art.11 della Costituzione rappresenta il testimone ricevuto dai padri e dalle madri; si snoda da lì il filo rosso di una genealogia politica che lega me italiana alla coscienza politica e culturale europea. E mi porta a chiedermi come possa esserci Europa se si rimuove questa memoria, se si accetta il ritorno della guerra, la sua normalità. Pure nella Carta dei diritti, nei trattati che dovrebbero fondare l’Europa costituzionale, non vi è alcuna traccia di quel ripudio.
Nel 1945 la politica fu sì orientata dalla paura ma la trasformò in necessità di «venire a patti», di sottrarre il conflitto alla distruttività della guerra. Fu questo il fulcro della coesistenza pacifica nella quale le guerre sono state «eccezioni», eventi storici circoscritti. E la pace non è stata «assenza di guerra», ma attivo lavoro politico di rifiuto della guerra come forma e pratica, vincente e pervasiva, della politica. Ne consegue un primo, importante, insegnamento. L’alternativa tra pace e guerra non è, non può essere, quella di uno stato dei rapporti che succede all’altro: prima c’è la politica guerriera, poi decisi nello scontro i rapporti di forza, c’è la pace, l’ordine istituito e fatto valere dai vincitori, fino al prossimo scontro. Se nel dopoguerra quel ripudio animò una mobilitazione attiva contro il ritorno della guerra quale mezzo «normale» della politica, oggi assistiamo a un rovesciamento radicale.
Guerra umanitaria, giusta, di sinistra
È con la guerra in Kosovo che avviene questo rovesciamento. Grave e grande è stata in quella guerra la responsabilità della sinistra europea. Non solo perché sono stati i governi da essa diretti ad averla decisa e fatta, definendola ipocritamente un’operazione di polizia internazionale ma perché ha attivamente contribuito a modificare il senso comune sulla guerra, per legittimare l’intervento e ottenere consenso. In Kosovo la guerra torna a essere una scelta necessaria, feconda di esiti positivi come la libertà e la democrazia. Di più, torna ad ammantarsi di fini e valori etici. Ingerirsi in casa altrui per fini umanitari è «guerra giusta»[2]. È evidente che questo è l’opposto della motivazione difensiva della guerra. «Umanitaria», «giusta», «etica»: è attorno a queste definizioni che si è costruito il discorso pubblico sulla guerra in Kosovo che ha visto attiva e partecipe tanta parte della sinistra, politica, culturale e sociale. Dopo quel salto enorme nel giudizio e nel senso comune sulla guerra, il salto ulteriore, compiuto dall’amministrazione Bush e dai neoconservatori americani, è stato perfino meno insidioso. Se non altro ha esplicitato il nesso inscindibile tra logica imperiale e ricorso alla guerra, tra potenza militare e missione civilizzatrice in nome dei valori «universali» della libertà, dei diritti e della democrazia. Nesso non nuovo, basti pensare al colonialismo, anche se inedito è lo squilibrio tra la potenza unilaterale e la dimensione geopolitica nella quale essa opera.
La dottrina di Bush ha avuto in Europa e in un’Europa governata dalla sinistra la sua anticipazione. Potremmo definire la guerra in Kosovo una guerra costituente.
Ho già detto la prima ragione. Aver sostenuto la legittimità dell’ingerenza armata, dell’aggressione, per fini umanitari; in quanto eticamente giusti, quei fini erano politicamente da perseguire, anche (soprattutto?) con la forza, antica e indiscussa risorsa della politica. La «guerra giusta» è parte integrante dell’ideologia imperiale. A chi spetta, infatti, il ruolo di recare aiuto alle vittime di soprusi? Di ristabilire l’ordine violato? Di combattere e punire i nemici delle libertà e della democrazia? Di imprimere il giusto corso al progresso di civilizzazione del mondo, individuando quali sono le resistenze e le arretratezze che lo frenano o minacciano e il momento in cui occorre imprimere un’accelerazione con le armi? La supremazia militare si nobilita e si legittima grazie a un altro primato, quello di custodi dei valori universali, di tutori dell’Umanità. L’ideologia dei diritti, con il Kosovo, diviene un potente fondamento per legittimare l’esercizio del comando.
Qui la seconda ragione. La guerra umanitaria ha aperto la strada al ritorno del fondamentalismo etico. Quest’ultimo fa la sua comparsa nella scena politica in Europa prima che negli Usa, soprattutto prima dell’11 settembre ed è stato foriero di disastri nella storia dei rapporti tra l’Europa e altre aree del mondo. È un fondamentalismo che, non da oggi, permea le nostre società ed è tornato rigoglioso ben prima che l’Islam divenisse il simbolo minaccioso dell’Anti Occidente, emblema di irriducibile alterità che si incarna nell’arma/corpo dei kamikaze. Prima, infatti, è tornato nella sindrome della fortezza Europa, dimentica delle sue radici plurali, delle feconde contaminazioni della sua tradizione e storia.
Un’Europa percorsa dalla paura delle «invasioni barbariche» dei migranti si scopre fragile rispetto alle sfide della globalizzazione: della competizione economica di Cina e Terzo mondo emergente, come della potenza militare Usa. È un fondamentalismo tornato con il rilancio di politiche identitarie e la produzione di comunità immaginarie innescando, soprattutto nell’Est, guerre fratricide, in nome di vecchie e nuove appartenenze «pure» o di spinte localistiche e secessioniste come testimoniano le fortune di partiti e movimenti quali la Lega Nord in Italia o il Fronte nazionale di Le Pen in Francia.
Con la guerra in Kosovo viene travolto il principale argine alla distruttività del conflitto identitario: quello che definisce in modo preciso chi è il nemico e quindi delimita il ricorso alla guerra. Non vi è più modo di distinguere lo justus hostis da tutte le altre figure che ci minacciano, che temiamo, odiamo, neghiamo come differenti esseri umani.
Tramonta definitivamente la guerra tra Stati sovrani, ciascuno titolare di uguali poteri e diritti, e con essa ogni formalizzazione della guerra, ovvero la possibilità di una razionalizzazione e di una umanizzazione, cioè una limitazione della guerra. Se il nemico è il Male – non a caso a Milosevic, Saddam, Bin Laden è stato di volta in volta dato il nome-simbolo di Hitler – non è più un avversario riconosciuto e riconoscibile nel combattimento, ma un’alterità rispetto all’umano, da annientare.
Con la dottrina della guerra preventiva si è aperta l’epoca della guerra infinita al nemico della civiltà. Il nemico etico è identificato con il criminale; contro il quale non solo è legittimo ma «giusto» muovere guerra: o meglio, come si è detto, per la guerra Nato contro Milosevic, fare un’«azione di polizia». Una giustificazione che sembra non tener conto delle conseguenze di questa identificazione, invece ben presenti a Schmitt – il teorico dell’antitesi amico/nemico -, poiché contro i criminali è lecito adottare mezzi repressivi unilaterali di distruzione dell’avversario. Le guerre condotte contro i criminali «sono di necessità particolarmente crudeli e inumane (…) hanno bisogno di diminuire il nemico allo stesso tempo sotto il punto di vista morale e altre categorie, e di farne un orrore disumano che non solo deve essere combattuto ma definitivamente annullato»[3]. Naturalmente la fine dello justus hostis opera su entrambi i versanti. E nulla lo esemplifica con altrettanta nitidezza dell’opposizione guerra/terrorismo. Quest’ultimo, giustamente, è stato definito fratello «gemello»[4] del nemico che vuole combattere.
Sono, infatti, speculari nell’uso distruttivo delle tecnologie più avanzate, nella pretesa di annientamento, nell’affermazione identitaria, nell’illusoria rivendicazione di appartenenze incomunicanti, nella legittimazione sulla paura, nella militarizzazione della vita, nell’indifferenza per la condizione delle vittime. Anche se la specularità, o meglio l’abbraccio tra fratelli gemelli condannati a vivere l’uno stretto all’altro, nulla toglie alla peculiarità della forma politico-militare del terrorismo e delle sue organizzazioni a partire da Al Qaeda. Ma questo richiederebbe un’analisi che va ben oltre gli intenti di questo scritto.
Politiche di identità
Per restare al Kosovo, va detto che da allora in poi la guerra ha stretto fili sempre più stretti con la politica identitaria, nazionalista e populista. Un popolo, una lingua – una cultura, una religione – una terra: la triade è nota, perfino scontata. È un tragico paradosso che la sua recrudescenza e i conflitti che genera segnino il mondo globale. Davvero è ancora possibile affermarne l’effettività, tracciare le linee di un ordine mondiale su questa corrispondenza? Si può creare coesione a partire dall’unità di questa triade, illudendosi, ancora, di suturare il taglio della differenza? Penso innanzitutto a quello della differenza sessuale che attraversa tutte le identità, tutte le «unità», tutte le appartenenze e tradizioni.
Ma sappiamo che altre fratture scompongono l’unità, a partire dalla differenza. Il problema non è schierarsi per l’una o l’altra identità; e neppure quello di essere per o contro l’identità come categoria politica. Non appena ci inoltriamo in questo terreno siamo in trappola. Il solo modo per sfuggirvi è di produrre politica a partire da relazioni di differenza.
Viceversa, la costruzione positiva di un’identità, sulla quale fondare la costruzione di un ordine condiviso, politico e culturale, non può che riprodurre la logica oppositiva «noi-loro». Qui davvero bisognerebbe prendere atto dell’analisi lucida e spietata di Carl Schmitt sul carattere ideologico, non realistico di un’unità politica globale, uno «Stato mondiale» per pensare la politica oltre Schmitt, sottoponendo al vaglio critico della storia e del pensiero la teoria amico/nemico.
Riprendendo, per brevità, l’immagine dei fratelli gemelli, si può sostenere che il terrorismo di Al Qaeda e la guerra preventiva di Bush offrono una stessa rappresentazione del conflitto. Quello tra identità che rivendicano orgogliosamente la propria coesione interna e si affermano in opposizione l’una rispetto all’altra. Dunque non fanno alcuno spazio, nemmeno nel pensiero, alle relazioni di differenza.
Nella contrapposizione tra «noi e loro» si coltiva l’illusione di abolire la conflittualità stabilendo una convivenza tra coloro che si identificano come simili. La pace è intesa come assimilazione delle differenze, così come il fare legame è alternativo al conflitto. Ogni differenza che non si lasci appiattire o annullare nella comune identità è minacciosa e la conflittualità, che è inevitabilmente insita nel suo manifestarsi, è vista come distruttiva del legame, quindi come causa di guerra. In questo circolo vizioso non vi è modo di costruire relazioni di differenza aperte al desiderio dell’altro da sé, destinato a sorprenderci nella sua imprevedibilità, perfino a restare sconosciuto.
Ma è proprio la differenza, che inquieta nella sua irriducibilità, a richiedere il lavoro pratico e simbolico della relazione. Un lavoro inverso a quello dell’identificazione perché rinuncia alla pretesa di unire sulla base di un’unica verità: chi sono, chi siamo, in quale mondo viviamo[5]. Un lavoro inverso alla guerra perché tiene viva e attiva la passione polemica senza restringere le relazioni a quelle con il proprio simile – con sembianza dell’amico – non caricando, dunque, di inimicizia quel conflitto imprescindibile nelle relazioni di differenza depotenziandone, dunque, la distruttività.
Il vulnus al diritto
Vengo alla terza ragione. Con la guerra in Kosovo viene travolto l’ordine giuridico del dopoguerra, il quale fissava un limite perentorio al potere politico rispetto alla guerra. Negata la validità del ripudio della guerra, salvo per ragioni difensive, la guerra «giusta» è divenuta parte integrante di una politica imperiale. La lacerazione del delicato nesso tra politica e diritto, tra le motivazioni e l’esercizio del potere e la sua legalità formale, è stata non solo praticata ma, con rapidità davvero impressionante, quel vulnus è divenuto il presupposto indiscusso di un’aggiornata dottrina politica che ha pervaso la sfera pubblica in Italia come in Europa. La violazione del diritto – in Italia della Costituzione – non è soltanto un grave e serio problema di legalità della decisione, di rispetto delle regole e delle procedure. Né richiamarne la sola formula per quanto solenne, può rappresentare altro che una sorta di ingenuo e patetico tentativo di difensa. Compiuta quella violazione, esercitando fuori da ogni forma quell’atto estremo di sovranità che è l’uso belligerante della forza, tutto diventa lecito.
Perché l’ingerenza umanitaria è legittima in Kosovo, in Afghanistan, in Iraq e non è praticata in Uganda, in Palestina? Questo interrogativo è da leggere al fine di svelare l’arbitrarietà e l’ipocrisia dei fini umanitari, non deve tradursi in un insidioso appello a estendere il ricorso alla guerra.
Ma non può essere eluso.
Se è vero, come è vero, che nella globalizzazione l’ingerenza è il fatto con il quale la politica e il diritto devono misurarsi, non si tratta di negare la necessità di intervenire e neppure di denunciare la strumentalità dei fini umanitari che giustificano l’ingerenza. Dirimente non è, infatti, se e quando intervenire ma come farlo. Del resto, è sempre sul come che la politica si qualifica. Detto altrimenti, il mezzo è sostanza la modalità dell’ingerenza non è scindibile dai fini e, dunque, la violazione della legalità, lungi dal costituire un aspetto procedurale, irrilevante rispetto al merito delle scelte e alla «realtà» della guerra, ne è il nocciolo destinato a incidere qualitativamente sulla politica, ben oltre la guerra.
C’è un’ultima ragione, non certo meno importante, che assegna alla guerra in Kosovo una rilevanza cruciale nel ritorno alla normalità della guerra. La cancellazione, vorrei dire l’ignoranza, letteralmente, del ripudio della guerra rappresenta un atto di irresponsabilità politica e culturale, nei confronti della storia del Novecento marchiata e intrisa dalle due Guerre Mondiali. Tenere viva la memoria amara di questa storia è un compito ineludibile, poiché chi ignora la propria storia è condannato a ripeterla, prospettiva davvero terribile, da scongiurare.
*La guerra del Kosovo, febbraio 1998-giugno 1999, scoppia per l’indipendenza del paese dalla Repubblica Federale di Jugoslavia, al termine di un clima sempre più teso tra serbi e albanesi. Nel marzo del 1999 la NATO intervenne nel conflitto. Clinton era il Presidente degli Sati Uniti, Massimo D’Alema il presidente del Consiglio in italia Tony Blair , il primo ministro britannico, Javier Solana il segretario generale della Nato, Slobodan Milošević il presidente della Serbia. Tra l’aprile e il giugno 1999, 19 basi sul suolo italiano furono utilizzate per attacchi contro la Serbia, per farvi decollare gli aerei, per la logistica, per la copertura radar oppure per le informazioni meteorologiche. La guerra terminò il 9 giugno 1999, con il ritiro delle truppe della federazione jugoslava dal Kosovo e lo stabilirsi di un protettorato internazionale dell’ONU e la caduta del presidente serbo Milošević, poi inquisito per crimini di guerra ma deceduto prima di essere sottoposto a giudizio. Questo saggio è l’analisi di quella vicenda.
NOTE
[1] Il concetto di sicurezza è centrale nella cosiddetta «teoria realista» della politica, di cui mi limito a ricordare i due principali esponenti: Thomas Hobbes, Leviatano, Bari 2008; Carl Schmitt, Le categorie del politico, Bologna 2013
[2] Antonio Calore, a cura di, Guerra giusta? Le metamorfosi di un concetto antico, Torino 2003. In particolare cfr. il suo testo Guerra giusta tra passato e presente, che ricostruisce le posizioni e il confronto sul ricorso a questa definizione per la guerra in Kosovo. Ma il concetto è centrale per la guerra del Golfo. Cfr. Norberto Bobbio, Una guerra giusta? Sulla guerra del Golfo, Venezia 1991; sulla sua posizione cfr. Giovanni Scirocco,L’intellettuale nel labirinto. Norberto Bobbio e la «guerra giusta», Milano 2013; Giulia Beninati intervista a Danilo Zolo, “Luci e ombre del pacifismo giuridico di Norberto Bobbio”, in juriagentium.org 8 febbraio 2010. Danilo Zolo e Luigi Ferrajoli scrissero una lettera aperta a Bobbio il 2 febbraio 1999 in dissenso dalla sua posizione sulla guerra del Kosovo, pubblicata in Danilo Zolo, a cura di, L’alito della libertà, Milano 2008.
[3] Cfr. Carl Schmitt, Sul concetto di politica, a cura di Davide Gianluca Bianchi, traduzione di Delio Cantimori, Milano-Udine 2012-2013, p. 48. Cfr. Carlo Galli, Genealogia della politica, Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno, Bologna 1996, in particolare il capitolo XIV.
[4] Jean Baudrillard, Power Inferno, Milano 2003 p. 27
[5] Cfr. su questo Franco Cassano, “La sinistra missionaria”, in Imma Barbarossa, a cura di, La polveriera. I Balcani tra guerre umanitarie e nazionalismi, Bari 2000. «La cultura della differenza costituisce, invece, secondo noi, il quadro teorico indispensabile per riflettere criticamente sul mondo contemporaneo». L’adesione acritica all’universalismo infatti «assolutizzando i valori di una cultura particolare come valori universali, legittima i rappresentanti di quella cultura a proporsi come tutori dell’umanità». Non si tratta di «negare la spinta generosa che accompagna spesso l’universalismo, ma di canalizzarla verso l’unico universalismo oggi possibile, un universalismo plurale», p. 93. Cassano è uno dei pochi studiosi che riconosce esplicitamente il debito al pensiero femminista della differenza.
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