L’imperialismo, nelle sue geometrie contemporanee, sembra oggi precipitarci verso una catastrofe planetaria. Struttura di dominio storico, si nutre del capitalismo assoluto che ci imprigiona in una spirale finanziaria distruttiva, e di uno stato di guerra mondiale continua che porta allo “sterminismo”. In questa seconda parte del testo, presentato recentemente da Étienne Balibar in occasione della sua Edward Saïd Memorial Lecture (all’Università Americana de Il Cairo – Egitto, il 24 novembre 2024), si introduce il concetto di capitalismo assoluto . Nelle tendenze del capitalismo assoluto si nota “una forma d’autodistruzione ancora più radicale, poiché non sono solo vite umane quelle che vengono continuamente annientate, ma le stesse condizioni biologiche ed ecologiche al di fuori delle quali, semplicemente, non può più esserci vita ( umana o altro)”. Nella terza parte vedremo come è possibile emanciparsi da esso
La prima parte di questo saggio è disponibile qui. La terza e ultima parte è qui.

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Imperialismo e capitalismo “assoluto” (2/3)

(Sono stato ben lungo senza dubbio) Mi sono dilungato su questo primo punto, perché mi sembrava particolarmente d’attualità. Passo ora al secondo, che riguarda l’idea dell’imperialismo come “stadio” o “periodo” nella storia del capitalismo, e di conseguenza alla questione “in quale forma di capitalismo viviamo oggi.

L’aggettivo russo che figura nel titolo di Lenin (vyschaia) è correntemente tradotto con “supremo” o “superiore”, ma (succede che si intenda piuttosto) è spesso inteso come uno stadio “ultimo”, o “l’ultimo” (nel senso (do) di più recente). Questo mostra bene che l’idea di Lenin comporta un’ambiguità, immediatamente legata alla convinzione che l’imperialismo (“epoca delle guerre e delle rivoluzioni”) corrisponda alla catastrofe finale dello sviluppo del capitalismo come formazione socio-economica : si apre allora un momento messianico nel quale l’umanità è (NT : sarebbe) confrontata all’alternativa dell’autodistruzione o della ricostruzione su delle basi radicalmente altre (la parola di Rosa Luxemburg : “socialismo o barbarie”)[1].

Ammettiamo che è diventato molto difficile mantenere questa visione escatologica del senso della storia – anche se, e soprattutto se, essa deve (formare) costituire “l’orizzonte di attesa” (Erwartungshorizont) (nel quale) a cui pensano dei rivoluzionari che giudicano insopportabile l’idea di vedere nel capitalismo la forma insuperabile dell’esistenza. (il capitalismo la forma insorpassabile dell’esistenza umana un’idea insopportabile.) (Nondimeno pertanto) Resta il fatto che l’idea di associare una riflessione sull’imperialismo con l’analisi di stadi o di formazioni successive nella storia del capitalismo (sia) è priva (sprovvista) di validità. Ma da tale punto di vista, direi molto velocemente che due rettifiche sono intervenute rispetto alla problematica leninista, delle quali dobbiamo tenere conto. Esse riguardano direzioni temporali opposte.

La prima, è quella che propongono i teorici del “sistema-mondo capitalista[2]“: loro rettificano l’idea che i tratti essenziali (o le tendenze storiche) del capitalismo siano interamente comprensibili a partire dall’analisi delle forme “avanzate” che esso riveste nel “centro” dell’economia-mondo[3], poiché ciò che è (NT : sarebbe) determinante per la sua evoluzione è (NT sarebbe) il rapporto di dipendenza tra il centro e la periferia (nella quale prevalgono altri modi di produzione del salariato, non meno “capitalisti”, ma basandosi su altre modalità di sfruttamento della forza lavoro). Questa dipendenza è mutua ma non simmetrica. Essa è sempre esistita, come correlato del capitalismo. Questo significa che l’imperialismo del capitale è originario, non è uno stadio tardivo (e ancora meno l’ultimo) nella storia del capitalismo. Non è mai esistito un capitalismo che non sia imperialista, benché le sue forme non abbiano smesso di trasformarsi. L’imperialismo non è quindi una nozione escatologica, è un concetto variante (o differenziale).

Da cui l’importanza dell’altra rettifica, (riguardante) che si svolge in senso opposto, e di cui gli autori rivendicano più o meno esplicitamente una ispirazione gramsciana[4]. Essa si basa è sull’idea che nuove fasi o epoche della storia del capitalismo, caratterizzate da una nuova configurazione delle classi e delle lotte di classe, siano separate da dei momenti d’incertezza storica (piuttosto che di “transizione”) nei quali le contraddizioni non si risolvono senza rivoluzioni (toccando) che coinvolgono tutta l’armatura istituzionale della società[5]. Questa idea che potrebbe sembrare banale diventa problematica, ma anche, mi sembra, chiarificatrice, se si ammette che la rivoluzione può orientarsi in (delle, cancellare ‘delle’ ) direzioni opposte.

Gramsci stesso ha abbozzato questa idea (difficile per un comunista!) attraverso la categoria paradossale di “rivoluzione passiva” (ripresa a uno storico italiano dell’inizio del XIX secolo[6]) di cui si serve in particolare per descrivere le trasformazioni industriali, sociali e culturali del “fordismo” americano, e che possiamo (intendere, il senso qui è totalmente diverso) estendere senza difficoltà ai compromessi di classe che, negli USA sotto il nome del “New Deal” e in Europa sotto quello di “socialdemocrazia”, hanno riformato il capitalismo con il sostegno di una frazione importante della classe operaia organizzata[7].

Le politiche neoliberali che cominciano a prendere forma negli ultimi anni della Guerra Fredda e diventano dominanti su scala mondiale dopo il crollo dei regimi communisti (salvo in Cina, punto decisivo), permettono di fare un passo (di) in più rispetto a questa idea: questa trasformazione del sistema capitalista imperialista alla fine del XX secolo, che comanda oggi tutta la nostra vita, è ben stata una controrivoluzione. Ma bisogna ammettere che le controrivoluzioni sono anche delle rivoluzioni, (questo più o meno) nel senso che esse sono destinate a restaurare una struttura gerarchica (de la) della società (et) e non a (metterla “sottosopra) ribaltarla (il che non è poco)[8]“.

Introdurrò allora la categoria di cui, da qualche tempo, mi servo (con altre) per definire il capitalismo nel quale viviamo oggi : quella di capitalismo assoluto[9]. So che essa può prestarsi a delle ambiguità, ma stimo che valga la pena di prenderne il rischio per ben fare emergere le questioni in gioco. Prendo questo aggettivo “assoluto” sia per analogia con la “monarchia assoluta” (per designare un capitalismo che regna senza concessioni, o almeno avendo ridotto alla difensiva i suoi antagonisti classici) e con una modalità dialettica (quasi-hegeliana), in opposizione con ciò che Immanuel Wallerstein aveva chiamato il “capitalismo storico” : quello che corrispondeva alle forme successive della polarizzazione del mondo tra “centro” e “periferie”. Il capitalismo assoluto “eredita” il capitalismo storico. Perché, chiederete, non accontentarsi della categoria di neoliberalismo?

Perché secondo me questa non corrisponde che a una parte dei tratti caratterizzanti il nuovo capitalismo, e suggerisce che per interpretarli si debba innanzitutto ritornare (si debba interpretarli ritornando innanzitutto) all’immemorabile (immemoriale) conflitto tra delle politiche economiche che conferiscono un primato sia a delle regolazioni e imprese statali, sia a operazioni della “libera concorrenza” e alle forze del mercato[10]. Ciò che allora resta nell’ombra, è la maniera con cui delle forme anteriori dell’antagonismo di classe e dei conflitti sociali sono stati “superati” o eliminati. Penso al contrario che bisogna analizzare il capitalismo assoluto come intrinsecamente postsocialista e postcoloniale.

E’ postsocialista perché riesce a utilizzare le istituzioni e i poteri statali che sono stati fortificati nel corso del “momento socialista” dell’economia-mondo (1917-1968) mentre smantellava o eliminava il sistema dei diritti sociali incorporati negli Stati (al) del XX secolo (diversamente a seconda dei regimi) nella loro costituzione materiale di “cittadinanza”. Bisogna notare l’importanza speciale che riveste qui lo studio delle trasformazioni “postsocialiste” nella Cina comunista, che sembra sempre più come lo Stato che dirige l’evoluzione mondiale. La Cina è tipica e eccezionale nel suo modo di “superare” il socialismo verso un nuovo capitalismo. Essendo (stato) stata più intensamente socialista, prende ora la testa nella costruzione del nuovo capitalismo[11].

Ma il capitalismo assoluto è anche postcoloniale perché la tendenza alla mercantilizzazione integrale dell’esistenza e alla delocalizzazione dei processi di produzione (la formazione delle “catene di valore” mondiali) che (li) lo caratterizza (non) ha potuto compiersi (che) grazie alla rottura delle barriere (d’) degli imperi e all’apertura delle economie periferiche ai flussi di merci e di capitali (vedi di popolazioni) che ha innescato la decolonizzazione formale (quella delle “indipendenze”)[12].

Per precisare le cose, attiro l’attenzione su qualche tratto che colpisce, quantitativo e anche qualitativo. Nell’economia mondializzata attuale, la polarizzazione delle condizioni sociali è potuta essere ridistribuita, ma essa non è stata per nulla attenuata: al contrario, ha raggiunto dei livelli inediti, con l’estensione della povertà di massa e dell’insicurezza da un lato, la concentrazione della ricchezza e del potere tra le mani di una piccola minoranza di finanzieri o di possidenti (gente della rendita) dall’altro (lato). Ma la sua distribuzione geografica e nazionale cambia molto velocemente. Le frontiere che dividevano il mondo del “capitalismo storico” sono state ritracciate e moltiplicate. Senza dubbio la spoliazione estrema si concentra sempre nel “Sud” (e notoriamente in Africa e in Asia del Sud-Est[13]), ma è anche nel “Sud” che sorgono i campioni più aggressivi del nuovo capitalismo finanziario e industriale.

Da (cui) qui sorge il carattere problematico dell’idea di una strategia “antiimperialista” che riunirebbe i paesi e le masse del “Sud globale” (, rappresentanti) per rappresentare i loro interessi comuni. (Ma) Inversamente i processi di precarizzazione” e di ri-proletarizzazione s’accentuano nel “Nord”, dove i lavoratori sono sempre meno protetti dalle istituzioni dello “Stato sociale[14]” (NT : e dalle polizie e giustizia che invece ne reprimono sempre più le rivolte) e beneficiano sempre meno dei privilegi dell’impero. Ciò che, (lo) come si sa, provoca delle violente reazioni sociali, dette “populiste” e (meno) per nulla progressiste (NT : salvo le rivolte in tanti luoghi e momenti del super-sfruttamento e nelle banlieues). C’è quindi un “Nord” nel “Sud” e (del) un  “Sud” nel “Nord”, ciò che interpreto dicendo che la divisione dell’umanità in condizioni diseguali, caratteristica del capitalismo e strettamente legata alla struttura dell’imperialismo, è sempre presente, ma la sua topografia – o se si vuole la sua “geometria” – ha conosciuto una rivoluzione. Non si tratta solo di ridistribuzione dei grandi aspetti economici e demografici, ma di una nuova divisione de mondo. Ci tornerò.

Terminerò su tale punto con un altro aspetto di questa geometria che conduce a definire la contraddizione principale (come si diceva il vecchio codice marxista) di questo “nuovo imperialismo” (David Harvey). In modo significativo, dal presente ci fa tornare sino agli inizi della storia dell’imperialismo. Il capitalismo assoluto, che (dominava) domina le politiche monetarie neoliberali e le strategie del profitto a breve termine sui mercati finanziari, conferisce una funzione centrale alla gestione e allo sfruttamento del debito, (di cui fa il) che usa come suo principale strumento di dominio sugli individui, sulle imprese, sugli Stati[15].

(Ma dei) I paesi e (delle) le società che si situano ai due estremi del rapporto d’interdipendenza finanziaria vi reagiscono evidentemente in modo opposto : un’enorme debito (pubblico e privato) non ha lo stesso significato per un’economia dominata come quella dell’Argentina, costantemente minacciata di fallimento e sottoposta ai piani di raddrizzamento e alle riforme strutturali imposte dal FMI, e (dagli) per gli USA che prestano nella loro propria moneta – quelle di cui sono riusciti a fare la moneta di riserva mondiale – e beneficiano così di facilità di credito quasi-illimitate. Quanto agli altri paesi (compresi quelli dell’Unione europea), a dei gradi diversi navigano tra i due poli, alle prese con la “sostenibilità” del loro debito[16]. (Ma quale) Qual è quindi la soluzione offerta dall’imperialismo contemporaneo ai paesi pesantemente indebitati per permettere loro di sopravvivere e di continuare a contribuire al processo di «accumulazione su scala mondiale” (S. Amin) ?

La risposta non può essere semplice (e non (si dubiti che, eliminare) non ho alcuna pretesa di esperto in tale campo), ma mi sembra difficile ignorare o minimizzare l’aspetto seguente: questi paesi sono spinti in permanenza a tornare verso cioè che era sempre stata la “specialità” della periferia dall’epoca della rivoluzione industriale e dello sviluppo delle tecnologie “carbone”, cioè l’economia estrattiva nello sfruttamento minerario, l’agricoltura estensiva e la pesca industriale, il supersfruttamento delle foreste, l’esportazione delle materie prime che si situano al gradino più basso nella catena del valore. Questa economia non è fondata su una “distruzione creativa” schumpeteriana (innovazione tecnologica che elimina i procedimenti esistenti e massimizzando ciò che Marx chiamava il “sopravalore relativo”) ma su una produzione distruttrice delle sue proprie risorse e mezzi[17].

Questo mi conduce all’idea che la contraddizione fondamentale dell’imperialismo contemporaneo, (in quanto) che coincide con lo sviluppo di un capitalismo assoluto, non è identificabile come una “pura” contraddizione sociale (come risulta dalla (quale quella che illustra la) crescita delle diseguaglianze mondiali), come una “pura” contraddizione ecologica (di cui l’estrattivismo è un fattore essenziale anche per il suo contributo diretto al cambiamento climatico e per il suo legame alle nuove tecnologie ultra-inquinanti ed energivore), ma come una combinazione antagonista dei due[18].

In un passaggio che colpisce del Manifesto comunista, Marx e Engels avevano spiegato che il capitalismo arriva a un limite assoluto in quanto modo di produzione quando, avendo spinto i lavoratori il cui sfruttamento li fa vivere al di sotto del minimo vitale, comincia così a distruggere la condizione principale della sua propria riproduzione, cioè il lavoro vivente. (Ma una soluzione viene loro subito in mente) A Marx e Engels era venuta in mente una soluzione: “l’espropriazione degli espropriatori”, o la riappropriazione da parte degli operai dei loro mezzi di produzione e d’esistenza.

E’ molto tentante vedere nelle tendenze del capitalismo assoluto di oggi una forma d’autodistruzione ancora più radicale, poiché non sono solo delle vite umane che sono continuamente annientate, ma le condizioni biologiche e ecologiche al di fuori delle quali semplicemente non può più esserci della vita (umana o altro). Con il (e) trionfo del capitalismo assoluto sparisce lo stesso suolo sul quale operava –sia nella modalità del territorio, dell’ambiente (in cui impera) o dell’impero. E certo siamo sempre più numerosi a prendere coscienza della gravità di questa minaccia e dell’urgenza di farvi fronte con tutti i mezzi, ma l’articolazione di una tale coscienza con dei movimenti politici che attacchino la diseguaglianza del mondo è praticamente impensabile, (anche su lungo periodo sin) perlomeno fino a quando gli stati e le società stesse continueranno a essere governate dalla regola del profitto massimo, e non dalla preservazione della vita. Finché non si delinea un programma credibile che coniughi l’obiettivo della decrescita razionale con quello dell’eliminazione della povertà. Un tale programma potrebbe essere definito socialismo post-imperialista. Ma né il suo linguaggio né le forze che lo imporrebbero sembrano esistere (ancora). Vedete che questa seconda parte della mia presentazione non si conclude in modo più ottimistico della prima.[19] (continua)

NOTA

[1] La formula figura nella “brochure de Junius”, La crisi de la social-démocratie , scritta da Rosa Luxemburg in carcere nel 1915.

[2] Vedi in particolare: Samir Amin, L’accumulation à l’échelle mondiale (Anthropos, 1970); Immanuel Wallerstein: Capitalismo storico . Londra: Verso.1883 ;  Il sistema del mondo moderno , 4 vol. in diversi editori, 1974-2011); Giovanni Arrighi: Il lungo Novecento , Verso 1994.

[3] Come aveva detto il Marx della prima edizione del Capitale riferendosi alla Germania, e più in generale ai paesi che non avevano ancora conosciuto la rivoluzione industriale: De te fabula narratur… in questa analisi del «rapporto sociale» generato dal capitale industriale, è del tuo avvenire prossimo o lontano che si tratta. Un giorno il mondo sarà omogeneizzato sotto il dominio del capitale, a meno che nel frattempo una rivoluzione proletaria non intervenga.

[4] Penso in particolare agli autori francesi della «scuola della regolazione”: Michel Aglietta, Robert Boyer, Alain Lipietz. Ma vedi anche Geoff Mann, Nel lungo periodo siamo tutti morti: keynesismo, economia politica e rivoluzione , Verso, 2017.

[5] L’ interregnum secondo Gramsci, si definisce con una doppia negazione: “Il vecchio è già morto, il nuovo non è ancora nato”, è oggi citato ovunque. L’antitesi del vecchio e del nuovo sembra sempre dominata dall’idea di un obiettivo o telos «in attesa», ma questa attesa stessa è suscettibile di inficiarne il contenuto.

[6] Cfr. https://criticamarxista.com/wp-content/uploads/2023/04/guido-liguori_-critica-marxista-_6_2022_web-trascinato.pdf : Si tratta di Vincenzo Cuoco che la conia nel suo saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, pubblicato nel 1801 e, in una seconda edizione, nel 1806. «Sul concetto di rivoluzione passiva si vedano le osservazioni di Gramsci, Il Risorgimento , cit., pp. 106-107 e pp. 135-137; Il materialismo storico e la filosofia di B. Croce (Torino, 1948), pp. 184-185 e p. 219; Passato e presente (Torino, 1951), p. 53” (G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. I: Le origini del Risorgimento , Milano, Feltrinelli, 1956, p. 423)

[7] La ​​più interessante senza dubbio, è l’idea che si può leggere tra le righe dei Quaderni del carcer e: il regime sovietico riorganizzato da Stalin dopo la fine della “Nuova Politica economica” (NEP) e la collettivizzazione forzata dell’agricoltura è anch’essa una forma di «rivoluzione passiva».

[8]   “The World Turned Upside Down”: formula dei Levellers nella prima rivoluzione inglese. Vedi il mio contributo in Une histoire Globale des Révolutions, a cura di Ludivine Bantigny, Laurent Jeanpierre e alii, Éditions La Découverte 2023 : «Échec des révolutions?”.

[9] Etienne Balibar: “Verso una nuova critica dell’economia politica: dal plusvalore generalizzato alla sussunzione totale”, in Capitalismo, concetto, idea, immagine. Aspetti del Capitale di Marx oggi , a cura di Peter Osborne, Eric Alliez, Eric-John Russell, Kingston University London 2019 ; “Capitalismo assoluto”, in Neoliberalismo mutante. Market Rule and Political Rupture , a cura di William Callison e Zachary Manfredi, Fordham University Press, 2020.

[10] Evidentemente è lo schema che privilegiano i «teorici» del neoimperialismo (come Hayek, Friedmann ecc.), che hanno presentato la politica economica e le “riforme strutturali” che sostenevano come ritorno a una ortodossia economica, in opposizione alle eresie ispirate da Keynes e «sbirciando» verso il bolscevismo (pianificazione, investimenti pubblici, controllo dei prezzi, diritti sociali garantiti ecc.).

[11] Vedi Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino. Lineages of the 21st Century, Verso 2009, e Benjamin Bürbaumer, Chine/États-Unis. Le capitalisme contre la mondialisation , Éditions La Découverte, Parigi 2024. // su Arrighi vedi https://effimera.org/gli-interventi-alla-presentazione-della-nuova-edizione-del-libro-di-giovanni-arrighi- e-beverly-j-silver-caos-e-governo-del-mondo-a-cura-di-effimera/   e https://effimera.org/adam-smith-a-pechino-di-giovanni-arrighi-presentazione-della-nuova-edizione-a-milano-18-marzo-2022/

[12]   Ciò che fa l’oggetto in particolare del lavoro di Sandro Mezzadra e Brett Neilsson dopo Border as Method, or the Multiplication of Labour (Duke University Press 2013) sino a The Politics of Operations. Scavando il capitalismo contemporaneo (Duke University press, 2019).

[13] Un segnale spettacolare ne è stato dato durante la pandemia di Covid-19 con la dichiarazione del Direttore dell’Organizzazione Mondiale della Salute, il Dr. Tedros Adanom Ghebreyesus, che denuncia una situazione d’«apartheid vaccinal» su scala mondiale ( cfr il mio saggio “Un monde, une santé, une Pandémie et cosmopolitique”, in Ecrits, III: Cosmopolitique l’espèce humaine , Éditions la Scoperta 2022.

[14] Che chiamo più precisamente: “État national social”

[15] Etienne Balibar, “La politica del debito”, in Cultura postmoderna, Volume 23, Numero 3, maggio 2013.

[16] La situazione della Cina è una volta di più del tutto particolare poiché, in preda da più anni a delle “bolle” di speculazione immobiliare, è anche la principale detentrice sul mercato finanziario dei titoli statunitensi (obbligazioni di Stato), ciò che le dà una capacità interna di pesare sulle politiche statunitensi, ma ciò può anche spiegare perché non ha interesse a cercare di scardinare la dominazione del dollaro (questo punto è molto discusso: vedi Michel Aglietta, Guo Bai, Camille Macaire: La Course à la suprématie monétaire mondiale. À l’épreuve de la rivalité sino-américaine , Edizioni Odile Jacob, Parigi 2022). Sulla Cina si vedono gli interventi al seminario di effimera citato alla nota 27 (fra essi quello di Battaglia, di Torre, di Mezzadra e di Fumagalli)

[17]   Verónica Gago e Sandro Mezzadra: “Una critica delle operazioni estrattive del capitale: verso un concetto ampliato di estrattivismo”,  Rethinking Marxism  29, n. 4, 2017.

[18] Si può anche pensare alla nozione di «policrisi» proposta da Adam Tooze e altri che dopo di lui l’hanno recentemente rivalutata, ma in qualche sorta “vista dal basso”.

[19] (NT: allora, non bisogna dire che l’imperialismo di oggi produce essenzialmente morte? … L’ossessione della “crescita” non è per lo sviluppo economico quale quello conosciuto sino agli anni ’70, essa distrugge piuttosto che costruire … le costruzioni di oggi producono morte … esempio : le grandi dighe in India e nelle grandi città si fanno proliferare i grattacieli, la gentrificazione , il socialwhashing e il greenwhashing e speculazione immobiliare-finanziaria (di grattacieli che speso restano vuoti) al prezzo dell’espulsione e la morte di una gran parte dei loro abitanti e della società di prima … in Palestina i coloni vogliono scacciar via i Palestinesi o sterminarli … Il boom delle nuove tecnologie nelle guerre in corso (e anche nel loro continuum che è la guerra sicuretarie nelle città contro immigrati, rom e marginali) con droni e persino atomiche dette “tattiche” oa bassa intensità non è dovuta all’intento di salvare le vite di soldati (che ormai sono solo quasi sempre mercenari) ma alla scelta di privilegiare il business delle nuove tecnologie in tutti i campi (il business del XXI secolo) -vedi anche Conflitto, sicurezza e rimodellamento della società: The Civilization di War (ivi in ​​particolare i capitoli di Alain Joxe e quello di Dal Lago).

Fonti: https://aoc.media/analyse/2024/11/24/geometries-de-limperialisme-au-xxie-siecle-1-2/ e

e https://aoc.media/analyse/2024/11/25/geometries-de-limperialisme-au-xxie-siecle-2-2/

 

(Traduzione di Turi Palidda. Ringraziamo Mario Sei per la revisione del testo)