Ritorna spesso in aree politiche e intellettuali di sinistra e comuniste il tema del nesso tra immigrazione ed esercito industriale di riserva. L’idea è che gli immigrati – essendo in una condizione di maggiore debolezza e di maggiore disponibilità – determinano una riduzione del potere del lavoro e, quindi, un abbassamento delle condizioni occupazionali e salariali. Questo sarebbe vero soprattutto per le mansioni operaie e, in generale, meno specializzate. L’effetto politico-elettorale di questo fenomeno coinciderebbe con lo spostamento a destra o, più precisamente, verso l’estrema destra del voto operaio e popolare. In altre parole, l’immigrazione sarebbe la causa strutturale della svalorizzazione del lavoro operaio, il quale, per rispondere politicamente a questo svilimento, sostiene le forze politiche che gli promettono la limitazione dell’immigrazione insieme al riscatto nazionale e, quindi, sociale e individuale.

Questa analisi si appoggia su alcuni testi di Marx e, in particolare, sul concetto di esercito industriale di riserva, assimilato, dallo stesso Marx ne Il Capitale, al concetto di sovrappopolazione relativa. Essa sostiene l’idea che gli immigrati costituiscono un esercito di riserva, la cui esistenza fa abbassare i salari e aumentare il ricatto padronale sugli operai nazionali.

Leggendo Marx, in realtà, non c’è niente di questa miserabile analisi. Nel suo studio, il concetto di esercito di riserva è collegato al modo in cui funziona l’accumulazione capitalistica, caratterizzata dal mutamento della sua composizione, la quale vede un continuo aumento della sua parte costante (macchine, tecnologie, automazione) a spese del capitale variabile (la forza lavoro). La conseguenza di questo mutamento di composizione – sempre più macchine, sempre meno lavoro vivo, in sintesi – è la produzione di “una popolazione operaia relativa, cioè eccedente le esigenze medie di valorizzazione del capitale, quindi superflua ossia supplementare” (Marx, libro primo de Il Capitale, capitolo 23).

La sua analisi evidenzia, inoltre, che l’esercito di riserva va continuamente costituito e ricostituito. Come? Con l’iniziativa politica guidata dagli interessi e dai vincoli capitalistici, la quale è prima di tutto orientata a rompere le possibili alleanze sociali tra occupati e sovrappopolazione relativa (cioè, precari e disoccupati). Scrive Marx ne Il Capitale:

 

allorché gli operai […] si accorgono che il grado d’intensità della loro reciproca concorrenza dipende interamente dalla pressione della sovrappopolazione relativa, allorché quindi tentano di organizzare per mezzo di Trade Unions, ecc., una sistematica cooperazione tra quanti di essi hanno un impiego e quanti sono disoccupati, per distruggere o almeno attenuare le funeste conseguenze arrecate alla loro classe da quella legge naturale della produzione capitalistica, il capitale e il suo sicofante, l’economista, levano alte grida sulla violazione dell’«eterna» e per così dire «sacra» legge della domanda e dell’offerta. Ogni accordo tra gli operai occupati e quelli disoccupati disturba infatti il «puro» giuoco di tale legge”.

 

Dunque, si comprende che sul piano del funzionamento capitalistico, l’esercito di riserva è l’esito della dinamica propria del capitale che, per vincere la concorrenza, deve introdurre sempre più macchine e così facendo ridurre il lavoro (e quindi aumentare la sovrappopolazione relativa). Sul piano complessivo della sostanza materiale, la posta in gioco è quella del potere, riguarda il rapporto di forza tra capitale e lavoro. Si comprende, in definitiva, che chi sostiene il potere del lavoro appoggia le alleanze tra occupati e disoccupati (appunto, tra occupati ed esercito di riserva), mentre chi sostiene il potere del capitale è contro queste alleanze, è, con parole di Marx, un sicofante.

Abbiamo visto, in breve, che l’allarme sull’immigrazione come esercito di riserva antioperaio non ha nessun fondamento in Marx. Anche chi non è interessato alla ricostruzione delle analisi di Marx, può essere, invece, interessato al significato di questo allarme, il quale, più che Marx, richiama le analisi di Malthus. L’idea è che la colpa delle diseguaglianze, dei bassi salari e della precarietà vada ricercata nel fatto che “siamo troppi”. E che siamo troppi per colpa degli immigrati e di chi ne sostiene la mobilità (navi delle Ong, Chiesa, buonisti migrantisti).

Questo allarme è lo stesso che dagli anni ’60 ritorna spesso nel dibattito sulla crisi ecologica, con riferimento alla “bomba demografica”. Con riferimento, detto altrimenti, al fatto che siamo troppi sulla Terra e che a essere troppi sono, soprattutto, i popoli non sviluppati. Bisogna, di conseguenza, fermare le nascite e così i problemi fondamentali saranno risolti. Per fare questo – lo ha ricordato anche Jason W. Moore in un libro recente: Oltre la giustizia climatica (pagina 36) – negli anni ’70 sono state proposte diverse politiche di emergenza, tra le quali “la politica antimmigrati” ne fu “una delle principali espressioni”:

 

con una mossa intellettuale perfettamente in linea con la svolta neoliberista, la mobilità del lavoro doveva essere limitata. Per quanto riguarda la mobilità del capitale, essa, in apparenza, non rientrava nelle competenze della politica di emergenza[1].

 

In modo analogo, a causa degli immigrati i lavoratori sono troppi: in altre parole, se non ci fossero gli immigrati, i lavoratori nazionali avrebbero più forza perché non ci sarebbe più l’esercito di riserva a indebolirli. Il problema, allora, sta nel fatto che i lavoratori sono troppi. Siamo di fronte, evidentemente, a un’analisi malthusiana – anche se richiama (male e impropriamente) l’analisi marxiana – priva di qualunque prospettiva liberatoria o emancipativa per il lavoro e, soprattutto, nemica di ogni alleanza ipotetica tra occupati, disoccupati e precari, oltre che tra nazionali e immigrati.

Questa analisi malthusiana – ritornata in voga negli ultimi giorni in alcune aree politiche a seguito del risultato elettorale del partito tedesco Bündnis Sahra Wagenknecht – non riesce a comprendere, inoltre, che a produrre manodopera debole e ricattabile è proprio l’attuale regime delle migrazioni, in quanto subordina la mobilità umana alle politiche restrittive e selettive degli Stati, rendendo subalterne le persone a visti e permessi che non vengono concessi. Ciò che rende deboli una parte delle persone migranti è la legislazione nazionale (compresa quella italiana) che vincola i permessi di soggiorno ai contratti di lavoro e alla buona condotta penale, ricattando la manodopera immigrata.

Dunque, i sicofanti in questione ribaltano la realtà e non vedono che sono gli Stati a produrre soggetti immigrati deboli, così come oscurano il fatto che lo sfruttamento viene dal lato delle imprese, le quali, specialmente dove ci sono i contratti nazionali e la legislazione democratica del lavoro, non potrebbero fare discriminazioni tra lavoratori, dunque non potrebbero agire differenziali salariali e occupazionali in base alla nazionalità Se esse discriminano tra italiani e stranieri allora vanno contro la legge dell’uguaglianza del lavoro e, quindi, commettono un illecito se non un reato, anche dal punto di vista formale del diritto vigente. Lo sfruttamento, vale ricordarlo, è agito dal lato del capitale. È da qui che bisogna partire: nominando il sistema, il modo di produzione capitalistico, che, dentro specifici rapporti di produzione e di potere, tende a produrre sistematicamente sovrappopolazione e a spezzare le possibili solidarietà e alleanze tra occupati, disoccupati e precari.

 

NOTE

[1] https://www.ombrecorte.it/index.php/prodotto/oltre-la-giustizia-climatica/

 

Immagine in apertura: Liu Xiaodong, Things aren’t as bad as they could be, 2017