Pur non sapendo ancora come evolverà la situazione in Siria, Elio Catania condivide da storico (oltre che attivista) alcune riflessioni sulla aggressione qaedista all’Amministrazione autonoma democratica della Siria del Nord-Est in questo gennaio 2026, le narrazioni tossiche degli stalinisti nostrani e dei media regionali, il carattere della rivoluzione confederale.

Curdi a Gaza

Nel 2019 eravamo nella Striscia di Gaza (motivo per cui la polizia militare israeliana ha dato a me e altri due compagni il divieto di ingresso per 5 anni in Israele e, quindi, Palestina), per un progetto sulla storia orale e la memoria storica della Striscia,[1] realizzato con studentesse e studenti della al-Quds university (ora ridotta in macerie). Un giorno passammo da Jabalya, uno dei campi profughi di Gaza City, bastione di resistenza da cui cominciò la prima Intifada nel 1987 (ora ridotto in macerie e disseminato di fosse comuni di civili massacrati dall’esercito sionista).

A Jabalya ci aprì le porte la famiglia di Alush, che in quei giorni ci accompagnava con la sua macchina nei nostri vari incontri con realtà politiche e umanitarie gazawe. “Non so se mio nipote ve lo ha detto, ma noi non siamo arabi: siamo curdi, palestinesi curdi”. Ci disse suo zio, con nostro grande stupore. “I nostri bisnonni erano soldati dell’esercito ottomano d’istanza in Palestina. Dopo la Prima guerra mondiale, quando l’Impero Ottomano è scomparso, hanno deciso di rimanere qui”. Un intero quartiere del campo si definiva curdo, nonostante fosse passato oltre un secolo e ovviamente la mescolanza con la popolazione araba e beduina sia stata inevitabile e avesse reso difficile riconoscere le differenze tra i “palestinesi arabi” e loro.

Perché lo racconto? Perché, purtroppo, anche dalla “nostra parte” riproponiamo schemi interpretativi su base etnica dei conflitti e delle lotte, come se l’Asia occidentale/il Medio Oriente – e d’altronde tutto il mondo, anche l’Europa che si vorrebbe “pura” – non fosse un mosaico complesso e misto. Mentre i fronti sono sempre stati politici, la composizione “etnico-religiosa” meticcia e lo scontro sociale. Siamo dentro la stessa cultura geopolitica ed eurocentrica che, dopo la fine della Guerra Fredda e la transizione verso qualcosa di diverso ma indefinito, si è formata sul primo conflitto europeo dal 1945: la ex-Jugoslavia.

Da questo punto di vista, dovremmo iniziare a superare il concetto stesso di “minoranze” e “nativi”, eredità tossica della formazione degli Stati-nazione europei.[2]

Il Rojava e tutti gli altri

La rivoluzione siriana, come è stato giustamente già detto,[3] dall’8 dicembre 2024 ha visto la contrapposizione diretta di due opzioni politiche antagoniste, che avrebbero potuto scendere a compromesso nell’unico modo possibile: scegliendo la via federale e multiconfessionale e la cooperazione a livello delle istituzioni del nuovo Stato. È stata la scommessa su cui si è retto l’autogoverno popolare etnicamente composito, dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del Nord-Est (AANES); non a caso, il nucleo curdo del movimento di liberazione, rappresentato dalle Unità di difesa del popolo – YPG e delle donne – YPJ, è poi confluito in un esercito rivoluzionario con una struttura democratica interna e non fondata su criteri di appartenenza settaria – le Forze democratiche siriane, SDF. Non è stata la “volontà degli americani”, come si sente dire dagli assadisti nostalgici o dagli islamisti conservatori: si è trattato di una decisione coerente con il paradigma anti-nazionalista che ne informa l’ideologia e dettata dalla consapevolezza che l’unica modalità di pacificazione giusta in Medio Oriente/Asia occidentale si può avere solo abbandonando la supremazia di un gruppo etnico sugli altri – elemento che aveva permeato e permea tuttora anche lo jihadismo, come dimostrato dalla società pesantemente razzializzata, oltre che misogina e patriarcale, costruita dallo Stato islamico tra il 2014 e il 2019. È quindi seguita, alla vittoria militare, la creazione di tutte quelle para-istituzioni di base su cui si è fondato il governo democratico e multiconfessionale dell’AANES per 14 anni.

Invece, ciò che si sta preferendo fare, è parlare di un movimento politico-militare complesso, nato dopo decenni di apartheid razziale sotto il regime degli Assad e collegato inevitabilmente ai movimenti fratelli negli altri Paesi in cui è diviso il Kurdistan, definendolo unicamente nei termini opportunistici di “creazione degli USA” e “di Israele”. Rispetto al rapporto con gli Stati Uniti, si confondono per subalternità politica una serie di accordi tattici – che d’altronde le YPG/YPJ prima e SDF poi hanno stretto anche con la Russia, il fu Esercito libero siriano e Assad stesso, a seconda della fase e della necessità del momento; stiamo parlando di un conflitto violentissimo, in un territorio che non favorisce certo la guerra di guerriglia, i cui confini sono andati in frantumi con l’invasione di milizie fondamentaliste straniere[4] e con alle porte uno degli Stati più potenti della NATO, la Turchia, che ha invaso più volte i territori liberati dalle milizie curdo-arabe per evitare la formazione di una entità autonoma curda ai suoi confini – con il silenzio assenso di Stati Uniti e Russia, che d’altronde non hanno mai riconosciuto l’AANES, né lo ha mai fatto alcuna organizzazione internazionale. La tattica è inevitabilmente legata anche alle necessità della sopravvivenza.

Per quanto riguarda, invece, la presunta vicinanza dei “curdi” a Israele, vale forse la pena ricordare che non vi sono prove al riguardo, nemmeno a livello di dichiarazioni pubbliche, mentre l’operazione che si sta tentando per intossicare il discorso è la confusione tra le fazioni politiche della destra curda e le forze della sinistra socialista egemoni in Rojava, cui appartiene la principale di queste, il Partito dell’unione democratica – PYD. Tel Aviv ha cercato più volte di usare la Siria per ripulirsi l’immagine dopo più di due anni di genocidio brutale e rivendicato, senza riuscirci anzitutto nel rifiuto dell’AANES di prestare a questo gioco sporco in nome di un approccio decoloniale che legge la stessa entità sionista come residuo del dominio coloniale imposto ai palestinesi. Basterebbe questo, se non ci fosse l’accusa infamante di sionismo a un movimento transnazionale che, nella sua componente rivoluzionaria, ha storicamente un legame di sangue con la Resistenza palestinese.[5] La stessa confusione si opera su altri popoli del mosaico siriano, come i drusi, considerati gli “alleati di Israele” per definizione, data l’alta presenza di israeliani di origine drusa nel sud del Paese e nelle IDF, mentre la realtà è più complessa – politica – come dimostrato dagli appelli di diversi esponenti religiosi e movimenti della comunità drusa in Siria che hanno rifiutato di chiedere aiuto a Tel Aviv,[6] lo scorso luglio durante gli attacchi delle milizie HTS alle “minoranze” non arabe e non sunnite nel Paese, e in generale si oppongono alle interferenze sioniste nell’area.

Rivoluzione, guerra e conflitto sociale

In questi giorni che gli (ex)qaedisti di Al-Shaara ora al potere stanno attaccando l’Amministrazione democratica, con il consenso degli USA e il sostegno della Turchia, emergono molti “mostri” della “nostra parte” nati da un misto di disinformazione basata su luoghi comuni – “l’oppressione curda contro gli arabi”[7], i “raid in Europa contro gli arabi”,[8] le riprese dei “detenuti delle prigioni curde” in lacrime per l’avvenuta liberazione – omettendo che si tratta di miliziani Daesh catturati durante la guerra di liberazione;[9] complottismo post-stalinista – per cui tutto ciò che si muove contro i “regimi amici” è automaticamente eterodiretto da USA e Mossad (il che, muovendo una analogia e in quanto tale limitata, ma ha lo stesso valore cognitivo per capirci di chi afferma che in via Fani c’erano sicuramente mafiosi, servizi segreti di mezzo mondo, doppiogiochisti, insomma tutti tranne gli unici che il rapimento l’hanno effettivamente compiuto); razzismo – non solo occidentale, ma anche avallato da media regionali come Middle East Eye e Al Jazeera,[10] oltre che da posizioni filo-turche e panarabiste, sia nella loro declinazione laica che religiosa.

Ciò che emerge, tra i “mostri” della “nostra parte” è l’incapacità o la mancanza di volontà di leggere i conflitti, le guerre, le rivolte e i movimenti politici secondo le lenti del conflitto sociale e dei processi rivoluzionari, prediligendo una geopolitica estremamente rozza e conservatrice, “campista” si dice oggi – per inciso: questo è un dato in comune con chi, sempre all’estrema sinistra, si è convertito all’atlantismo e all’europeismo dei “Volenterosi” in nome del sostegno allo Stato ucraino contro l’invasione da parte dello Stato russo. La complessità dei contesti non è data dal numero di soggetti in campo, ma dalle relazioni conflittuali e collaborative che instaurano nella realtà delle cose.

Analisti locali e internazionali ci raccontano, citando il defunto leader di Hezbollah, Nasrallah,[11] che era inevitabile che “i curdi” sarebbero stati abbandonati dagli Stati Uniti, mentre altri definiscono le Forze democratiche siriane appunto milizie “proxy”[12] finanziate, addestrate e armate dagli Stati Uniti con la “scusa di Daesh” – che non avrebbe mai rappresentato un “pericolo reale”, ma al contrario ha funzionato da “scusa” per prendere il controllo di città strategiche e giacimenti di gas e petrolio, attraverso appunto “i curdi”, genericamente intesi.[13]

Descrivere una guerra di liberazione transnazionale, all’interno di un conflitto civile a carattere rivoluzionario, con oltre 13mila cadut* da parte delle YPG-YPJ e delle SDF – curd*, arab*, siriac*, turcomann*, armen* -, in questi termini rispecchia una posizione superficiale, che dimostra ignoranza circa la storia militare e politica del Paese degli ultimi 15 anni: il contesto dove il movimento rivoluzionario confederale ha saputo costruirsi un ruolo e un riconoscimento, all’interno del delicato e fragile equilibrio regionale, a sua volta inserito in un ordine globale in frantumi e dove dominano le alleanze a geometrie variabili. Il ruolo di garante della stabilizzazione locale di un’area strategicamente ed economicamente importante, senza scendere a patti circa l’autodeterminazione di diritti negati storicamente non solo ai curdi e alle altre cosiddette “minoranze”, ma alle donne, senza distinzioni settarie, e alla costruzione di una società multiconfessionale e a sovranità popolare consiliare. Qui non c’è stata concessione, ma conquista pezzo per pezzo, villaggio per villaggio, città per città e segmento sociale per segmento sociale.

Non solo: la narrazione tossica che si sta favorendo nell’area, anzitutto grazie ad Al Jazeera, riguardo i presunti crimini compiuti dalle SDF a Raqqa e nelle altre città a maggioranza araba, in particolare contro i detenuti Daesh e le loro famiglie, rivela una pericolosissima compiacenza: si omette la scelta delle SDF e dell’AANES di non praticare la pena di morte, di trattare lo jihadismo come un fenomeno politico globale e non solo del mondo musulmano; si dimentica che la scelta di detenere le famiglie dei miliziani neri era legata alla loro militanza dichiarata e al rifiuto dei Paesi di provenienza di uomini e donne di riprendere i propri cittadini e residenti, delegando completamente all’AANES la sorveglianza di decine di migliaia di persone: un bacino di insorgenza jihadista pronto a esplodere in qualsiasi momento e che negli anni si è reso protagonista di numerose rivolte, nonostante le quali il diritto dei detenuti è sempre stato salvaguardato.

Le rivoluzioni, il tempo e la violenza

Se vogliamo ragionare su un’autocritica necessaria, forse, dobbiamo partire da un eccessivo ottimismo nella fede politica che ha animato la rivoluzione in Siria del Nord-Est. Il paradigma del confederalismo democratico e la “sociologia della libertà” di Abdullah Ocalan[14] partano proprio dall’assunto che il materialismo storico e il comunismo come movimento di trasformazione reale avevano sottovalutato il carattere coriaceo delle “sovrastrutture” ideologiche e culturali alla base dei legami e delle strutture sociali, oltre che dato una interpretazione eccessivamente neutrale (paradossalmente) dello Stato. 14 anni sono un lasso di tempo ampio per valutare l’efficacia o meno di un sistema e quello del confederalismo democratico applicato sembrava stesse funzionando; ma le defezioni e i tradimenti operati da parte di molte brigate interne alle SDF, soprattutto quelle di provenienza araba e sunnita, così come le rivolte interne alle città e alle aree rurali a maggioranza non curda, hanno dimostrato che vi era stato eccessivo ottimismo circa il fatto che un metodo e una filosofia di costruzione del consenso pluralista avrebbero garantito una nuova egemonia democratica.

D’altra parte, era negli interessi della stessa Amministrazione autonoma cercare il consenso e dosare la quota di coercizione e centralizzazione amministrativa (accentuata solo a fronte dell’emergenza causata dalle invasioni turche del 2018 e ’19), nella profonda consapevolezza che le rivoluzioni sono un processo di minoranza che solo in un secondo momento possono conquistare una maggioranza, ma mai la totalità – seconda critica alla tradizione rivoluzionaria precedente; quella nei cantoni del Nord-Est siriano, lo era ancora di più, quindi a meno che non si volesse replicare un nuovo, transitorio ordine autoritario su base settaria, era necessario spostare il centro degli sforzi rivoluzionari dall’autodifesa armata, comunque indispensabile, al Movimento della società democratica – Tevdem.[15] È qui che si concentrava l’azione ritenuta più importante, la trasformazione sociale, culturale e antropologica, per favorire una transizione ecologista, femminista e socialista libertaria dei rapporti sociali e delle strutture di potere politico ed economico.

Tutto ciò ha funzionato finché gli equilibri di forza sul campo hanno garantito un controllo del territorio ed erano letti come sfavorevoli da quelle componenti maggiormente conservatrici e misogine della società siriana; mentre l’accordo con la grande borghesia tribale e rurale, ostile alla redistribuzione cooperativa delle terre, a un utilizzo ecologista delle risorse naturali e, non ultimo, alla rivoluzione delle donne, ha evidentemente retto fino a quando non vi erano alternative realistiche di alternativa e lo stesso nuovo padrone di Damasco, il fu qaedista “Al-Jolani” aka Al-Shaara, sembrava favorevole a un compromesso con l’AANES.

La storia non si fa certo con i “se”, ma questi elementi ci dicono che forse, non ci fosse stata l’offensiva di HTS e l’isolamento repentino della Confederazione rivoluzionaria, una base di consenso ampia esisteva c’era e si sarebbe potuta anche rinnovare ed estendere. Forse, non vi era tutta questa “oppressione” da parte dei “curdi” contro la popolazione locale, se non sono scoppiate delle rivolte interne e il numero di defezioni tra le fila delle SDF erano pressoché inesistenti. Ma, si sa, l’opportunismo e le strutture di potere antiche sono dure a morire e aspettano solo il momento opportuno per riemergere – a meno che non vengano smantellate e cancellate prima, cosa che la testa dell’Amministrazione autonoma e del movimento civico-militare confederale ha scelto di non fare nei confronti degli antichi assetti tribali e clientelari, che ha piuttosto cercare di erodere con il tempo, l’educazione, la democrazia consiliare e la redistribuzione delle terre e delle proprietà. Ed è proprio qui il nodo che resterà aperto per il futuro delle rivoluzioni e che in parte ci era già arrivato anche dalle esperienze, diverse, del “socialismo del XXI secolo” latino-americano[16] o dello zapatismo:[17] di fronte alle aggressioni esterne e alle sedizioni interne, qual è il punto di equilibrio tra la forza e il consenso? Come far sì che un processo rivoluzionario innescato da una minoranza, per quanto ampia, costruisca una nuova egemonia e un consenso duraturo verso il proprio progetto di trasformazione radicale? In ultima istanza, ci riferiamo al rapporto tra educazione democratica – nel senso “freireiano” del termine[18] – e violenza necessaria in un processo rivoluzionario, quanto la prima sia sufficiente, in un contesto di controllo del territorio, per abolire ciò che la seconda potrebbe abbattere in tempi molto più rapidi – ma a un prezzo giudicato troppo alto: il tradimento dell’ambizione maggioritaria e del carattere popolare della rivoluzione stessa.

NOTE

[1] https://peoplememoryproject.medium.com/progetto-dhakira-%D8%B0%D8%A7%D9%83%D8%B1%D8%A9-94b2d8597f4b

[2] M. Mamdani, Né coloni né nativi

[3] https://www.radiondadurto.org/2026/01/19/siria-rojava-sotto-attacco-jacopo-bindi-e-uno-scontro-politico-tra-opzioni-diverse-per-il-medio-oriente/

[4] Samar Yazbek, Passaggi in Siria, Sellerio, Palermo 2017

[5] https://www.retekurdistan.it/2023/11/24/bayik-la-questione-curda-e-quella-palestinese-sono-le-questioni-piu-importanti-e-le-dinamiche-democratiche-in-medio-oriente/; https://www.instagram.com/p/DT0kM2SDLBz/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=MzRlODBiNWFlZA==

[6] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-pretesto-druso-214521

[7] https://www.instagram.com/reel/DT1QZJtFSNK/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=MzRlODBiNWFlZA==;

[8] https://www.middleeasteye.net/trending/videos-circulating-online-show-sdf-supporters-attacking-syrians-across-europe

[9] https://www.middleeasteye.net/news/jailbreaks-confusion-syrian-is-prisons-sudden-sdf-pullout; https://rojavainformationcenter.org/2026/01/isis-escapes-as-a-result-of-syrian-army-assault/; https://rojavainformationcenter.org/2026/01/interview-they-were-attacking-and-burning-the-camp-officesjihan-hanna-al-hol-camp-manager/

[10] https://internationalistcommune.com/call-for-a-boycott-of-al-jazeera/

[11] https://www.instagram.com/reel/DT0m9yrEW3l/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=MzRlODBiNWFlZA==

[12] https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/19436149.2025.2531469

[13] https://www.middleeasteye.net/opinion/syria-after-assad-sdf-officially-dead-what-comes-next

[14] Abdullah Ocalan, Manifesto della civiltà democratica. Volume 3 – Sociologia della libertà, Punto Rosso 2023

[15] Michael Knapp, Ercan Ayboga, Anja Flach, Laboratorio Rojava. Confederalismo democratico, ecologia radicale e liberazione delle donne nella terra della rivoluzione, Red Star Press

[16] Álvaro García Linera, Democrazia, Stato, Rivoluzione. Presente e futuro del socialismo del XXI secolo, Meltemi 2020

[17] Lorenzo Faccini, Il sistema educativo nella resistenza zapatista. Storia, memoria, identità, Meltemi 2022

[18] Marco Catarci, La pedagogia della liberazione di Paulo Freire. Educazione, intercultura e cambiamento sociale, Franco Angeli 2016