In alcuni suoi scritti di fine anni ’50, l’operaista Romano Alquati modella alcune categorie essenziali per le analisi sull’ organizzazione capitalistica del lavoro e la conflittualità operaia: la più importante di queste è sicuramente la “composizione di classe”. Infatti è possibile leggere l’intero percorso operaista a partire dalla teoria composizionista, sviluppo della teoria marxiana sulle classi, fornendo le basi per l’avvento delle figure storiche di Tronti e di Negri. Essa consiste nell’analisi del nesso tra connotati oggettivi e soggettivi della forza lavoro, cioè tra una particolare composizione tecnica e una specifica composizione politica. La prima designa i livelli sociali di produzione, la quantità e la qualità dei bisogni della forza lavoro; la seconda considera i comportamenti politici, sociali e morali in grado di determinare bisogni e forme di lotte necessarie alla classe operaia.

A distanza di molti anni, la teoria composizionista rimane uno dei temi operaisti più riconosciuti, soprattutto per il rilievo che assumerà a partire dagli sviluppi del pensiero trontiano in Classe Operaia. In seguito all’esperienze in fabbrica statunitensi e francesi, per Romano Alquati l’inchiesta sulla composizione di classe coincideva con l’intervento politico: essa si doveva far carico di organizzare la lotta operaia. Da questa connessione nasce la pratica di inchiesta ideata da Alquati: la con-ricerca.

L’ elemento più importante di questa indagine è la scoperta di un tipo di operaio, quello che più tardi Tronti avrebbe definito operaio massa: quel lavoratore generico di linea, privo di competenze particolari, responsabile di una piccola funzione all’interno del processo produttivo automatizzato. Si stavano innescando dentro la fabbrica della Fiat di Mirafiori una serie di processi soggettivi e oggettivi tali da creare le condizioni per la ripresa di una lotta di classe.

Nella critica alla società capitalista, Tronti converge nel bisogno di individuare il soggetto di quella scienza lontana dall’ideologia borghese fondata sulla proprietà privata: la classe operaia. Il capitalismo è storicamente la prima organizzazione sociale della produzione dato che questa socialità serve a far vivere l’intera comunità in funzione della produzione. Il capitalismo è veramente la società borghese: nel senso che è costretto a porsi, nello stesso tempo, come organizzazione della produzione sociale e come sistema della proprietà privata borghese[1].

La società borghese, attraverso la proprietà privata, nega la socialità creata dalla produzione capitalista. L’effetto di questa operazione è la soggettivazione: l’unico soggetto sociale è la classe operaia. La missione individuata dall’operaismo è quella di riportarla al centro della lotta per il superamento del sistema capitalistico, essendo essa la sua più grande contraddizione. Maggiore è l’invadenza del capitalismo nella società, più la classe operaia rappresenta la soggettività di riferimento della sfera complessiva del lavoro: è la parte per il tutto. Tronti affermava che la soluzione della contraddizione non sta nel metodo della dialettica o della mediazione come ipotizzava Gramsci, ma deve piuttosto contrapporsi da dentro al sistema che l’ha prodotta.

Oltre alla soggettività come antagonismo si aggiunge un altro elemento nell’operaismo trontiano: la fabbrica moderna. All’interno di essa la figura più importante della classe operaia è l’operaio massa, l’operaio della catena di montaggio e dequalificato. L’operaismo di Tronti, in virtù della coappartenenza tra soggetto luogo ed epoca, si basa sull’unità tra classe operaia, fabbrica e modernità. A partire da qui si può generare il conflitto rivoluzionario, l’unico in grado di rovesciare il sistema capitalistico a differenza del riformismo socialdemocratico con la famosa “via italiana al socialismo” di togliattiana memoria. Riassumendo, l’interpretazione generale che Tronti fornisce del pensiero marxiano è questa: l’operaio massa e la fabbrica sono il soggetto e il luogo della contraddizione del capitale. Nella fabbrica, a livello di rapporto di produzione, e non nella società, a livello di distribuzione, circolazione e consumo, si manifesta la contraddizione più pura. A livello della società, la classe borghese forma ed espone la sua ideologia: il soggetto della società borghese è il popolo, non la classe. La società rappresenta un momento del rapporto di produzione, un momento dialetticamente successivo in cui è superata la contraddizione sia della fabbrica e sia della classe operaia e perde, in questo modo, l’esistenza stessa della sua particolarità:

Al livello più alto dello sviluppo capitalistico, il rapporto sociale diventa un momento del rapporto di produzione, la società intera diventa un’articolazione della produzione, cioè tutta la società vive in funzione della fabbrica e la fabbrica estende il suo dominio esclusivo su tutta la società […] Il processo di composizione unitaria della società capitalistica, imposto dallo sviluppo specifico della sua produzione, non tollera più che esista un terreno politico sia pure formalmente indipendente dalla rete dei rapporti sociali[2].

Si leva, a questo punto, il problema gramsciano dell’egemonia politica. Come già sapeva lo stesso filosofo, l’antagonismo della classe operaia dentro e contro il capitale, la lotta sindacale e la fabbrica non sono l’effetto diretto della conquista del potere politico. Il fattore mancante è la lotta fuori dal rapporto di produzione capitalistico, di natura esclusivamente economica, e quindi gestibile dalla posizione predominante del capitale; affinché ci sia Politica, la classe operaia deve andare contro sé stessa, contro la sua natura economica e rendersi soggetto autonomo. L’obiettivo del capitalismo è quello di contrapporsi alla forza-lavoro senza permettere alla classe operaia di rendersi autonoma; l’obiettivo della classe operaia è quello di spezzare questo filo che lega la storia moderna del capitale. Lo sforzo del capitale è di ingabbiare entro i rapporti economici il momento dell’antagonista, incorporando come suo oggetto sociale il rapporto di classe nel rapporto capitalistico. Lo sforzo della parte operaia deve, all’opposto, proseguire sempre a spezzare la forma economica dell’antagonismo. Il problema politico diventa, perciò, discriminante nel trasportare l’antagonismo dalla fabbrica alla società. Il luogo cambia, ma il soggetto rimane lo stesso: la classe operaia. Tuttavia, per uscire dal sistema capitalistico il pensiero di Tronti prevede una sola forma di soggettività, separatamente e autonomamente organizzata. Il soggetto politico non è più quello antagonista della scienza operaia:

L’equivoco di partenza è forse proprio nella formula trinitaria hegeliana: non si può dire – come dice Marx – che questa racchiude tutti i segreti del processo sociale di produzione. Se processo sociale di produzione è il capitale a livello di un suo pieno sviluppo, allora non può definirlo nessuna formula che contenga in più di due protagonisti: il capitale stesso e, di fronte, dentro e contro il capitale, la classe operaia. Questo per una sua definizione che valga per la scienza. Sul terreno della pratica politica bisogna operare un’ulteriore riduzione. La trinità per sua natura va ricondotta all’uno. Quando ci si chiede perché solo dal punto di vista operaio si può cogliere il segreto del capitalismo, ecco l’unica risposta possibile: perché la classe operaia è il segreto del capitalismo[3].

La strategia proposta da Tronti è quella del rifiuto del lavoro produttivo, dell’esasperazione delle contraddizioni, e dunque della crisi soprattutto politica del rapporto di produzione capitalistico:

Questo rovesciamento del contenuto delle leggi di sviluppo dobbiamo capire che non avverrà per immediata sua forza spontanea. Sicuramente la spontaneità gioca in questo caso nel senso opposto, nel senso della graduale dissoluzione di ogni volontà politica soggettiva entro la macchina ferrea del meccanismo economico[4].

Sul piano teorico il primo operaismo, quello di Tronti, si conclude con la rottura dell’unità del soggetto antagonista e luogo dove tale antagonismo si manifesta in tutta la sua potenza. La fine dell’epoca di produzione fordista e della fabbrica come luogo di soggettivazione determinano l’estinguersi della figura dell’operaio-massa[5]. In conclusione di Operai e Capitale, Tronti critica chi vuole posizionare la classe operaia dopo e fuori la fabbrica e chi tenta di rintracciare una definizione oggettiva del soggetto antagonista al di fuori della classe operaia caratterizzata dall’operaio-massa:

Si può, ad esempio, abbandonare una definizione oggettiva di classe operaia? E definire classe operaia tutti quelli che lottano soggettivamente in forme operaie contro il capitale dall’interno del processo di produzione sociale? Si può finalmente sganciare il concetto di classe operaia dal concetto di lavoro produttivo? E rimarrebbe comunque in questo caso agganciato al salario? Il problema è certo quello di trovare nuove definizioni della classe operaia, ma senza abbandonare il terreno dell’analisi oggettiva, senza ricadere in trappole ideologiche. Vanificare la materialità oggettiva della classe in pure forme soggettive di lotta anticapitalista è appunto un errore di nuovo ideologico del neo estremismo. Non solo. Ampliare i confini sociologici della classe operaia per includervi tutti coloro che lottano contro il capitale dal suo interno, fino a raggiungere la maggioranza quantitativa della forza-lavoro sociale, e addirittura dalla popolazione attiva, è una grave concessione alle tradizioni democratiche[6].

Qualche anno più tardi, al contrario di Tronti, il filosofo Antonio Negri guarda positivamente al declino dell’impianto fordista del capitalismo. Tale momento rappresenta, più che la conclusione del modello antagonista di classe, la possibilità di una nuova soggettivazione antagonista non più determinata dal rapporto di fabbrica, «dentro e contro il capitale», ma autonoma da tale rapporto e capace di auto valorizzarsi: essere contro il capitale e fuori dalla fabbrica – il passaggio dall’operaio massa all’operaio sociale.

Dopo la fine degli accordi di Bretton-Woods, il capitalismo italiano viveva un periodo di interregno attraversato da lotte tipiche nei momenti di crisi. L’autore definisce la crisi come un momento in cui il passato non è in grado di spiegare l’avvenire e nel quale il comportamento degli individui non è decodificabile in base al canone logico consueto.

A questo punto, risulta necessario stabilire cosa è per Negri il dispositivo della crisi. La base teorica del ragionamento di Negri sono senza dubbio i Grundrisse di Marx: non tanto quello del Capitale, ma piuttosto il Marx più politico.

Le crisi per il filosofo tedesco non sono degli eventi accidentali in cui di tanto in tanto inciampa il sistema capitalistico, ma sono intrinseche al suo stesso funzionamento e soprattutto alla dinamica di espansione. La crisi si manifesta in limiti allo sviluppo imposti dal capitale stesso e che vanno superati, ma tale superamento non priva affatto della contraddizione di fondo che provoca la crisi, anzi non fa altro che drammatizzarli continuamente:

Dal fatto che il capitale pone ciascuno di questi limiti come ostacolo e quindi idealmente lo ha superato, non consegue in alcun modo che esso lo abbia superato realmente, e poiché ciascuno di questi ostacoli contraddice alla sua destinazione, la sua produzione si muove tra contraddizioni costantemente superate ma altrettanto costantemente poste. E non è tutto. L’universalità alla quale esso tende irresistibilmente trova nella sua stessa natura ostacoli che a un certo livello del suo sviluppo metteranno in luce che esso stesso è l’ostacolo massimo che si oppone a questa tendenza e perciò spingono al suo superamento attraverso esso stesso. […] D’altro canto Ricardo e tutta la sua scuola non hanno mai compreso le crisi moderne reali, nelle quali questa contraddizione del capitale si scarica in grandi tempeste che minacciano sempre di più la sua funzione di fondamento della società e della produzione stessa[7].

Per Marx, quelle moderne sono crisi di sovrapproduzione e per effetto riguardano la produzione e la circolazione che dovrebbe assorbire tale sovrapproduzione. Nel momento in cui ciò non si verifica si apre la crisi. Per quale motivo? La risposta di Marx è conosciuta: la natura del capitalismo si articola nello sfruttamento del plusvalore che deriva dal pluslavoro operaio non salariato, in cui consiste il profitto del capitalista. La crisi di sovrapproduzione è endogena al capitalismo perché è da qui che esso ricava il proprio profitto. Tale processo risulta catastrofico e si esprime nella legge della caduta tendenziale del saggio di profitto: con il progressivo utilizzo di macchinari – ossia il capitale costante da cui si trae profitto – diminuisce il capitale impiegato per comprare forza-lavoro (capitale variabile), il lavoro vivo produttore di profitto e garante della sussistenza del sistema. Sistema che necessita per sopravvivere della circolazione, momento della produzione stessa, ed il mercato mondiale è la tendenza intrinseca all’espansione del capitale.

La tendenza che Marx intravedeva ai suoi tempi, per Negri rappresenta la realtà. Tuttavia, lo stato attuale del capitalismo ha prodotto due grandi cambiamenti provocando un aggiornamento delle teorie marxiste: la velocità nell’alternarsi tra crisi e sviluppo e dell’entropia catastrofica del sistema che esige, dal punto di vista dell’operaio, di andare con Marx oltre Marx e oltre Tronti. L’allargamento della sfera di produzione e la conseguente sussunzione della sfera di circolazione all’interno della produzione determina una nuova composizione di classe politica. Essendo la società pervasa dalla produzione, la collocazione della classe operaia non è più all’interno della fabbrica fordista: l’operaio-massa di Tronti esce dai cancelli della fabbrica e diventa operaio sociale. Le crisi non possono più essere risolte sul piano economico, ma diventa fondamentale il campo politico: questa fase è importante affinché quello della crisi diventi un dispositivo in grado di produrre conflitto politico. Da un lato, infatti, ogni nuova crisi radicalizza l’antagonismo di classe che non trova più il suo luogo di origine nella fabbrica, ma il cui spazio diventa la società intera; dall’altro per governare uno sviluppo sempre più precario a causa della crisi e un antagonismo diffuso, il capitale deve occupare il luogo per eccellenza della politica moderna, lo Stato, privo di mediazione dialettica e neutralizzazione della lotta di classe, diventando Parte:

Vale a dire che l’uso capitalistico della crisi finisce così col rivoluzionare la composizione politica di classe e col sedimentare un approfondimento, un’estensione e una radicalizzazione dell’antagonismo di classe. Eppure non c’è alternativa, il capitale è irrimediabilmente legato a questa dialettica di sviluppo e crisi, i cui margini tuttavia non s’allargano sufficientemente a togliere la precarietà fondamentale del rapporto – che anzi spesso ne risulta compresso e irrigidito. È qui allora, in questa situazione, che il capitale tenta una nuova strutturazione di se stesso e di garantire efficacemente questa sua nuova realtà precaria. La nuova figura dello stato capitalistico risponde a questa necessità: garantire lo sviluppo in presenza – nella società – di un potere operaio che di questo sviluppo è l’antagonista e il segno di contraddizione[8].

Il nuovo soggetto antagonista è figlio della crisi; sotto la sua pressione, la produzione esce dalla fabbrica fordista ed investe la società, perciò il soggetto della crisi non può che essere l’operaio sociale. Negli anni Settanta, ecco come Negri in Proletari e Stato, delinea il passaggio dal tramonto dell’operaio massa all’alba dell’operaio sociale:

Anziché sollevare il profitto la ristrutturazione consolida la crisi in presenza di un’ulteriore massificazione del lavoro astratto, e cioè del lavoro vivo socialmente diffuso, predisposto alla lotta. Ora, questa non è una conclusione, è bensì l’avvio per un’indagine marxista oggi la classe operaia davanti e dentro questa ristrutturazione. […] È un’ipotesi sconvolgente quella che comincia a configurarsi, la categoria classe operaia va in crisi ma continua a produrre tutti gli effetti che gli sono propri sul terreno sociale intero, come proletariato. […] Dopo che il proletariato si era fatto operaio ora il processo è inverso: l’operaio si fa operaio terziario, operaio sociale, operaio proletario. […] Avevamo visto l’operaio massa (prima concretizzazione massificata dell’astrazione capitalistica del lavoro) produrre la crisi. Ora vediamo la ristrutturazione che, lungi dal superare la crisi, ne distende e allunga l’ombra su tutta la società[9].

La problematica rimane la stessa: individuare la nuova classe antagonista. Cosa emerge, dunque, da questa nuova figura dell’operaio sociale di così divergente dalla precedente analisi trontiana della composizione di classe?

L’insistenza di Negri sull’operaio sociale è connessa al fatto che la nuova categoria si offre storicamente come sfondo di molteplici atteggiamenti sovversivi dispiegati nel sociale: pratiche sovversive come occupazione di proprietà, rifiuto del lavoro e riduzione di costi dei servizi di trasporti da parte di operai e studenti. Se l’intero processo sociale è inglobato in un unico processo di produzione, allora tutti i componenti della società fanno parte di un unico operaio sociale contrapposto a un capitale che incarna il comando.

Per Tronti i termini “operaio sociale” e “fabbrica sociale” sono degli ossimori per i quali classe operaia e fabbrica sono concetti opposti. La società è la dimensione dell’ideologia borghese, nel quale il conflitto e l’antagonismo sono neutralizzati, e il punto di vista operaio viene compreso solo all’interno dell’idea di popolo. Anche Tronti ha visto il dissolversi della fabbrica nella società ma, al contrario di Negri, ha visto anche il declino conclusivo della classe operaia e non, attraverso la proletarizzazione, una nuova prospettiva politica. La Politica si esprime nella fabbrica in quanto luogo in cui si concretizza il criterio schmittiano del politico nella veste di amico-nemico, la società – sotto forma di democrazia moderna – è esattamente un non luogo. Nel passaggio al postfordismo assistiamo al tramonto della politica e negli anni in cui Negri continua a teorizzare l’operaio sociale, Tronti prosegue la sa indagine sulla politica operaia lasciata in sospeso nel Poscritto di Operai e capitale, consapevole che il segreto della politica è ancora custodito nella teoria e nei luoghi appannaggio del nemico di classe. Per la classe operaia l’unico modo di diventare soggetto politico autonomo è farsi Stato. La svolta trontiana matura negli anni Settanta con l’opera Sull’autonomia del politico basato sulle seguenti premesse:

L’obiettivo è quello di ricreare un effettivo dualismo di potere; però in grande, non più nella fabbrica, cioè non più nel rapporto di produzione, e neppure più nella società, ma addirittura tra società e stato. Per concludere, l’autonomia del politico risulta addirittura un’utopia, una volta presa come progetto politico direttamente capitalistico; risulta addirittura l’ultima delle ideologie borghesi; diventa realizzabile, forse, soltanto come rivendicazione operaia. Lo stato moderno risulta, a questo punto, nientemeno che la moderna forma di organizzazione autonoma della classe operaia[10].

Le teorie di Tronti e di Negri sulla Politica sono esattamente agli antipodi: sebbene per entrambi lo Stato rappresenti il luogo del potere, per Tronti la politica è scontro per il potere a livello di Stato mentre per Negri la politica è la potenza immanente alla dimensione sociale, contrapposto al potere dello Stato, la cui funzione capitalistica è ormai esplicita.

Negri rivendica un’autonomia della classe operaia dallo Stato in quanto impresa capitalistica, forma di dominio e di controllo sulla società, quella stessa società che contemporaneamente diventa terreno fertile per i nuovi antagonismi. Infatti, è fuori dalla fabbrica, nella società, che si compongono i nuovi antagonismi ed è dentro la società che si creano queste nuove potenzialità politiche. In Proletario e Stato Negri scrive:

A questo punto qualsiasi operazione trasformistica a livello di autonomia del politico cozza contro l’irrealtà della categoria, contro la sua mera adeguatezza all’ideologia e alla pratica mistificatoria del capitale. Un uso operaio delle istituzioni statali è oggi inconcepibile: il tendenziale dualismo di potere non può concludersi che in dittatura di classe[11].

L’opera Marx oltre Marx rappresenta il vero e proprio spartiacque nella riflessione di Negri. La dinamica del comunismo è sostenuta da un’emergenza soggettiva che la crisi dello sviluppo capitalistico ha sviluppato e che, in questa crisi, ha possibilità di ampliarsi e ad arricchirsi. L’intreccio della sfera circolazione con la sfera della produzione investe la società perché mano a mano queste due sfere si sovrappongono tanto quanto produzione e riproduzione. Questo sistema è rotto dall’emergere dell’antagonismo sociale del rapporto di capitale. All’interno di questo spazio emerso avviene il processo costitutivo, collettivo, di una nuova composizione di classe proletaria. La formazione della classe operaia è il processo disgregativo delle comunità preesistenti, la costituzione di una classe di individui liberi ed eguali. La crisi rappresenta un’occasione di creazione del nuovo soggetto antagonista perché quando il processo di produzione capitalistica fuoriesce e si estende su tutta la società, non può che provocare una nuova composizione di classe.

Lo schema di Tronti del lavoro di fabbrica, dentro e contro il capitale, non può più funzionare secondo Negri. Il nuovo soggetto si costituisce politicamente fuori dalla fabbrica e dentro la società capitalistica in quanto spazio della produzione dove sono messe a lavoro la conoscenza e le capacità relazionali; il carattere assunto dalla nuova soggettività è di natura plurale, multilaterale e differenziato. Questo per Tronti rappresenta la più alta contrapposizione al politico. Non è più la contraddizione il criterio della soggettivazione politica operaia, bensì la separazione:

Dentro quest’intensità della separazione c’è il massimo di libertà. L’individuo sociale è la multilateralità. Il massimo di differenza è il più alto approccio al comunismo. […]Il potere operaio non è il rovescio del potere del capitale, neppure formalmente. Il potere operaio è la negazione del potere capitale, è la negazione del potere centralizzato e omogeneo della borghesia, dei ceti politici del capitale. Ogni omogeneità è dissolta. Lo schema metodologico plurale, multilaterale, trionfa[12].

Non occorre più il nemico di classe per definire il soggetto antagonista e la sua valorizzazione non avviene nella contraddizione, ma nell’autonomia. Il capitale, per sopravvivere, necessita della dialettica amico-nemico, dalla sintesi priva della negazione e della crisi da superare con lo sviluppo. Non è da dentro il capitale che il soggetto antagonista si determina e nemmeno da dentro il pensiero borghese, ossia il pensiero negativo per Negri. Non il rovesciamento dall’interno, bensì la separazione è la prassi politico-teorica del nuovo antagonismo diretto verso il comunismo:

Si tratta di cogliere il progresso dell’accumulazione capitalistica in forma rovesciata. Ma non c’è possibilità di farlo se questo concetto di rovesciamento non viene ridotto a quello di separazione. Il rapporto di capitale è un rapporto di forza che si tende verso l’esistenza separata e indipendente del suo nemico: il processo di auto valorizzazione operaia, la dinamica del comunismo. L’antagonismo non è più una forma della dialettica: la sua negazione. Si parla tanto di pensiero negativo: bene, il pensiero negativo è – strappato dalle sue origini borghesi – un elemento fondamentale del punto di vista operaio[13].

Per l’autore, la crisi è lo strumento, l’occasione e l’opportunità per uscire dal sistema capitalistico borghese ed è su questo passaggio dalla logica del dentro e contro a quella del contro e fuori, che la classe operaia diventa rivoluzionaria e universale.

NOTE

[1]D. Gentili (2012) Italiani Theory. Dall’operaismo alla biopolitica, il Mulino, Bologna, p.44.

[2] M. Tronti, Operai e Capitale, DeriveApprodi, Roma 2006, cit. p. 77.

[3]Ivi. p. 230.

[4]Ivi, p. 224.

[5]Oggi, infatti, Tronti scrive: «La grande fabbrica è il contrario dei non-luoghi, che oggi si configurano la consistenza, o meglio, l’inconsistenza con il post-moderno. La grande fabbrica è il classico del moderno. La concentrazione dei lavoratori nel luogo di lavoro determinava le masse, senza fare massa». M. Tronti, Noi operaisti, Derive Approdi, Roma, cit., pp. 94-5.

[6]M. Tronti, Operai e Capitale, cit., p. 314.

[7]K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, Manifesto libri, Roma 2012, cit. pp. 377-8.

[8]A. Negri, Marx sul ciclo e la crisi, Manifesto libri, Roma 1998, cit. p. 217.

[9]A. Negri, Proletari e Stato. Per una discussione su autonomia operaia e compromesso storico (1976), in Libri del rogo, DeriveApprodi, Roma 2006, cit. pp. 144-5.

[10]M. Tronti, Sull’autonomia del politico, Feltrinelli, Milano 1977, cit. p. 20.

[11]A. Negri, Proletari e Stato, cit., p. 166.

[12]Ivi, cit., p. 200.

[13]Ivi, p. 250.

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