Esce proprio oggi, 26 aprile, il libro di Gisela Bock e Barbara Duden, Lavoro d’amore – amore come lavoro. La nascita del lavoro domestico nel capitalismo, Ombre Corte, Verona. Traduzione e introduzione e cura di Silvia Rodeschini. Pubblichiamo l’introduzione della curatrice del testo. Ringraziamo autrici ed editore

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Introduzione di Silvia Rodeschini

La campagna per la rivendicazione di un salario per il lavoro domestico – che si avviò nel movimento femminista dei primi anni Settanta, grazie alla circolazione del saggio di Mariarosa Dalla Costa Potere femminile e sovversione sociale[1] – ha costituto un laboratorio di riflessione e di pratica politica che negli ultimi anni è stato oggetto di un rinnovato interesse. Sono stati ripubblicati, e di nuovo discussi, molti testi di ricercatrici, di militanti femministe e di collettivi che ne hanno delineato il profilo teorico, facendone una ragione di lotta politica[2]. Queste nuove edizioni hanno certamente contribuito a rendere disponibile un’immagine più poliedrica della teoria e delle lotte femministe, ma il loro interesse risiede soprattutto nell’attualità della loro postura critica: questa rivendicazione si basa, infatti, sull’idea che quell’insieme di attività che un ampio dibattito contemporaneo chiama “lavoro di cura” non sia affatto estraneo al più generale processo di sfruttamento del lavoro e di valorizzazione del capitale, che ne sia piuttosto parte integrante, nonostante si svolga senza un contratto, senza un salario e tra le mura di una casa in cui vigono relazioni d’affetto e non di comando.

Questa riflessione prende forma all’inizio degli anni Settanta grazie all’intelligenza teorica e politica un gruppo di studiose e militanti, accomunate dall’idea che rendere le donne autonome, sottraendole alla sottomissione all’uomo, richiedesse una trasformazione sociale e politica radicale: la richiesta di un salario per il lavoro domestico, non è infatti una richiesta di riconoscimento economico per una fatica utile e necessaria per altri, ma il punto di partenza per rendere possibile il suo rifiuto sotto forma di una rivolta collettiva: se le donne sono le “operaie della casa”[3], la loro rivendicazione di un salario va intesa come un passo verso la conquista di un potere sociale.

Come mostra molto bene Louise Toupin in Il salario al lavoro domestico. Cronaca di una lotta femminista internazionale (1972-1977) – il primo saggio che ricostruisce la storia dei primi anni del movimento nel suo complesso – si è trattato di una campagna composita, internazionale sin dalla sua origine, nella quale sono confluite risorse intellettuali del marxismo teorico e tentativi di resistere a modifiche e riduzioni di risorse di welfare che riducevano l’indipendenza economica delle donne, con specifici contributi che provenivano dalle diverse mobilitazioni nazionali, tentando di darsi un profilo e una prospettiva comuni[4]. In un dialogo in presenza e a distanza – segnato dallo sforzo di far circolare le idee traducendo nelle diverse lingue nazionali i contributi di analisi e le notizie sulle lotte in corso – si è cercato di formulare e di rendere operativo come strumento di rivendicazione e mobilitazione un concetto di “lavoro domestico” in grado di raccogliere con un’unica parola d’ordine lotte diverse ma, soprattutto, di favorire la formazione di un soggetto politico globale.

Il gruppo delle sue promotrici è, infatti, sin dalla sua origine votato a superare i confini nazionali e le sue elaborazioni costituiscono il risultato di un’intelligenza collettiva. Mariarosa Dalla Costa e Selma James discussero per la prima volta a Londra nell’estate del 1970 del lavoro domestico come lavoro unwaged – senza salario – e di nuovo l’estate seguente a Padova, quando Dalla Costa redasse la prima edizione del testo che, infatti, circolava già nel giugno del 1971 tra le militanti del Movimento di lotta femminile. Selma James aiutò Dalla Costa nell’elaborazione, e nell’ottobre del 1972 decisero di pubblicarlo insieme a Il posto della donna di James. Selma James fu parte integrante del gruppo sin dalla sua origine e, grazie al viaggio che fece, insieme a Dalla Costa, in Nordamerica nel 1973, assicurò alla campagna una dimensione transatlantica: già in quegli anni la rete raccoglieva collettivi e gruppi italiani, inglesi, statunitensi, canadesi, svizzeri, tedeschi, spagnoli e, nelle sue propaggini successive, anche a Trinidad e Tobago, in Sud Africa, in Bolivia, in Messico e in altri paesi[5].

Il lavoro di Barbara Duden e Gisela Bock che qui viene pubblicato in traduzione si inserisce nel contesto di questo movimento e di questo dibattito. L’occasione della sua redazione aiuta a spiegare il suo impianto. Si tratta, infatti, di un testo che le due autrici hanno redatto insieme come contributo per la prima edizione dell’Università estiva per le donne che si svolse negli spazi della Freie Universität di Berlino tra l’8 e il 10 luglio del 1976, e uscì l’anno seguente per i tipi della Courage Verlag[6]. Le organizzatrici dell’evento, più tardi anche curatrici del volume, erano una decina tra docenti universitarie e dottorande, con ruoli diversi e in larga maggioranza precari, le quali facevano parte del movimento femminista di quegli anni e si erano incontrate nel 1975 a un seminario dedicato a “Marxismo e femminismo” presso l’Otto-Suhr-Institut della Freie Universität[7]. Il gruppo aveva l’intento di riflettere sul rapporto tra “Donne e scienza”, questo infatti il tema della prima edizione, che includeva dodici relazioni e quindici gruppi di lavoro e vide la partecipazione di circa milleduecento donne[8].

È chiaro sin dall’apertura dei lavori dell’Università delle donne del 1976 che l’interesse per questo oggetto, così come l’interesse che questa occasione di dibattito ha suscitato, non hanno affatto un taglio esclusivamente accademico ma si situano in un particolare punto di intersezione tra la mobilitazione femminista di quegli anni e la ricerca universitaria. Nelle note per il suo discorso di apertura della prima edizione, Anne Tröger, una delle promotrici, spiegava, infatti, che, certo, l’obiettivo era quello di fare posto alla questione delle donne come oggetto di una ricerca accademica che, nel migliore dei casi, le ignorava e, nel peggiore, si avvaleva di luoghi comuni misogini per rappresentarle. In queste note, tuttavia, Tröger tiene a precisare a proposito delle circostanze che rendevano possibile tentare di realizzare un obiettivo che riguardava l’attività accademica ma non era formulato nel vuoto:

il fatto che come professoresse e assistenti possiamo rappresentare i nostri interessi come gruppo organizzato, e non più come singole persone isolate in lotta, è un risultato del nuovo movimento femminista. Senza il lavoro dei gruppi delle studentesse nei diversi ambiti disciplinari, il nostro gruppo non si sarebbe creato. Siamo parte del movimento femminista che sta al di fuori dell’università, e ciò non solo perché alcune di noi collaborano attivamente con esso – in alcuni casi già da anni – ma perché vogliamo portare all’università le questioni, i contenuti e le rivendicazioni del movimento femminista[9].

Movimento femminista e nuove prospettive di ricerca costituivano l’uno le condizioni di possibilità delle altre: la ricerca intendeva farsi femminista, il movimento la rendeva possibile, nella stessa misura nella quale la ricerca intendeva contribuire alla riflessione politica e strategica del movimento. Come spiega Gisela Bock lapidariamente nel suo intervento di apertura: “Noi vogliamo qualcosa di più che diventare oggetto e soggetto della scienza: noi vogliamo cambiarla e cambiare la società. Radicalmente”[10].

Questa prospettiva emerge molto chiaramente anche dal testo dedicato al lavoro domestico che Gisela Bock e Barbara Duden presentarono alla discussione. Quando, infatti, le due autrici all’inizio della loro riflessione si trovano a delineare il problema, vanno alla ricerca di una definizione dell’oggetto del quale intendono occuparsi e mostrano come il modo in cui è stata posta la questione del rapporto tra donne e lavoro – tanto dal punto di vista delle istituzioni, quanto dal punto di vista di molti gruppi di ispirazione marxista – abbia contribuito a rendere impossibile una sua precisa messa a fuoco. Se, infatti, si guarda alla prospettiva con la quale si fa ricerca sul rapporto tra donne e lavoro si vede bene come la categoria di lavoro includa unicamente le attività che vengono svolte in cambio di un salario. “Lavora? No, sono casalinga”[11] è la formula che sintetizza un’intera visione del lavoro femminile che esclude le attività domestiche dal novero delle attività lavorative. Come riuscire a definire come lavoro un’attività che in quanto tale è esclusa da quelle definite come tali? Per superare questa impasse le autrici scelgono una definizione che parte “dal modo in cui se ne fa esperienza e lo si mette in discussione nel contesto del movimento femminista – non da ultimo nei suoi gruppi di autocoscienza, e soprattutto nelle sue lotte”[12]. È cioè il movimento femminista che ha fatto emergere un oggetto (e un soggetto) che la ricerca storica può mettere a tema, non senza difficoltà: come racconta Gisela Bock in un’intervista del 2016, per esempio, quella di storia fino agli “anni Ottanta era una disciplina assolutamente da uomini” che non riconosceva la storia delle donne come oggetto di ricerca[13].

  1. Politicizzare il lavoro domestico

Per questa occasione di dibattito le due autrici scelgono un tema e un taglio che proprio in quegli anni Mariarosa Dalla Costa, Silvia Federici e Selma James venivano elaborando come centrale per il movimento femminista. E lo fanno perché trovano in Potere femminile e sovversione sociale di Dalla Costa e in Il posto della donna di James un nucleo di idee che consentivano di inquadrare la casa, la dimensione domestica e le fatiche legate alla cura dei figli in una chiave che poneva le donne al centro dell’immagine della società, anziché ai suoi margini[14]. Bock incontra i testi di Dalla Costa e James in un gruppo di discussione dedicato all’aborto, uno dei tanti che affollavano il Frauenzentrum di Kreuzberg a Berlino in quegli anni e che lei frequentava assiduamente[15]. In particolare, infatti, il tema del rifiuto della maternità – che prendeva corpo nel diritto di interrompere una gravidanza indesiderata e di esercitare una forma di libertà – attraverso quei testi poteva essere inquadrato come un rifiuto di una forma specifica di lavoro con una portata politica che andava al di là della scelta individuale. Proprio per questa ragione queste stesse “compagne del centro per le donne di Berlino” – questa l’indicazione delle autrici della traduzione nell’edizione tedesca[16] – decisero già del 1973 di rendenderli disponibili alla discussione tra le femministe tedesche. L’interesse fu tale che per l’edizione dell’Università delle donne del 1977 venne scelto proprio il tema del lavoro pagato e non pagato delle donne[17].

Anche in Germania, come altrove, la metà degli anni Settanta costituisce una fase nella quale non sono solo i gruppi femministi a discutere della condizione della donna che lavora in casa, prendendosi cura dei suoi familiari. Anche grandi partiti politici come la cdu e l’spd cercavano di formulare proposte di un riconoscimento monetario, per esempio, dell’impegno profuso nell’allevamento dei figli, di sgravi fiscali per le famiglie operati sul reddito del marito o di generici sostegni a coppie che fanno (sempre meno) figli[18]. Mentre da molte parti si suggeriva un reddito per la casalinga, per dare dignità a questa figura, l’intento di questa campagna non è né quello di rivendicare riconoscimento né quello di conferire una dignità alle attività svolte dalle donne. La campagna rivendicava un salario per un lavoro, quello domestico, con un preciso obiettivo politico: si tratta, infatti, di codificarlo come un lavoro – il salario era per il lavoro domestico, non per la casalinga – con una specifica funzione nei processi di valorizzazione del capitale. Il lavoro domestico era lavoro produttivo a pieno titolo nella misura in cui forniva al capitale la sua merce più pregiata, quella forza lavoro che gli garantisce di valorizzarsi. Non si tratta perciò né di una forma di attività svolta per ragioni di carattere emotivo o affettivo, né di un relitto del passato, l’ultima forma di attività schiavile che avrebbe potuto essere superata, come sosteneva una lunga tradizione socialista, né infine di un attività marginale collegata nel contesto del capitalismo prevalentemente alla sfera del consumo[19]. Si trattava di “lavoro riproduttivo”, necessario, che conferiva al marito e al suo salario il potere di comandare il lavoro femminile. La rivendicazione di un salario doveva essere perciò la prima tappa di un processo di contestazione delle condizioni nelle quali si svolge ed, eventualmente, del suo rifiuto[20].

Il salario al lavoro domestico doveva perciò portare alla luce una contraddizione e conferirle i tratti di un conflitto politico vero e proprio – di un antagonismo avrebbe detto forse Raniero Panzieri[21]. Per questa ragione, l’amore che sembra stare alla base dei moventi che spingono le donne a prendersi cura dei propri familiari richiede una critica radicale: l’amore del matrimonio eterosessuale occulta l’effetto di comando che i processi di valorizzazione del capitale impongono alle donne. L’idea che queste attività vengano svolte a partire da un sentimento è, infatti, un altro aspetto del lavoro domestico che ha contribuito a soffonderlo dell’aura di un’attività che si svolge in uno spazio – quello della casa – e in una dimensione – quella emotiva – percepiti come la quint’essenza della spontaneità e come fonte di una felicità tutta privata. Secondo questa riflessione amare significa invece lavorare, molto più di quanto non significhi sentirsi comprese o desiderate, almeno nel contesto di relazioni che si intrecciano nelle condizioni imposte dal capitale[22].

  1. Una prospettiva di ricerca nella storia sociale e politica

Uno dei problemi che Simone de Beauvoir registrava nell’introduzione al Secondo sesso, quando cercava di delineare la specificità dell’oppressione femminile, confrontandola con altre forme come quelle che investono i proletari o i neri statunitensi, è che quella femminile si presentava ancora nel 1946 come una costante, dando l’impressione di una condizione che non aveva un carattere storico: “i proletari non ci sono sempre stati, le donne sì; le donne sono donne per struttura fisiologica; fin dal più remoto passato furono subordinate all’uomo; la loro subordinazione non è la conseguenza di un fatto o di uno sviluppo, essa non è avvenuta[23]. Mentre cioè i proletari sapevano che era esistito un prima della loro condizione di subordinazione e potevano individuare “uno sviluppo storico che spiega la loro esistenza come classe, e che rende conto della distribuzione di quegli individui in quella classe”[24], le donne non disponevano di una visione di sé al di fuori della relazione di subordinazione all’uomo. Questa percezione delle donne – una percezione sociale che diventa anche una percezione di sé – era, secondo l’autrice francese, una delle ragioni per le quali era particolarmente difficile per il secondo sesso percepirsi come un “noi” che si pone in conflitto con il proprio oppressore, che lo designa per combatterlo.

Il lavoro di Bock e Duden è orientato – come quello di molte studiose che hanno praticato l’ambito di ricerca della storia delle donne in chiave femminista – proprio a rispondere a questo problema, in particolare ad avviare una ricerca che mostri la casalinga come il correlato del modo di produzione capitalistico e di specifiche circostanze. Per farlo, le autrici, in questo intervento, avviano un progetto di ricerca, che qui è poco più che abbozzato, incrociando due sguardi: da un lato, osservano storicamente il significato sociale ed economico del lavoro che si svolgeva dentro la casa – e che comunemente si designava con la semantica della domus – e, dall’altro, il ruolo sociale delle donne, soprattutto nelle classi popolari. In questo modo riescono a far emergere come nella prima età moderna tutto il lavoro fosse in un certo senso svolto dentro la casa, perché non vi erano altri luoghi di produzione. Come accadeva nell’oikos greco – da cui deriva anche il termine economia[25] – la dimensione domestica coincideva con lo spazio di produzione della ricchezza, dentro il quale uomini, donne e bambini – ma anche apprendisti e apprendiste, servi e serve – convivevano, svolgendo compiti che strutturavano una gerarchia nella quale le donne contribuivano all’andamento complessivo dell’economia domestica in modo nient’affatto secondario, svolgendo al contrario anche mansioni fuori casa. È solo quando questo modello economico viene meno e il lavoro trova nella fabbrica il proprio spazio specifico che nasce la casa come luogo privato, abitato esclusivamente da genitori e figli, e nel quale la donna svolge compiti legati esclusivamente al loro accudimento. Circostanziare questa trasformazione conferisce alla ricerca storica il compito di tracciare il profilo dei rapporti di forza nell’ambito dei quali un intero genere è stato assegnato a compiti per cui non avrebbe percepito un salario.

Se i contributi, per esempio, del gruppo italiano della Campagna per il salario al lavoro domestico, lavoravano al tentativo di rivedere la semantica marxiana per metterla in condizione di descrivere la condizione specifica delle donne nella seconda metà degli anni Settanta, la ricostruzione storica avviata qui dalle autrici vuole fotografare l’atto di nascita del lavoro domestico non pagato. Per questa ragione buona parte del testo mette a tema non tanto la figura della casalinga ma la questione più generale dell’organizzazione del lavoro dentro le case nella fase precedente, il potere sociale che le donne sono venute perdendo con l’affermarsi del modo di vita proprio della borghesia anche in quei gruppi che avevano a lungo praticato modi di organizzazione della vita familiare e sociale diversi. Il testo, infatti, non si concentra tanto sulla borghesia come classe che ha promosso l’immagine della donna come angelo del focolare – sin dal suo debutto nelle colonie statunitensi delle origini[26] –, getta piuttosto uno sguardo sul modo in cui la successiva egemonia di questo modo di vivere ha investito anche i neri e i migranti, cioè coloro che per molto tempo negli Stati Uniti hanno svolto questi lavori per altri in cambio di un salario e coloro le cui vite, arrivando negli Stati Uniti, sono state messe in forma da una società che stava assumendo tutti i tratti del capitalismo.

Per fare questa operazione Barbara Duden e Gisela Bock recuperano una serie di ricerche nel campo della storia sociale utilizzandole per interrogare il presente. A partire dalla fine dagli anni Sessanta, infatti, nella ricerca storica si erano aperte prospettive del tutto nuove negli studi della storia sociale – promosse da riviste come le Annales, ripetutamente citati nel testo e, in Germania, da autori come Werner Conze –, le quali suggerivano di orientare lo studio delle storia in una chiave che mettesse al centro delle sue ricerche le strutture della vita associata[27]. In questo contesto erano potuti fiorire studi d’impianto storico su oggetti nuovi, tra i quali le forme della vita quotidiana e le pratiche sociali di gruppi marginali – come le ricerche di Natalie Zamon Davis sui contadini francesi della prima età moderna – o su istituzioni come la famiglia, il cui concetto e le cui semantiche mostravano di avere subito trasformazioni radicali almeno quanto quelle dello Stato e di altre istituzioni.

L’invenzione dell’infanzia, dell’amore romantico, della casa come spazio privato sono solo alcune delle idee che diventano oggetto di ricerche che descrivono un rimodellamento della vita quotidiana vista fino ad allora come una dimensione che sfuggiva alle scienze storiche. Bock e Duden si giovano di questi nuovi lavori per tracciare un programma di ricerca sulle donne come soggetti cardine dell’intero insieme. Ed è questo uno degli aspetti più sorprendenti e talvolta divertenti di questo contributo: il testo è, infatti, costellato di esempi ripresi da altre ricerche di comportamenti femminili sfacciati, provocatori e del tutto inconciliabili con l’immagine della donna asservita all’uomo e richiusa tra le mura domestiche. Così com’è costellato di esempi che mostrano quanto poco l’amore sia stato alla base del matrimonio prima che l’amore romantico fosse l’unica semantica disponibile per descriverlo.

Se questo testo fotografa l’invenzione della casalinga bisogna però tenere fermo il fatto che qui “inventare” non significa semplicemente statuire la nascita di un ruolo che prima non c’era, ma indicare le trasformazioni che l’hanno resa una figura necessaria, spiegando la ragione per la quale uscire da quella condizione significa scardinare rapporti di forza. L’autonomia delle donne non può essere perciò il risultato di un gesto individuale frutto del semplice coraggio di rompere delle convenzioni che vogliono la donna dedita alla famiglia, non è una forma di anticonformismo, ma è un atto di forza collettivo contro il capitale come forma sociale.

Nei cinquant’anni che ci separano dall’inizio di quel dibattito alcune cose non sembrano cambiate: quell’insieme di attività che le promotrici di “Wage for Housework” insistono nel chiamare lavoro sono rimaste un problema tutto femminile. L’immagine della casalinga ha però fatto posto anche ad altre figure come quelle di colf e badanti, molte delle quali migranti[28], con un mercato del lavoro che offre occupazioni sempre più precarie che hanno trasformato il lavoro domestico a tempo pieno in una condizione intermittente. Che cos’ha, quindi, da dire oggi la messa a fuoco dell’atto di nascita del lavoro domestico come lavoro gratuito, se le sue maggiori innovazioni in questo ambito riguardano forme di attività pagate e se le donne che lo svolgono sono sempre meno casalinghe a tempo pieno?

In primis questa storia riesce a codificare come lavoro “quella cosa che le donne fanno ogni giorno per tutta la vita e che i maschi sono costretti a fare talvolta, in circostanze storiche particolari”, cioè la “fatica legata alla riproduzione[29]. E attraverso questa definizione riflette sulle forme di sfruttamento che la caratterizzano e sul suo valore. Questa vicenda aiuta cioè a tenere ferma l’idea che si tratti di una fatica anche quando le diamo il nome di “cura”. In secundis spiega come il lavoro domestico non pagato segni l’orizzonte di aspettativa di tutte le donne e l’orizzonte di senso di tutto il lavoro riproduttivo. Da un lato, infatti, tutte le donne, anche quelle che si sottraggono ai doveri familiari perché semplicemente un marito, una moglie o dei figli non li hanno affatto, hanno l’onere di giustificare le loro scelte e di rendersi disponibili a lavori di servizio verso gli altri perché in qualche modo a essi “vocate”. Dall’altro, tutti i lavori di cura, sembrano lavori che hanno uno scarso valore, anche quando sono retribuiti, perché associati in origine a un lavoro, quello domestico delle donne, che non è scambiabile col denaro. Esso è tanto impagabile, quanto spesso malpagato. Da ultimo, perché prova ad ampliare il concetto di lavoro oltre a quello della fabbrica e ad allargare la fisionomia della classe lavoratrice al di là del modello dell’operaio, spostando l’attenzione verso quei soggetti la cui invisibilità alimenta direttamente la difficoltà di ribellarsi.

 

NOTE

 

[1]              Mariarosa Dalla Costa, Potere femminile e sovversione sociale, Padova, Marsilio 1972 (ora in Mariarosa Dalla Costa, Donne e sovversione sociale. Un metodo per il futuro, Introduzione di Anna Curcio, ombre corte, Verona 2021).

[2]              Per i contributi italiani al dibattito v. Silvia Federici, Genere e capitale. Per una lettura femminista di Marx, Roma, DeriveApprodi 2020; Silvia Federici, Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, ombre corte, Verona 2020; Lucia Chistè, Alisa Del Re, Edvige Forti, Oltre il lavoro domestico. Il lavoro delle donne tra produzione e riproduzione, ombre corte, Verona 2020. Sono di recente ripubblicazione anche i saggi di Selma James, di cui non ci sono traduzioni italiane recenti, v. Selma James, Sex, Race and Class. The Perspective of Winning. A Selection of Writing 1952-2011, PM, Oakland (Cal.) 2012; Selma James, Our Time is Now. Sex, Race, Class, and Caring of People and Planet, PM, Oakland (Cal.) 2021. Tra i contributi di questi anni sul tema, seppur in parziale disaccordo con Dalla Costa, vale senz’altro la pena ricordare anche i due volumi di saggi di Christine Delphy, Il nemico principale, vol. 1, Il patriarcato, trad. it. a cura di Deborah Ardilli, Vanda, Milano 2022; Christine Delphy, L’ennemi principal, vol. 2, Penser le genre, Syllepse, Paris 2013.

[3]              Comitato Triveneto per il Salario al Lavoro Domestico, 8, 9, 10 marzo 1974. Un lungo weekend di lotta, in Collettivo internazionale femminista (a cura di), 8 marzo 1974, Marsilio, Venezia 1975, pp. 25-41, in particolare p. 27.

[4]              Louise Toupin, Il salario al lavoro domestico. Cronaca di una lotta femminista internazionale (1972-1977), trad. it. di A. Curcio, ombre corte, Verona 2023.

[5]              Ivi, pp. 118-119; Selma James, The Power of Women and the Subversion of the Community, in Sex, Race, and Class, cit., p. 43-44; Selma James, The Global Kitchen (1985), in ivi, pp. 161-189; Selma James, The Un Decade for Women. An offer we couldn’t Refuse (1986), in ivi, pp. 190-204.

[6]              L’editore Courage è legato ad un’altra importante impresa editoriale di questi anni avviata proprio nel 1976 che è la pubblicazione di un’omonima rivista mensile, che vede tra le sue fondatrici Barbara Duden. A proposito della rivista v. Gisela Notz, Als die Frauenbewegung noch Courage hatte. Die „Berliner Frauenzeitung Courage“ und die autonomen Frauenbewegungen der 1970er und 1980er Jahre, Friedrich-Ebert-Stiftung, Bonn 2007.

[7]              Lena Kühn, Die Sommeruniversitäten für Frauen, in Digitales Deutsches Frauenarchiv, 18 luglio 2022, http:// https://www.digitales-deutsches-frauenarchiv.de/themen/die-sommeruniversitaeten-fuer-frauen-1976-1983.

[8]              L’iniziativa fu ripetuta per alcuni anni fino al 1983.

[9]              Materiali riguardanti l’organizzazione della prima edizioni dell’Università estiva sono consultabili sul sito FFBIZ-das feministische Archiv, Nachlass Tröger, B Rep. 500 Acc 800-268, p. 119, in particolare qui si tratta della bozza dell’intervento di apertura di Anne Tröger, p. 2.

[10]             Gruppe Berliner Dozentinnen (a cura di), Frauen und Wissenschaft. Beiträge zu Berliner Sommeruniversität der Frauen, luglio 1976, Courage, Berlin 1977, p. 18.

[11]             Infra, p. 26.

[12]             Infra, pp. 31-32.

[13]             Cillie Rentmeister, Interview mit Gisela Bock, in Feministische Projekte in Berlin 1974-1978, https://feministberlin.de/gruenderinnen-der-sommeruni-im-interview/gisela-bock/

[14]             Ibidem.

[15]             Ibidem.

[16]             Mariarosa Dalla Costa e Selma James, Die Macht der Frauen und der Umsturz der Gesellschaft, aus den Englischen und Italienischen übersetzt von Genossinnen aus dem Frauenzentrum, Berlin [West], Merve, Berlin [West] 1973.

[17]             Frauen als bezahlte und unbezahlte Arbeitskräfte, Beiträge zur 2. Berliner Sommeruniversität für Frauen (Oktober 1977), Courage-Verlag, Berlin 1978. Per ulteriori materiali