Vi invitiamo alla presentazione del libro di Giovanni Arrighi e Beverly J. Silver “Caos e Governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari”, Mimesis Edizioni che si terrà presso la Libreria Aleph, sabato 6 aprile alle ore 15.00, in Piazza Lima a Milano (Mezzanino MM1). Con la partecipazione di Beverly Silver (da remoto), Andrea Arrighi e Sandro Mezzadra. A seguire, tavola rotonda sulla situazione internazionale con Gabriele Battaglia, Matteo Bolocan, Nicolò Cuppini, Andrea Fumagalli, Francesca Governa, Christian Marazzi, Raffaele  Sciortino, Salvo Torre.

Qui, intanto, potete leggere una breve presentazione dell’incontro, a cura di Salvo Torre, e l’introduzione  alla nuova edizione del libro di Sandro Mezzadra. Ringraziamo autori ed editore

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Caos e governo del mondo è un testo che si inserisce in una riflessione che a partire dalla fine dello scorso secolo ha provato a leggere le grandi trasformazioni sociali su una scala temporale ampia, a comprendere quali fossero i possibili mutamenti del capitalismo e gli scenari che venivano costruiti dai movimenti sociali. Il testo, come buona parte del dibattito sulla crisi dei sistemi-mondo, rimane di forte attualità. In parte perché la situazione attuale sembra simile all’ultima grande transizione capitalista, quella che nel XX secolo ha comportato due guerre mondiali. In parte perché lo scenario che si sta definendo sembra contemporaneamente rispondere anche a un modello caotico, segnato da una lunga serie di conflitti militari localizzati. Di fronte all’accelerazione della corsa agli armamenti e al proliferare di espressioni politiche interventiste, non si tratta quindi più di discutere solo della crisi dell’egemonia globale statunitense o dell’emergere dei nuovi attori, ma di ragionare sulla possibilità concreta che una crisi inedita modifichi l’intera distribuzione e il funzionamento della vita sul pianeta. Sono cambiate le relazioni di forza che avevano segnato gli ultimi secoli, è mutato l’assetto produttivo globale, l’Europa è di nuovo uno degli scenari su cui si sviluppano i conflitti militari. Il testo di Arrighi e Silver propone anche una riflessione sul ruolo che assumono le transizioni sociali, sulla possibilità che forme nuove di politica ridefiniscano gli scenari di quella che Sandro Mezzadra, nella sua introduzione (che pubblichiamo qui sotto), definisce una transizione aperta (S. T.).

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Introduzione di Sandro Mezzadra

 

“Nel sistema mondiale del mondo moderno, così come si è storicamente determinato, è in atto un cambiamento di enormi proporzioni”. Con queste parole comincia il libro che vi accingete a leggere. E va subito aggiunto che le si potrebbe scrivere invariate oggi. Del resto, il volume che costituisce l’antecedente diretto di Caos e governo del mondo si apre con un capitolo, a firma di Terence K. Hopkins e Immanuel Wallerstein, intitolato “È crisi nel sistema-mondo?”[1]. Nel tempo in cui viviamo, nel tempo della pandemia, della guerra, della crisi climatica, del multipolarismo centrifugo e conflittuale, non avremmo esitazione a togliere il punto interrogativo.

1. Un laboratorio

Bastano questi pochi cenni a mostrare l’attualità del libro che presentiamo, maturato nel grande laboratorio della “teoria del sistema mondo”[2]. Più che aver dato vita a una “scuola”, questa teoria ha delineato una cornice generale di analisi della storia moderna del capitalismo e delle sue mutazioni contemporanee. Combinando eterogenee matrici teoriche, dalla teoria della dipendenza latino-americana al marxismo e alla nuova storiografia di Fernand Braudel, questa cornice sottolinea in particolare la rilevanza delle coordinate spaziali dello sviluppo capitalistico su scala mondiale, analizzate dal punto di vista dei complessi rapporti tra centro e periferia.

Quel che più conta ora, tuttavia, è che la prospettiva di lungo periodo adottata dagli studiosi e dalle studiose del sistema mondo ha loro consentito, fin da quegli anni Novanta che erano dominati dalle retoriche del “nuovo ordine mondiale” costruito dagli Stati Uniti ormai rimasti unica superpotenza dopo il crollo dell’Unione Sovietica, di formulare una diagnosi decisamente controcorrente della nuova congiuntura “globale”. Al centro dei lavori di Giovanni Arrighi e di Immanuel Wallerstein, in particolare, era infatti l’ipotesi che il tema di fondo della “globalizzazione” fosse proprio la crisi di quell’egemonia globale statunitense che aveva cominciato a delinearsi sul finire dell’Ottocento per consolidarsi con la fine della Seconda guerra mondiale[3]. È un’ipotesi che appariva allora non solo controcorrente, ma anche controintuitiva: gli sviluppi successivi, in particolare a partire dalla crisi finanziaria del 2007-2008, avrebbero costretto molte e molti a prenderla sul serio.

Uscito nel 1999, Caos e governo del mondo costituisce un tassello fondamentale nello sviluppo di questa ipotesi, qui presentata sulla base di un’ampia comparazione del “caos sistemico” contemporaneo con le condizioni che hanno determinato le due fondamentali “transizioni egemoniche” della storia moderna, dall’egemonia olandese all’egemonia britannica e da quest’ultima all’egemonia statunitense. Giovanni Arrighi e Beverly Silver hanno coordinato per diversi anni un lavoro collettivo di ricerca che fa del libro un laboratorio all’interno del laboratorio della teoria del sistema mondo – e lo propone come esempio di metodo.

Lettori e lettrici di questo libro sono così invitati a ripercorrere quattro secoli di storia dal punto di vista di quella teoria dei cicli egemonici che proprio Arrighi ha definito nel modo più preciso. Combinando le sue esperienze africane negli anni Sessanta con la sua militanza nel “Gruppo Gramsci” a Milano, nei primi anni del decennio successivo, Arrighi ha in effetti sottoposto a un’interpretazione e a una torsione molto originali la categoria di egemonia, trasformandola in uno strumento efficace di analisi degli spostamenti di potere all’interno del sistema mondo[4]. Se Marx aveva insistito sul fatto che il capitalismo moderno ha come condizione il “mercato mondiale”, Arrighi pone il problema della sua organizzazione politica, analizzando i mutevoli equilibri tra il capitalismo e il “territorialismo” (le logiche operative degli Stati e degli imperi) che sono storicamente alla base delle sue successive configurazioni.

Definita in modo sistematico nel libro del 1994, Il lungo ventesimo secolo, la categoria di egemonia proposta da Arrighi è ben riassunta nei suoi tratti di fondo nelle pagine che seguono, soprattutto nell’introduzione. L’egemonia, si legge qui, “è qualcosa di più e di differente dal dominio puro e semplice: è il potere addizionale” che deriva a un gruppo dominante dalla sua capacità di perseguire i suoi interessi in modi che vengono percepiti come coerenti con quelli del sistema nel suo complesso[5]. Caos e governo del mondo propone un’analisi molto efficace della composizione del “gruppo dominante” e dei suoi rapporti con i gruppi subordinati tanto all’interno della potenza egemonica quanto nella proiezione mondiale della sua egemonia all’interno di ciascuno dei “cicli sistemici di accumulazione” qui considerati.

La “classe capitalistica genovese” ha inaugurato nel XVI secolo per Arrighi (che non ha mai nascosto il suo debito nei confronti di Braudel) una storia moderna del capitale in cui altre tre volte specifiche classi capitalistiche, quella olandese, quella britannica e infine quella statunitense, avrebbero stretto alleanze con i loro Stati imponendo la propria egemonia all’interno di nuovi “cicli sistemici di accumulazione”. Come Arrighi e Silver spiegano nel libro che presentiamo, questi cicli che si possono ben definire egemonici sono caratterizzati da profonde trasformazioni nell’organizzazione dei rapporti su scala mondiale, nella composizione del gruppo dominante, nelle forme prevalenti di impresa e nella base economica. Tuttavia, quel che a loro giudizio resta una costante è l’alternarsi tra una fase di espansione materiale e una fase di espansione finanziaria che annuncia la fine del ciclo. È proprio l’avvio della finanziarizzazione del capitalismo statunitense negli anni Settanta del Novecento, coronato sul finire del decennio dalla “controrivoluzione monetarista”, a risultare così il segno più chiaro dell’esaurimento del ciclo centrato attorno all’egemonia degli Stati Uniti[6].

La crisi di un ciclo, nella prospettiva della teoria del sistema mondo, corrisponde all’avvio di una “transizione egemonica”. Ed è questo, come anticipato, il tema di fondo del libro. Tema di grande e per certi versi drammatica attualità, se è vero che la transizione dall’egemonia olandese a quella britannica si è definitivamente compiuta con le guerre napoleoniche, mentre l’affermazione dell’egemonia statunitense ha richiesto niente meno che le due guerre mondiali della prima metà del XX secolo. Tornerò su questo punto in conclusione. Intanto, va in ogni caso sottolineata l’originalità dell’analisi svolta in Caos e governo del mondo rispetto agli stessi esiti della teoria del sistema mondo. L’inclusione di una pluralità di attori – dalle imprese alle lotte e ai movimenti sociali – determina un allontanamento da quella che appare ad Arrighi e Silver la rigidità del modello di Wallerstein, che interpreta il sorgere di potenze egemoniche come “mero riflesso di proprietà sistemiche”. Quel che ne risulta è un accento su processi mai del tutto prevedibili di cambiamento, assunti come variabile “endogena”[7]. La pubblicazione nel 2003 di un importante libro di Beverly Silver, sulle forze e i movimenti del lavoro all’interno del sistema mondo, avrebbe ulteriormente contribuito ad arricchire questa prospettiva[8].

2. Il globale in discussione

Vale la pena di ripetere che Caos e governo del mondo uscì originariamente nel 1999, alla fine di un decennio dominato dai dibattiti sulla “globalizzazione”. Nella cornice di una indiscussa egemonia statunitense erano stati via via annunciati la fine della storia, lo svaporare dei confini in un mondo unificato dall’economia di mercato, il progressivo affermarsi dello spazio dei “flussi” a detrimento dello spazio dei “luoghi”. Da sinistra, con toni più o meno malinconici, si descriveva il trionfo del “pensiero unico”, mentre la critica del “neoliberalismo” conduceva spesso a rivalutare quei trent’anni “gloriosi” dello sviluppo postbellico contro cui erano insorti i movimenti del Sessantotto. Certo, di lì a poco due eventi di natura molto diversa, l’esplosione della cosiddetta bolla “dot.com” all’inizio del 2000 e l’11 settembre, mutarono drasticamente il quadro e il tono dei dibattiti. Ma è importante tenere presente il contesto in cui questo libro è stato scritto, anche per valutare correttamente le quattro “controversie” attorno a cui è organizzato, con l’obiettivo di dissipare la fitta “nebbia globale” che le circonda.

Arrighi e Silver, come del resto l’intera teoria del sistema mondo, non sono certo sospettabili di alcuna indulgenza nei confronti delle retoriche della globalizzazione. Al contrario, il loro lavoro è stato spesso richiamato per evidenziare la dimensione mondiale dello sviluppo capitalistico fin dalle sue origini – e dunque per contestare l’idea di una radicale novità della congiuntura aperta dalla fine della guerra fredda. E tuttavia questo libro richiama l’attenzione su processi globali reali che continuano a caratterizzare il tempo di oggi, in cui si moltiplicano le diagnosi di una “deglobalizzazione” (con il correlato di termini più o meno nuovi, da delinking a decoupling). La storia che viene qui raccontata è infatti quella di una globalizzazione del “sistema mondiale imperniato sull’Europa”, avvenuta attraverso una serie di “fratture” che lo hanno trasformato “nel sistema storico-sociale di tutto il mondo”[9].

Il ruolo del colonialismo e dell’imperialismo in questo processo è uno degli aspetti evidenziati con efficacia in questo libro. La storia dell’egemonia britannica, in particolare, è ricostruita dal punto di vista della conquista dell’India da parte della Compagnia delle Indie Orientali non meno che da quello dei conflitti europei. Ma come spiega il primo capitolo, è con il consolidamento dell’egemonia statunitense che prende forma, sul terreno finanziario così come su quello della proiezione militare di potenza, un progetto di ordine del tutto diverso da quello del secolo precedente, un progetto di vero e proprio “governo mondiale”[10]. Le fratture che si sono determinate nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale non hanno messo in discussione l’interdipendenza maturata nella cornice di quel progetto e delle sue realizzazioni. Lo stesso terreno su cui si presenta il problema della “transizione egemonica” è dunque, nel 1999 come oggi, un terreno globale – così come sono globali i processi che ne definiscono i contorni.

È quindi in questa prospettiva che conviene considerare le quattro controversie che strutturano questo libro: riguardano la geografia del potere mondiale, i rapporti di forza tra Stati e imprese, la forza dei gruppi subordinati e gli equilibri di potere tra “civiltà” occidentali e non occidentali. È oggi difficile considerare partitamente la prima e la quarta controversia, considerata la rilevanza di una forza appunto non occidentale, la Cina, nelle attuali geografie del potere mondiale. Fin da Il lungo ventesimo secolo, Arrighi aveva del resto concentrato la sua attenzione sull’emergere di un nuovo “arcipelago capitalistico” in Asia orientale, per sottolinearne il “potere economico collettivo” assai più che per indicare in una delle sue “isole” (la Corea del Sud o più ancora il Giappone) il candidato naturale a esercitare un nuovo ruolo egemonico[11].

Caos e governo del mondo documenta i modi con cui Arrighi, nel suo sodalizio con Silver, ha progressivamente incluso in una posizione di assoluto rilievo la Cina (sia la Repubblica popolare sia la “diaspora cinese”) nel suo schema analitico dell’ascesa dell’Asia orientale. Il quarto capitolo, decisamente molto originale, traccia i lineamenti di una storia della regione in cui le potenze occidentali hanno sempre incontrato ostacoli a dispiegare un’effettiva egemonia, surrogandola con la violenza e l’intervento militare. L’importanza attribuita alle guerre dell’oppio per determinare l’“incorporazione subordinata degli imperi asiatici” e la rottura dell’unità del mondo sino-centrico prepara il grande affresco proposto nell’ultimo grande libro di Arrighi, Adam Smith a Pechino[12].

D’altro canto, anche rispetto a questo libro, scritto prima della crisi finanziaria del 2007-2008, molte cose sono cambiate oggi. Se quella crisi ha rappresentato un momento fondamentale nell’ascesa della Cina e nella crisi dell’egemonia statunitense, gli sviluppi successivi, e in particolare il concatenarsi temporale della pandemia da Covid-19 e della guerra in Ucraina hanno irrigidito il quadro della politica mondiale e determinato una moltiplicazione e un’intensificazione dei conflitti (di cui, mentre scrivo queste righe, quanto sta accadendo attorno a Gaza e Israele è una terribile esemplificazione). La rinnovata unificazione dell’Occidente attorno agli Stati Uniti e alla Nato appare per molti versi un fenomeno reattivo, mentre al di fuori dell’Occidente sono messe alla prova geometrie variabili di cooperazione e convergenza[13]. Queste ultime confermano certo il ruolo fondamentale della Cina, ma in uno scenario che ricorda il caos e la disorganizzazione sistemica che per Arrighi e Silver costituisce il “punto di svolta decisivo” in ogni transizione egemonica[14]. Che direzione possa assumere quest’ultima risulta tuttavia difficile immaginare.

Resta da dire qualcosa a proposito delle altre due “controversie” che si sono richiamate. L’idea di un tendenziale deperimento dello Stato a fronte del potere crescente della finanza e delle imprese multinazionali, diffusa trasversalmente negli anni Novanta sia negli scritti dei critici sia in quelli degli apologeti della globalizzazione, è stata presto scalzata da analisi ben più articolate. Tanto il persistente ruolo degli Stati all’interno dei processi globali (secondo precise gerarchie, naturalmente) quanto le trasformazioni determinate da questi ultimi nelle stesse strutture statuali sono stati evidenziati efficacemente[15]. Sulla base dell’ampio quadro storico disegnato in particolare nel secondo capitolo di questo libro (dedicato alla trasformazione delle forme di impresa), Arrighi e Silver parlano di “una generale, benché per nulla universale, perdita di potere degli Stati”[16], anticipando gli sviluppi che si sono richiamati anche se non si soffermano sulle trasformazioni che investono quel potere. Dopo il 1999, in ogni caso, sono a più riprese proliferate le retoriche sul “ritorno dello Stato”, che in particolare durante la pandemia sono giunte a prefigurare il sorgere di un nuovo welfare state[17]. Sono retoriche che vanno verificate domandando quale Stato “ritorna”, e mi sembra convincente la risposta di Carlo Galli secondo cui sotto il profilo della politica interna a “tornare” è lo Stato “amministrativo e sicuritario”, mentre la “sicurezza nazionale” e la guerra sono oggi affare di grandi Stati imperiali, di dimensioni continentali[18].

Anche l’idea che la globalizzazione determinasse necessariamente un indebolimento dei gruppi sociali subordinati era ampiamente diffusa negli anni in cui questo libro è stato scritto. E non senza qualche ragione, evidentemente, in primo luogo a proposito del movimento operaio e delle forme di negoziazione e mediazione che aveva saputo costruire in Occidente nei decenni della pax americana (ma anche a proposito dei movimenti popolari che altrove nel mondo si erano sviluppati sull’onda dei processi di decolonizzazione e delle lotte antiimperialiste). Ma d’altronde, come si legge nel terzo capitolo di Caos e governo mondiale, lo sgretolamento di sistemi consolidati di contenimento dei conflitti e l’istituzione di nuovi compromessi (certo fondati sull’“esclusione, de jure o de facto, della maggioranza della popolazione mondiale”) sono componenti essenziali di ogni transizione egemonica[19].

Sotto questo profilo, la perdita di potere dei movimenti sociali negli anni Ottanta e Novanta era considerata da Arrighi e Silver come un fenomeno in larga misura congiunturale, mentre ritenevano probabile una nuova ondata di conflitti, che proprio tra il 1999 e il 2001, tra Seattle e Genova, trovò nel movimento altermondialista una potente rappresentazione simbolica. La Cina, per ragioni evidenti, appariva un luogo chiave per lo sviluppo di una nuova classe operaia, secondo una previsione ribadita da Arrighi in Adam Smith a Pechino e che negli anni successivi ha trovato sia conferme, per l’intensità dei conflitti industriali in quel Paese, sia almeno parziali smentite per quel che riguarda l’emergere di un rinnovato movimento operaio come attore politico essenziale[20]. Più in generale, la prospettiva globale che guida la ricostruzione delle “origini sociali delle egemonie mondiali” conduce a porre in evidenza la posizione sempre più importante occupata nella composizione emergente del lavoro da donne e migranti, il cui ruolo di protagonisti nei movimenti e nelle lotte sociali a venire è esplicitamente prefigurato.

3. Una transizione aperta

Invitando a concentrare l’analisi sulle origini e sulle basi sociali dei cicli egemonici, il terzo capitolo di questo libro riveste un’importanza particolare. Già si è detto di come contribuisca a rendere più flessibile e aperta la teoria del sistema mondo. Più in generale, costituisce un efficace antidoto rispetto a una considerazione delle dinamiche di potere a livello mondiale secondo una prospettiva “geopolitica”. Nata sul finire dell’Ottocento, in un’epoca storica caratterizzata dal declino dell’egemonia britannica, la geopolitica conosce da tempo, in particolare in Italia, una rinascita che non l’ha liberata da un determinismo di fondo[21]. La guerra e la politica di potenza, i temi al centro dell’analisi geopolitica, appaiono in altri termini troppo spesso ricondotti a condizionamenti geografici che fanno delle masse terrestri, dei corsi d’acqua e degli stessi oceani veri e propri attori storici. Non si tratta qui di negare, tanto più nel tempo della crisi climatica, l’importanza dei fattori geografici per la politica, ma piuttosto di contestare radicalmente quello che si è indicato come determinismo geopolitico. E mi pare un compito particolarmente urgente oggi.

Arrighi e Silver offrono con questo libro un contributo importante in questo senso. Il sistema mondiale di cui ricostruiscono le successive trasformazioni si compone di un insieme di relazioni tra forze eterogenee, in cui gli Stati e gli Imperi sono affiancati da attori capitalistici che sembrano spesso dispiegare attraverso le loro operazioni effetti direttamente politici. Inoltre, i gruppi subordinati sono tutt’altro che passivi, e intervengono anzi con i loro movimenti a condizionare (e spesso a turbare) gli equilibri della politica mondiale. Questo è particolarmente vero, come si legge in un saggio del 2001, nelle “transizioni egemoniche”: e se in passato l’“intensa pressione dei movimenti di protesta” ha svolto un ruolo essenziale nello spingere i “gruppi dominanti” a forgiare un nuovo ordine mondiale, questa pressione dal basso “si è intensificata e approfondita di transizione in transizione”. Possiamo dunque attenderci, concludono Arrighi e Silver, che “le contraddizioni sociali giochino un ruolo molto più decisivo che in passato nel modellare la transizione oggi in atto e qualsiasi nuovo ordine finirà per emergere dall’incombente caos sistemico” [22].

Il “caos sistemico”, che figura nel titolo stesso di questo libro, si è del resto decisamente intensificato nei venticinque anni che sono trascorsi dalla sua pubblicazione. Molti dei problemi di fronte a cui ci troviamo oggi appaiono nuovi. Arrighi e Silver insistevano in particolare sulla “biforcazione di risorse militari e finanziarie”, considerandola la vera anomalia della transizione egemonica contemporanea rispetto a quelle storiche. Mentre in queste ultime le due fonti essenziali del potere mondiale (“le armi e il denaro”, per dirla con Machiavelli) si erano andate centralizzando nella potenza egemonica emergente, sembrava ad Arrighi e Silver che le risorse finanziarie si stessero concentrando in Asia orientale mentre il potere militare restava saldamente nelle mani degli USA. Questo, aggiungevano, “riduce la probabilità che scoppi una guerra fra gli elementi più potenti del sistema”[23].

È facile immaginare che oggi Arrighi e Silver sarebbero più cauti. Le tensioni (quando non lo scontro nei fatti) tra la Russia e la Nato attorno all’Ucraina si sono rapidamente saldate con altre tensioni “regionali” e soprattutto si sono sovrapposte al profilarsi di un possibile conflitto tra Stati Uniti e Cina. La retorica della “nuova guerra fredda”, che circola ampiamente a questo proposito, è senz’altro impropria nella comparazione che propone con il mondo bipolare postbellico, ma costituisce un sintomo del fatto che la guerra è tornata al centro del caos sistemico contemporaneo[24]. E si tratta evidentemente di un fatto angosciante, considerato quel che si è detto in precedenza sul ruolo giocato dalla guerra nelle due precedenti transizioni egemoniche ricostruite nelle pagine che seguono.

Viene del resto da domandarsi se l’anomalia segnalata da Arrighi e Silver (la biforcazione di risorse militari e finanziarie) non sia la spia di una più generale specificità della situazione contemporanea, che la distingue ancor più radicalmente dalle precedenti transizioni egemoniche, di cui continua comunque a condividere il tratto essenziale di una “severa e apparentemente irrimediabile disorganizzazione sistemica”[25]. È stato ad esempio più volte evidenziato che la finanza contemporanea intrattiene un rapporto con il mondo della produzione molto diverso rispetto ad altre fasi storiche di espansione finanziaria[26]. Il funzionamento di una piattaforma digitale, per fare un esempio, è interamente compenetrato da dinamiche finanziarie, in forme che certo non trovano riscontro in un’automobile della Ford di un secolo fa.

Si tratta di un cambiamento di non poco conto, considerata l’importanza che, come si è visto, Arrighi e Silver attribuiscono all’alternarsi tra una fase di espansione materiale e una fase di espansione finanziaria nella definizione del ciclo delle egemonie. La stessa alleanza tra il gruppo capitalistico dominante all’interno della potenza egemonica emergente e il “suo” Stato appare oggi complicato a fronte di un capitalismo globale che funziona secondo modalità e criteri sempre più lontani dal “territorialismo”. Arrighi e Silver registrano questa situazione, in particolare quando richiamano l’attenzione sul “riemergere di città-stato (Hong Kong e Singapore) e di Stati semi-sovrani (Giappone e Taiwan) come ‘salvadanai’ del sistema capitalistico mondiale”, nonché sulla vera e propria “proliferazione – in numero e varietà – di imprese e comunità d’affari transnazionali”[27].

La sconnessione tra le diverse dimensioni del potere, la loro riluttanza a disporsi all’interno della medesima scala territoriale potrebbe così segnalare una tendenza in atto alla riorganizzazione del sistema mondo capitalistico non attorno a una nuova potenza egemone ma piuttosto attraverso la combinazione di una molteplicità di poli di sviluppo – tra cui è senz’altro possibile immaginare una gran varietà di relazioni. All’interno di uno scenario di questo genere, che registra comunque la fine dell’egemonia occidentale annunciata e descritta in questo libro, potrebbe determinarsi quella “transizione non catastrofica a un ordine mondiale più giusto” di cui Arrighi ha tentato di definire le condizioni di possibilità in Adam Smith a Pechino[28]. Ma certo, gli ostacoli appaiono oggi poderosi: e se quella appena indicata è una tendenza, abbondano le controtendenze, che assumono i nomi familiari di imperialismo e guerra. E la “catastrofe” incombe sulla transizione.

Lottare contro il rischio della catastrofe, anche utilizzando i nuovi linguaggi maturati nelle lotte contro il cambiamento climatico, significa oggi in primo luogo lottare contro la guerra, in tutte le forme e in tutti i luoghi in cui si manifesta. Ma la lotta contro la guerra, nella transizione senza fine che stiamo vivendo, non può che richiedere la più generale attivazione di quelle lotte sociali sulla cui importanza Arrighi e Silver insistono come elementi interni alla politica mondiale. È questa una delle molte indicazioni che Caos e governo del mondo consegna a lettori e lettrici di una generazione diversa da quella che si accostò al libro quando uscì la prima edizione.

Note

[1] Si veda T.K. Hopkins e I. Wallerstein (a cura di), L’era della transizione. Le traiettorie del sistema-mondo 1945-2025 (1996), Trieste, Asterios, 1997, pp. 11-22.

[2] Per un’introduzione, si veda I. Wallerstein, World-Systems Analysis. An Introduction, Durham, NC – London: Duke University Press, 2004.

[3] Si vedano G. Arrighi, Il lungo ventesimo secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo (1994), Milano, il Saggiatore, 1996 e I. Wallerstein, Il declino dell’America (2003), Milano, Feltrinelli, 2004.

[4] Per una sintetica ricostruzione del percorso di ricerca di Arrighi, si veda l’ampia intervista rilasciata sul finire della sua vita a David Harvey, in G. Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, a cura di G. Cesarale e M. Pianta, Roma, Manifestolibri, 2010, pp. 29-63.

[5] G. Arrighi e B.J. Silver, Caos e governo del mondo (1999), Milano, Bruno Mondadori, 2003, p. 31.

[6] Cfr. ivi, p. 316.

[7] Ivi, pp. 30 e 34.

[8] Cfr. B.J. Silver, Le forze del lavoro. Movimenti operai e globalizzazione dal 1870 (2003), Milano, Bruno Mondadori, 2008.

[9] G. Arrighi e B.J. Silver, Caos e governo del mondo, cit., p. 315.

[10] Cfr. ivi, pp. 99 s.

[11] Si veda il poscritto alla seconda edizione in G. Arrighi, <