Esce in questi giorni per la casa editrice Ombre Corte un importante volume collettaneo dedicato al pensiero e alla militanza di Dario Paccino: L’ecologia politica di Dario Paccino. Tra l’imbroglio ecologico e le lotte contro il nucleare, curato da Gennaro Avallone e Sirio Paccino. Ne condividiamo con piacere Presentazione (di G. Avallone e S. Pacciano) e Introduzione (G. Avallone), ringraziando autori e casa editrice per la condivisione.

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Presentazione. Dario Paccino e le origini dell’ecologia politica in Italia

di Gennaro Avallone e Sirio Paccino

Dario Paccino ha contribuito alle origini e, in parte, ai successivi sviluppi in Italia degli studi che hanno avuto l’obiettivo di politicizzare la conoscenza sia sulle condizioni degli ambienti di vita e lavoro che sul nesso esistente tra produzione di energia e governo delle società e dei territori. Paccino è stato parte di un ampio movimento che, sul piano scientifico e intellettuale, ha tenuto insieme persone come Giulio Maccacaro, Laura Conti, Giorgio Nebbia, Tullio Seppilli e, sul piano politico e sociale, le lotte in fabbrica e nei cantieri e, successivamente, fuori, in forma più estesa, contro le nocività e contro lo scambio salario-malattie.

La storia della ricerca e delle lotte per la salute collettiva ha, in Italia, un lungo passato, le cui origini si possono individuare nel movimento igienista di fine ‘800, all’interno del quale due nomi, fra altri, ricoprirono un ruolo determinanti: quelli di Angelo Celli e Anna Fraentzel. L’Inchiesta Bertani sulle condizioni di vita e lavoro dei lavoratori agricoli, appendice dell’inchiesta agraria Jacini condotta tra il 1877 e il 1885, mise in evidenza la connessione tra malattia e rapporti di produzione, di cui le condizioni di lavoro e vita sono l’espressione empirica più visibile.

Il nesso salute-lavoro si è successivamente ampliato e Paccino ha contribuito a questa articolazione, inserendo il lavoro non solo nei più generali rapporti di classe – cioè, di produzione – ma nella più ampia analisi degli ambienti di vita, mettendo in discussione la separazione umanità-natura che era stata propria – nonostante le analisi di Marx – anche nell’ambito scientifico e politico del marxismo.

In sintesi, Paccino, sin da “L’imbroglio ecologico” del 1972, mette al centro della sua analisi i rapporti di potere socioecologico, avendo già tematizzato nel libro “Arrivano i nostri” del 1956 come i rapporti di dominazione-subordinazione (anche violentissimi) interessano sempre la complessità degli ambienti di vita e non solo i rapporti sociali (esempio è l’ecocidio che l’esercito federale statunitense agì contro le popolazioni originarie, sterminate soprattutto attraverso l’uccisione dei bisonti, animali centrali per la loro riproduzione, per la loro vita).

La cifra dello sterminismo, categoria elaborata da Edward Thompson (1982), è particolarmente presente negli studi di Paccino, specialmente a seguito dell’invasione via bombardamenti dell’Iraq nel 1991 da parte dell’alleanza guidata dagli Stati Uniti d’America. Non si tratta di una categoria apocalittica, ma di un concetto utile, da una parte, per riconoscere e criticare il potere militare, specialmente nella sua declinazione nucleare, e, dall’altra parte, per evidenziare la tendenza da arginare verso un’ecologia necropolitica, che in maniera costitutiva salva alcune specie viventi sulla base del sacrificio di altre.

In questa critica allo sterminismo e all’affermazione necropolitica, Paccino non può non inserire la critica al nucleare, del quale è alternativa la mobilitazione sociale e politica al fine di contestare non solo le politiche energetiche e militari fondate sul nucleare ma anche la sua legittimità scientifica e culturale. Il terreno dell’analisi politica e scientifica è, per Paccino, totale, perché il superamento della civiltà del capitale non può avvenire che ad ogni livello, in una maniera generalizzata.

Il libro proposto si situa dentro queste linee di analisi e discussione. Esso nasce in un convegno organizzato il 6 dicembre 2022 presso l’Università di Salerno sul tema “Cinquanta anni di imbroglio ecologico. Il contributo di Dario Paccino all’ecologia politica”. Al convegno parteciparono le autrici e gli autori di questo libro, ai quali si è aggiunto nei mesi successivi Vincenzo Miliucci con il suo contributo di conoscenza storica e militante delle lotte contro il nucleare in Italia e per i beni comuni, contro quella che, nell’editoriale del primo numero della nuova serie della rivista “rosso vivo”, Dario Paccino (1979a) definì l’energia padrona.

Il libro è organizzato in due parti con l’obiettivo di segnalare due contributi fondamentali dell’analisi di Paccino agli studi di ecologia politica in Italia: quello sulla riproduzione dell’imbroglio ecologico, dunque dell’ecologia usata come ideologia per non mettere in discussione l’ordine economico e politico in vigore e quindi le sue gerarchie socioecologiche di potere, e quello dell’energia nucleare e del suo definitivo superamento. L’invito è a leggerlo e discuterlo, ma anche ad aprire l’archivio Paccino sia nel senso politico del termine sia in quello concreto dello studio, beneficiando dei documenti e materiali disponibili presso la Fondazione Micheletti di Brescia.

Infine, il libro è necessariamente dedicato ad Angelo Baracca, venuto a mancare e a mancarci mentre il testo era in elaborazione. Angelo è stato un fisico e un protagonista del movimento per la pace e per il disarmo, una voce preziosa dell’ecopacifismo che è andata in coppia con il fatto di essere stato “un professore fuori dai ranghi accademici (se non addirittura contro), in cui spiccava quella rara e preziosa critica della scienza di cui c’è tanto bisogno in questa era di sacrale idolatria della scienza e degli scienziati” (Ferrari 2023)[1].

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Introduzione. Abbandonare la civiltà del nucleare

di Gennaro Avallone

Introduzione

Le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki segnano l’inizio di una nuova epoca per il pianeta Terra e tutti i suoi esseri viventi: una nuova storia caratterizzata non solo dalla possibilità della fine della vita per come la conosciamo, ma anche dal dominio della tecnologia e di chi la possiede sul resto dell’umanità. È con questo orizzonte e presente drammatico che Dario Paccino, come altri nello stesso periodo storico, si confronta continuamente nella sua elaborazione e proposta analitica e politica e lo fa anche quando quell’orizzonte sembra più lontano, messo fuori dall’agenda delle preoccupazioni dominanti. Per Paccino, il tema del nucleare, sia nella sua forma immediatamente militare sia in quella cosiddetta civile per la produzione di energia, resterà sempre centrale, espressione del dominio nella sua manifestazione più chiara. Sarà lui stesso a scrivere che tre erano stati i motivi di scandalo che hanno segnato la sua vita; essi comprendevano l’evento epocale di Hiroshima – “dove sono state bruciate le biblioteche di tutto il mondo” – oltre all’intollerabilità dell’ingiustizia povertà-ricchezza e allo sfacelo culturale della sinistra (Paccino 1983). E tali motivi erano ancora più scandalosi quanto più fosse salda la consapevolezza del fatto che “il dolore dell’uomo, del mondo, della natura sarà ineliminabile finché persisterà il binomio servo-padrone (contraddizione della storia naturale e sociale)” (Paccino 1992c).

La capacità trasformativa (distruttiva) degli esseri umani

È all’altezza del problema storico del nucleare che Paccino si confronta con il modo in cui la tecnologia e la scienza fanno la storia del pianeta e, insieme, dell’umanità.

La centralità dell’utensile, cioè della facoltà antropologica degli esseri umani di fabbricare gli strumenti per trasformare il resto della natura, era al centro della sua elaborazione presentata ne “L’imbroglio ecologico” del 1972 (testo riedito da ombre corte nel 2021). In quel testo, si evidenzia che:

l’uomo è un animale del tutto particolare, avendo introdotto nella biosfera un elemento nuovo: l’utensile, che se da un lato sta all’inizio del processo che ha portato il suo autore a capire i nessi dell’universo, per l’altro l’ha messo in condizioni di poter estinguere la stessa biosfera prima che il sole cessi di alimentarla (Paccino 2021, pp. 35-36).

Questa potenzialità distruttiva si è manifestata con l’emancipazione, almeno parziale, degli esseri umani dal terrore della natura, “grazie al perfezionamento dell’utensile e al moltiplicarsi della popolazione umana e degli oggetti” (Paccino 2021, p. 46), insieme alla capacità di fabbricare armi e all’intervento della divisione sociale del lavoro. Successivamente, essa si è dispiegata con l’affermazione del padrone, dunque della logica dell’accumulazione di ricchezza per mezzo dello sfruttamento altrui – “sfruttamento che investe con pari brutalità la natura dal momento in cui tutto viene finalizzato al guadagno con scarsa, o nessuna considerazione per le limitate possibilità autorigenerative delle risorse naturali” (Paccino 2021, p. 49) – e si è espressa nella sua forma più evidente con la rivoluzione industriale: “negazione stessa d’ogni norma di conservazione della natura e delle sue risorse” (Paccino 2021, p. 54).

La storia della capacità distruttiva degli esseri umani va insieme a quella dell’ecologia, in quanto “i momenti storici dell’ecologia coincidono con le fasi successive del potere sociotecnologico del padrone” (Paccino 2021, p. 50). A essere centrale, dunque, non è solo la capacità di produrre utensili e oggetti – in senso generale, tecnologie – ma anche il regime di proprietà e il tipo di organizzazione sociale nei quali quegli utensili e oggetti, dunque le tecnologie, si pensano, fabbricano e utilizzano. Per questo motivo, secondo Paccino “il problema ecologico incomincia a porsi con l’avvento del padrone” (Paccino 2021, p. 50), cioè della proprietà privata e della logica dell’accumulazione infinita di ricchezze. Quest’ultima logica condiziona anche il tipo di tecnologie da produrre, le quali devono essere in primo luogo utili a riprodurre le condizioni per l’accumulazione, ad esempio fabbricando oggetti “deperibili e subito superabili, anche se tecnicamente potrebbero risultare durevolissimi” (Paccino 2021, p. 52).

Successivamente, negli studi di Paccino la capacità degli esseri umani di fare il mondo verrà sottoposta a nuovi approfondimenti. Di fronte all’atomica, strumento che ha sempre caratteristiche militari anche quando si presenta solo come fonte di produzione di energia, questa capacità si offusca, perde quasi del tutto il suo carattere emancipativo, per convertirsi, quasi, se non del tutto, in potenza distruttrice. In altre parole, non vi è possibilità di liberazione in un pianeta governato dalla paura della radioattività. Non è possibile praticare modi di vivere e convivere alternativi all’ordine imperante se ad essere vigente è il timore costante della devastazione degli ambienti di vita, addirittura di ogni ambiente di vita.

In un testo inedito datato 24 novembre 1990, dal titolo “La necessità di una filosofia per il computer”, Paccino (1990b) evidenziava che il successo del sapere tecnico garantito, quello comandato dagli algoritmi, “appare il viatico intellettuale per correre trionfalmente alla morte”. Questo tipo di sapere non solo riflette il tracollo del sapere problematico, al quale si contrappone, ma è anche la manifestazione dell’ideologia della scienza e della tecnica, esaltate in nome del loro efficientismo.

Se il sapere tecnico-scientifico è unilaterale, fatto “di un bagaglio di informazioni dentro un quadro fisso, fuori del quale non c’è nulla o, per meglio dire, si immagina non ci sia nulla”, il sapere problematico “può fornirci un quadro complessivo che consente di comprendere che magari una soluzione tecnica, apparentemente vantaggiosa nell’immediatezza, risulterà, alla lunga, di danno, o per tutti, o per i molti, o per i pochi, donde la necessità di una valutazione che richiede fra l’altro una consapevolezza del bene e del male, che nessuna scienza può darci”. Il sapere problematico richiede allenamento, l’assunzione di una disposizione all’interrogazione continua della storia, intesa come pensiero che permette l’argomentazione, necessaria anche per le valutazioni etiche, sempre più imprescindibili in un contesto che ha sempre dietro l’angolo la possibilità della fine del mondo.

Questa possibilità si è imposta nella storia umana e del pianeta da quando la nave dell’azione umana o, per essere precisi, di frazioni della sua parte dominante, ha cominciato a minacciare la sopravvivenza della natura, dell’oceano nella quale essa naviga:

con Hiroshima e quel che ne è seguito, tutto è cambiato. L’atomo è il fulmine del Geova terrestre: il Potere nucleare. Peggio che al tempo di Sodoma e Gomorra e del Diluvio Universale, ché allora era in gioco solo la sorte dei reprobi, mentre ora ad essere mi­nacciato è il sistema della vita. Quel che Dio o l’Evoluzione hanno fatto per rendere possibile il coesistere di potenza della natura fisica e affiorare della vita e, con essa, dello spirito, la potenza del dominio politico-militare ha reso precario, col rischio che tutto finisca ben prima dell’esaurirsi nel Sole del combustibile nucleare” (Paccino 1987, p. 16).

Con le bombe atomiche degli Stati Uniti sul Giappone nel 1945 cambia in maniera totale il corso della storia umana e del pianeta e si riconosce, come fece sin dal giorno dopo dalla bomba su Hiroshima Albert Camus (1945), che “la civiltà meccanica sta per avviarsi alla sua fase finale di barbarie. Occorre scegliere, in un futuro prossimo o non troppo lontano, tra il suicidio collettivo e l’utilizzo intelligente delle conquiste scientifiche”:

la tecnicizzazione dell’esistenza: il fatto che indirettamente e senza saperlo, come le rotelle di una macchina, possiamo essere inseriti in azioni di cui non prevediamo gli effetti, e che, se ne prevedessimo gli effetti, non potremmo approvare – questo fatto ha trasformato la situazione morale di tutti noi (Anders 2016, p. 25).

Nelle parole di Paccino: “Hiroshima è stata sì una rivelazione, ma anche una conferma. La vocazione al suicidio della specie fu evidenziata dalla Prima guerra mondiale, inaugurata nel generale tripudio, con lancio di fiori ai soldati portati al macello” (Paccino 1987, p. 20), tanto che “nel caso che il pianeta non soccomba né per ecocidio né per conflagrazione atomica, la futura storiografia dovrà registrare una cesura senza precedenti nel corso storico, dialetticamente caratterizzato da continuità e discontinuità: il prima e dopo Hiroshima” (Paccino 1987, p. 17).

In altri testi, Paccino si è confrontato con la funzione che, in questo tipo di contesto epocale, potrebbero avere la cultura e il sapere critico. Se nel testo “La necessità di una filosofia per il computer” si intravede lo spazio per un sapere critico, nel testo sull’ideologia del nucleare (Paccino 1987) si afferma che, probabilmente, non c’è più posto per esso:

siamo, in altri termini, all’atomo (il potere tecnologico, che su tutto comanda: natura, società, spirito) senza più le rose (la creatività culturale, sostituita dall’industria della cultura), esibita sul mercato in mucchio con le altre merci). Col risultato che, nell’adorazione, che ci viene spontanea, di rose finte (di plastica, scambiate per quelle che in passato costituivano il sorriso della vita, per cui anche i miseri s’accorgevano che il pane non basta, ci vogliono anche le rose), siamo incapaci di rivolgere l’attenzione alla realtà, che non è soltanto lo scandalo denunciato da Marx di una umanità mercificata, ma è pure un pianeta esposto — nell’eventualità della guerra nucleare e nel perdurare dell’ecocidio in atto – a una morte prematura rispetto a quella che l’attende, fra milioni di anni, per l’esaurirsi, nel Sole, del combustibile atomico (Paccino 1987, p. 17).

La conclusione di Paccino cambia su questo punto, almeno in parte, nel corso del tempo, anche se pur in un testo maggiormente ottimista verso le possibilità del sapere critico come è “La necessità di una filosofia per il computer”, Paccino (1990b) scrive che:

in sostanza il computer, nonostante tutti i vantaggi che comporta, può raffigurarsi senza esagerazioni come il nemico, riuscendo difficile, se non impossibile, far emergere, attraverso di esso, la verità […] sul lungo, travagliato cammino degli esseri umani che rischiano, perdendo l’unico sapere che investe la loro interiorità, il loro destino, la totale disumanizzazione dentro il linguaggio computerizzato, che […] altro non è che il linguaggio che lascia fuori la storia.

Al tempo stesso, nel testo inedito “L’oppio del popolo”, dopo una lunga analisi sulla scienza e il dominio, Paccino (1982) conclude con un’apertura alla speranza, in quanto “nonostante i signori dell’Apocalisse e i bricconi che lavorano al cocktail Dio-Scienza, vivono e lottano religiosi e laici che mantengono inalterata la loro fede nell’uomo” e, quindi, nella volontà di scongiurare l’olocausto della natura vivente.

Come evidenziato da Bernard Stiegler (2019) tre decenni dopo, in un’intervista con Teresa Numerico e Benedetto Vecchi, “se tutta la vita diventa oggetto di calcolo, cioè se tutto è misurato, prima o poi non ci sarà nulla che produce invenzione, innovazione”, dunque cambiamento radicale, aggiungendo che:

questa tendenza alla misurabilità può produrre ricchezza e prosperità, come abbiamo visto in questi decenni. Ma poi la crisi insorge a causa di questa attitudine radicale a formalizzare matematicamente la vita umana […]. Sono gli algoritmi che conducono il gioco, prendendo le decisioni. E noi umani non sappiamo neppure quale sia la logica che li muove. Ecco: la società automatica è una società dove vige il potere governamentale degli algoritmi.

La scienza come ideologia e struttura di potere

Nel testo “L’oppio del popolo”, Paccino (1982) parte da una premessa, quella di scrivere un testo che sia una palinodia, ovvero una ritrattazione de “L’imbroglio ecologico”, proponendo un omaggio sarcastico ai vincitori, ai “cappellani” che collaborano all’apocalisse, perché la Scienza dà ragione a loro e del resto la felicità non può essere di tutti (Cristo e Marx sono diventati la giustificazione ideologica del boia). A essere divenuta oppio del popolo è proprio la Scienza, il cui discorso ha sostituito l’oppio religioso della fede in Dio, giungendo a trasformare l’uomo nell’origine e fine di tutto, dimenticando il pianterreno dell’esistenza, quello dei meccanismi chimici e fisici che regolano la biosfera.

Secondo questa prospettiva, però, la Scienza non svolge solo la doppia funzione di consolazione, dunque quella di oppio, e ideologia, e quindi di strumento di potere. Essa è anche struttura di potere, una forza del dominio in sé, divenuta, soprattutto durante il ‘900, un vero e proprio Leviatano scientifico che tutto può in campo politico, economico, militare e culturale. In particolare, è con l’incorporazione della Scienza nella produzione e nella guerra capitalisticamente orientate che si sono accelerati i processi di inquinamento e desertificazione. La Scienza, divenuta Big Science, non fa distinzione fra guerra-guerra e guerra economica e si pone al servizio della protezione del più forte, garantendogli la supremazia tecnologica, con la quale decima le industrie incapaci di reggere alla concorrenza con macchinari sempre più sofisticati e, nello stesso tempo, dilata sempre di più la disoccupazione, trasformando così in privilegio quello che sembrava una maledizione: il lavoro salariato.

La scienza come struttura di potere mette in crisi anche le alternative dell’ecologia conflittuale proposte ne “L’imbroglio ecologico”. In “L’oppio del popolo”, seguendo il metodo della Palinodia – mettersi nei panni dei cappellani, che nulla hanno di socratico essendo la voce del padrone, sviluppando la loro logica sia nel privato, al livello teoretico/psicologico nell’ipotesi della salvezza personale, sia nel pubblico, con il fucile atomico che comanda alla politica – Paccino (1982) scrive che:

al tempo de “L’imbroglio” ero fermo alla Terra promessa biblico-marxiana. In verità l’unica realtà, sotto l’ombrello atomico, è la Tana della Talpa, del Privato, che, nella proliferazione corporativa del dominio, resta tale anche quando è modellata in partito, sindacato, comunità, avvolto nella bandiera dell’interesse generale e del Bene comune. […] Questa la tragedia del nostro tempo che non avevo intuito redigendo “L’imbroglio”: Cristo e Marx sono rimasti al Getsemani e alla Comune di Parigi, mentre il Potere, incorporato nella Scienza, non si limita più a crocifiggere il Messia e a sterminare i comunardi: pratica normalmente genocidio ed ecocidio nello stesso tempo che commercializza Cristo, Marx, la cultura nel suo complesso, di destra o sinistra che sia. Il tutto in tali disastrose convulsioni produttive, belliche e di costume, che si finirà probabilmente col vedere la guerra nucleare quale opzione obbligata, giacché delle due l’una: o cancellerà la specie umana, dimostrando così la maturità all’autoannientamento, o funzionerà come apocalisse, rivelazione che la guerra (homo homini lupus) non paga più e che la sopravvivenza è possibile solo sulla base della legge morale che, come dimostrò Tommaso Moro, può ritenersi tale solo se liberata da condizionamenti economici. […] Cristo e Marx sono stati ammazzati da quella Scienza che gli ha fatto credere d’aver scoperto la legge di sviluppo della Storia che consente di passare dal Regno di Necessità al Regno della Libertà.

Aggiungendo, sempre seguendo il metodo della palinodia, che:

persino il dolore sarà vinto per mezzo della Scienza, e da essa probabilmente ci verrà anche il miracolo dell’immortalità individuale, per modo che si potrà vivere senza limiti di tempo nella nostra Tana della Talpa. Il Paternoster è stato sostituito dalla farmacopea e lo strambo, cervellotico metodo filosofico, fugato dalla proibizione a pensare ciò che resta fuori dalla conoscenza scientifica, cioè l’uomo, di cui la Scienza può dirci tutto sulle sue componenti passate e presenti salvo ciò che lo riguarda in senso esistenziale, morale, culturale, naturale, storica.

Tuttavia, nello stesso testo del 1982, Paccino riconosce che non è possibile nascondere che con l’attuale modello di sviluppo (sostanzialmente identico a Est come a Ovest) piove acido. Commentando i dati elaborati dal Swedish Ministry of Agriculture – Environment ’82 Committee (1982) per la conferenza di Stoccolma del 1982 sull’acidificazione dell’ambiente, Paccino definisce quest’ultimo processo come un olocausto naturale prodotto non dalla guerra-guerra, ma da quella che è definita pace, perniciosa per uomo e natura più della guerra, senza dimenticare che il maggior apporto alla rappresentazione di un futuro apocalittico viene dal nucleare che:

è fluente scaturigine di contaminazione, specie nel Terzo Mondo, conviene al potere più di tutte le altre energie centralizzate per ragioni politiche ed economiche, facilmente trasforma l’atomo di pace in atomo di guerra (armi nucleari da usare come una normale mitraglietta), [in quanto] le centrali nucleari sono obiettivi militari prioritari (Paccino 1982).

L’ecologia nella logica scienza-potere

In un contesto storico-sociale caratterizzato dall’azione della scienza divenuta elemento del dominio, l’ideologia delle magnifiche sorti e progressive continua a essere dominante, anche se con forme e contenuti diversi da quelli della seconda metà dell’800. Criticando sé stesso, nel testo “L’oppio del popolo”, Paccino scrive che sotto i riflettori di questo tipo di scienza, l’ecologia, lungi dal postulare, come si affermava ne “L’Imbroglio ecologico”, la rivoluzione, si presenta per quella che è: disumana, antisociale, contro natura.

Essa è disumana, in quanto postula che ognuno di noi è il primo e l’ultimo, è posto al centro dell’universo. L’ecologia tutto parifica e tutto fa interagire, per cui un essere umano, nell’economia naturale, non ha più valore di una pianta verde. Secondo Paccino, Con l’ecologia si torna, anche se inconsapevolmente, a re Davide, che, nel salmo 39 della Bibbia, afferma malinconicamente: “ogni uomo, benché saldo in piè, non è che vanità, Certo, l’uomo va e viene come un’ombra; certo, s’affanna per quel ch’è vanità: egli ammassa, senza sapere chi raccoglierà.”.

L’ecologia è, in questo contesto, antisociale, in quanto c’è da chiedersi con quale ragione se si permette anche il genocidio al leader politico, purché disponga di un progetto, si dovrebbe proibirgli l’ecocidio, in nome dell’ecologia? Ad esempio, Paccino ricorda il progetto di deviazione dei fiumi siberiani: esso rappresenta un vantaggio per l’agricoltura e l’occupazione, ma è anche la premessa per un disastro ecologico con caratteri antisociali. Se la politica, in nome del sociale (produzione e difesa) deve avere il primato su tutto, compresa la morale, l’ecologia è evidentemente antisociale, per il fatto di postulare il primato della natura.

Infine, l’ecologia è, sempre in tale contesto di scienza-potere, contro natura, in quanto se è vero che ogni specie vegetale e animale tende a riprodursi ed espandersi (secondo l’illimitata cupiditas di Spinoza) – tanto che senza i naturali fattori limitanti invaderebbe il pianeta, realizzando così le condizioni per la propria estinzione – l’umanità, che con la tecnologia ha acquistato un dominio che le permette l’autodistruzione, dovrebbe assumere la ratio come fattore limitante, ma essa non può svolgere tale funzione, come mostrano di credere gli ecologi. In virtù del progresso tecnologico, la sua cupiditas esce fuori dal cerchio provvidenziale che limita la naturale cupiditas nel mondo animale e vegetale e la ratio è votata al proprio tornaconto privato e pubblico. Il fattore limitante che si profila è l’olocausto naturale e nucleare, il quale, nell’ottica oppiacea dominante, non dovrebbe comportare la fine del sistema della vita. Infatti, richiamando il personaggio di Nerone interpretato da Ettore Petrolini che canta mentre Roma è in fiamme, Paccino (1982) sarcasticamente scrive che: “a olocausto consumato gli stessi scienziati che l’avessero favorito ci fornirebbero i mezzi per ricreare lo scenario terrestre più bello e più superbo che pria”, sperando nel fatto che, come fa dire Petrolini a Nerone, “il popolo, quando sente le parole difficili, si affeziona”[2].

Concludendo: andare oltre la civiltà nucleare

La questione del nucleare – non solo militare – è interna al più generale tema dei rapporti di forza. In un articolo del 1980, Paccino analizza il significato delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, evidenziando che esse nascono dalla volontà di dominio del pianeta che i detentori delle armi nucleari hanno voluto esercitare e segnano la fine dei valori della civiltà occidentale, affermando che “il messaggio del fungo del 6 agosto ’45 è che solo la forza […] conta: una forza esercitabile, su scala planetaria, solo a condizione di dar per scontata l’apocalisse (Paccino 1980, p. 43).

La lotta contro il nucleare è alla base di “rosso vivo”, la rivista diretta, in una nuova serie, da Paccino dal 1979 al 1986 con l’obiettivo di divulgare una critica marxista all’ecologia dominante. Il primo numero si apre con un editoriale dal titolo emblematico, Energia padrona, introduttivo a un fascicolo monografico volto “a illustrare che non si può venir a capo, avendo a cuore la tutela della biosfera o – perché no? – della democrazia, del problema energetico, se non si programma la liquidazione dell’energia padrona, l’energia delle multinazionali, quintessenza, oggi, del capitalismo” (Paccino 1979a, p. 6).

In questo numero, a occuparsi “dell’energia e delle sue mistificazioni” è il Comitato politico dell’Enel, attivo nelle lotte antinucleari e, più in generale, contro quella che “rosso vivo” definiva l’“energia del capitale”, la quale costituisce una delle manifestazioni della “scienza del padrone”, che, “in quanto forza produttiva per l’accumulazione e la riproduzione del capitale […], è strumento per l’accrescimento di plusvalore” (Paccino 1976, p. 19). Questa scienza deve assecondare la logica espansiva e, potenzialmente, senza barriere né limiti, l’accumulazione di capitali. Di conseguenza, essa non può fermarsi mai, anche indipendentemente dai danni che può provocare. Riprendendo temi approfonditi in “La trappola della scienza” (Paccino 1979b) in un articolo breve dello stesso anno Paccino rimarca che “la scienza e la tecnologia, che stanno a fondamento dell’attuale mondo produttivo, non sono divinità che l’uomo ha rintracciato girovagando nei giardini del sapere. Si tratta di modelli che il dominio in generale, e il capitalismo in particolare, hanno prescelto in funzione del controllo e del profitto” (Paccino 1979c, p. 27). Di conseguenza, o si riproduce questo tipo di scienza o si pensa a “inventare un’altra scienza, capace di dare all’uomo una tecnologia di liberazione al posto dell’attuale finalizzata all’asservimento”, sapendo, come illustrato da André Gorz, che una corretta gestione ambientale non è compatibile né con il capitalismo, né con quella che è stata l’esperienza storica socialista, almeno nel campo sovietico[3].

In una ricostruzione offerta da un militante di queste lotte