Ci ricorderemo di questi primi mesi del 2025. In un attimo, relazioni geopolitiche e geoeconomiche che sembravano consolidate e indissolubili sembrano deragliate su una mina anticarro (per usare un linguaggio adatto ai tempi che corrono).

La nuova amministrazione Trump ha scaricato Volodymyr Zelenskyy per discutere in modo diretto e siglare un accordo con la Russia di Putin. Come abbiamo già scritto, l’obiettivo di Trump è duplice: porre fine al finanziamento Usa alla guerra per difendere i territori ucraini e fare in modo che la Russia di Putin (con il quale vi sono affinità politiche, culturali e tecnocrate assai ampie) riduca i rapporti  con la Cina, un abbraccio che potrebbe rivelarsi pericoloso per il mantenimento dell’egemonia unipolare globale made in Usa.

La politica economica di Trump è molto pragmatica. Per mantenere l’egemonia è necessario recuperare il terreno perso sui tre piani che oggi definiscono i poteri geo economici e di conseguenza geopolitici: finanzia, logistica, apparato militare-industriale-telecomunicativo. La leva su cui Trump può ancora giocare è il potere finanziario del dollaro come valuta di riferimento internazionale e principale mezzo di pagamento. La politica dei dazi è finalizzata a ridurre il peso del disavanzo commerciale, oggi finanziato dai paesi creditori (Cina, Giappone, Russia, Messico ed Europa, in primis.

Tutto ciò può rivelarsi un’arma a doppio taglio, visto gli effetti recessivi e l’aumento dei prezzi che ne può derivare per l’Occidente. Inoltre, in questi mesi, grazie all’euforia seguita alla vittoria della tecnocrazia rappresentata dal duo Musk-Trump, non solo le borse hanno festeggiato ma il dollaro si è rivalutato del 5%, con effetti negativi sull’export Usa, con il rischio di rendere meno efficace i dazi sull’import.

Il vero dramma riguarda l’Europa. La sua miopia e la sua mancanza di autonomia politica, dopo aver interamente sposato la logica neoliberista e imperiale dettata dagli Stati Uniti, sono diventate palesi. L’Europa unita di fatto non esiste né sul piano sociale, né sul piano economico, né sul piano fiscale, tanto meno sul piano militare. Di fronte al voltafaccia di Trump sull’Ucraina, invece di prendere atto che oramai è imprescindibile una soluzione diplomatica con la Russia, l’Europa in modo del tutto velleitario persegue nella sua folla politica guerrafondaia, ventilando la formazione di un fondo di 800 miliardi (pari al PNRR) per finanziare un armamento in grado di continuare la guerra in Ucraina. Sarebbe piuttosto più sensato perseguire uno sforzo diplomatico, finalizzato a evitare l’entrata nella Nato (ma non in Europa) dell’Ucraina e la cessione dei territori a maggioranza russa in cambio della sicurezza politica e militare, anche eventualmente garantita dalla presenza di forze militari “peacekeeping” sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Sappiamo già che difficilmente progetto di riarmo europeo potrà realizzarsi, alla luce non solo delle politiche di austerity recentemente riadottare ma anche e soprattutto per le divisioni interne alla stessa compagine europea.

In questo quadro, parlare di orgoglio europeo è del tutto fuori luogo. Le popolazioni dei paesi europei hanno solo da perdere dalla strategia bellicista che sembra aver incantato l’Europa mentre Trump si defila. Essa ricorda, drammaticamente, altri momenti nei quali quasi nessuno di noi c’era ancora, ma pure sono indelebili nella memoria collettiva. Non solo raccolta dai libri, ma impressa nelle esistenze delle generazioni di poco precedenti le nostre.  Tramandata per metterci in guardia. La guerra serve a tenere a bada “il popolo”, e scriverlo sembra addirittura banale: la miseria, la paura, il ricatto, il silenzio sono essenziali per governare nel momento in cui non si dà nulla né nulla si intende dare alle persone. Non reddito, non lavoro, non sicurezza sociale, non prospettive di tipo alcuno. Che cosa serve per crescere, per fiorire, per sovvertire? Non lacrime ma visioni. Più la situazione si fa lugubre e meno possibilità di sviluppo sociale, culturale, economico, immaginativo, rivoluzionario si aprono. Più possibilità di reprimere si generano.

La dimensione guerresca è un campo utilissimo per ribadire gerarchie sotto ogni tipo di profilo, a partire dal concetto predatorio di dominio e di egemonia. Creata da esseri umani maschi, in ogni momento della storia ha imposto comportamenti, valori, sentimenti, passioni del tutto estranei ai desideri autentici e alle pulsioni della vita, messi sempre in secondo piano. Si resta incredule di fronte al fatto che siano proprio leader donne a volerci imporre oggi questa fatale e dolorosa politica.

Contro un ordine ideologico patriarcale e nazionalista, falsamente resistente, assai più saggio disertare.

Riprendiamo perciò, volentieri, ringraziando l’autore e Attac Italia, questo ottimo testo di Marco Bersani, con l’idea di aprire su questo tema dirimente un dibattito il più ampio possibile. In questo pantano confusionario, c’è l’urgenza di prendere parola per non lasciarla solo a chi pretende di agitare le piazze in nome di  una non ben precisata dignità d’Europa. Auspichiamo, perciò, l’aggiunta di ulteriori contributi [AF e CM]

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Michele Serra e la corsa sul cavallo morto – di Marco Bersani

 

Dice un proverbio degli indiani Dakota: “Quando il cavallo è morto, la cosa più intelligente da fare è scendere”. Quello che invece viene normalmente fatto è aumentare a dismisura le frustate affinché il cavallo riparta.

Credo sia questa la cifra che ha spinto Michele Serra, autore satirico che questa volta si è incredibilmente preso sul serio, a chiamare una piazza per l’Europa, una piazza “emotiva” che esprima “l’orgoglio europeo”. Naturalmente, decine di fantine e di fantini sono immediatamente balzate a cavallo e, dimenticando la saggezza Dakota, hanno iniziato a incitarlo e a spingerlo.

Una farsa, se non fossimo immersi nella tragedia.

Nell’immaginario collettivo, l’Unione europea è nata su tre valori fondanti: pace, giustizia sociale, democrazia. Ovviamente, si è sempre trattato di un immaginario intriso di cultura coloniale, perché il benessere dell’Europa era intimamente legato all’espropriazione e allo sfruttamento del sud del mondo. Tuttavia, dopo due devastanti guerre mondiali, l’idea che i Paesi europei si associassero per bandire la guerra, per costruire un welfare che garantisse una serie di diritti sociali e per farlo in un contesto di democrazia, per quanto spesso formale più che sostanziale, aveva coinvolto milioni di persone dentro la speranza di un futuro più dignitoso.

Che ne è stato di quelle promesse?

L’Europa della pace aveva già perso gran parte della sua ragion d’essere il 24 marzo 1999, quando il governo D’Alema si fece parte attiva dei bombardamenti sulla Serbia, nel contesto del conflitto nell’ex-Jugoslavia. Ma oggi quella ragion d’essere si è trasformata nel suo esatto contrario. Oggi l’Unione europea chiede ai popoli che la compongono di immaginare il proprio futuro interamente permeato dalla dimensione della guerra. Vuole trasformare l’intera economia in un’economia di guerra e l’intera società in una società in guerra.

Dove si situa, caro Michele e cara scuderia di fantine e fantini annessi, l’orgoglio europeo, dentro un contesto che ha fatto perdere qualsiasi aspirazione diplomatica europea nella subalternità totale agli interessi Usa e Nato, i quali – grazie al coup de theatre del tycoon Trump – oggi ne scaricano tutti i costi sul continente europeo? Dove si situa l’orgoglio europeo, dentro un contesto che ha fatto naufragare qualsiasi dimensione mediterranea nella complicità col genocidio del popolo palestinese?

L’Europa della giustizia sociale ha iniziato a naufragare già nel 1992 quando si è deciso, con il Trattato di Maastricht, di costituzionalizzare a livello europeo le politiche liberiste e di austerità, dentro un disegno di compressione totale di redditi e diritti per consegnare al mercato e ai grandi interessi finanziari l’intero campo dei beni comuni e dei servizi pubblici. E il definitivo naufragio è ormai avvenuto già dal 2015, sancito dalla ferocia con la quale è stata asfaltata la Grecia ribelle.

Dove si situa, caro Michele e cari cavalieri dell’Apocalisse, l’orgoglio europeo nell’aver fatto impoverire 95 milioni di persone (un quinto della popolazione europea), nell’aver costretto tutte le altre dentro un orizzonte di solitudine competitiva, nell’aver trasformato il Mediterraneo in un cimitero delle speranze?

L’Europa della democrazia è davanti agli occhi di tutti: un continente governato da un’oligarchia fondata sui grandi fondi finanziari e sulle grandi multinazionali, con istituzioni trasformate in maggiordomi in servizio permanente verso questi interessi, e pronte ad esercitare autoritarismo e repressione verso qualsivoglia dissenso o conflitto sociale.

Dove si situa, caro Michele e cari cavalieri del Drago, l’orgoglio europeo nell’aver permesso la rinascita e l’espansione di un’ondata nazionalista e fascista che oggi attraversa l’intero continente e in buona parte lo governa?

C’è un detto milanese che recita: “Ofelè fa el to mestè”. Letteralmente significa “Pasticciere fa il tuo mestiere” e viene usata per ridimensionare gli intenti eccessivi che qualcuno possa esprimere.

Caro Michele, dicci che stai continuando a fare il tuo mestiere e che l’idea della manifestazione del 15 marzo per l’Europa era una tua nuova, folgorante boutade satirica.

Perché se invece non lo è e se davvero chiedi di andare in piazza per sostenere chi sta stanziando 800 miliardi di euro per il riarmo, sappi che diserteremo.

Così, per iniziare ad allenarci.

Immagine in apertura: “Guernica” Pablo Picasso, 1937, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid