Effimera pubblica la prefazione di Andrea Fumagalli al libro L’Iran e la bomba di Giorgio S. Frankel, DeriveApprodi editore. Si tratta della II edizione di questo testo, dopo la prima, pubblicata nel 2010, vale a dire 15 anni fa. Un libro che mantiene comunque intatta la sua attualità
* * * * *
Il libro di Giorgio S. Frankel L’Iran e la bomba è stato pubblicato nell’aprile del 2010, più di 15 anni fa. Eppure, sembra scritto ieri, anche se oggi la situazione geopolitica internazionale è assai diversa da allora e presenta delle novità che non possono essere ignorate. Ma ci sono aspetti che sembrano sospesi nella storia. Uno di questi è sicuramente l’ossessione dei Paesi occidentali, riuniti nel gruppo G7, nei confronti di una possibile bomba nucleare iraniana. Il primo capitolo del libro, infatti, dal significativo titolo “L’atomica più lunga della storia”, ricorda la discussione che animava il pensiero politico e dei media mainstream di allora. Le argomentazioni dei principali leader occidentali sono le stesse di oggi. Partendo dall’assunto, non provato ma falso, che l’Iran è già in possesso della bomba atomica, si giustifica una politica di aggressione all’Iran in funzione preventiva. La propaganda in voga ci dice che, a differenza dei Paesi occidentali che, pur disponendo dell’atomica, ne fanno un uso responsabile, altrettanto non si può dire dell’Iran, il cui governo, teocratico e illiberale, non è affidabile e quindi rappresenta una minaccia. Ci si dimentica che fino ad ora l’unico paese che ha usato la bomba atomica con i suoi disastrosi effetti sono stati gli USA.
Come si sa, la storia ama ripetersi, anche se non delle stesse modalità. La creazione di apposite notizie false (il possesso di armi chimiche di distruzione di massa) era stata già orchestrata per giustificare l’aggressione militare all’Iraq di Saddam Hussein nel 2003. Il riferimento a questo antefatto è presente nel testo di Frankel, che vede (una volta deposto il dittatore iracheno ma non raggiunta la stabilità dell’area con la crescente influenza del fondamentalismo islamico dell’Isis) l’attenzione del mondo occidentale rivolgersi verso l’Iran, additato come colpevole di fomentare l’instabilità dell’area appoggiando i gruppi sciiti contro i sunniti in funzione di un controllo politico-militare dell’intera regione.
Purtroppo, Giorgio S. Frankel, profondo conoscitore del Medio Oriente ed esperto in materia di risorse energetiche, collaboratore de Il Sole 24 Ore e del settimanale Mondo Economico, è deceduto nel 2012 e non ha potuto vedere gli sviluppi della situazione e la dinamica storica più recente.
Due sono infatti gli eventi più importanti che hanno modificato il contesto geopolitico.
Il primo riguarda la firma, avvenuta a Vienna il 14 luglio 2015, del Piano d’azione congiunto globale, comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano, tra l’Iran, il P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti – più la Germania) e l’Unione europea.
In base a tale accordo, l’Iran ha accettato di eliminare le sue riserve di uranio a medio arricchimento, di tagliare del 98% le riserve di uranio a basso arricchimento e di ridurre di due terzi le sue centrifughe a gas per tredici anni. Per i successivi quindici anni l’Iran potrà arricchire l’uranio solo al 3,67%, quindi per scopi eminentemente civili. Per monitorare e verificare il rispetto dell’accordo da parte dell’Iran, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) avrà regolare accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani. L’accordo prevede che in cambio del rispetto dei suoi impegni, l’Iran otterrà la cessazione delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (emanate con la risoluzione 1747) a causa del suo programma nucleare.
Tuttavia, nonostante il rispetto di tale accordo da parte dell’Iran, nel maggio 2018 gli Stati Uniti di Donald Trump si ritirarono unilateralmente dall’accordo e re-imposero le sanzioni, incluse quelle secondarie, con la conseguenza di estenderle anche a tutti i Paesi e alle aziende del mondo che facevano affari con lo stato persiano. Inoltre, l’Iran è stato escluso dal sistema finanziario internazionale, rendendo di fatto nulle le disposizioni economiche previste dall’accordo sul nucleare. In risposta a ciò, a partire dal luglio 2019 l’Iran ha gradualmente ripreso ad arricchire l’uranio e ad espandere il suo programma nucleare, senza tuttavia essere in grado fino ad oggi di disporre dell’atomica: secondo fonti dei sevizi segreti Usa – rivelate dalla Cnn – e secondo l’Unione scienziati per il disarmo – USPID -, infatti, ci vorrebbero ancora tre anni per raggiungere tale obiettivo. Di fatto, il pericolo nucleare da parte dell’Iran trova la sua origine nelle scelte irresponsabili della I° amministrazione di Trump. E il fatto che oggi Trump abbia un secondo mandato non depone sicuramente a favore di una strategia diplomatica e di pacificazione.
Ed è proprio riguardo a questo punto che occorre ricordare un secondo evento che oggi crea fattori di instabilità e di tensioni ancora superiori dell’eventuale minaccia nucleare iraniana: il crescente ruolo dei paesi BRICS+ nel contendere l’egemonia unipolare Usa a favore di una transizione verso un nuovo possibile (e auspicabile) equilibrio geopolitico multipolare.
L’amministrazione di Trump, a differenza di quella precedente, è ben cosciente del declino dell’egemonia degli Stati Uniti. Un declino che già si manifesta in modo evidente sul piano tecnologico e logistico e che viene rallentato dalla capacità dei mercati finanziari Usa di consentire al dollaro di mantenere il suo status di valuta internazionale di riserva e di valuta di riferimento degli scambi commerciali su scala globale.
Gli Stati Uniti si trovano infatti ad affrontare, per la prima volta dalla I guerra mondiale del secolo scorso, il pericolo di non controllare più il processo di globalizzazione economica, una volta, sino alla crisi finanziaria globale del 2007-08, gestito dal cosiddetto “Washington Consensus”. La svolta protezionista di Trump lo conferma e sancisce in modo evidente questa debolezza.
A ciò si aggiungono anche i timori relativi alla stabilità dell’economia interna. A tal fine, per gli Stati Uniti, il mantenimento dell’egemonia economica degli apparati militari-industriale è strategica, perché è l’unico strumento per impedire il default dell’economia. Al crescente debito interno, causato dalle politiche fiscali espansive di Biden (in seguito all’emergenza Covid), si aggiunge una bilancia commerciale strutturalmente in deficit che necessita un continuo rifinanziamento grazie agli avanzi dei movimenti di capitali. Di fatto sono le economie dei paesi esteri a pagare i debiti Usa e ciò è possibile solo se il dollaro mantiene la sua autorevolezza come valuta di riserva internazionale e le borse statunitensi mantengono la loro egemonia sui mercati finanziari globali.
A ciò si aggiunge l’adozione, già a partire dall’Amministrazione Biden e prima dello scoppio della guerra russo-ucraina, di politiche protezionistiche basate sul concetto di friend-shoring o di sanzioni: ovvero il consolidamento di relazioni economiche con i Paesi “amici” e, contemporaneamente, l’istituzione di barriere di separazione, commerciali e finanziarie, nei confronti di paesi considerati “avversari esteri” (ad esempio minacciando l’istituzione di dazi). L’intento, non riuscito (vedi ad esempio gli effetti perversi delle sanzioni contro la Russia, non dissimili da quelle contro l’Iran), era di tenere sotto controllo le catene internazionali del valore, sottraendole, illusoriamente, alla governance cinese e dei paesi BRICS+.
L’escalation della guerra in Medio Oriente rappresenta così una ghiotta occasione per ripristinare l’ordine economico-militare statunitense soprattutto in funzione anti BRICS.
L’Iran ha partecipato per la prima volta all’ultimo vertice dei Paesi BRICS che si è svolto dal 22 al 24 ottobre 2024 a Kazan, in Russia, e l’operazione “shock’n awe” di Israele contro l’Iran può rappresentare una buona opportunità per gli Stati Uniti di ripristinare il proprio primato.
Vi sono tuttavia molti dubbi sul fatto che la strategia di aggressione contro l’Iran, fomentata dal governo israeliano, possa ottenere il risultato di impedire – al limite rallentare – la definizione di un nuovo equilibrio multipolare. Il rischio è, quindi, quello di gettare altra benzina sul fuoco e l’attualità dell’analisi di Frankel lo conferma pienamente.
Scrivi un commento