Lo sciopero italiano del 22 settembre per la Palestina è stato uno sciopero sociale. Da anni non si vedeva la società ribellarsi all’unisono in questo modo. Alla chiamata Blocchiamo Tutto, una moltitudine di persone si è riversata in strada, abbandonando il posto di lavoro, i banchi di scuola, i negozi e le case. Abbiamo fermato strade, binari delle stazioni, autostrade e navi nei porti.
Dalle piccole assemblee di quartiere, alle riunioni nei centri sociali, dalle aule nelle scuole ai pomeriggi passati a scrivere cartelli nelle associazioni e nei parchi, fino a un fiume di chat tra migliaia di organizzazioni politiche, sindacali e categorie operaie, abbiamo bloccato tutto. Lo abbiamo fatto in Italia per fermare il genocidio in corso sulle rive del Mediterraneo, e per dare voce alla resistenza che da sempre anima il popolo palestinese contro la violenza cieca e coloniale del governo sionista israeliano. Questo dovrebbero scrivere i giornali e raccontare i telegiornali, se non fossero del tutto collusi e complici con il genocidio in corso.
Questo è solo l’inizio. Lo sanno tutti. Lo sa la gente che è scesa in piazza e ha bloccato l’Italia, lo sanno i governanti fascisti, la polizia e i giornalisti tradizionalmente timorosi di scontentare il potere.
L’Europa dei popoli è contro l’internazionale fascista e sionista che vorrebbe sterminare i palestinesi per rubare loro la terra e costruire insediamenti di lusso per i coloni. L’Europa dei popoli è contro questa idea di Occidente in cui gli Stati Uniti di Trump insediano in Israele il quartier generale della sicurezza tecnologica e del suprematismo bianco per controllare le risorse energetiche del Medio Oriente e mantenere l’Unione Europea in una sudditanza ancillare e politicamente irrilevante.
La partita geopolitica è cruciale. Mentre governi come quelli di Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo e Irlanda comprendono che, al di là dei motivi umanitari, cadere nella trappola trumpiana è un suicidio politico, Italia, Germania e Grecia ci si gettano a nozze. La distribuzione dei voti nel congresso dell’ONU è esemplare: mostra come tutto il mondo sostenga la difesa dello Stato palestinese contro l’ostinazione coloniale di Stati Uniti e Israele, e mette in evidenza un altro dato interessante: è proprio la posizione di Italia e Germania a impedire all’Europa politica di schierarsi con decisione.
Lo sciopero del 22 settembre, il Blocchiamo Tutto italiano, è un tassello di un’internazionale popolare e costituente che emerge dal basso, antisionista e antifascista. È lo stesso movimento che ha bloccato la Vuelta in Spagna, che ha inondato le piazze di Parigi lo scorso 10 settembre, che ha fermato la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e che infine ha fatto salpare la più grande missione internazionalista per mare mai tentata: oltre cinquanta barche, sotto la bandiera della Global Sumud Flotilla, per forzare il blocco israeliano agli aiuti umanitari per Gaza.
I media, come sempre, giocano un ruolo decisivo. È ormai del tutto evidente che in Occidente sono schierati, controllati, compiacenti con la linea governativa. Trump li bullizza da sempre, ma ha già compiuto parecchi passi verso la censura diretta, con forzate acquisizioni da parte di cordate suprematiste delle principali testate. La scena della tavola rotonda dei padroni della Silicon Valley inginocchiati davanti al re è stata emblematica. Negli Stati Uniti come in Italia, la stampa e i social media sono di partito, sionisti, compiacenti o silenti. Questo divario tra ciò che pensano i popoli e ciò che veicolano i media è sconcertante.
Cosa vuol dire che questo è solo l’inizio? Significa concretamente alcune cose. La prima è che il boicottaggio della logistica bellica e degli interessi del comparto industriale complice con Israele non avrà tregua. Dai negozi e dalle farmacie di quartiere, agli accordi accademici e alla produzione culturale, non dobbiamo più permettere che i nostri soldi e le nostre tasse, i fondi per ospedali, scuole e welfare, vengano dirottati verso l’industria delle armi, della sicurezza digitale, della censura e del genocidio. La seconda è che, se siamo moltitudine, dobbiamo autorganizzare un’alternativa agli attuali strumenti di informazione: moltiplicare magazine indipendenti, strumenti digitali autonomi, scrivere sui muri, creare assemblee di quartiere e cittadine. Non lasciamo che siano altri a raccontarci, a deformarci, a trasformarci in qualcosa d’altro. La terza è che dobbiamo restare uniti e convergere sempre. La posta in gioco è altissima e il dissenso, soprattutto italiano e tedesco, può cambiare le sorti dell’Europa.
Se sappiamo questo, sappiamo anche che l’internazionale tecno-fascista e sionista che ci governa, che siede nei board di banche, fondazioni e società energetiche e nelle redazioni dei giornali che contano, non ce lo permetterà facilmente. Diranno che siamo terroristi, che devono controllare tutti per proteggerli da pericolosi estremisti di sinistra, che bisogna mettere in prigione i nostri figli perché gli studenti sono covi di perversione e teppisti di seconda generazione, e alla fine diranno anche che bisogna mandarli a combattere in guerra per “raddrizzar loro la schiena”.
Questo è solo l’inizio, ma dobbiamo restare uniti, rafforzare le nostre piattaforme e organizzazioni, non lasciare indietro nessuno e sapere che la pace potrà essere raggiunta solo se saremo uniti nella lotta.
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