“Così va spesso il mondo… voglio dire,

così andava nel secolo decimo settimo”

Alessandro Manzoni, Promessi Sposi, Einaudi, Torino 1960, cap. VIII, p. 121

 

Pubblichiamo, con il consenso dell’autore, uno stralcio della prefazione di Alfredo Gigliobanco al volume di Beniamino A. Piccone, Attacco alla Banca d’Italia: la difesa di Paolo Baffi, uscito in autoproduzione nel 2025 e di cui è disponibile una versione kindle a partire dal 21 gennaio 2026.

Il volume si compone, oltre alla prefazione di Alfredo Gigliobianco, di un saggio corposo di Beniamino A. Piccone, a cui si aggiunge “Il caso Italcasse”, pubblicato anni fa nel volume Italia occulta di Giuliano Turone; sono pubblicate anche le lettere e documenti raccolti per lo più all’Archivio Storico della Banca d’Italia, a cui va aggiunta la riflessione pubblica a 10 anni dai fatti scritta da Marco Vitale. Chiudono il volume un intervento di Palo Baffi: “Cronaca breve di una vicenda giudiziaria”, e infine la biografia dello stesso Baffi.

Colmando un’analisi storica che sorprendentemente mancava, Beniamino Andrea Piccone ricostruisce l’attacco politico-giudiziario che colpì la Banca d’Italia il 24 marzo 1979. Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia e Mario Sarcinelli, vicedirettore generale con delega alla vigilanza, in modo pretestuoso e grottesco furono accusati dalla Procura di Roma di interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento personale per non aver trasmesso all’autorità giudiziaria notizie contenute in un rapporto ispettivo sul Credito Industriale Sardo, istituto di credito pubblico che aveva largamente finanziato il gruppo chimico SIR di Nino Rovelli, oggetto di indagine da parte della magistratura. La Banca d’Italia di Baffi e Sarcinelli – ben diversa sul fronte della vigilanza da quella diretta da Guido Carli – dava fastidio. A chi? Alla P2 di Licio Gelli, a Michele Sindona, a Roberto Calvi, al gruppo Caltagirone indebitato fino al collo con Italcasse. Ai quali Baffi aggiunge alcuni giornalisti e magistrati, «finanzieri vaticani e dirigenti di qualche istituto centrale di credito; uomini politici e loro caudatari; alti funzionari dello Stato». Nel volume si evidenzia come i mandanti dell’attacco alla Banca d’Italia siano gli stessi che verranno condannati in via definitiva per la strage di Bologna del 1980, ai quali Baffi e Sarcinelli bloccarono le vie di finanziamento occulte provenienti dal Banco Ambrosiano. Paolo Baffi e Mario Sarcinelli verranno prosciolti da ogni accusa l’11 giugno 1981. Troppo tardi per Baffi, che ormai aveva lasciato Via Nazionale (ottobre 1979), e per Sarcinelli, cui di fatto si impedì di diventare a sua volta governatore.

Pur riferendosi a fatti di quasi 50 anni fa, il libro si presenta di estrema attualità, perché scandaglia un fenomeno che anche oggi è assai diffuso in ciò che rimane delle democrazie occidentali: il Deep State o Stato invisibile. Al pari degli Stati Uniti, l’Italia ha sempre rappresentato un caso emblematico. Ma se negli Usa il Deep State è parte organica dello Stato visibile e spesso è una sua emanazione far favorire politiche che sappiano mantenere l’egemonia geopolitica statunitense (tramite colpi di stato et similia), in Italia, il Deep State si sviluppa come deviazione di alcuni apparati che ricorrono al contributo di operatori politici di matrice fascistae/o criminali all’esterno dello Stato visibile, al fine di perseguire interessi economici e politici particolari e non nazionali.

Tale pratica a partire dalla strategia della tensione non è mai venuta meno e perdura in parte tuttora, soprattutto con riferimento al mondo bancario. Si tratta di un fenomeno che non riguarda solo il tema della corruzione o concussione politica (come è emerso ai tempi di Mani Pulite) ma va molto di più in profondità. Il caso Baffi-Sarcinelli ne è un esempio eclatante. Dopo lo scandalo Italcasse, il fallimento del Banco Ambrosiano, il crack Sindona, lo scandalo IOR e numerosi fallimenti bancari (Cassa di Risparmio di Prato, 1987, Casa di Risparmio di Venezia, 1992, Banco di Napoli, 1995, Bipop-Carire 2001-2002, Banca 121 – Monte dei Paschi di Siena, 2002, Crack Parmalat e Cirio, 2003) e dopo la scoperta della Loggia P2 (i cui membri tuttavia hanno continuato ad operare indisturbatamente) seguono nel 2005 i problemi giudiziari dell’allora governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. La vicenda (che divenne nota come Bancopoli) parte dall’approvazione di Banca d’Italia dell’offerta pubblica d’acquisto da parte di Banca Popolare di Lodi (poi divenuta Banca Popolare Italiana) su Banca Antonveneta, “sopravanzando” l’analoga richiesta formulata poco prima dall’istituto olandese ABN AMRO. L’operazione (considerata non legittima da Claudio Clemente e Giovanni Castaldi, all’epoca capi dei Servizi dell’Area Vigilanza della Banca Centrale Italiana) sarebbe stata avallata dal governatore in ragione dei rapporti informali da lui intrattenuti con vari imprenditori e politici. L’inchiesta che ne scaturì (e in particolare le rivelazioni del banchiere Giampiero Fiorani, all’epoca a capo della BPL/BPI) costrinse il governatore Fazio a rassegnare le proprie dimissioni il 19 dicembre 2005.

In Italia, il settore bancario è sempre stato caratterizzato da rapporti opachi con le istituzioni pubbliche locali e/o nazionali e per questo è sempre stato il ricettacolo di infiltrazioni e attività di scambio reciproco pochissimo trasparenti. E parimenti è stato costellato, dopo la vicenda Fazio, di nuovi fallimenti ed esempi di collusione di stampo politica-mafiosa. Al riguardo è sufficiente ricordare il fallimento di Banca Italease (2006), di nuovo Monte dei Paschi di Siena (2008), Banca Carige (2012), Banca Tercas (2012), Banca Etruria, Carichieti e Cassa di Risparmio di Ferrara (2015), Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza (2017), Banca Popolare di Bari (2019) Banca Popolare Valconca (2022). Si tratta di un elenco che non ha eguali in Europa. Nel 2025, il panorama è caratterizzato da strategie di fusione e acquisizione che hanno interessato Banca Popolare Emilia Romagna, Banca Popolare di Sondrio, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, Generali Assicurazioni, con operazioni che sono sotto indagine da varie procure con l’accusa di aggiotaggio e insider trading. Se negli anni 2010-2015, quinquennio horribilis per il credito italiano, i fallimenti delle banche locali erano in parte determinati anche da collusioni dubbie con i partiti maggioritari sul territorio (in particolare la Lega ma anche i partiti di centro-sinistra nelle regioni con tale maggioranza), oggi sembrano più evidenti rapporti tra le istituzioni nazionali e le istituzioni creditizie. Interessante al riguardo è analizzare i rapporti tra mondo bancario e il governo Meloni, anch’esse caratterizzati da opacità e collusioni, nonché da interessi corporativi. Sintomatica al riguarda è la vicenda del decreto legge varato dal Governo Meloni nell’agosto 2024 che imponeva l’introduzione di una tassazione sugli extra-profitti maturati dalle banche (112 miliardi di euro negli ultimi 5 anni). Una decisione di sapore populista che poi nella realtà non si è mai verificata, grazie all’introduzione, nel momento della trasformazione del decreto in legge, di una norma ad hoc che consentiva in modo discrezionale alle banche di non pagare il tributo alle casse dello Stato se la somma in questione veniva utilizzata per incrementare il capitale sociale e patrimoniale delle stesse banche. Risultato: le case dello Stato sono rimaste all’asciutto, le banche si sono rafforzate dal lato patrimoniale con conseguente e ovvio incremento dei relativi indici di borsa facendo così felici gli azionisti che hanno potuto lucrare elevate plusvalenze e dividendi crescenti (Andrea Fumagalli).

Beniamino A. Piccone è private banker e insegna Sistema Finanziario presso l’Università Carlo Cattaneo-LIUC di Castellanza. È l’animatore di Faust e il Governatore, blog di economia e finanza. Autore di numerosi libri su Paolo Baffi, di cui è ritenuto il massimo esperto in Italia

Alfredo Gigliobianco, storico ed economista, dirige la divisione Storia economica e Archivio storico della Banca d’Italia.

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Nel marzo 1979 una notizia-bomba deflagra sui giornali italiani: il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il vicedirettore generale Mario Sarcinelli sono sotto inchiesta. Sono accusati dalla Procura di Roma di interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento personale. L’accusa è di non aver trasmesso all’autorità giudiziaria le notizie contenute in un rapporto ispettivo (preparato dalla Banca stessa) sul Credito Industriale Sardo. Per capire bisogna fare un passo indietro: il Credito Industriale Sardo aveva largamente finanziato il gruppo chimico SIR controllato da Nino Rovelli, il quale era sospettato di avere ottenuto, negli anni precedenti, finanziamenti pubblici sfruttando amicizie politiche.

Gli italiani perbene furono scioccati dalle incriminazioni, un po’ perché la Banca d’Italia si era guadagnata negli anni una buona reputazione di efficienza e correttezza, ma soprattutto perché era ben noto il carattere austero, assolutamente non-politico, del governatore Baffi e di Sarcinelli. Molti ipotizzarono un movente politico, o politico-economico, dietro a quell’atto della Procura della Repubblica di Roma. Ma non era affatto chiaro dove si dovesse guardare. Chi aveva mosso la mano del pubblico ministero Alibrandi? Le stesse vittime dell’attacco non capivano. Si domandavano chi, fra i tanti nemici che si erano procurati svolgendo con rocciosa competenza il proprio lavoro di vigilanza sulle banche, avesse architettato l’astuta e letale contromossa. Si fecero molti nomi, di politici e di finanzieri, di affaristi e di grandi debitori. Ma, a tanti anni di distanza, una risposta documentata mancava. Questo libro colma la lacuna. Beniamino Piccone ricompone con pazienza e con tenacia i molti pezzi di un mosaico che bisogna conoscere per capire bene questo nostro Paese.

I protagonisti

Prima di svolgere qualche considerazione sul tema dei mandanti e soprattutto dei loro fini, voglio brevemente presentare al lettore i protagonisti di questo dramma. Siamo come a teatro: ecco i personaggi.

La prima protagonista è la Procura della Repubblica di Roma, altrimenti detta «il porto delle nebbie» (un termine poetico coniato da Stefano Rodotà). Un luogo importantissimo, perché praticamente ogni inchiesta avente un addentellato politico (corruzione, terrorismo, servizi segreti deviati e molto altro) può, applicando le dovute technicalities procedurali, essere dirottata verso questa Procura, e pertanto insabbiata, o al contrario (molto più di rado) accelerata. È a questa Procura che appartengono Antonio Alibrandi e Luciano Infelisi, rispettivamente pubblico ministero e giudice istruttore nel caso Baffi-Sarcinelli.

Il secondo protagonista è l’ambiente eversivo di destra: NAR, Ordine Nuovo, fino a un partito parlamentare, il Movimento Sociale Italiano, erede della Repubblica di Salò. In più di una occasione, il porto delle nebbie contiene elementi legati all’ambiente eversivo di destra. Il caso più clamoroso è quello di Alibrandi, il giudice istruttore che indaga su Baffi e Sarcinelli: le sue simpatie per la destra estrema sono note e, se non bastasse, suo figlio Alessandro è un astro nascente del terrorismo di destra, responsabile di numerosi omicidi (finirà a sua volta ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia a Roma due anni dopo i fatti di cui parliamo).

Il terzo protagonista è il vasto sottobosco economico-finanziario che imperversa in un Paese, come il nostro, nel quale il capitalismo non ha maturato anticorpi sufficienti per ripulirsi da imbroglioni e approfittatori che operano su grande scala: gente che fa i soldi non perché produce ricchezza, ma perché la toglie agli altri (i risparmiatori ingenui) utilizzando stratagemmi più o meno raffinati, e avvocati in proporzione. Parlo, naturalmente, dei Sindona e dei Calvi, ma anche di tanti altri personaggi ed enti molto meno conosciuti, che prosperavano e prosperano anche a livello locale (volete un nome contemporaneo? Denis Verdini). Sicuramente negli anni Settanta e Ottanta questo sottobosco mantenne contatti con la criminalità organizzata (in particolare Mafia e Banda della Magliana, come risulta da varie sentenze passate in giudicato e citate puntigliosamente nelle pagine che seguono) e con l’estremismo di destra, e godette spesso della protezione del porto delle nebbie.

Il quarto protagonista è una stampa prezzolata (non veri giornalisti, ma manganellatori travestiti da giornalisti) che funge da cinghia di trasmissione per ricatti, minacce, avvertimenti. Le testate sono citate più volte nelle pagine del libro: «Il Fiorino», «Il Borghese», «Il Secolo d’Italia» (organo del Movimento Sociale Italiano). In una lettera del 6 marzo 1981 a Enzo Bettiza, Paolo Baffi scrive: «assurde e strumentalizzate a qualche occulto fine mi sono parse le accuse che mi venivano mosse e che trovavano eco (e talvolta precisa anticipazione) in un blocco di organi di stampa che non meritano essere definiti di destra (Fiorino, Vita, Giornale d’Italia, Borghese, AIPE), ma semplicemente sporchi». Un metodo simile – minacce, stampa prezzolata, accuse infamanti – era stato usato cinquant’anni prima, sotto il fascismo, contro un altro galantuomo che aveva fatto troppo bene il proprio mestiere di vigilare sulle banche. Il suo nome è Niccolò Introna. I suoi calunniatori non ebbero vergogna di usare perfino la sua fede religiosa – era valdese – per farlo apparire un nemico della patria, nell’Italia cattolicissima degli anni appena successivi al Concordato del 1929. La storia è raccontata in un libro recente di Federico Fubini, L’oro e la patria.

Il quinto è un pezzo, non tanto piccolo, del potere politico. Parlamentari, alcuni ministri, alti dirigenti di ministeri. Tutto fa ritenere (sebbene manchi, è vero, la prova provata) che, in posizione defilata ma in effetti dominante, fosse lo stesso presidente del Consiglio di allora, Giulio Andreotti. Anche Baffi ebbe questo sospetto. In una lettera a Salvatore Messina dell’8 luglio 1985 commentava: «I meccanismi di tutela istituzionale che dovrebbero garantire l’esercizio di quello che Ella conclude essere un “potere costituzionale” non sono scattati quasi per nulla. […] Istanze dell’esecutivo sovraordinate al ministro del Tesoro rimasero inerti». Chi c’è, nel potere esecutivo, sopra il ministro del Tesoro?

Infine – sesto elemento – c’è il luogo dove queste varie componenti si incontrano, si scambiano favori, disegnano strategie, pensano a come far fuori i propri nemici: la Loggia massonica P2. Sulla quale tanto si è scritto, e sulla quale ha puntato un faro di luce la Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi, che iniziò il proprio lavoro nel dicembre 1981 e lo concluse nel luglio 1984 con la presentazione della sua relazione al Senato e alla Camera dei Deputati. Nella P2, accanto a tutti i signori appena nominati, si raccoglieva un pezzo, non tanto piccolo, degli apparati dello Stato: polizia, forze armate, servizi segreti civili e militari, funzionari.

Il segreto

Nel 1979 nessuno sapeva che cosa fosse la Loggia massonica P2. Nessuno, a parte il migliaio di persone che ne facevano parte. Nessuno sapeva perché la loggia era segreta (la sua esistenza divenne nota nel marzo 1981, quando uomini della Guardia di Finanza, mandati dai magistrati Giuliano Turone e Gherardo Colombo che indagavano sul finto rapimento di Michele Sindona, scoprirono negli uffici di Licio Gelli la lista degli iscritti).

Il tema del segreto, del potere segreto, è cruciale. È un po’ il leitmotiv di questa storia. Una storia difficile da dipanare proprio perché quelli che l’hanno messa in moto, i burattinai, hanno impiegato tutto il proprio ingegno per rimanere invisibili. Norberto Bobbio (citato più avanti nel libro) coglie perfettamente la gravità della questione: «Lo Stato invisibile è l’antitesi radicale della democrazia».

In questo contesto è utile richiamare l’ipotesi dello storico Franco De Felice, che in un articolo del 1989, Doppia lealtà e doppio Stato, fece riferimento a pezzi di Stato che fanno come Arlecchino servo di due padroni. Uno dei padroni è lo Stato vero, lo Stato costituzionale (che fra parentesi paga lo stipendio); l’altro è un potere che non si mostra, e che persegue fini diversi. De Felice aveva in mente soprattutto le ingerenze americane negli affari italiani, ma non necessariamente a questo ci si deve limitare. Da quel che sappiamo, soprattutto grazie alla Commissione Anselmi, esisteva e operava in Italia una vasta organizzazione segreta, incistata anche negli organi dello Stato, che aveva un programma politico, fini economici, poteri di nomina di funzionari, possibilità di ricatto nei confronti di molte personalità, influenza su esponenti della magistratura. Tuttavia non bisogna farsi prendere la mano. Il fatto è che le organizzazioni segrete, da che mondo è mondo, suscitano una curiosità estrema. Ci s’immagina che abbiano poteri sconfinati, e che siano il motore occulto un po’ di tutto. Ma bisogna tenere i nervi saldi e applicare la logica. L’esistenza di un sistema di potere occulto, che si atteggia a Stato parallelo, non autorizza a concludere che tutto ciò che accade sia imputabile a questo sistema. Non è che la storia d’Italia si riduca a un epifenomeno della P2, a un gioco di ombre manovrato da questa cricca. Anzi, tutto fa ritenere che il «doppio Stato» (di cui la P2 non è che una manifestazione, forse la più importante) abbia conseguito, finora, successi importanti ma limitati. Ma non rallegriamoci troppo, non scommettiamo sul futuro. Uno di questi successi fu, purtroppo, l’eliminazione di Sarcinelli dal panorama della vigilanza bancaria, e un altro le dimissioni di Baffi da governatore.

L’Italia non è certo unica, nel panorama politico mondiale, ad aver avuto un centro di potere invisibile. Gli Stati Uniti ci hanno preceduto. La vasta attività golpista della CIA, ampiamente documentata anche da fonti ufficiali poi desecretate, con la quale sono state deviate e decise le sorti di molti Stati, dal Guatemala a Cuba, dall’Iran al Cile, è stata svolta completamente al di fuori del controllo democratico del Congresso e dell’opinione pubblica americana. La questione cominciò ad affiorare dopo il fallimento del tentativo di invasione di Cuba organizzato dalla CIA nel 1961. A fare luce sull’argomento furono due giornalisti, David Wise e Thomas B. Ross, autori di The Invisibile Government (pubblicato non a caso da questa parte dell’oceano, a Londra, nel 1965, da Jonathan Cape). Il libro inizia così: «There are two governments in the United States today. One is visible. The other is invisible. […] The invisible government is not a formal body. It is a loose, amorphous grouping of individuals and agencies drawn from many parts of the visible government. […] It even encompasses business firms and institutions that are seemingly private». La differenza è che mentre negli Stati Uniti il «governo invisibile» è una costola di quello legittimo che si è distaccata da esso e lo ha poi pesantemente condizionato, In Italia si è trattato (forse in parte ancora si tratta) di una coalizione fra agenti esterni allo Stato ed elementi dello Stato stesso, alleati a perseguire fini diversi e opposti a quelli della Costituzione.

I fini

Il fine di tutto questo? Certo, non è in questa piccola prefazione che si può rispondere a una così grande domanda, né voglio anticipare al lettore la soluzione che dà, nelle conclusioni, l’autore. Il quale ha trovato, mi sembra, il giusto punto di equilibrio fra motivazioni politiche e motivazioni economiche degli aderenti alla P2. Qui mi limito a una modesta osservazione. Mentre l’opinione pubblica, forse a ragione, si è concentrata sul significato politico della Loggia, sulle sue potenzialità eversive (la relazione della Commissione parlamentare ha rinvenuto una vasta, avvolgente strategia politica, una strategia eversiva mirante al «dominio»), la mia sensazione, basata su una certa conoscenza di eventi, anche remoti, frutto di tanti anni di ricerche, mi porta a ritenere che l’elemento economico sia stato un po’ sottovalutato.

Diamo pure per scontato che ai vertici (quelli veri) della Loggia ci fossero politici ambiziosi e, a modo loro, lungimiranti. E che altri personaggi, operanti in campo finanziario, mirassero a occupare posizioni cruciali nel capitalismo maggiore, diciamo nella serie A dell’economia (banche, holding, utilities, giornali). A questi Baffi e Sarcinelli davano particolarmente fastidio. Ma i gregari? Che avevano in mente i gregari, grandi e piccoli, quelli che hanno eseguito, calunniato, spiato, fatto i manovali del disegno criminale? Imprenditori, finanzieri, costruttori, generali, colonnelli, poliziotti avevano in mente vantaggi ben più concreti: autorizzazioni a costruire contro la legge, oppure a versare cromo esavalente nel torrente sotto casa, o a quotare in borsa società senza capitali effettivi; cercavano di aggiustare processi, acquisire vantaggi di carriera, o sistemazioni di figli, nipoti e amanti. Mentre per i politici l’economia, e cioè in sostanza i soldi, serve il fine politico, nella mente di questi personaggi è la politica che serve per proteggere e promuovere la scalata economica. Ma, come vedrete, Beniamino Piccone propone una soluzione che va oltre questa semplice caratterizzazione. Lascio volentieri la parola all’autore.

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Foto di apertura: Mario Sarcinelli e Paolo BAffi,  tratta da investire.biz