Una recensione (e oltre) di Bianca Nogara Notarianni alla raccolta di scritti di Massimo Filippi dedicati agli spettri che abitano le nostre abitazioni (Spettri domestici, Calibano Editore, Milano 2025). Tutti e tutte noi pensiamo che i luoghi dove viviamo possano garantire riparo, riservatezza, inaccessibilità rispetto all’orrore del mondo. In realtà, non c’è dimensione “privata” né “innocente”. Siamo in grado di vedere, di sentire la voce, il canto del “resto” che ci circonda, animato o inanimato? «Non esiste alcun luogo da cui sottrarsi impunemente […] alle relazioni che mi costituiscono, alle relazioni che io sono».
Molte sono le vite che hanno attraversato, prima di noi, le case, molte le relazioni che in quegli spazi abbiamo intrecciato e che continuano a parlarci. Molti i battiti che ci arrivano dal resto del vivente e che si affacciano, comunque, alle nostre finestre. Vite umane e non solo umane. I genocidi delle guerre e le “piccole vite infami” di animali, orsi, vespai, molluschi.
Qualcosa che ci convince a soffermarci a pensare oltre il presente, oltre il lavoro, oltre le gerarchie del logos e del mercato, nell’eccedenza di un desiderio comune.
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«Fossi uomo, dovrei sapere d’esserlo; / preferirei, se fossi bestia, un qualche / fine od un qualche mezzo, se persino le piante, / persin le pietre detestano od amano: / tutto, tutto s’investe di qualche proprietà», piangeva Donne nel Notturno di Santa Lucia, che è il giorno più breve e più cupo dell’anno – la dipartita dell’amata l’aveva devastato nelle carni e nello spirito, ma anche in quel «caos» e in quel «diluvio» e persino in quella «carcassa» e in tutte quelle cose che con l’amata aveva avuto modo di essere (almeno, così dice la poesia). Tanto che ora chi canta e piange è solo il di lei epitaffio, solo sua tomba. Quanta della nostra vita non è nostra vita, ma è concatenamento? Tanto che senza compianta compagna la scala aristotelica dell’essere si ripercorre a ritroso. Non mi riconosco più né nell’uomo razionale né nell’animale appetitivo né, ahimé, nella pianta vegetativa e vegetale. Quale parte dell’anima rimane? Se persino la pietra non è, risponde Donne ad Heidegger (ripercorso il tempo a ritroso), povera di mondo, se persin le pietre detestano od amano – io che del primigenio nulla un elisir son fatto, ora allora cosa sono? O dove sono – finito?
Disperso con l’amata, nell’amata, forse. Perché io continuamente contamino quel resto, quel fuori, quell’altro col quale commercio. Fino a che, di me, che cosa rimane? Così ci racconta anche Massimo Filippi nella sua Nota introduttiva a Spettri domestici, uscito lo scorso 2025 per l’editore Calibano. Se la casa diventa mai “mia” è grazie a quelle deiezioni, a quell’eccesso di vita, che la impregna e che la marca, finché “io” mi svuoto e non ci sono forse più: «La casa/tana […] è sempre utero, letto e tomba, il mio-non-mio in cui mi trovo massimamente esposto» (p. 8). Spettri domestici questo racconta: lo stendibiancheria, la doccia, la tavola, il cesso che ho usato fino a impigliarmici, e che ora detestano od amano – come potrebbe fare un essere umano, come potrei aver fatto io, come potrebbero fare persin le pietre. Il sospetto è che potessero farlo, questo, anche prima che io sputassi tutta la mia saliva col dentifricio nello scarico del lavello, anche prima che m’incollassi allo schermo fino a seccare le palle degli occhi. Ma lo sapevo, io, questo? Sospetto di no.
«Una mancanza ostruisce la presenza, / Cosa che è niente eppure è lì all’erta», mi dice allora la brocca che ospita qualche fiore, e che sembra aver cresciuto un paio di smilze braccia vegetali; ha perso qualche foglia, forse, ma «Il tavolo, sereno, l’ha accolta». Sono cortesi le suppellettili, quelle che adornano la mia casa, del resto le ho scelte anche per questo: non feriscono l’occhio, almeno io credo. Piuttosto cantano in rima alternata, perché sanno che non sono uso alla loro lingua, al loro vociare, e però vorrebbero almeno che io sentissi, che io capissi – qualcosa, almeno –. Credo vorrebbero anche che mi mettessi a cantare con loro, se mai ci riuscissi. Questo mio silenzio a volte a loro pesa, lo sospetto. Me lo suggerisce la penna, questo, quando sotto la mano freme come se fosse stanca di scrivere come farebbe un maschio adulto; vorrebbe giocare piuttosto a «La chimica dei cavalli e la ruggine delle fiere», e «Ringhiare, scavare contorcersi». Me lo indica il manichino, «Col dito di plastica puntato in basso, / Sembra chiamare qualcosa da sotto il pavimento», superior summo meo inferior imus meo, come se ci fosse un cuore che batte, blindato dalle stanche assi di legno.
Calvino non aveva raccontato che siamo un sogno d’amore d’un mollusco, che s’era invaghito d’una compagna bivalve? Mi pare che in quell’amore secolare e millenario avesse iniziato a buttar fuori un residuo calcareo, ma sì, fino a formare un’elegante spirale, e che in quella spirale avesse preso anche una bagnante col suo spasimante colla sua collanina d’oro, un fattorino che portava a spasso un’enciclopedia (proprio i volumi in cui stava Spinoza!, che delle cose, lo sento, è il filosofo favorito). Voleva così tanto esser visto dall’amata, quel mollusco, che le ha fatto crescere gli occhi, tanto s’è sporto verso il fuori, e poi alla fine tanto ha voluto e potuto che è riuscito, quel mollusco, a vedere anche lei.
Penso sia il racconto preferito dal vespaio, «Recesso di vita viscida», che sa che «Non tutto è fatto per noi» (tutto è stato fatto per una bella mollusca, questo ve l’ho detto), «E il nostro posto non è dappertutto». E del vespaio io mi fido, fosse anche perché mi fa un po’ spavento. Ma forse io ho detto troppo, e sarebbe bene lasciar parlare qualcos’altro, una su tutte la Lavastoviglie, che mi pare sappia il suo – l’ho nutrita coi miei scarti, assieme a un tocco di sapone, e lo sappiamo che i compagni sono quelli che dividono tra loro il pane, e questo io faccio con la lavastoviglie, potremmo dire: pane, e un tocco di sapone. E forse è per questo che s’esprime tanto bene?
Nascosta dentro i mobili della cucina,
Misterioso anfratto di vortici tra oggetti.
Il mondo è strano, un romanzo poliziesco,
Fantascienza d’assemblaggi simulanti l’interiore,
Straniamento di creature che sguardano in cagnesco,
Che però siam noi nell’ora precisa che ci muore.
«La differenza è dietro ogni cosa,
Ma dietro la differenza non c’è nulla».
Insomma Filippi prosegue con Spettri domestici il gesto di M49, in cui a raccontarci delle sue (e altrui, e nostre) gesta era l’orso Papillon, evaso per due volte dalle mura elettriche del Casteller; un gesto che è come svelare quella radura letteraria che si apre ogni qualvolta si guarda un po’ oltre il logos, va benissimo, d’accordo, questo sì solo umano, e s’intravvede o meglio si intra-sente la voce, modulazione in cui parla il poeta con l’amata, il poeta che ha perso l’amata, l’amata perdura, la pietra innamorata, la pianta che invece detesta.
In Spettri domestici, con questa phoné canta per esempio tutta una casa, ma canta anche l’innamorata Alessandra (e «Le tante cose che abbiamo fatto insieme, / Le rughe simmetriche che sfidano le creme») e canta ancora Massimo («Posso chiudere il computer e farmi popolare»), e naturalmente cantano gli Spettri (questi, però, lascio che siate voi a leggerli, lascio che siano loro a parlarvi).
È un gesto intimamente e sapientemente poetico, che sa che la scala dell’essere aristotelica, che prevede il vegetale e poi l’animale e poi l’umano assomiglia un po’ di più a una chiocciola, che invece che andare diritto si avvita su sé stessa, e che quindi con Laika, forse (Otrica editrice) fa un passo ancora diverso, e canta non dell’inorganico ma d’una cagnetta e persino d’uno scienziato! Leggo bene? Uno scienziato – massimo esponente di quel logos di cui sopra? Eppure Rilke m’aveva insegnato che sono le cose che cantano – e che voi, con la vostra parola, col vostro discorso, l’uccidete, spingendole a una velocità folle, che non è di fuga, che non è nemmeno d’orbita…
«Serpeggiano le bestie bloccate dai discorsi», avverte anche la cappa, sono spire perigliose, queste, in cui rimaner prese e presi: è un po’ una trappola, in cui «S’accavallano metafore, cavie, modelli». Pregio dell’autore è quello di saperle liberare (oltre le mura elettriche, le sbarre strette della gabbia, oltre i valori dei retti e funzionali parametri vitali), di saperle e di saper lasciar correre.
Certo, per far questo ci si dovrà far da parte, insomma, o no? Farsi piccole, piccole persone. E per far questo serve avere una dimora, serve avere una casa, una tana nella quale ritirarsi – dalla quale guardare e sbirciare come da una finestra, ossia senza arrecar troppo disturbo. Che si guardi verso il fuori o verso il dentro della casa e della tana, poi, è un po’ lo stesso. Avere una casa, avere una tana, non è cosa banale. E il gesto di Filippi, trovo, è radicale anche in questo: nel momento in cui disloca il soggetto umano, riducendolo a nodo tra altri nodi, a residuo tra altri residui, mostra comunque che chi lascia cantare è comunque chi può permettersi il ritiro in quella tana, in quell’interno da cui lasciar cantare lo stendibiancheria il vespaio la ragnatela l’allarme e le tubature e la macchina del caffè.
L’abitare eccedente che il libro celebra e canta resta, in questo senso, legato a una materialità che non a tutte le creature è dato condividere, spazio d’accoglienza e d’abitabilità che oggi appare sempre più fragile, quando non apertamente minacciato.
Una casa che a molt* è stata levata, rasa al suolo, precipitata nel mare. Una casa o una tana alla quale però tutt* si spera di poter tornare, verso la quale tutt* si lotta, o si dovrebbe lottare – per una casa, per una tana, per una finestra dalla quale tornare a guardare, con calma, in pace, quel che c’è fuori e quel che c’è dentro e questo fa lo stesso. Spettri domestici porta in scena una hauntology dell’abitare, e insieme suggerisce (lo fa apposta? Semplicemente accade?) l’impossibilità di un rifugio che sia innocente.
La non-auspicabilità dell’innocenza, forse – chi mai oggi si potrebbe definire innocente, e di cosa? Non è forse questa la polarità (innocente, colpevole) nella quale ha senso muoversi, nella quale ha senso abitare. La dimora è già sempre costruita su strati e strati di cose usate consumate e scartate, su cose estratte e distrutte, entro filiere che eccedono, ma allestiscono, la scena intima in cui gli oggetti prendono parola. A pensarci, mi si affatica il cuore. Forse anche si strappa. Guardo al manichino, allora, che fa quel gesto come lo farebbe un’icona – non importa tanto lei, uguale e identica a tutte le altre, col suo fondo d’oro sbeccato, lei è lì solo per rimandare sempre ad altro. Altro che indica con le sue mani eternamente in posa – che fatica, penso –, l’icona come il manichino, dicevamo, che cosa indicava? Il pavimento. Sotto al pavimento. A guardar bene – basta metafore visive, per carità: a sentir bene, facciamo così – sento effettivamente un cuore, tantissimi cuori, che battono e pulsano sotto le travi del pavimento, del mio pavimento che insomma allora difficilmente sarà mio, questo lo concedo.
Ha fatto bene il manichino a indicarmelo, che c’è tutto questo sotto al pavimento come sotto a un tappeto, ha fatto bene anche Massimo, m’ha fatto capire in modo discreto, quasi fosse stata una poesia, che non esiste alcun luogo da cui sottrarsi impunemente (ma anche la polarità della colpa e della pena qui non ha senso) alle relazioni che mi costituiscono, alle relazioni che io sono. «Fossi un uomo» come credevo «dovrei sapere di esserlo», un uomo, ma in questi momenti di grande spavento e di grande lutto forse sì preferirei essere bestia, anzi soprattutto una pianta. Vorrei saper detestare o amare come una pietra, come diceva e forse faceva John Donne. No, davvero, vorrei essere una pianta, perché qui la vita è pesante da portare, mi servirebbe più d’un paio di radici, e un posto dove poggiare il capo, anche perché qui, anche se ho una casa, sembra non esserci spazio per la stanchezza e per il riposo, ma solo per il lavorare. Mi sembra di ricordare, mi sembra di sentire, una poesia, che cantava: «Io sono verticale, / Ma vorrei essere orizzontale».
Forse è proprio i versi di Plath che ha in mente la stanza degli ospiti di Spettri domestici, è lei che la stanza gioca a impersonare quando mi canta de «La biancheria stesa ad asciugare, / I vasi di gerani, la vita vulnerabile, / Disparata umanità dispersa in mare». Mi stendo un attimo. Se io non ci sono per me, chi c’è per me? Ma se io ci sono solo per me stesso, cosa mai sono? La chiedo agli spettri, per favore, una risposta: se io sono solo per me, di me, cosa rimane?
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Massimo Filippi, docente di neuroscienze, si occupa da anni di filosofia politica. Attualmente sta proseguendo in forma poetica la sua riflessione sul valore sociale assegnato ai corpi e alle loro differenze: “Diario di un anno. Biopoesie 2022-2023” (Meltemi 2024), finalista al Premio Majella 2025, è stato il primo passo in questo nuovo territorio.
Bianca Nogara Notarianni (Milano, 1996) è una filosofa, redattrice e attivista, esperta di antispecismo e studiosa di teologia. Laureata in Scienze Filosofiche, collabora con la rivista Liberazioni e il collettivo Parliamo di Filosofia. Lavora come copywriter e social media manager, occupandosi di filosofia animale e cultura.
Immagine in apertura: Martha Rosler, Red Stripe Kitchen, 1967-1972
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