In questo articolo, Angelo Zaccaria, già autore di un libro sull’esperienza chavista in Venezuela (La revolucion bonita. Viaggio a tappe nel Venezuela di Hugo Chavez, Colibrì, 2019), discute la nuova legge organica sugli idrocarburi, frutto di un accordo tra la nuova dirigenza del paese e l’amministrazione Trump. Se da un lato, obiettivo della presidente Delcy Rodriguez è mantenere l’indipendenza politica ed economica del paese, dall’altro Trump, oltre a lucrare profitti per le corporation americane private, mira a ridurre drasticamente le esportazioni di petrolio nei confronti dei paesi cosiddetti “nemici”, in primo luogo la Cina, che sino a oggi è stata uno dei principali paesi importatori del petrolio venezuelano

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Cercherò di costruire questo contributo per punti, centrando l’attenzione soprattutto sulle scelte compiute dalle parti in causa, con una attenzione specifica sulla riforma della Legge 0rdinaria sugli idrocarburi varata a fine Gennaio 2026 dalla Assemblea Nazionale del Venezuela (AN) su proposta della presidente incaricata Delcy Rodriguez.

Sui precedenti

In passato ho dedicato vari contributi all’indebolimento del consenso intorno al processo bolivariano, già emerso negli ultimissimi anni prima della morte di Hugo Chavez, ma diventato un vero problema dopo l’avvento alla presidenza di Nicolas Maduro. Cruciali in questo senso le elezioni parlamentari del 6 Dicembre 2015, perse dal chavismo per quasi due milioni di voti, la prima vera grande sconfitta politica del governo bolivariano dal 1998. Da quel momento invece di tentare di recuperare il consenso perduto, si sceglie di adottare una serie di procedure tipiche delle “democrazie autoritarie”, per mantenere il potere anche in assenza o carenza di consenso maggioritario fra la popolazione. Non entro nei dettagli ma rimando ad una serie di articoli pubblicati sul sito www.aldogiannuli.it e su www.sinistrainrete.info. L’ultimo di questi articoli era del Maggio 2019, ma non mi pare che questo processo abbia visto significative inversioni di tendenza negli anni successivi che ci portano ad oggi.

Mi permetto questo riferimento al passato, perché se in tutto il primo pezzo della storia del processo bolivariano gli USA non lo hanno attaccato militarmente in modo diretto, non è solo perché c’erano altri inquilini alla Casa Bianca, e del resto Trump svolge già il suo primo mandato fra il 2017 ed il 2021. L’attacco diretto non avviene anche perché il governo venezuelano aveva una forza politica ed un appoggio popolare che poi in parte non irrilevante sono venuti meno.

L’attacco Usa del 3 gennaio 2026

Non mi appassiona molto la ricerca di chi, dove e come avrebbe tradito Nicolas Maduro permettendo il sequestro suo e della moglie Cilia Flores. Io non sono un esperto ma sembra di capire che, dato il divario di strumenti militari, di guerra elettronica e di intelligence, non si può escludere che gli USA abbiano fatto QUASI TUTTO da soli. Altrettanto se non più probabile che l’operazione sia stata aiutata dalla corruzione di qualcuno nei posti giusti. Del resto che la corruzione sia sempre stata un problema non piccolo dentro il processo bolivariano, lo aveva dichiarato innumerevoli volte lo stesso Hugo Chavez. Problema nel problema, visto il ruolo importante da essi sempre avuto nel processo, la corruzione dei militari, anche se quella Chavez vista la sua provenienza aveva qualche difficoltà in più ad ammetterla e riconoscerla.

Credo invece che il nodo importante sia quello che le parti coinvolte nel conflitto hanno fatto dopo l’attacco del 3 Gennaio.

La riforma della legge organica sugli idrocarburi (LOH)

La legislazione in materia vigente prima, quella voluta da Chavez, pur essendo anche essa aperta agli investimenti stranieri, era incentrata sul controllo pubblico e statale delle risorse energetiche; la gestione era affidata all’ente petrolifero statale PDVSA o ad imprese miste controllate dallo stato, tasse e regalie erano piuttosto alte e potevano arrivare sino al 65/70%. L’intero meccanismo era piuttosto rigido ed ammetteva poche deroghe.

Prima ancora che si muovesse il governo venezuelano cambiando le sue leggi in materia, a far capire la nuova fase inaugurata dall’attacco del 3 Gennaio, c’è l’Ordine Esecutivo di Trump n. 14373, firmato il 9 Gennaio 2026. Questo ordine stabilisce che i fondi venezuelani derivanti dalla vendita del petrolio finiscano in conti del tesoro USA o conti in Qatar controllati dagli USA, i quali vigilerebbero sul fatto che questi soldi vengano spesi per il benessere del popolo venezuelano.

Qui sotto invece alcune delle principali modifiche introdotte con la riforma della vecchia legge, approvata  a tempo di record dalla Assemblea Nazionale il 29 Gennaio, esattamente 26 giorni dopo l’attacco militare USA del 3 Gennaio, e votata all’unanimità da tutti i deputati/e presenti, e quindi anche dalle opposizioni di destra e antichaviste.

L’articolo 8 stabilisce che le controversie sulla applicazione della legge possono essere deferite anche presso istituzioni o arbitrati internazionali. Prima era possibile rivolgersi solo a tribunali venezuelani che applicavano le leggi venezuelane. Luis Britto Garcia (www.aporrea.org, 9 Febbraio 2026) ci ricorda che “il Venezuela ha perso sistematicamente quasi tutti i contenziosi su materie di interesse pubblico sottomesse ad organismi stranieri”.

L’articolo 34 stabilisce che la costituzione di imprese miste a partecipazione straniera e le loro modalità operative son decise dal governo, e sottoposte a mera notifica amministrativa alla Assemblea Nazionale. Si accentua quindi su questo punto cruciale l’accentramento di poteri ai vertici del potere esecutivo. Inoltre questo articolo appare in evidente contrasto con l’art. 150 della Costituzione del Venezuela, che prevede che: “la celebrazione di contratti di interesse pubblico nazionale richiederà la approvazione della Assemblea Nazionale…”.

Gli articoli dal 35 al 40, ci dice ancora Britto Garcia: “conferiscono progressivamente alle imprese miste ed ai soci di minoranza, competenze per la estrazione, gestione e commercializzazione degli idrocarburi, che la Costituzione Venezuelana nel suo articolo 302, riserva alla Repubblica”. L’art.35 stabilisce una durata delle concessioni di 25 anni, prorogabile di altri 15.

L’articolo 40 inoltre autorizza le imprese di proprietà pubblica a stipulare contratti con imprese private domiciliate in Venezuela, affinché queste assumano la gestione integrale dell’esercizio delle attività primarie (Gaceta Oficial Extraordinaria n. 6978). Questo articolo da un altro colpo in direzione della crescente espansione della presenza privata nell’industria petrolifera.

L’articolo 51 è uno dei più importanti. Stabilisce che le regalie pagate al governo dagli operatori privati (quasi tutti stranieri), non devono superare il 30 %, ma possono essere ulteriormente abbassate dal governo se a sua discrezione i progetti richiedono ciò al fine di raggiungere la sostenibilità e l’equilibrio economico e commerciale (Gaceta Oficial). La vecchia legge permetteva al governo di fissare regalie fra il 60 ed il 65 % (Britto Garcia), ed inoltre prevedeva riduzioni sino al 20% ma solo ed esclusivamente in presenza di giacimenti specifici caratterizzati da difficoltà geologiche comprovate (vedi greggio pesante nella zona dell’Orinoco). Ora invece la riduzione delle regalie la potrà decidere il governo, senza coinvolgere il parlamento, in base a valutazioni discrezionali di tipo economico o finanziario sui singoli progetti.

L’articolo 55 infine tratta della Imposta integrata sugli idrocarburi, il cui tetto viene fissato al 15%, ma anche in questo caso ulteriormente riducibile in base a valutazioni sulla fattibilità economica di ogni singolo progetto. Altre imposte minori a carico delle imprese petrolifere,  vengono eliminate o ridotte.

Credo non serva altro per comprendere il senso di questa “riforma” della legge sugli idrocarburi, varata dal governo di Delcy Rodriguez, che peraltro proprio nei giorni scorsi ha ricevuto a Caracas il ministro della energia USA Christopher Wright. Del tutto evidente che tale riforma è stata pesantemente condizionata dalla minaccia di nuovi attacchi militari USA. Si comprende anche meglio il senso degli elogi e riconoscimenti di Donald Trump e Marco Rubio al buon lavoro che stanno facendo con la neo presidente Rodriguez, ed allo spirito collaborativo del governo venezuelano. Quanto questo spreco di complimenti risulti totalmente surreale all’indomani del rapido ma sanguinoso attacco del 3 Gennaio scorso, qui non è necessario sottolinearlo troppo.

La sindrome del tradimento

Gli eventi dall’attacco del 3 Gennaio in poi hanno scatenato sia dentro che fuori dal Venezuela una accesa discussione, da ultimo proprio sulla recente riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi.

Quelli che appoggiano le scelte del governo spesso lo fanno in nome del realismo politico: a fronte della disparità di forze militari in campo il governo non ha alternative alla scelta di un accordo con gli USA, per evitare una escalation, raffreddare la situazione e salvaguardare il bene superiore della continuità del processo bolivariano. Lo spagnolo Juan Carlos Monedero, uno dei fondatori di Podemos, si spinge addirittura ad un parallelo con Brest Litovsk, dove nel Marzo 1918 la neonata Russia sovietica firmò un oneroso trattato di pace con gli Imperi Centrali. In questo parallelo la parte di Lenin e Trotsky la farebbero i due fratelli Delcy e Jorge Rodriguez (fratello di Delcy e presidente della AN), che scelgono anche essi la pace, seppure ottenuta a caro prezzo, per salvare la Rivoluzione (www.aporrea.org).

Evidente che gli USA accettano per ora un periodo intermedio di convivenza col governo di Delcy Rodriguez, con la prospettiva di indebolirlo ancora di più e poi attuare il famigerato “cambio di regime”. Secondo i “realisti” bisogna invece fare l’esatto contrario: accettare una mediazione al ribasso ora e utilizzare il periodo intermedio per recuperare forza e ridare slancio al processo bolivariano.

Altri invece si abbandonano alla nota sindrome del tradimento, secondo cui la scelta di accomodamento col governo USA sul petrolio, rappresenterebbe un ennesimo voltafaccia nella storia della sinistra mondiale, sancirebbe la trasformazione del Venezuela in un protettorato coloniale USA, con la relativa svendita della rivoluzione bolivariana e la negazione dei suoi valori, da sempre imperniati sulla difesa della sovranità nazionale, soprattutto per quanto attiene alla gestione delle risorse naturali del paese. A portare acqua al mulino di questa interpretazione, contribuiscono eventi come la recente intervista di Jorge Rodriguez, alla tv Trumpiana USA NewsMax, dove si esprime  a favore del libero mercato ed esalta la ottima intesa con gli USA, fondata su “rispetto reciproco” e cooperazione, e la nuova LOH, il cui scopo è promuovere investimenti stranieri e apertura di nuovi giacimenti, in particolare da parte degli USA. Jorge R. ricorda pure che forse il Venezuela ha anche le riserve di oro più grandi del mondo.

Io penso che gli argomenti dei “realisti” abbiano qualche minimo fondamento. Forse il Venezuela sarebbe in grado di gestire una escalation militare con gli USA? Quale dei suoi presunti paesi alleati verrebbe in suo aiuto ? Ma non è solo un problema di squilibri fra apparati militari. Dopo il Golpe contro Chavez dell’Aprile 2002 la popolazione scese spontaneamente in piazza e circondò le caserme chiedendo la liberazione di Chavez. Dopo il 3 Gennaio 2026 ha prevalso sconcerto e sbigottimento, e solo dopo qualche giorno si son viste mobilitazioni di piazza frutto della mobilitazione dei vari settori sociali organizzati del chavismo di base. Anche questa è una conferma in più della minore presa del governo sui settori popolari del paese.

Va detto anche che invece le opposizioni non si son mobilitate per nulla, né subito e nemmeno dopo, spiazzate dal riconoscimento da parte USA del governo di Delcy Rodriguez come interlocutore, e che se gli USA avessero scelto la escalation militare magari sarebbero pure riusciti a buttare giù il governo, ma non a gestire il dopo. Va ricordato che il Venezuela ha un territorio grande e variegato, con tante colline, montagne, boschi e giungla, con una popolazione per quasi nove decimi inurbata, ed in parte significativa ostile a un eventuale intervento USA, e con un contesto regionale anche esso non del tutto favorevole (vedi posizioni di Messico, Colombia e Brasile).

La teoria del tradimento invece mi convince meno, soprattutto perché non tiene conto del fatto che l’attacco del 3 Gennaio è in parte il punto di arrivo di un percorso di deterioramento e logoramento del processo bolivariano, che ha radici abbastanza lontane e che il gruppo dirigente intorno a Maduro non ha saputo e voluto invertire. Insistere troppo sul tradimento presume una visione schematica e riduttiva dove sembra sempre che i problemi interni al processo arrivino in qualche modo dall’esterno, come per il discorso sulla “guerra economica” promossa dalle opposizioni o dagli USA, o presume che prima del 3 Gennaio il processo bolivariano marciava sereno verso i luminosi orizzonti del “socialismo del siglo 21”.

Conclusioni

Non ce ne possono essere se non quelle di sempre. Mantenere sempre un occhio attento sul Venezuela, opporsi a qualunque intervento militare esterno comunque mascherato e giustificato, solidarizzare coi suoi movimenti popolari e di base… Movimenti i quali si trovano ancora una volta fra l’incudine ed il martello, costretti a scegliere fra l’attuale governo percepito forse non a torto ancora da taluni  come il “male minore”, ed una opposizione di destra appoggiata da USA ed alleati, che da sempre non aspetta altro, una volta arrivata al potere, che poterli massacrare….e non solo politicamente….La vicina Colombia docet, ma pure il Venezuela, dove anche in epoca chavista son state centinaia le persone attive in movimenti indigeni, contadini, sindacali o di altro tipo, assassinate da paramilitari sia interni che importati.

17 febbraio 2026