Continuiamo la serie di interventi di commento “a caldo” sulle elezioni USA ( qui e qui i post precedenti) con un intervento di Roberto Romano che guarda anche all’Italia.

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Nuova geografia economica, capitale, stato, finanza e lavoro stanno facendo la storia. Vale il Monito di Dante: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita” (Inferno, I canto, vv.1-3).

La netta vittoria di Trump evita una vera e propria guerra civile negli Stati Uniti. Gli USA sono un Paese spezzato in due, e questa divisione diventa tanto più profonda tanto più gli USA non sono più l’alfa e l’omega dell’economia mondiale.

Trump velocizzerà il percorso di transizione verso nuovi equilibri internazionali; con la candidata democratica i nuovi assetti internazionali sarebbero stati meno bruschi, ma il punto di arrivo è ideale lo stesso.

Per l’Europa cambia poco e tanto allo stesso tempo. Nella divisione internazionale del capitale, del lavoro e del potere, con o senza Trump, sarebbe condannata comunque alla marginalità. L’Europa è l’agnello sacrificale nella divisione internazionale del potere, un po’ perché schiacciata dagli USA, almeno dal 2008, e un po’ per propria insipienza. Poteva (doveva) essere il terzo soggetto economico e politico per condizionare la nuova geografia economica, ma non è stata capace di diventare adulta, come se avesse un qualche problema psicologico rispetto agli Stati Uniti, sebbene gli Stati Uniti non siano più l’ombelico del mondo . Strada facendo poteva grande nelle idee, nella politica e nella struttura economica, ma il neoliberismo postmoderno si è impadronito del cuore e della ragione degli Stati europei. NGEU e la necessità di riscrivere il Patto di Stabilità europeo sono stati un’occasione per riscrivere la storia e l’orizzonte dell’Europa; Draghi, dopo essersi affrancato dalla paura del debito, purtroppo non ancora dalla paura dello stato, è stato il canto del cigno di una idea diversa di Europa. Il suo piano ha tanti e forse troppi difetti, ma anche quella idea di una Europa almeno autonoma e resiliente nei meccanismi di mercato è morta e sepolta. Dubito che possa essere un risveglio improvviso degli stati europei dopo la vittoria di Trump; è un auspicio o sogno troppo grande da immaginare. Quello che accadrà è una corsa degli Stati europei verso gli USA per elemosinare una frazione delle potenziali politiche statunitensi. Non finirà l’area euro, ma l’euro sarà ormai ancorato al dollaro (armato).

Sullo sfondo i paesi BRICS e forse altri che si aggiungeranno e, timorosi della nuova geografia economica, consolideranno i loro rapporti finanziari, economici e sociali. Non hanno molta altra scelta: o fanno in questo modo o saranno risucchiati dall’anarchia che seguirà il nuovo assetto economico.

Tecnicamente l’Europa avrebbe più di un interesse nello stringere dei rapporti politici ed economici con i Paesi BRICS, ma nonostante la dipendenza che ha con questi paesi preferisce l’ombrello USA. Come non essere d’accordo. Se non si profila un ruolo europeo nel mondo, ogni stato cerca di contrarre la propria debolezza con l’interlocutore che ritiene a torto o ragione il più affidabile.

Non è la fine del mondo, ma la storia del potere che stiamo vivendo non vedrà come soggetto l’Europa. Leonardo, Dante, la Rivoluzione francese, la rivoluzione industriale e il diritto romano diventeranno storia da raccontare, non la base per recuperare qualcosa di grande e unico, cioè l’unico modo per bilanciare lo strapotere USA e Cina.

In Italia non abbiamo la percezione dei problemi. Scusate la franchezza, ma scioperare per una manovra iniqua rispetto ai redditi da lavoro dipendente, tra le altre cose una affermazione non vera perché il beneficio sembrerebbe ben distribuito, piuttosto che contro la riduzione delle entrate fiscali che limitano il ruolo pubblico nel sistema economico, mi sembra un non senso.

Proprio perché siamo “nel mezzo del cammin di nostra vita”, sarebbe stato il caso di chiedere e scioperare per delle riforme di struttura almeno di buon senso: industrializzazione della ricerca pubblica, utilizzo delle società pubbliche nei settori strategici, riforma e concentrazione dei contratti nazionali del lavoro, consegnare un futuro previdenziale ai giovani, magari una patrimoniale sul modello spagnolo.

Siamo tutti un poco più poveri, ma questa condizione non dovrebbe diventare un destino barbaro e amaro.

Stiamo facendo la Storia; l’esito non è ancora scritto. Possiamo almeno provare a giocare con le nostre carte?