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È finito il tempo in cui potevamo far finta di essere di sinistra. Due parole sul perché vince Trump – di Emanuele Braga
Le democrazie occidentali sono irriformabili perché non è più possibile essere progressisti o verdi senza cedere il proprio privilegio coloniale.
È un lento spostamento a destra di Europa e Stati Uniti perché questo rispecchia il nostro ruolo nel mondo. I candidati di destra vincono perché dicono la verità (al netto di un linguaggio basato su fake news, le destre non fanno finta di essere qualcosa di diverso da quello che in realtà già facciamo nel mondo). È finito il tempo in cui potevamo far finta di essere di sinistra. E infatti la
sinistra cerca di essere sempre più patriottica, sempre più securitaria, sempre più sionista, sempre più per la guerra. Ma così fa la destra e quindi vince la destra.
C’è un vento di destra nel mondo, mi sembra sotto gli occhi di tutt*. E quindi? L’unico modo di creare un’alternativa oggi, è fare i conti con il nostro privilegio occidentale coloniale. Se non si
mette in discussione quello, parlare di migrazione inclusiva è ipocrita. E infatti vince la destra. Se non si mette in discussione il nostro privilegio, parlare di convivenza pacifica fra coloni e palestinesi è ipocrita. E infatti vince la destra. È ovvio che se la destra dice di mettere i migranti nei campi di concentrazione, e la sinstra dice di integrarli perché ci servono nelle fabbriche e
nei campi, la sinistra parla un linguaggio coloniale, e quindi fascista, e quindi una variante della destra, e quindi vince la destra.
Dobbiamo svegliarci da questo incubo e torpore, dobbiamo aprire gli occhi e cominciare a parlare pane al pane e vino al vino. Il nostro problema è voler essere progressisti senza smettere di essere colonialisti. Non è possibile essere antifascisti parlando solo di diritti civili, decontestualizzati dal ruolo che agiamo nel mondo. I diritti civili decontestualizzati da rapporti di potere classisti, razzisti e colonialisti sono pinkwashing e greenwashing. Non c’è alternativa, questa sarà sempre più evidente nell’attuale tendenza nazionalista, protezionista e fondamentalista che sta catturando
tutte le potenze occidentali, nel secolo in cui perdono la loro egemonia globale e il mondo sta collassando per gli effetti tossici di una nuova forma di capitalismo globalizzato. Kamala perde perché ha mandato affanculo i pro-gaza nelle università, ei non bianchi non la votano, e ha preferito a loro la classe media ei patrioti. Trump vince perché la lobby delle armi e del petrolio hanno finanziato lui, Musk era dalla sua, ma soprattutto Amazon, il Washington Post, ei GAFAM non hanno scelto Kamala, restando sostanzialmente “neutrali”.
Musk ha vinto tutto. È lui il vero vincitore, è lui il vero futuro. Musk è il tecnosoluzionismo che riesce a far unire nel nome del privilegio bianco il fascismo russo con quello sionista e quello della NATO con quello di Modi. Chi è in possesso della tecnologia è il vero erede del colonialismo di insediamento e solo attraverso questa tecnologia riuscirà a salvarsi dal collasso climatico imminente. L’idea di nazione si sovrappone con l’idea di un bunker ben attrazzato, magari verde, in cui solo i ricchi sopravvivono. E per sentirsi davvero sicuri, hanno anche un razzo pronto a partire per colonizzare anche Marte. La buona notizia per i fascisti è che su Marte non ci sono i terroristi palestinesi. Questo è l’immaginario che sta facendo vincere le destre nel mondo.
L’altro vero vincitore è Bibi, che ieri coglie l’occasione per disfarsi del traditore Yoav Gallant, troppo vicino a Biden. Bibi rischiava il posto senza Trump, ora invece si consolida, e con lui la presenza impunita dell’occupazione coloniale su Gaza e la Gisgiordania. Nelle democrazie occidentali nate dal colonialismo, ora messe in discussione dal multipolarismo, c’è solo l’opzione fra destra.
Nelle democrazie occidentali nate dal colonialismo, ora messe in discussione dal multipolarismo, c’è solo l’opzione fra destra estrema e destra che fa finta di essere sinistra. Che fare?
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Prime reazioni e qualche ipotesi, con Musk sullo sfondo – di Gabriele Battaglia
La prima reazione ufficiale cinese è arrivata per bocca del portavoce del ministero degli Esteri Mao Ying che, a domanda diretta durante la consueta conferenza stampa, ha detto che “le elezioni statunitensi sono una questione di politica interna Usa e che la Cina rispetta la scelta del popolo degli Stati Uniti”. La domanda in realtà riguardava l’ipotesi più volte sventolata da Trump di mettere tariffe del 60 per cento sulle importazioni dalla Cina e il portavoce ha dichiarato di non rispondere a domande ipotetiche, aggiungendo che Pechino ha sempre mantenuto una posizione coerente nelle relazioni con Washington, basandosi sui principi di mutuo rispetto, coesistenza pacifica e cooperazione win-win, cioè a beneficio di tutti. È probabile che quando il risultato sarà definitivo, Pechino si comporterà secondo i rituali inviando un semplice messaggio di congratulazioni, in attesa di sviluppi.
Va osservato che fin dai tempi del primo mandato di Trump la Cina si ostina a rivendicare la necessità di cooperazione mentre gli Stati Uniti parlano esplicitamente di competizione. Tutte le relazioni degli ultimi otto anni sono state quindi improntate sulle modalità per mantenere questa competizione entro limiti che non portino a un confronto diretto.
Per ora i media cinesi danno solo notizia in modo molto neutro e sintetico del discorso di autoinvestitratra di Trump (mentre scriviamo, i risultati non sono ancora definitivi), privilegiando altre notizie più sinocentriche. Fa eccezione il Global Times – in lingua inglese – che è un po’ un giornale libero battitore e che come spesso accade fa parlare un esperto – in questo caso Jin Canrong, preside associato della Facoltà di studi internazionali dell’Università Renmin – che dice in sintesi tre cose:
- Cina e Stati Uniti sono le maggiori potenze del mondo, quindi devono assumersi responsabilità
- Trump deve imparare dal suo precedente mandato e cercare la cooperazione più che il confronto, non solo per Cina e Stati Uniti, ma anche per il resto del mondo.
- Se ci basiamo sul passato, l’elezione di Trump preoccuperà i propri alleati, più che rassicurarli.
Quindi la postura è: la Cina va avanti sulla sua strada, non c’è problema, però occhio che Trump, se non trae insegnamento dal passato, può creare guai agli alleati degli stessi Usa.
Qualche giorno fa, era circolata un’analisi di Wang Huiyao , che è il fondatore del Centro per la Cina e la Globalizzazione, un think-tank cinese piuttosto accreditato, che analizzava le conseguenze nelle relazioni bilaterali qualora vincesse Trump e qualora vincesse invece Harris. Liquidiamo subito la Harris, su cui Wang diceva: relazioni più stabili e prevedibili, ma comunque non buone.
E Trump? Bene, Wang diceva che c’è da aspettarsi tariffe più alte, ma una cooperazione più pragmatica rispetto all’approccio più ideologico dei democratici.
Quindi, in negativo: riduzione dei rapporti economici, ma forse anche dei rapporti non governativi, gli scambi culturali, accademici, il che danneggerebbe ulteriormente la percezione reciproca dei due popoli.
Attenzione però: dato che uno dei capisaldi di Trump è il rilancio dell’industria domestica, non è escluso che gli investimenti cinesi negli Stati Uniti possano beneficiarne, sostiene Wang. Su tutti, l’industria dell’auto elettrica, in cui la Cina gioca il ruolo di potenza emergente.
C’è poi il capitolo del conflitto tecnologico. In questo ambito, non è in vista un ritorno a rapporti normali, visto che stiamo parlando di uno dei capisaldi del futuro dominio globale. È troppo lungo affrontare qui il tema, per ora linko un’interessante intervista a Ju Jiandong , professore alla facoltà di Finanza della Tsinghua, per i sino-parlanti o per quelli che usano bene Google Translate.
In sintesi: la Cina deve agire di sponda con la vicina Asia e al tempo stesso richiedente un nuovo ordine trilaterale (Usa-Europa-Cina) senza dare l’impressione a Washington di voler mettere a rischio la sua posizione di primus inter pares .
Torniamo a Wang Huiyao in tema di politica internazionale: dato che Trump ha detto di essere in grado di mettere fine al conflitto ucraino ea quello in Palestina in quattro e quattr’otto, allora – dice Wang – non potrà mantenere le sue promesse senza l’ aiuto della Cina. Cioè, Trump sogna di passare come grande pacificatore dei conflitti internazionali, almeno nelle dichiarazioni, e non può fare a meno del primo partner economico di Russia, Ucraina e di tutte le parti in causa in Asia Occidentale. Un Cina che per altro sta dando fondo alla propria attività diplomatica, non dimentichiamo che negli ultimi anni Pechino ha tenuto un battesimo un primo riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita, nonché la Dichiarazione di Pechino di 14 fazioni palestinesi.
Capitolo Taiwan, cioè quello che sta più a cuore alla Cina: Trump potrebbe continuare a mantenere un atteggiamento pragmatico e le due parti potrebbero continuare a comunicare sulla base del mantenimento dello status quo, ma bisogna vedere dove pende questo status quo. In passato, Trump ha affermato che Taiwan dovrebbe pagare gli Stati Uniti per la protezione offerta, spiegando che tale tutela è simile all’acquisto di un’assicurazione. Una posizione di questo genere potrebbe rassicurare Pechino, a prescindere dalla sua plausibilità, perché rivelerebbe una scarsissima passione del nuovo presidente Usa per le sorti di Taipei. Dopo di che, bisognerà capire se Trump, nella sua imprevedibilità, si atterrà a quel limite invalicabile che è il principio di “una sola Cina”.
Ultimo punto: Elon Musk, il magnate della Tesla grande finanziatore di Trump e che da Trump è apparentemente tenuto in così grande considerazione. Beh, Musk ha grandi interessi in Cina. La metà dei suoi veicoli elettrici sono prodotti a Shanghai, ha ottimi rapporti con la politica cinese, diversi osservatori ritengono che possa svolgere un ruolo pro-Cina, o quanto meno non anti-Cina, a fianco di Trump (di cui, secondo alcuni, sarebbe il naturale successore, al netto che non essendo cittadino Usa non può per ora candidarsi). Sarebbe davvero interessante se una figura così orrida, un tecnofascista con deliri di esodo dal pianeta Terra, diventare una sorta di ambasciatore senza credenziali sull’asse Washington-Pechino, un garante della pace nel mondo (in una certa parte di mondo, quanto meno, perché i palestinesi possono tranquillamente creare).
Ci troveremmo nella distopia realizzata. (dal blog di Gabriele Battaglia ETEROCROMIA )
Roberto Romano
Nuova geografia economica, capitale, stato, finanza e lavoro stanno facendo la storia. Vale il Monito di Dante: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita” (Inferno, I canto, vv.1-3).
La netta vittoria di Trump evita una vera e propria guerra civile negli Stati Uniti. Gli US sono un Paese spezzato in due, e questa divisione diventa tanto più profonda tanto più gli US non sono più l’alfa e l’omega dell’economia mondiale.
Trump velocizzerà il percorso di transizione verso nuovi equilibri internazionali; con la candidata democratica i nuovi assetti internazionali sarebbero stati meno bruschi, ma il punto di arrivo è presumibilmente lo stesso.
Per l’Europa cambia poco e tanto allo stesso tempo. Nella divisione internazionale del capitale, del lavoro e del potere, con o senza Trump, sarebbe condannata comunque alla marginalità. L’Europa è l’agnello sacrificale nella divisione internazionale del potere, un po’ perché schiacciata dagli US, almeno dal 2008, e un po’ per propria insipienza. Poteva (doveva) essere il terzo soggetto economico e politico per condizionare la nuova geografia economica, ma non è stata capace di diventare adulta, come se avesse un qualche problema psicologico rispetto agli US, sebbene gli Stati Uniti non siano più l’ombelico del mondo. Strada facendo poteva diventare grande nelle idee, nella politica e nella struttura economica, ma il neoliberismo postmoderno si è impadronito del cuore e della ragione degli Stati europei. NGEU e la necessità di riscrivere il Patto di Stabilità europeo sono stati una occasione per riscrivere la storia e l’orizzonte dell’Europa; Draghi, dopo essersi affrancato dalla paura del debito, purtroppo non ancora dalla paura dello stato, è stato il canto del cigno di una idea diversa di Europa. Il suo piano ha tanti e forse troppi difetti, ma anche quella idea di una Europa almeno autonoma e resiliente nei meccanismi di mercato è morta e sepolta. Dubito che ci possa essere un risveglio improvviso degli stati europei dopo la vittoria di Trump; è un auspicio o sogno troppo grande da immaginare. Quello che accadrà è una corsa degli Stati europei verso gli US per elemosinare una frazione delle potenziali politiche US. Non finirà l’area euro, ma l’euro sarà ormai ancorato al dollaro (armato).
Sullo sfondo i paesi BRICS e forse altri che si aggiungeranno e, timorosi della nuova geografia economica, consolideranno i loro rapporti finanziari, economici e sociali. Non hanno molta altra scelta: o fanno in questo modo o saranno risucchiati dall’anarchia che seguirà il nuovo assetto economico.
Tecnicamente l’Europa avrebbe più di un interesse nello stringere dei rapporti politici ed economici con i Paesi BRICS, ma nonostante la dipendenza che ha con questi paesi preferisce l’ombrello US. Come non essere d’accordo. Se non si profila un ruolo europeo nel mondo, ogni stato cerca di contrattare la propria debolezza con l’interlocutore che ritiene a torto o ragione il più affidabile.
Non è la fine del mondo, ma la storia del potere che stiamo vivendo non vedrà come soggetto l’Europa. Leonardo, Dante, la Rivoluzione francese, la rivoluzione industriale e il diritto romano diventeranno storia da raccontare, non la base per reclamare qualcosa di grande e unico, cioè l’unico modo per bilanciare lo strapotere US e Cina.
In Italia non abbiamo la percezione dei problemi. Scusate la franchezza, ma scioperare per una manovra iniqua rispetto ai redditi da lavoro dipendente, tra le altre cose una affermazione non vera perché il beneficio sembrerebbe ben distribuito, piuttosto che contro la riduzione delle entrate fiscali che limitano il ruolo pubblico nel sistema economico, mi sembra un non senso.
Proprio perché siamo “nel mezzo del cammin di nostra vita”, sarebbe stato il caso di chiedere e scioperare per delle riforme di struttura almeno di buon senso: industrializzazione della ricerca pubblica, utilizzo delle società pubbliche nei settori strategici, riforma e concentrazione dei contratti nazionali del lavoro, consegnare un futuro previdenziale ai giovani, magari una patrimoniale sul modello spagnolo.
Siamo tutti un poco più poveri, ma questa condizione non dovrebbe diventare un destino barbaro e amaro.
Stiamo facendo la Storia; l’esito non è ancora scritto. Possiamo almeno tentare di giocare le nostre carte?