Introduzione del libro Défaire la police, Éditions Divergences, Parigi

Dopo i fatti di Genova 2001, le brutalità poliziesche sono diventate abituali: i dominanti non tollerano la protesta contro le loro scelte e vogliono schiacciare tutti i soggetti sociali che non vi si adattano passivamente. Il testo è stato pubblicato da lundimatin#306, il 27 settembre 2021. In questo lavoro ricercatori, scrittori, filosofi e storici propongono di pensare la polizia: da dove viene? A cosa serve? A chi serve? E come sbarazzarsene? Pubblichiamo qui un estratto di Serge Quadruppani e Jérôme Floch che introduce il libro e cerca di gettare le basi per una critica serena e ragionevole delle forze dell’ordine e del mondo che difendono. Le note a questo testo – tutte del traduttore – sono necessarie per il lettore italiano che non conosce le vicende a cui vi si allude in diversi passaggi

Traduzione di Turi Palidda

Perché gli sbirri sono tutti dei bastardi?

Da Hong Kong a Buenos Aires, dagli stadi egiziani alle manifestazioni francesi, sontuosamente disegnate sui muri di Santiago come sui vagoni dei treni britannici, negli stampini a Tunisi o nei pennarelli in una toilette del 9-3[1], rigonfie a Minneapolis e visibili perfino in un attraversamento pedonale torinese sapientemente trasformato per sillabare le lettere: indubbiamente lo slogan che supera di gran lunga in popolarità e universalità ogni espressione d’amore per la patria, qualsiasi slogan pubblicitario, è colui che proclama che tutti i poliziotti sono bastardi. L’hashtag #ACAB accompagna oltre 2,2 milioni di post sul social network Instagram.

Per capire le ragioni di questa popolarità, forse sarebbe necessario soffermarsi su una questione di traduzione. A rigor di termini, All Cops Are Bastards dovrebbe dirsi “Tutti gli sbirri sono dei figli di p.” (o meglio delle canaglie o anche “fango dell’umanità”, secondo il dizionario Larousse “uomo disprezzable, che agisce in modo sleale”). Si sa che nel francese popolare contemporaneo, come nell’italiano o nell’inglese, “bastardo” non significa in primo luogo che l’individuo così qualificato sarebbe figlio di un’unione illegittima (qualunque sia la legittimità invocata), ma un bastardo, che merita solo disprezzo e odio. Ma per cogliere le ragioni dell’incomparabile popolarità di questo slogan, il rigore del traduttore può essere miope. Senza dubbio dobbiamo scavare nelle profondità semantiche del termine “bastardo”. Se ha avuto sin dall’inizio una connotazione negativa, è perché, nelle società patriarcali premoderne, una nascita al di fuori di un’unione ufficiale ha introdotto, nei confronti della prole, una perturbazione su un elemento fondamentale del mondo tradizionale: l’appartenenza. Il bambino non apparteneva interamente al mondo (famiglia, clan, classe, casta) del padre né a quello della madre. Per quanto riguarda la polizia, è quindi il loro carattere torbido che dobbiamo mettere in discussione. Se tutti i poliziotti sono bastardi, non è perché sono tutti bastardi: sì, lo sono – tranne quando infrangono la loro funzione. Ma non sono solo questo.

“Tutti i poliziotti sono bastardi”: quelle e quelli che sono indignati per quello che percepiscono come odio oltraggioso semplicemente non lo capiscono. La canzone la conosciamo: certo, ci sono pecore nere, ma la generalizzazione a tutti i poliziotti delle colpe di pochi è una stravaganza ideologica. Contro questa idea corrente e rimaneggiata, notiamo al contrario che l’affermazione ACAB trae la sua forza dalla sua accuratezza e precisione. Tutti i poliziotti sono bastardi, questo è un dato di fatto, e la verità dello slogan deriva proprio dall’affermazione del bastardo. È un dato di fatto che, in virtù delle loro origini, la grande massa dei poliziotti appartiene agli strati popolari. Un altro, altrettanto indiscutibile, è che, dietro il loro ruolo ufficiale di difesa della popolazione, negano la loro appartenenza popolare difendendo l’ordine del mondo, l’economia, la borghesia, il dominante (libero a ciascuno, secondo le sue scelte teoriche, di qualificare le forze che quotidianamente ci travolgono). Tutti i poliziotti sono bastardi perché la loro funzione in sé si basa su questa ambiguità, questa ipocrisia: la loro legittimità dovrebbe essere popolare anche se servono il potere. Questa prova non è più discutibile in Francia, la terra della torta alla crema repubblicana, né a Tunisi, Madrid o San Paolo.

A cosa serve la polizia?

Il campo delle attività delle forze di polizia è particolarmente vasto e diversificato. Segnalano veicoli mal parcheggiati o fermano i ladri, giocano a fare i cowboy con proiettili di difesa e fanno la guerra alla droga, una minoranza più accorta risolve omicidi o controlla gli oppositori mentre altri respingono i migranti al confine, terrorizzano i manifestanti, proteggono l’Eliseo (il palazzo del presidente della Repubblica) o accorciano i free party. Sono usate per qualsiasi cosa, e questo è certamente il motivo per cui la Francia ne impiega più di 250.000.

Ma in fondo a cosa serve tutta questa polizia? A che servono tutta questa meticolosa quadratura del territorio, tutta questa sorveglianza dei comportamenti, tutta questa brutalità istituzionalizzata? Ciò che la polizia difende con tutti i mezzi a sua disposizione non è l’ordine e la società, è un certo ordine e la sua società. Su cosa si esercita il suo ricatto di paura e sicurezza, non è la libertà umana che si tratterebbe di regolamentare, sono gli individui soli, diseredati e quindi deboli prodotti dal mondo dell’economia. Ciò che la sua violenza controlla e reprime sono corpi e spiriti vivi e quindi insoddisfatti. La polizia non è solo il braccio armato dello stato e del governo, è la garanzia che ognuno rimanga al posto che gli spetta.

Siamo magnanimi. Se possiamo dire che tutti i poliziotti sono semanticamente bastardi, possiamo anche immaginare che alcuni non siano bastardi, prepotenti o addirittura abbrutiti. La polizia stessa deve avere i suoi outsider, la squadra finanziaria, la tutela dei minori e perché no l’IGPN (il reparto addetto agli atti illeciti dei poliziotti). Sì, la polizia è disprezzata, ma, non si obietta con la stessa regolarità che svolge anche compiti utili? Può capitare di gioire quando mette la mano sul collo di Balkany o intercetta Sarkozy, quando perquisisce gli uffici del ministro della Giustizia o si appropria di sms che dimostrano che in passato il ministro dell’Interno ha abusato dei suoi poteri per ottenere favori sessuali. Ma, anche quando queste inchieste non finiscono allo sfascio come nell’ultimo caso citato, questa furtiva soddisfazione è presto turbata dall’evidenza che questi regolamenti di conti all’interno delle classi dominanti, questo conflitto tra istituzioni dominanti non mette affatto in causa il dominio e i poteri costituiti ma al contrario ne attestano la vitalità: se questi casi possono avere conseguenze spiacevoli per alcune persone in realtà detestabili, stabiliscono anche la legittimità di istituzioni che lo sono ancor di più, dimostrando di essere capaci di correggere le loro disfunzioni.

E quando la polizia impedisce un serial killer (jihadista o maniaco o entrambi) dall’uccidere ancora, uno stupratore o un pedofilo dal continuare a reprimere, forse non ci lamentiamo, ma anche qui il nostro sollievo non può che essere di breve durata poiché la risposta penale e la repressione da sole non impediranno mai alcuno stupro e non arretreranno in alcun modo la cultura che li produce, mentre la geopolitica globale e il razzismo di stato (per cui la polizia lavora) non hanno finito di creare psicopatici sociali pronti a scongiurare la loro pulsione di morte di orpelli religiosi. La polizia non fa nulla per combattere l’insicurezza sistemica poiché ne è una parte essenziale.

C’è qualcosa di molto sorprendente nella situazione in cui stiamo vivendo in questo momento. La polizia non è mai stata così centrale nel dibattito pubblico. Ad ogni manifestazione, i social network divampano in reazione ai video ormai sistematici della brutalità della polizia: infermieri molestati, i loro occhi accecati, folle soffocate dal gas, percosse con i manganelli. A Redon, per impedire a qualche centinaio di giovani di commemorare la morte di Steve Maia Caniço, il prefetto invia, tra gli altri, il GIGN[2]. Immediatamente, le immagini dei gendarmi incappucciati che picchiavano sul materiale musicale sono diventate virali. A Saint-Denis, qualche giorno prima, c’erano le immagini di una madre che urlava perché non riusciva più a trovare il figlio di due anni. Veniva da un funerale che la polizia ha ritenuto opportuno affogare nei gas lacrimogeni. Ad aprile, 8 giovani accusati di aver dato fuoco ad agenti di polizia a Viry-Châtillon nel 2016 sono stati finalmente assolti: gli inquirenti avevano falsificato i verbali delle udienze. Al momento in cui scriviamo, Bagui, fratello di Adama Traoré, morto per mano della gendarmeria a Persan, è stato appena assolto dopo 5 anni di reclusione. I tribunali hanno dovuto ammettere che non aveva partecipato ai disordini seguiti all’assassinio di suo fratello. Con i molteplici e ricorrenti scandali di corruzione, in tutti i commissariati di polizia, e in grandi quantità, come nel caso del BAC di Marsiglia che ha assalito gli spacciatori, o su scala difficilmente immaginabile, con l’organizzazione, da parte degli Stups (antidroga), del narcotraffico mondiale in collaborazione con i maggiori spacciatori internazionali. Con tutti questi racconti in continua evoluzione, la leggenda d’oro della polizia che macina la TV per i vecchi retrocede costantemente a favore di una storia di corruzione e violenza degna delle serie americane più calde. Mentre il nome “guardiani della pace” è caduto in disuso, e nonostante il martellamento negazionista di Macron e del suo seguito, la nozione di “violenza di polizia” s’è ora installata nel linguaggio dei media, introducendo l’idea che la violenza è costitutiva dell’esercizio della professione dell’operatore di polizia. Gli stessi media più inclini a sostenere l’ordine delle cose sono costretti a prestare attenzione agli abusi polizieschi. Ma nonostante tutto, non tutti detestano ancora la polizia, come i manifestanti costantemente cantano dopo il movimento del 2016 contro la legge El-Khomry (la parola d’ordine più ripetuta in tutte le manifestazioni è Tout le monde déteste la police). Anche se l’odio diffuso si sta diffondendo, solo molto raramente è accompagnato da una comprensione strutturale e sistemica di cosa sono le forze dell’ordine, cosa rappresentano e a cosa servono, anche quando non lo sono. Naturalmente, il primo fattore della radicalizzazione “anti-sbirro”, come dicono i suoi sostenitori, è la polizia stessa: cosa sarebbe stato del movimento dei gilet gialli senza lo shock della brutalità della polizia? -, ma la semplice critica agli eccessi, agli oltraggi e alle famose bavures (illeciti) di un corpo di polizia altrimenti troppo concentrato sul voto RN (il partito di Le Pen), ci lascia in mezzo al ponte.

Nelle società statali in genere e, in Occidente, fino alla fine dell’età classica, era chiaro e comunemente accettato che gli uomini d’arma fossero lì per primi per fare regnare la legge del più forte, cioè del signore e del sovrano. Con le rivoluzioni democratiche borghesi cominciò a prevalere l’idea che “la legge è uguale per tutti”, principio tanto più affermato nei testi (e in Italia nelle aule giudiziarie) quasi sempre di fatto negato. Certamente, dal bobby disarmato ben integrato nel paesaggio britannico allo sbirro davanti al quale tutta la strada tace nel sud Italia, era diffusa tutta una serie di atteggiamenti, secondo l’etica religiosa di cui era intrisa la società, il senso civico protestante o cattolico al quale lo Stato democratico sarà per sempre estraneo. Insomma, il poliziotto era più o meno rispettato a seconda di quanto la società fosse vicina allo stato. Ma anche dopo le rivoluzioni borghesi, qualunque siano le variazioni geografiche, da nord a sud, la divisione di classe è rimasta determinante, e la piccola borghesia inglese può benissimo amare la sua polizia, i Cockney spontaneamente l’hanno odiata. Infatti, finché la classe operaia è stata una classe pericolosa, una certezza è rimasta saldamente ancorata negli strati popolari: lo sbirro è la prima fila del nemico sul fronte della lotta di classe.

Questa sana convinzione ha cominciato a indebolirsi quando gli eredi della socialdemocrazia e dello stalinismo si sono tuffati nella ricerca della rispettabilità democratica, mentre progrediva la frammentazione della classe operaia e la scomparsa della sua controcultura, per finire in questo discorso sull’amore della polizia democratica forza che è ormai quella di tutte le democrazie occidentali. Nell’ideologia largamente dominante, l’odio per la polizia sarebbe ora riservato agli antisociali e agli psicopatici. Torna però una certa lucidità. A cosa serve un controllore nel metrò? Non per far muovere i treni, ma per fare in modo che i più poveri non possano muoversi. A che servono le migliaia di giovani che ogni anno finiscono in prigione per aver fatto un po’ di soldi vendendo hashish? Non per mantenere lo stile di vita sano del cittadino medio, ma per imporre continue pressioni disciplinari nei quartieri più poveri e per ricordare ai recalcitranti che, per guadagnarsi da vivere, bisogna essere sfruttati in una fabbrica, da un’agenzia interinale o da un’app Uber. E le migliaia di cadaveri che riempiono le acque del Mediterraneo con un’indifferenza quasi generale, a cosa servono? Per dissuadere i successivi ricordando loro il prezzo da pagare per entrare nel nostro piccolo inferno occidentale[3]. In prima e ultima istanza, la polizia non difende il debole, né la vedova, né l’orfano, né la donna maltrattata. La polizia difende brutalmente il mondo dell’economia e la sua conditio sine qua non: l’accaparramento da parte di alcuni del territorio e degli sforzi di tutti. La presa del territorio da parte di pochi e l’impegno di tutti. La necessità della polizia è una bufala, la sua esistenza un’usurpazione.

Perché la polizia?

La storia della polizia in Francia, sua città natale, è abbastanza semplice: in primo luogo, è la storia dello Stato. Per produrre e garantire la sua sovranità, s’è cominciato prima a trovare gente per riscuotere le tasse, poi persone armate per impedire la rivolta dei poveri, assicurare il flusso delle merci e garantire la protezione dei ricchi – e della loro ricchezza. Né uno né due, il concetto di Stato e la sua attuazione pratica, la polizia, hanno fatto il loro fragoroso ingresso sulla scena della storia. L’idea che una piccola parte della gente dovrebbe essere usata per mantenere la schiavitù degli altri con la violenza è abbastanza recente. Così, l’istituzione di polizia può ben presentarsi come naturale, senza tempo e insuperabile: è solo parassitaria, evanescente e presa in prova.

Quello che dobbiamo capire ora è ciò che interessa alla polizia. Come riesce a far fronte all’odio che suscita e alla vergogna di se stessa? La risposta è crudele. La forza della polizia, ciò che la fonda quotidianamente, ciò su cui poggia il suo potere, non sono tanto i suoi numeri, le sue uniformi e le sue armi, quanto il nostro desiderio di polizia. Se accettiamo di essere brutalizzati e infantilizzati, è prima di tutto perché ci è stato insegnato ad avere paura.

Uno dei miti più potenti che giustifica questa oltraggiosa tolleranza è che saremmo pericolosi l’uno per l’altro, che senza la paura di finire i nostri giorni in prigione, ci uccideremmo a vicenda e ogni attività sarebbe fermata. Basta guardare un programma TV per scoprirlo. Ogni giorno, ore e ore di finzioni o “reportage” ci immergono nel cuore di indagini e altre operazioni frenetiche: si spara al terrorista, si smaschera degli assassini, si sgominano i reticoli della prostituzione. Non importa quanto piccola sia la quantità di lavoro della polizia che rappresentano questi spettacoli, si diffonde l’idea che la polizia ci sta proteggendo dagli altri. Non importa se il vero lavoro quotidiano della polizia è regolare il traffico di droga, ottimizzare i viaggi in macchina di lavoratori e villeggianti, inseguire la plebe che devia, dirimere le liti tra vicini e picchiare i manifestanti.

Povertà, violenza sessuale, rumori notturni, consumo di droghe, prostituzione, furti, epidemie, guida in stato di ebbrezza … Tutti questi comportamenti che la polizia pretende di regolare e reprimere quotidianamente, è anche l’ultima a poterne trovare una soluzione.

L’immagine che il poliziotto ha di sé e alla quale si attiene è un miraggio. Corre come un criceto nella sua ruota alla velocità richiesta dalla politica dei numeri[4], sapendo che non avrà assolutamente alcun effetto sulle cause di ciò che sostiene di combattere. Il poliziotto non combatte contro la delinquenza, fa la guerra ai poveri e mantiene la povertà.

Ma chi è la polizia?

Dati statistici e studi sociologici consentono di conoscere il profilo tipico dell’operatore di polizia in servizio. È prevalentemente bianco, maschio e di origine popolare. L’80% proviene da aree rurali o piccoli e medi comuni di provincia e oltre il 60% aderisce a idee di estrema destra. Automaticamente c’è una minoranza di persone e donne razzializzate, figli di cittadini benestanti e persino un sindacalista SUD (simile ai sindacati autonomi). Questo è tutto il problema della sociologia: al di là dell’osservazione oggettiva, fatica a illuminarci.

Quello che sappiamo anche è che gli operatori vanno molto male, si sentono disprezzati dai passanti tanto quanto dai loro superiori, che le loro condizioni di lavoro sono abominevoli e il loro salario umiliante. Secondo un recente sondaggio condotto dalla Mutuelle Générale de la Police, il 24% di loro afferma di avere pensieri suicidi, 6,7 volte più degli altri lavoratori (Le Monde, 06/07/2021). La polizia sarebbe quindi la prima a voler porre fine alla polizia.

Come possiamo spiegare una tale propensione per la morte? Gli istituti di sanità pubblica ovviamente propongono le loro piccole spiegazioni: la cattiva atmosfera, l’aria condizionata dell’auto serigrafata che non funziona più, le ore di straordinario mai pagate, ecc. Ma dobbiamo affrontare i fatti, queste cattive condizioni di lavoro sono presenti in quasi tutti i mestieri, non possono quindi apparire fattori sufficienti. Bisogna poi avanzare un’altra ipotesi per cercare di capire come il poliziotto possa odiarsi così tanto.

Se, come abbiamo accennato nell’introduzione, la diffusione mondiale dello slogan “tutti i poliziotti sono bastardi” è dovuta alla sua efficacia nel mostrare l’ipocrisia della funzione dell’ufficiale di polizia – che pretende di difendere il popolo, di emanare da esso, mentre serve essenzialmente solo a difendere l’economia, lo Stato e i relativi interessi – come non immaginare che tutto ciò non passi attraverso la polizia stessa? È perché la sua esistenza è insostenibile che è disprezzato e spregevole, e lo sa. La sua unica attività sociale è mimetizzarsi nell’uniforme. Pertanto, deve raccontare storie per immaginare di essere qualcosa di diverso da questo relitto.

Il poliziotto non è né un guerriero né un mafioso: il beneficio della violenza che prodiga quotidianamente non gli torna mai, è gratuito. Se molesta, estorce o brutalizza, non è mai a proprio vantaggio, è perché gli viene ordinato di farlo. I misfatti che deve compiere quotidianamente non rispondono alla propria etica ma a idee vuote, lontane e astratte: violenza legittima, sicurezza, pace civile, ordine delle cose… Egli può ben servirsi della sua libera volontà, per scegliere le sue vittime secondo i suoi gusti personali, per rivolgersi o familiarizzare con coloro che controlla, ma ciò che la sua uniforme copre è la sua irresponsabilità fondamentale. L’unica grandezza che gli è accessibile è quella di obbedire agli ordini, la sua unica libertà è incarnare su scala microscopica e derisoria la ragion di Stato[5].

“Ma dietro l’uniforme c’è un essere umano!” No, quello che c’è è un soggetto irresponsabile delle sue azioni, un burattino immorale, un artista dal cuore freddo. Ciò che rende così odiosa la vita del poliziotto è la banalità e la vacuità di tale male.

Violenza legittima e brutalità della polizia

Mentre la polizia diventa sempre più a suo agio nell’arena pubblica e dei media, sentiamo ciò che rimane dell’indignazione “di sinistra” per l’emergere di uno stato di polizia. Se non c’è un essere umano dietro l’uniforme, non c’è nemmeno una nobile istituzione statale dietro l’iniquo stato di polizia. Se è consuetudine definire lo Stato come l’istituzione che detiene il monopolio della violenza pubblica legittima, significa che a carico di questa violenza ci sono la polizia e l’esercito. Da quel momento in poi, ogni stato è fondamentalmente una forza di polizia. L’unico margine che gli rimane è riuscire a mascherare, più o meno efficacemente, la violenza che l’ha sempre costituito, dando vita alle finzioni democratiche che conosciamo. Man mano che queste finzioni si disfano o perdono credibilità, l’apparato repressivo si svela.

Se in tutto questo testo abbiamo spesso preferito parlare di brutalità poliziesca piuttosto che di violenza, non è stato per sostituire una parola con un’altra. Nel 1977, Jean Genêt scrisse una bellissima prefazione ai “Testi dei prigionieri della Frazione dell’Armata Rossa”, in cui si proponeva di distinguere violenza e brutalità: “Se pensiamo a qualsiasi fenomeno vitale, anche secondo il suo significato più stretto che è: biologico, capiamo che violenza e vita sono praticamente sinonimi. Il chicco di grano che germoglia e spacca la terra gelata, il becco del pulcino che rompe il guscio dell’uovo, la fecondazione di una donna, la nascita di un bambino sono accuse di violenza. E nessuno incolpa il bambino, la donna, il pulcino, il germoglio, il chicco di grano. “Al contrario, la brutalità è “il gesto teatrale o la gestualità che pone fine alla libertà, e ciò per nessun altro motivo che il desiderio di negare o interrompere un libero compimento. Il gesto brutale è il gesto che spezza un atto libero”.

Da una parte, quindi, la violenza vitale e spontanea, quella dei manifestanti che invadono le strade e i palazzi, le vetrine delle merci che si rompono, i corpi liberi che si scontrano con gli scudi del potere. E dall’altra la brutalità organizzata che assume «le forme più inaspettate, non immediatamente rilevabili come brutalità: l’architettura delle case popolari, la burocrazia, […] la priorità, nel traffico, data alla velocità sulla lentezza dei pedoni, l’autorità della macchina sull’uomo che la serve, la codificazione delle leggi prevalenti sulla consuetudine, […] l’uso del segreto che impedisce la conoscenza di interesse generale, l’inutilità delle schiaffi nelle stazioni di polizia, il dare del tu da parte della polizia a coloro che hanno pelle bruna, […] la marcia del passo dell’oca, il bombardamento di Haiphong, la Rolls-Royce da quaranta milioni…”

È qui che l’infinita denuncia della violenza della polizia può rivelarsi una trappola. C’è ovviamente un problema nel rendere visibile a quante più persone possibile ciò che le forze di polizia stanno cercando di coprire quotidianamente. Pensiamo subito al prezioso lavoro di censimento e verifica svolto durante lo spostamento dei gilet gialli dal giornalista David Dufresne. Tuttavia, quando guardi il suo documentario Un pays qui se tient sage, non puoi fare a meno di essere a disagio. Le immagini e le testimonianze di brutalità si susseguono, i poliziotti imbarazzati si giustificano come possono da quello che tutti abbiamo visto per strada o sugli schermi dei nostri cellulari. Ma il film è ossessionato da un’assenza. Puoi vederlo, la brutalità sfrenata, sullo schermo gigante, ma quello che non vedi mai è contro cosa è. Non i corpi gonfi o mutilati dei manifestanti, ci sono anche loro. No, quello che manca è la violenza, la rivolta, la voglia che il mondo finalmente cambi. Ciò che la polizia ha soppresso nel sangue e nei gas lacrimogeni durante il movimento dei gilet gialli non erano corpi inerti, non era una popolazione obbediente e docile, ma un popolo che si stava ribellando. Ciò che ha fatto tutta la sua potenza e l’ha allontanata anni luce dal “movimento sociale”, dai suoi cortei sfiniti con le sue febbrili pretese che nessuno si stanca nemmeno di ascoltare, è che, nelle rotonde, nei centri cittadini e sugli Champs Élysées, volevamo combattere con il potere una volta per tutte. Ciò che fonda la polizia, ciò che la rende indispensabile a qualsiasi stato, a qualsiasi governo, è il rischio di insurrezione, la potenziale violenza del popolo. Non c’è lo stato, poi la repressione poi la popolazione, c’è la gente, poi lo stato e il suo bisogno di repressione. Il potenziale dell’insurrezione è primario: la polizia la rincorre. C’è la violenza emancipatrice che crea mondi migliori e la brutalità che fa di tutto per impedire che accadano. Prima c’è la vita, poi ciò che la costringe, la reprime, la danneggia[6].

Coronapolizia

Da un giorno all’altro, con gli arresti domiciliari per metà della popolazione mondiale, l’evento Covid ha permesso questo: la forza lavoro, ad eccezione di quella dei decespugliatori ancora non sostituibili dai robot, si trova come mai prima d’ora individualizzata, isolata, fissata sul luogo chiuso della sua riproduzione, e sempre più disponibile. Riservando lo spazio esterno al capitale, alle sue macchine fotografiche e alle forze del suo ordine, abbiamo fatto apparire con accecante chiarezza l’utopia del capitalismo digitale, in via di realizzazione da diversi decenni: i suoi algoritmi che si occupano di catturare la nostra attenzione per approfittare di quasi tutti i nostri momenti di veglia, in attesa di trovare il modo di fare altrettanto con il nostro sonno, assicurando insomma in tutto automatismi e con lo stesso impeto la macchinazione dell’uomo e la riproduzione allargata del capitale. Ma mentre gli espedienti capitalistici ci prendono la testa, perché non c’è (ancora?) testa senza corpo, qualcuno deve prendersi cura della nostra carne: è qui che entra in gioco la polizia. Ecco cosa cerca di imporsi: mentre le nostre teste apparterrebbero al GAFAM (l’acronimo delle 5 maggiori multinazionali dell’IT occidentali), i nostri corpi sarebbero sempre più curati dalla medicina e dalla polizia. Abbiamo visto con quale ottusa brutalità (sebbene non priva di discriminazione di classe (cfr. il trattamento differenziato del 93 e del XVI secolo), la polizia francese e tutte le polizie del mondo prendessero parte a questo programma. Abbiamo anche visto che ciò non avveniva senza la resistenza dei corpi (né delle teste). In Francia, quando arriva l’epidemia di Covid, il legame di fiducia tra l