Vi proponiamo la lettura della seconda parte dell’articolo di Luca Negrogno sul tema “Movimenti, politica, salute”. In queste pagine, l’autore si concentra su un’analisi dei limiti di vari tentativi di movimento sul tema della difesa della salute pubblica, sorti anche dietro spinta delle problematiche scoperchiate dalla sindemia e con riferimenti al caso bolognese. La prima parte è disponibile qui. Ricordiamo che l’intero testo è in corso di pubblicazione sulla rivista cartacea di Medicina democratica

* * * * *

2.1 I motivi dell’assenza di movimento

A partire dalle osservazioni svolte sul campo della salute mentale nella prima parte possiamo iniziare a spiegare l’attuale assenza di movimento con il fatto che non si sia statə in grado di elaborare una strategia capace di leggere le attuali contraddizioni del sistema. In primo luogo va fortemente sottolineata l’attuale incapacità di lettura della frammentarietà della composizione sociale che insiste sul terreno salute/sanità e nei processi complessivi in esso coinvolti. Questo è solo un elemento della più complessiva incapacità di lettura della composizione tecnica e sociale del lavoro di cura, e quindi di una conseguente assenza di elaborazione strategica che possa impattare questo terreno e quello della riproduzione sociale in generale. Se non riusciamo a collocare in un orizzonte unitario e interrelato i temi della riproduzione sociale, del welfare, del reddito, del genere, della disabilità, dell’intersezionalità delle forme di oppressione connesse a questi assi, non avremo un ambito di analisi in cui collocare anche i temi della salute e della sanità. In assenza di questo orizzonte non riusciamo a superare la frammentazione. Se pensiamo a questo orizzonte in modo unitario, vediamo prima di tutto che i lavori della cura sono estremamente stratificati e collocati su rigide gerarchie anche secondo forme di divisione internazionale del lavoro. Si va da ordini professionali con forte potere contrattuale e approccio corporativo, a un’infinità di lavoro nascosto, sottopagato, genderizzato, razzializzato, invisibilizzato. Tale frammentazione si è anche rinforzata attraverso la gestione necropolitica delle migrazioni; essa si è impiantata anche su singole esperienze di lotta e di emancipazione che, quando non sono riuscite a legarsi ad una tematizzazione politica più complessiva, hanno finito per allargare i divari tra gruppi professionali e segmenti sociali che solo ricomposti potrebbero porsi in una condizione d’attacco vincente (si pensi alla legge Iori che ha formalizzato le figure professionali educative o le nuove opportunità di carriera per i coordinamenti infermieristici – che spesso si risolvono nella riproduzioni di saperi meramente manageriali – o persino l’istituzione di registri regionali di “lavoratrici domestiche”, che hanno in molti casi amplificato le condizioni di informalità nel lavoro di cura a fronte di piccoli gruppi che ne risultano parzialmente tutelati). Se pensiamo anche solo al limitatissimo ambito della Sanità, è oggi difficile pensare ad una mobilitazione che riesca a tenere insieme, ad esprimere ed armonizzare le rivendicazioni possibilmente emancipatorie dellə medicə a partita iva che guadagna 800 euro a turno nel pronto soccorso dell’ospedale pubblico (che si giova dell’intermediazione di manodopera di una cooperativa sociale per coprirne i turni, dopo innumerevoli concorsi andati a vuoto per rispondere al fabbisogno di forza lavoro nel medesimo servizio – ma a condizioni più massacranti) e l’operatorə sociale che magari guadagna quegli stessi 800 euro dopo un mese di lavoro frustrante per la stessa cooperativa sociale, che nel frattempo svolge anche un servizio esternalizzato per il dipartimento salute mentale della stessa ausl o per la divisione disabilità del servizio sociale del comune, tra turni imprevedibili, “monte ore” che servono a non pagare straordinari, condizioni di “spirito cooperativo” che spesso collimano con mobbing e con la consapevolezza di fare un lavoro dichiaratamente di “inclusione sociale” quando in realtà la pratica quotidiana è fatta di mera assistenza e controllo, senza produrre alcuna relazione emancipatoria. Alle condizioni attuali di assenza di mobilitazione unitaria, abbiamo piuttosto una larga massa di giovani medicə che fa una vita allucinante accumulando turni e fatture (con cui potrà comprarsi le sostanze necessarie a lavorare a quei ritmi e per stordirsi tra un turno e l’altro), la piccola parte di quellə che danno una lettura minimamente politica del proprio ruolo che cerca di impegnarsi in innovazioni organizzative e professionali variamente compatibili con l’esistente, una ancora più piccola parte che opta per “le grandi dimissioni”, andando magari a fare militanza in un ambulatorio popolare; nel frattempo, i sindacati di base difenderanno quellə lavoratorə a 8oo euro al mese senza mettere minimamente in discussione il mandato quotidiano del lavoro e l’impianto epistemologico del sistema di welfare nel suo complesso, gli ordini professionali e le società scientifiche cercheranno di propagandare nuove forme di riconoscimento legale o accademico del valore delle professioni su tutti i livelli; il processo di dismissione delle vite di scarto continuerà, favorito dalla possibilità di accedere a sempre più vasti mercati informali della cura necropoliticamente genderizzati e razializzati.

Non riuscendo a leggere la complessità e l’interconnessione della composizione sociale, ciascun ceto politico di movimento o sindacale si lega cioè a una specifica parte di quella composizione e il suo approccio si risolve in nel valorizzare un singolo aspetto di quella che dovrebbe essere una  mobilitazione collettiva. Come se non bastasse, questa tattica, nella sua limitatezza, viene elevata a feticcio identitario. Così ciascun pezzo – soggetto politico o sindacale coinvolto – si mantiene posizionato su uno specifico modello tattico, che definisce paranoicamente la sua identità, piuttosto che valutare la propria azione sul piano dell’efficacia. Ne risulta una grande incapacità politica perché le singole tattiche individuate alimentano la rigidità identitaria invece di alludere al bisogno di revisione della strategia più globale che sarebbe necessaria. Tra i molteplici effetti che questo provoca possiamo segnalare l’incapacità di confrontarsi esplicitamente sulle tattiche, le ambiguità complessive che si generano nei rapporti tra vari ceti politici e istituzioni, le innumerevoli cooptazioni, la presenza di una molteplicità di proposte vagamente progressiste che in ultima analisi si risolvono in forme di compatibilità con il sistema esistente.

2.2 Ambiguità sulle tattiche, opacità della strategia

L’assenza di contesti di dibattito sulle tattiche di movimento in sanità trova i suoi antefatti più recenti nel periodo tra la fine degli anni ’90 e i primi 10 anni del 2000. In quella fase, in concomitanza con una serie di governi di centro sinistra, alcuni soggetti che erano stati tra i più attenti critici delle forme reazionarie di aziendalizzazione della sanità e che promuovevano un rinnovamento dello storico percorso di realizzazione del servizio sanitario nazionale si ritrovarono a svolgere incarichi di grande responsabilità nei contesti ministeriali o nei governi delle sanità regionali. Gli esiti di quella stagione non sono mai stati efficacemente discussi e ancora oggi sembra di essere inchiodati ai conflitti e alle contraddizioni che emersero in quel periodo. Con una estrema semplificazione, potremmo dire che molte di quelle collaborazioni con le istituzioni furono viste come forme compromissorie di partecipazione da chi se ne tenne fuori. Non si capisce oggi se se quel tenersi fuori fu più voluto o subito, tanto il dibattito attuale sulla “compromissione”, considerati i circa vent’anni di distanza nonostante i quali sembra non essersi sviluppata nessuna distanza critica dai fatti, è caratterizzato da una complessiva povertà di analisi strategica sui contenuti delle azioni di chi era entrato nelle istituzioni e su quali sarebbero oggi le possibili alternative realistiche. Di sicuro ci sono state forme di “entrismo” che si sono risolte soprattutto nella ricerca di poteri personali; d’altra parte usiamo qui il concetto di entrismo con un’ironia che sfiora l’approssimazione: non si era svolta all’epoca una riflessione su come si potesse perseguire una strategia ampia, considerando che l’azione di chi stava dentro le istituzioni poteva essere sviluppata in dialogo con chi ne stava fuori. Se oggi ci si prende la briga di andare ad indagare sui rapporti tra Forum Diritto alla Salute, Salute Diritto Fondamentale, Articolo 32, Medicina Democratica, YOS Salute Cultura Diritti, CGIL Funzione Pubblica, Campagna Dico 32, e le altre geometrie che hanno assunto i parziali momenti di incontro in cui ci si incarta nelle solite diatribe più o meno tra sempre le stesse persone, si scopre che i nodi cruciali del dibattito riguardano questioni non superate di quegli anni. Se oggi qualcunə provasse a sintetizzare le questioni attorno a cui si è rimasti annodati si imbatterebbe in estenuanti aut-aut del tipo: Il Decreto legislativo 229/1999, o Riforma Bindi, o ancora Riforma-ter, è stato un passaggio di rafforzamento del servizio sanitario nazionale grazie all’istituzione dei Distretti che attribuendo funzioni di governo pubblico ad una articolazione interna delle ASL hanno corretto gli effetti più liberisti del Decreto Legislativo 502 del 1992, la cosiddetta Riforma De Lorenzo? Oppure è stato un ulteriore colpo dato all’impianto del Servizio Sanitario Nazionale con un approccio reazionario rispetto allo spirito della 833 del 1978? L’introduzione dei DRG in sanità aveva la funzione di sottoporre le prestazioni ospedaliere a un governo razionale e trasparente, sottraendolo alle baronie professionali mediche, oppure è stato l’apripista alle forme più estreme di produttivismo sanitario meramente economicistico? Le innovazioni progressiste come le case della salute e le case della comunità sono un paravento solo retorico per coprire una più profonda dismissione del servizio pubblico o un tentativo di costruzione di dispositivi di territorializzazione che vanno nella corretta direzione della promozione della salute e del cambiamento del rapporto con le comunità? L’aziendalizzazione è stata una subdola manovra per destrutturare dall’interno la funzione pubblica del servizio oppure è stata la reazione a un ventennio in cui, distorcendo le indicazioni deglə ispiratorə del SSN, si è fatta passare come “partecipazione” la lottizzazione partitocratica e clientelare delle USL? Si potrebbe continuare a lungo. Ci sono soggetti che, collocandosi stabilmente da una o dall’altra parte del bivio presentato da ciascuna di queste domande, hanno costruito una carriera ripetendo ogni giorno la stessa posizione. Costoro, da una parte o dall’altra di quella che vogliono a tutti i costi rappresentare come una barricata, sono forse oggi i principali ostacoli alla possibilità che si costruisca un dialogo reale e pratico in questi ambiti; che la pars costruens della loro produzione pamphlettistica vada a vantaggio degli ordini dei medici o dei sindacati, che vengano finanziati da fondazioni bancarie o da case farmaceutiche, che scrivano sul Manifesto o sul Sole24Ore, nessuna ulteriore petizione di coerenza può più loro essere posta: hanno scelto una parte di quella barricata e ad essa hanno votato la loro identità e la loro carriera, che quella barricata continui ad esistere è l’unico presupposto della loro sussistenza. Si capisce che unə giovane medicə, desiderosə di impegnarsi politicamente nell’attualità, dopo aver ascoltato interminabili dibattiti su questi temi (e avendo dovuto frequentare moltissimi ambienti diversi per sentire le varie opinioni, dato che le persone che le portano avanti non si incontrano mai contemporaneamente nello stesso luogo) preferisce andare a lavorare come volontariə o militante in un ambulatorio popolare o sulla nave di una ONG o nel sud del mondo per fare qualcosa che abbia un pur minimo impatto sulla realtà.

Non essendoci un contesto in cui si riesca a discutere di strategia, non si può costruire un’elaborazione condivisa di questi passaggi fondamentali della storia recente e la loro configurazione resta frammista alle vicissitudini e ai problemi relazionali e personali delle soggettività che ne sono state protagoniste. Un contesto di lettura critica di quegli anni dovrebbe prima di tutto provare a fare una distaccata valutazione di efficacia dei vari tentativi di implementazione di queste posizioni; poi dovrebbe collocarle nel riconoscimento di quella che è stata una più ampia temperie culturale che, sulla scorta dell’illusione delle “terze vie”, ha ubriacato la sinistra con l’equazione razionalità=equità=mercato. Detto questo, si dovrebbe poi partire con l’elaborazione politica dal fatto che varie posizioni, pur ispirate da buone intenzioni, furono negativamente distorte dall’incapacità di costruire rapporti di forza che tenessero insieme il dentro e il fuori delle istituzioni: soggetti che ebbero l’opportunità di frequentare parziali “stanze dei bottoni”, senza un rapporto organico con un movimento, possono facilmente perdere la cognizione critica della realtà su cui stanno operando dall’alto; le azioni di quegli anni vanno lette nella loro ambiguità come esito di errori complessivi nella costruzione della strategia, non come mancanze o “tradimenti” attribuibili moralisticamente a questo o a quel soggetto. A partire da queste prime indicazioni si potrebbe ricostruire uno spazio in cui si ricucire quel legame storico che oggi sembra spezzato, tra le organizzazioni che hanno contribuito alla lotta per il Servizio Sanitario Nazionale e hanno seguito le vicende delle sue varie implementazioni e modificazioni, le nuove forme di mobilitazione mutualistica “dal basso”, i gruppi di lavoratori e lavoratrici interessati a mettere in questione e a rinnovare il loro modo di lavorare nel sistema sanitario – che da molto tempo non hanno uno spazio comune di riflessione – che possa essere da stimolo per le nuove generazioni di tecnichə, militantə e attivistə. In questo scenario gli amministratori e i tecnici che nelle istituzioni hanno operato per realizzare strutture vicine ai territori e aperte alle azioni comunitarie lo hanno fatto spesso negli interstizi, nella solitudine e nell’invisibilità; gli operatori e le operatrici che nei servizi hanno svolto attività creative, inventato forme di azione collettiva e innovato i metodi di lavoro non hanno avuto sponde per un confronto politico più ampio e spesso si sono trovate nella condizione di risolvere la trasformatività delle loro azioni nel managerialismo imperante; i movimenti che negli ultimi anni hanno lottato per la casa e il lavoro non hanno trovato sponde nei servizi con cui costruire alleanze che portassero la loro incisività dentro le istituzioni. In questo contesto le mobilitazioni in sanità non sono riuscite a superare un’ottica meramente corporativa, schiacciata sugli interessi di categoria delle varie componenti professionali. È quindi venuto meno un immaginario condiviso legato alla salute pubblica e ai suoi valori come “impresa collettiva”, e questo ha portato a un indebolimento della fiducia nel servizio sanitario e nei suoi principi nel corpo stesso della popolazione. Gli ultimi 20 anni hanno piuttosto dimostrato che, aperta la strada alla destrutturazione dell’unità organizzativa e politica del Servizio Sanitario Nazionale, depoliticizzandosi e trasformandosi in meri tecnici i professionisti, senza una costante e unitaria attività che tenga insieme l’alto e il basso, il dentro e il fuori di questi processi, la logica prestazionale e orientata al profitto tende a infiltrarsi a tutti i livelli e a sovradaterminare scelte strategiche e meccanismi di governo. In assenza di un movimento che riuscisse organicamente ad infiltrarsi nei suoi gangli per contro-utilizzarli, l’acritica accettazione del concetto di “mix pubblico-privato” e del modello della “sussidiarietà” ha contribuito alla diffusione di dinamiche liberiste all’interno del sistema sanitario. L’introduzione di dispositivi e processi che, richiamandosi alla “comunità”, tentassero di bilanciare con l’ottica dei diritti la tendenza privatistica e la mercificazione strisciante, non ha raggiunto il suo obiettivo risolvendosi spesso in una forma di adempimento burocratico senza stimolare profondi processi di partecipazione. Questa dinamica è stata particolarmente evidente con la situazione pandemica: la programmazione basata sulla ricognizione dei bisogni, le prestazioni base della diagnostica e della salute pubblica, il governo del rapporto tra aziende sanitarie e territori, sono collassati e per tutelarsi e svolgere una vita più o meno “normale” la popolazione si è completamente abbandonata al mercato privato oppure ha maturato visioni difensive meccanicamente antiscientifiche, diretta conseguenza di quella giustificata assenza di fiducia collettiva.

Il rischio del riprodursi oggi di queste ambiguità tattiche e di una complessiva opacità sulla strategia riguarda i tecnichə più consapevoli come i movimenti più intransigenti. Se l’orizzonte delle innovazioni dentro le istituzioni si limita all’ottenere minimi aggiustamenti di politiche complessivamente tecnico-burocratiche, introducendo element puntuali culturalmente positivi – inseriti come isole in un deserto di assenza di visione, è inevitabile che gli esiti a lungo termine saranno nefasti e riprodurranno quello che negli ultimi vent’anni è accaduto con la destrutturazione neoliberale dei distretti, della programmazione sanitaria, delle governance regionali. Campagne collettive importanti come PHC, Movimento Giotto, Prima la Comunità, ecc, se non trovano una sponda e un dialogo nei movimenti si condanneranno a riprodurre gli errori già vissuti nella fase iniziata alla fine degli anni ’90. D’altra parte i movimenti non otterranno nessuna possibilità di incidere sulla realtà se si assesteranno su posizioni di difesa corporativa dei gruppi professionali, che siano formulate in termini sindacali o ricalcate sui posizionamenti degli Ordini e delle Società scientifiche. Alcune attuali innovazioni del sistema sanitario come i budget di salute, le case della comunità, la coprogettazione, sono dispositivi costitutivamente ambivalenti di cui possiamo già vedere che, se non sono innervati da forme nuove di mobilitazione sociale e pratica critica, diventano vettori di forme di territorializzazione senza conflitto e integrazione sociosanitaria fatta dall’alto, utili solo alla gestione razionalizzata a burocratica dei costi e alla lettura manipolatoria dei bisogni della popolazione, in vista di una loro più efficace dismissione. Se invece, essendo movimento, riusciamo a fluidificare le rigidità tattiche, ricostruire e arricchire la costruzione di saperi, leggere la densità delle pratiche, tali dispositivi diventano spazi di azione innovativa in cui nuove pratiche di movimento e un rinnovato incontro con i tecnichə può riaprire gli spazi complessivi di azione pubblica.

2.3 Alcuni tentativi degli ultimi due anni e loro limiti

Il 6 e 7 novembre 2021 si è tenuto a Bologna il congresso “Come si esce dalla sindemia”, a cui hanno aderito più di 100 realtà tra singoli, gruppi e associazioni. Il Congresso è stato costruito attraverso una modalità partecipativa, con due assemblee plenarie e più tavoli di lavoro; la partecipazione stessa al congresso è avvenuta attraverso un lavoro capillare di interlocuzione con le varie realtà; nella fase di costruzione si è fatto di tutto per evitare che venisse imposta una qualsiasi “egemonia” politica sulla costruzione dell’evento. Gli assi tematici attorno ai quali ci si è confrontati sono stati: Il sistema sanitario; Che cos’è la salute; Covid-19: a che punto è la notte?; Mobilitazione: che fare?. Sulla base di un’aggregazione nata a Bologna nel periodo del I lockdown, abbiamo invitato a un confronto tutte le organizzazioni che negli ultimi mesi hanno incontrato il tema della salute nelle pratiche mutualistiche, nelle vertenze sindacali, nelle battaglie legate alle questioni abitative e ambientali, cercando di intercettare gruppi di operatori e operatrici, ricercatrici, attiviste e movimenti legati alle lotte per la salute di genere. Era stato evidente, lungo il corso del 2021, che si andavano moltiplicando gli interventi da parte di società scientifiche, ordini professionali, gruppi organizzati di pressione nazionali e internazionali impegnati nell’ambito delle discipline professionali e più in generale del mercato sanitario, che, con con intenzioni soprattutto corporative, di posizionamento nel campo aperto della ricostruzione postpandemica e della competizione per accaparrarsi le sue risorse, corredavano le loro dichiarazioni con ampie affermazioni di principio sull’importanza della salute territoriale, della prossimità, della domiciliarità. Il Pnrr, che fa largamente uso di questi concetti, ha risentito della pervasività di queste parole d’ordine mantenendosi nel campo delle “mobilitazioni dall’alto”, cioè che non incidono davvero sulla possibilità di creare reali forme di lettura partecipata dei bisogni. Durante il Convegno di Bologna abbiamo iniziato a produrre un’analisi critica di queste dinamiche, con l’obiettivo di tornare a far sentire una voce orientata ai valori della sanità pubblica, gratuita, universale e accessibile, per polarizzare il dibattito e dare il segno della presenza, nella società, di una forte aggregazione culturale che esprimesse questi principi di riferimento.

Le esperienze di mobilitazione sviluppatesi durante la sindemia (ad esempio, quella del comitato Riapriamo Villa Tiburtina a Roma) hanno riportato al centro la questione della partecipazione e del controllo popolare sui temi della sanità: la mobilitazione di quartiere ha messo in luce la necessità di forme popolari e socialmente diffuse di coinvolgimento, che fossero non meramente partecipate da operatori e che svolgessero anche il compito di fornire orientamento e supporto alla cittadinanza per stare nella rete dei servizi, in un momento difficile di chiusure e limitazioni. Un’altra importante presenza era costituita dalle esperienze di mutualismo costruite dal basso a partire dal primo lockdown, che hanno permesso di sostenere popolazioni fragili irraggiungibili per i servizi pubblici, soprattutto laddove l’integrazione sociosanitaria è rimasta una vuota dichiarazione di principio. In questo ambito si sono riconosciute le esperienze dei Laboratori di Salute Popolari, delle brigate solidali, di gruppi informali che operano in particolare in alcuni contesti geografici particolarmente impoveriti o rispetto ad alcune aree di grave marginalità ed esclusione sociale. Molto importanti alcune esperienze transfemministe come la campagna Obiezione Respinta, che realizza una mappatura dal basso dei presidi rivolti alla salute riproduttiva e delle loro pratiche, spesso escludenti e stigmatizzanti. La dialettica ha fatto emergere questa necessità di non “coprire le falle del sistema” e di non sostituirsi al servizio pubblico, ma piuttosto portare in luce i bisogni di salute che solitamente rimangono sommersi, anticipare una nuova epistemologia della cura, innescare pratiche reali di partecipazione popolare e un diverso concetto di salute. L’altra componente fondamentale è stata quella delle lavoratrici e dei lavoratori che, in vari contesti e a vari livelli, operano dentro i servizi o negli spazi di creatività ancora aperti nel terzo settore. In alcuni territori sono state forzate le rigidità esistenti dentro le istituzioni per costruire reali processi di integrazione basati sulla multidisciplinarietà, sulla collaborazione tra operatorə sociali e sanitari. Per esempio si sono costruite reti inedite tra servizi e comunità, con una importante innovazione di pratiche e di epistemologie all’interno di alcune Case della Salute, laddove esse non si sono realizzate come mera aggregazione di prestazioni ma come dispositivi di ricerca-azione sulle componenti sociali dei bisogni sanitari (è il caso de Le Piagge di Firenze). Queste esperienze e altre simili, che si rivolgono alla salute delle persone migranti o alla salute di genere, nel vasto campo delle Cure Primarie (spesso negletto dalla governance ufficiale), sono apparse alla ricerca di spazi di riflessione e generalizzazione; importante il fatto che in queste esperienze si producano forme inedite di auto-aiuto tra professionisti, si creano nuovi spazi di cooperazione sociale che hanno un significato immediatamente politico nella misura in cui modificano i volti dei territori, si rimettono in discussione la lettura di contesti e popolazioni-target, uscendo dalla retorica della mera deprivazione e instaurando forme nuove di attivazione sociale.

Il confronto tra diversi punti di vista e posizioni ha fatto intravedere la possibilità di superare gli steccati tra vecchie e nuove forme di mobilitazione, accettare la mutazione strutturale della distinzione pubblico/privato per vedere meglio un nuovo campo di azione, in cui prima di tutto si possa agire contro la depoliticizzazione di chi lavora come tecnicə dentro le strutture statali o parastatali. È emersa la necessità di rinnovare le pratiche di lotta e di mobilitazione, laddove ad esempio le vertenze di categoria non sono riuscite ad andare oltre una dimensione solo settoriale e corporativa, proprio a partire dagli operatorə sanitari. Per questo era emersa la necessità di costruire nuovi spazi di dibattito con i gruppi di utenti dei servizi, con le persone disabili, con gruppi locali di popolazione, anche per sostenerli nel superare quelle forme edulcorate e spuntate di “partecipazione” che proliferano nel nostro sistema sussidiaristico senza mai tematizzare i veri squilibri di potere. L’altro obiettivo con cui ci era lasciati nel novembre 2021 era quello di costruire un nuovo immaginario, capace anche di valorizzare gli esiti progressivi del mutualismo e delle culture sussidiaristiche ma in una rinnovata ottica di universalità, intersezionalità, giustizia sociale come fulcro della logica di servizio pubblico. L’indicazione conclusiva fu quella di promuovere in ogni territorio dei contro-think tank orientati si a proporre rivendicazioni comuni e soprattutto a creare un nuovo immaginario sulla salute pubblica anche a partire dalla condivisione di narrazioni, forme di comunicazione, anche con percorsi artistici ed esperienziali, aperti e non identitari. Come si vede, un lavoro con tempi lunghi, senza immediati ritorni in termini di visibilità per le singole strutture di movimento forse, sicuramente sfasato rispetto al fatto che di lì a pochi mesi in molti territori iniziavano le campagne elettorali amministrative e su molti temi i fattori di incomunicabilità si moltiplicavano a scapito di quelli di possibile interazione. Quello che la situazione pandemica sembrava favorire, e che pensavamo fosse la posta in gioco di quel ciclo di incontri, era la possibilità di rinnovare congiuntamente le forme di partecipazione e di militanza, entrambe segnate da innumerevoli limiti, per giungere ad una nuova possibilità di “azione pubblica” che mirasse a rimettere insieme l’alto e il basso, le lotte sul terreno della riproduzione sociale tutta e le pratiche innovative svolte dentro i servizi, con l’obiettivo di una ripoliticizzazione di tutti i saperi e un superamento della separazione tra società e politica: si trattava cioè di recuperare quella capacità di “inventare istituzioni” che aveva caratterizzato le lotte volte a costruire il nostro Servizio Sanitario Nazionale. Si era previsto di interloquire anche con le esperienze internazionali attive sul campo, come il movimento la Cabecera, SWAN, la rete di International Radical Social Workers, Entrar Afuera, Pirate Care, il movimento legato ai Caps Brasiliani, le Cliniche solidali greche. Alcuni di questi soggetti hanno interagito nei mesi successivi con altre realtà italiane, ma mai con la rete complessiva dei Congressi per la salute, che di lì a poco si sarebbe formalizzata.

I mesi successivi hanno visto richiudersi questo processo sulle strutture di movimento e sindacali che già avevano sviluppato percorsi comuni: da una parte quelle impegnate nelle rivendicazioni relative a casa e reddito, dall’altra parte i sindacati di base impegnati in sanità; a fare da orientamento sulle questioni del servizio sanitario principalmente si è candidato il gruppo del Forum Diritto alla Salute, caratterizzato da posizioni fortemente polarizzate rispetto a agli aut-aut in tema di recente storia sanitaria trattati nel precedente paragrafo. Le rivendicazioni che hanno maggiormente inciso sulle successive piattaforme elaborate sono state quindi trainate dagli operatorə sanitari sindacalizzati e, invece del dialogo con i gruppi professionali e tecnici maggiormente impegnati nell’innovazione territoriale e partecipativa, ha prevalso nella rete la tendenza a far dipendere la propria identità dall’adozione della prospettiva ideologicamente più “pura” possibile. Di conseguenza è emersa una grossolana forzatura nel definire quali fossero i “movimenti per la salute” accettati come interlocutori: le assemblee si sono