Evento-soglia
L’intervento militare di Trump in Venezuela non è un episodio isolato né una semplice mossa geopolitica avventata. È un evento-soglia, una rottura che rende visibile ciò che da tempo opera sotto traccia: una ricalibrazione profonda delle pulsazioni del comando nella fase di crisi egemonica globale. Per comprenderla non basta appellarsi al lessico consueto delle relazioni internazionali – sovranità, diritto, equilibrio tra Stati – perché è proprio quel lessico a essere entrato in crisi. Occorre invece spostare lo sguardo dal piano delle strategie statuali a quello del campo sistemico di forze che attraversa la cooperazione sociale planetaria, mettendo in tensione riproduzione del capitale e riproduzione della vita.
Nel mio articolo Pulsazioni del comando e conflitto di riproduzione ho proposto proprio questo spostamento di prospettiva. L’argomento di fondo riguarda la lettura dell’egemonia su due piani. Da un lato l’egemonia tra attori (chi detta le regole nel campo delle potenze) e l’egemonia sistemica (la riproduzione del comando capitalistico come forma dominante rispetto ad altri modi di organizzare la cooperazione sociale). Distinguere i due piani è importante perché è sul secondo piano che riusciamo a fare distinzioni rilevanti per costruire alternative al capitalismo, a immaginare contro-pulsazioni non egemonizzate.
L’egemonia sistemica non coincide con uno Stato o con una potenza, ma con una configurazione sistemica di comando, più o meno turbolenta, il cui scopo è la regolazione dell’intera cooperazione sociale planetaria in quanto capitalismo. In ogni fase storica, essa emerge attraverso pulsazioni ricorrenti messe in atto dai suoi molteplici attori dentro un campo variabile di forze: la ridefinizione degli scopi, la selezione degli attori legittimi, la produzione e gestione della crisi, la scelta e l’estensione degli strumenti, lo spostamento dei costi sociali ed ecologici, la ricalibrazione delle soglie di ciò che è considerato tollerabile. Gli Stati non governano dall’esterno queste pulsazioni: ne sono operatori storici, nodi attraversati da forze che li eccedono. La guerra, le sanzioni, le azioni unilaterali e le improvvise accelerazioni autoritarie vanno lette dentro questo campo di forze, non come eccezioni.
Il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump non va quindi interpretato come una “deriva personale” o come un gesto irrazionale, ma come una accelerazione coerente di tendenze già presenti. Per anni il Venezuela è stato governato dall’esterno attraverso una combinazione di sanzioni, negoziati intermittenti, aperture selettive e ricatti economici. L’intervento diretto segna il momento in cui questa grammatica indiretta viene sospesa: il comando smette di fingere la mediazione e agisce direttamente su un nodo che considera strategico. In effetti, a dispetto della retorica univoca che ne dipinge solo gli aspetti drammatici, negli anni precedenti alle attuali convulsioni il Venezuela aveva conseguito progressi significativi nella riproduzione sociale, eredità diretta delle politiche bolivariane inaugurate da Hugo Chávez favorite da alti prezzi del petrolio: riduzione drastica della povertà estrema, diminuzione delle disuguaglianze, massiccia espansione dell’alfabetizzazione, e ampliamento della protezione sociale, risultati che rimangono impressi nella vita quotidiana di milioni di persone e che non sono spiegabili solo come riflesso di un “regime autoritario”. Ciò non significa ignorare che sotto Maduro l’eredità chavista si sia irrigidita in una gestione sempre più autoritaria del potere, segnata da una crescente chiusura istituzionale, da pratiche repressive e da una dipendenza accentuata dalla rendita petrolifera proprio mentre il ciclo dei prezzi si invertiva, aggravando fragilità strutturali già presenti. A questo si è sommato l’impatto delle sanzioni statunitensi, che pur non colpendo formalmente i beni umanitari hanno prodotto effetti indiretti pesanti sull’accesso a valute, canali finanziari e importazioni, con conseguenze documentate sulla disponibilità di farmaci e cure e con decine di migliaia di morti. Ma questa “brutale” dittatura di Maduro, resta difficilmente comparabile per intensità, scala e funzione sistemica ad altri regimi autoritari apertamente sostenuti dall’Occidente, a conferma del carattere selettivo e strumentale con cui la categoria di “autoritarismo” viene mobilitata nel discorso geopolitico.
Il nodo di fondo
È proprio questo scarto tra una realtà sociale più complessa di quanto ammetta la propaganda e la brutalità dell’intervento che costringe a spostare il fuoco dell’analisi: non sul giudizio politico-morale del “regime”, ma su quale nodo materiale il comando intenda riorganizzare e mettere sotto controllo.
Quel nodo non è la democrazia venezuelana in astratto, ma la governabilità di una risorsa cruciale, il petrolio, in un contesto segnato da crisi energetica, competizione geopolitica e limiti ecologici sempre più stringenti. Le dichiarazioni successive all’operazione hanno mostrato una franchezza inusuale: il problema non è Maduro come individuo, come simbolo autoritario e tantomeno come narcotrafficante, ma il controllo di un’infrastruttura energetica storicamente integrata nel metabolismo del capitalismo nordamericano. Quando Trump parla di “riprendersi” il petrolio venezuelano o evoca la possibilità che gli Stati Uniti “gestiscano” il Paese per un certo periodo, emerge una pulsazione del comando che ridefinisce i propri scopi in modo sempre più nudo, riducendo le mediazioni ideologiche.
Qui si chiarisce un punto centrale: nelle fasi di crisi egemonica gli scopi del comando tendono a semplificarsi e a irrigidirsi. Democrazia, diritti umani e legalità internazionale non scompaiono come linguaggio, ma vengono subordinati a un obiettivo più elementare: ristabilire condizioni di governabilità della valorizzazione, anche a costo di rompere apertamente le forme giuridiche che fino a ieri la legittimavano. Il comando non abbandona la legge; la piega, fondendo law enforcement e intervento politico in un unico gesto.
La cattura di Maduro ha prodotto anche una ricalibrazione immediata di chi è considerato attore legittimo nel campo venezuelano. Senza alcun mandato internazionale, gli Stati Uniti hanno deciso chi dovesse essere rimosso e chi, almeno temporaneamente, potesse garantire continuità istituzionale. L’insediamento di Delcy Rodriguez come presidente ad interim e il fatto che l’apparato di potere venezuelano sia rimasto sostanzialmente al suo posto – forze armate, burocrazia statale, controllo territoriale e infrastrutturale risponde a una logica di funzionalità sistemica: evitare il collasso dello Stato, garantire la continuità amministrativa e mantenere aperti i canali attraverso cui il comando esterno può operare. Non si è trattato di una “rottura di regime”, ma di una ricomposizione controllata. In questa fase, la legittimità non deriva dal diritto o dal consenso popolare, bensì dalla capacità di ridurre il rischio sistemico nel breve periodo, anche a costo di produrre nuove fratture politiche e sociali nel medio termine.
L’operazione è esemplare anche come ingegneria della crisi. La crisi non è un effetto collaterale dell’intervento: è il suo prodotto intenzionale e, insieme, la sua risorsa. È l’intervento stesso a generare e intensificare in Venezuela un vuoto di potere, una radicalizzazione della repressione interna, una diffusione della paura e un inasprimento dei dispositivi di controllo, che diventano parte integrante di un nuovo assetto di comando. Questo assetto si stringe proprio mentre si presenta come soluzione al caos che esso stesso ha contribuito a produrre. Sul piano internazionale, le condanne in sede ONU restano largamente simboliche: il sistema non dispone di strumenti efficaci per imporre conseguenze reali all’attore egemone. Il diritto internazionale sopravvive come grammatica morale, ma non come limite operativo.
Il balbettio europeo si colloca esattamente in questo scarto. L’Unione Europea continua a ribadire ritualisticamente il principio della sovranità e del diritto internazionale, ma assiste impotente – e in parte complice – alla loro sistematica violazione. Il caso italiano è emblematico: il governo Meloni ha definito l’intervento statunitense in Venezuela come “legittimo” e “difensivo”, richiamando la delegittimazione del regime di Maduro e la lotta al narcotraffico, allineandosi di fatto alla narrativa di Washington. Questa posizione, tra le più esplicitamente filo-statunitensi in Europa, mostra come una parte rilevante del campo europeo non si limiti a tollerare l’unilateralismo americano, ma lo giustifichi attivamente quando esso coincide con l’asse geopolitico atlantico. L’imbarazzo europeo di fronte al Venezuela richiama così il silenzio o la giustificazione selettiva su Gaza, così come le ambiguità emerse nelle discussioni recenti sulla Groenlandia, dove le prese di posizione restano caute e prive di una reale capacità di deterrenza verso eventuali mosse unilaterali statunitensi. In questo contesto, il discorso europeo fondato sulla distinzione netta tra “aggressore” e “aggredito” nel caso dell’Ucraina viene messo alla berlina dalla realtà dei fatti perché viene applicata in modo selettivo, rivelandosi uno strumento politico più che un criterio universale. L’Europa appare così troppo debole per opporsi agli imperialismi armati e, al tempo stesso, troppo compromessa nella propria subordinazione strategica per offrire un’alternativa credibile fondata sui diritti, sull’autodeterminazione e su una reale autonomia politica.
Un elemento rivelatore della capacità del comando di assorbire la violenza senza trasformarla in rischio sistemico è che, nonostante la gravità dell’evento, i mercati energetici globali abbiano reagito in modo relativamente contenuto. La possibile “riapertura” del Venezuela è già incorporata come fattore di offerta futura. Qui si manifesta la pulsazione dello spostamento dei costi: il trauma politico e sociale ricade sulla riproduzione sociale locale – lavoratori, famiglie, migrazioni forzate – perché sanzioni, blocchi, instabilità e ristrutturazioni colpiscono e colpiranno direttamente redditi, accesso ai beni essenziali, servizi pubblici e sicurezza quotidiana, mentre il capitale globale resta protetto da ridondanze, diversificazione dei flussi e capacità di scaricare altrove i rischi. La violenza non diventa perdita sistemica, ma ulteriore precarizzazione della vita.
L’aspetto forse più inquietante è la ricalibrazione delle soglie di ciò che è considerato possibile. Il rapimento di un capo di Stato straniero, fino a poco tempo fa impensabile, diventa un’opzione praticabile, giustificata come operazione di sicurezza. Non importa che la giustificazione sia fragile o contraddittoria: conta che l’azione avvenga e che il sistema non reagisca in modo da scoraggiarne la ripetizione. È questa la scommessa di Trump. Quando la soglia viene spostata dall’attore egemone, essa diventa patrimonio dell’intera fase storica.
Gunboat conditionalities
Le dichiarazioni successive sull’uso del petrolio come leva – una sorta di “quarantena energetica” per condizionare il futuro assetto venezuelano – mostrano che l’atto militare è solo l’inizio di un regime più ampio di governo per condizionamento. Non è necessario occupare direttamente un territorio se è possibile governarlo attraverso infrastrutture, flussi finanziari, licenze, sanzioni selettive e accesso controllato ai mercati. In questo senso, ciò che si profila in Venezuela non è una novità assoluta, ma una trasformazione storica delle vecchie politiche di condizionalità.
Durante il periodo d’oro del neoliberismo, il comando globale operava per una buona misura attraverso le Structural Adjustment Policies del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale: condizionalità finanziarie imposte a Stati indebitati in cambio di credito e stabilità monetaria. Privatizzazioni, deregolamentazione, liberalizzazione dei movimenti di capitale, tagli alla spesa sociale e smantellamento dei sistemi di welfare costituivano allora il cuore dell’attacco alla riproduzione sociale. Era una forma di condizionalità economico-finanziaria presentata come tecnica, neutrale e inevitabile, ma profondamente politica nei suoi effetti: ristrutturare società intere a vantaggio della valorizzazione del capitale. La società spesso si difendeva con i cosiddetti IMF riots.
Oggi quella stessa logica riemerge in una forma più esplicita e brutale. Là dove il debito e il credito non bastano più, subentra ciò che possiamo chiamare una gunboat conditionality: la condizionalità armata. Non più “riforme in cambio di prestiti”, ma riorganizzazione forzata di un Paese in cambio della cessazione della coercizione. Le parole di Marco Rubio nell’intervista del 4 gennaio 2026 a CBS chiariscono in modo netto il senso dell’operazione. Quando precisa che gli Stati Uniti “non governeranno” formalmente il Venezuela, Rubio non prende le distanze dall’affermazione di Trump, ma la traduce nel linguaggio effettivo del comando. Il “governo” di cui si parla non è un’occupazione territoriale, bensì una oil quarantine manu militari: il mantenimento e la rimodulazione coercitiva del blocco petrolifero come strumento centrale di pressione politica, garantito dalla forza e sottratto a qualsiasi mediazione multilaterale. In questo modo viene di fatto controllata l’unica grande leva dell’economia venezuelana; l’economia viene strangolata e le condizioni della riproduzione sociale colpite duramente. Il “deal” implicito non è una negoziazione tra pari, ma una ristrutturazione imposta dall’esterno: riapertura selettiva dei flussi energetici e finanziari in cambio dell’accettazione di un nuovo assetto proprietario, regolativo e geopolitico.
La finalità di questo stato d’eccezione è esplicita: riaprire e riorganizzare lo sfruttamento petrolifero venezuelano secondo criteri compatibili con gli interessi delle grandi multinazionali statunitensi, subordinando l’accesso ai mercati, agli investimenti e ai flussi finanziari all’accettazione di un nuovo assetto proprietario e regolativo. In questo quadro, non sorprende che nelle settimane e nei mesi precedenti l’intervento si sia registrata una riattivazione e accelerazione di contenziosi legali e arbitrali contro lo Stato venezuelano – cause avviate da tempo presso sedi internazionali (in particolare legate alle nazionalizzazioni degli anni passati) e ora rimesse al centro come strumenti di pressione economico-giuridica. Non si tratta solo di una prova di “complicità preventiva”, ma di un allineamento strutturale: il campo del comando energetico si prepara in anticipo, mobilitando diritto, finanza e forza militare come strumenti complementari. La “normalizzazione” evocata da Rubio non è dunque un processo politico interno, ma una concessione condizionata dall’esterno: una forma di governo per condizionamento in cui petrolio, arbitrati, sanzioni e forza armata concorrono a ridefinire dall’alto l’intero assetto economico e istituzionale del Paese.
Il punto cruciale è che le stesse finalità delle politiche di aggiustamento strutturale – privatizzazione, apertura forzata, subordinazione della riproduzione sociale alla valorizzazione – vengono oggi perseguite attraverso strumenti diversi, più diretti e meno mediati. Là dove la disciplina è interiorizzata attraverso istituzioni, procedure e automatismi fiscali, il comando non ha bisogno di cannoniere. E tuttavia la logica è la stessa: forzare un nodo strategico – territoriale, energetico e monetario – a riallinearsi alle esigenze di un segmento egemonico del capitale, usando questa ristrutturazione locale come leva per ridefinire più in profondità gli equilibri e le gerarchie del comando globale, anche a costo di precarizzare di precarizzare ulteriormente lavoro, welfare, diritti e condizioni di vita. La differenza non è negli obiettivi, ma nel registro del comando: meno tecnocratico, più apertamente coercitivo; meno mascherato da necessità economica, più fondato sull’uso esplicito della forza, del ricatto energetico e della minaccia militare. Il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali non scompaiono, ma diventano accessori: cornici discorsive utili quando servono, aggirabili quando ostacolano.
Il dollaro . . .
È a questo punto che emerge con chiarezza anche la dimensione monetaria del comando. Il legame tra petrolio e dollaro costituisce da decenni uno dei pilastri materiali dell’ordine monetario internazionale. Fin dagli anni Settanta, il sistema del petrodollaro ha garantito una domanda strutturale per la valuta statunitense, consentendo agli Stati Uniti di finanziare deficit cronici e di proiettare potere ben oltre i propri confini produttivi. Oggi quel meccanismo è sotto pressione. Negli ultimi anni il Venezuela ha progressivamente diversificato i canali di vendita del proprio greggio, in particolare verso Cina, anche attraverso accordi legati al rimborso del debito e a forniture energetiche regolate in yuan o in valute diverse dal dollaro, aggirando parzialmente il circuito finanziario dominato dagli Stati Uniti.
In questo contesto, l’operazione venezuelana assume una valenza che va oltre la geopolitica regionale: riportare il petrolio venezuelano dentro un perimetro di governabilità statunitense significa anche ricondurre quei flussi energetici e finanziari nell’orbita del dollaro, interrompendo o ridimensionando traiettorie di de-dollarizzazione che, pur limitate, segnalano una tendenza sistemica più ampia. Non si tratta di salvare il dollaro da un crollo imminente, ma di militarizzare la difesa della sua egemonia in una fase in cui mercati e istituzioni non bastano più. Petrolio, sanzioni, condizionalità e intervento armato diventano così strumenti complementari di una stessa strategia di comando monetario.
Il Venezuela rappresenta allora il caso limite di una tendenza più generale: quando le condizionalità soft non funzionano più, quando il debito non basta a piegare uno Stato o quando la posta in gioco riguarda risorse strategiche non sostituibili, il comando passa a forme hard di condizionamento. Non si tratta di un ritorno al colonialismo classico, ma di una sua mutazione sistemica.
…e Gaia
Qui entra in gioco Gaia, non come semplice sfondo ecologico o come limite esterno, ma come campo di tensione materiale in cui il comando è costretto a riorganizzarsi. La transizione dalla condizionalità del debito alla condizionalità delle risorse segnala un cambiamento profondo nella base materiale del comando: non è solo che le risorse diventano più scarse, ma che la crisi ecologica rende al tempo stesso più instabili i cicli naturali e più aggressiva la spinta all’estrazione. Nel neoliberismo classico il vincolo principale era finanziario; oggi, in un mondo segnato da instabilità climatica, stress ecosistemici e riconfigurazione geopolitica delle catene di approvvigionamento, il vincolo decisivo diventa il controllo di risorse fisiche strategiche – petrolio, gas, acqua, terre rare, territori – anche quando il loro sfruttamento intensivo aggrava la crisi che li rende contesi.
Nel caso venezuelano questa contraddizione è particolarmente evidente: mentre la crisi climatica imporrebbe una rapida riduzione dell’uso di combustibili fossili, il comando risponde rilanciando uno sfruttamento potenzialmente esponenziale delle riserve petrolifere, trattando Gaia non come limite da rispettare, ma come frontiera da forzare. La condizionalità non si esercita più soltanto sui bilanci pubblici, ma sull’intero metabolismo sociale di un Paese, sul suo rapporto con l’energia, il territorio e gli ecosistemi, spingendo la riproduzione della vita dentro un conflitto sempre più diretto con le esigenze della valorizzazione.
In questo senso, la Groenlandia appare come il “canarino nella miniera” del sistema Terra: un territorio in cui lo scioglimento accelerato dei ghiacci, i feedback climatici e la dissoluzione delle forme di vita indigene rendono palpabile la soglia planetaria che stiamo attraversando. E tuttavia, proprio lì dove sarebbe necessaria una cooperazione climatica globale fondata su adattamento, ricerca condivisa, tutela dei territori e giustizia ecologica, il comando risponde con la militarizzazione, l’apertura di nuove rotte commerciali e l’estrazione mineraria. La stessa logica è all’opera in Venezuela: invece di una cooperazione internazionale che faciliti una transizione energetica orientata alla riproduzione della vita, si rilancia l’espansione fossile. È questa biforcazione che rende Gaia non solo un limite, ma il terreno decisivo del conflitto tra riproduzione della vita e ristrutturazione autoritaria del comando.
Le contro-pulsazioni e la posta in gioco
Il comando non va solo inteso come una pulsazione “dall’alto” a cui si oppongono solo contro-pulsazioni “dal basso”. Il comando è l’insieme in qualche modo organizzato delle pulsazioni e delle contro-pulsazioni nella misura in cui esse vengono egemonizzate dal capitale. In questo senso, le contro-pulsazioni non provengono soltanto dalla riproduzione sociale, dalle lotte e dalle pratiche di comune, ma anche da altri attori statali e da grandi soggetti economici che agiscono nello stesso campo di forze con orizzonti strategici diversi.
Le reazioni al Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 5 gennaio da parte di Cina, Russia e Brasile tra altri paesi vanno lette in questa chiave. Le loro condanne formali dell’azione statunitense non esprimono una difesa neutrale del diritto internazionale, ma una contro-pulsazione interna al comando globale, volta a segnalare un limite all’unilateralismo statunitense e a preservare spazi di manovra propri. Non si tratta di alternative sistemiche al comando capitalistico, ma di modalità concorrenti di egemonizzazione dello stesso campo.
Letta alla luce di questo quadro, la perturbazione Trump in Venezuela mostra che nella fase attuale il comando capitalistico tende a diventare più esplicito, più predatorio, meno interessato a mascherare la propria violenza dietro universali normativi ormai svuotati. E mostra che il vero conflitto non è tra Stati, ma tra una riproduzione del capitale che, in crisi, ricorre sempre più apertamente alla coercizione, e una riproduzione della vita che viene sistematicamente sacrificata.
Il rischio è fermarsi all’indignazione morale o alla scelta di campo tra potenze concorrenti. La posta in gioco è un’altra: individuare dove il comando si materializza e si riproduce, e dove possono emergere contro-pulsazioni non egemonizzate capaci di ridurre la ricattabilità energetica e securitaria, rafforzare la riproduzione sociale e rimettere al centro i limiti di Gaia. Intervenire nei punti in cui il sistema pulsa non significa opporsi astrattamente al potere, ma agire sui nodi concreti – energia, infrastrutture, territorio, lavoro, salute, debito, sicurezza – in cui il comando scarica i costi sulla vita e ricalibra le soglie del tollerabile. In questo senso, il Venezuela non è solo un teatro di scontro, ma uno specchio del nostro tempo: mostra fin dove può spingersi il comando quando le mediazioni saltano e costringe a porre la domanda decisiva non su chi vincerà la partita geopolitica, ma su come alterare il ritmo stesso della riproduzione del comando capitalistico, sottraendo la vita alla spirale di saccheggio, violenza e guerra permanente che oggi si presenta come nuova normalità.
Occorre infine guardare agli attriti interni agli stessi Stati Uniti, che la perturbazione venezuelana ha contribuito a rendere visibili. L’intervento non ha prodotto un consenso compatto neppure all’interno del fronte trumpiano. Figure repubblicane e per molti versi reazonarie hanno criticato apertamente l’operazione, non in nome di un pacifismo liberal o del diritto internazionale, ma rivendicando una diversa interpretazione di “America First”. In questa lettura, sicurezza, confini forti e priorità nazionale non significano proiezione militare all’estero o ristrutturazione forzata di Paesi terzi, bensì investimento diretto nella vita quotidiana dentro i confini statunitensi: salari, infrastrutture, sanità, costo della vita, indebitamento delle famiglie.
Qui emerge una frattura significativa. Una parte della base MAGA sembra sospettare che l’intervento in Venezuela non porterà benefici materiali alla popolazione statunitense, ma produrrà soprattutto profitti per le grandi multinazionali del petrolio, per il complesso militare-industriale e per i circuiti finanziari che gravitano attorno alla gestione delle risorse energetiche. È una critica confusa, spesso contraddittoria, talvolta reazionaria nei suoi sbocchi, ma non per questo irrilevante: segnala che anche all’interno del cuore dell’impero il nesso tra comando globale e impoverimento della riproduzione sociale diventa sempre più difficile da occultare. Critiche analoghe si possono percepire nel campo della destra anche in Europa.
In termini di pulsazioni del comando, questo attrito interno va letto come una contro-pulsazione parziale e ambigua, che non mette in discussione la centralità del capitale né l’orizzonte nazionalista, ma contesta la distribuzione dei costi e dei benefici del comando stesso. È una contro-pulsazione che nasce dal fatto che la guerra, la proiezione imperiale e la difesa dell’egemonia del dollaro non si traducono automaticamente in sicurezza materiale, ma spesso aggravano precarietà, inflazione, insicurezza sociale. In questo senso, la crisi della riproduzione sociale attraversa trasversalmente Nord e Sud del mondo, centro e periferia dell’impero, assumendo forme politiche diverse ma radicate in una stessa contraddizione sistemica.
È proprio qui che si apre un campo strategico di intervento. La riproduzione sociale non è solo il terreno delle lotte “dal basso” o dei movimenti progressisti: è il punto di frizione in cui anche narrazioni reazionarie e nazionaliste intercettano un malessere reale, sebbene lo traducano in forme distorte o escludenti. Lasciare questo terreno alle destre significa accettare che la crisi della vita venga incanalata verso soluzioni autoritarie e competitive. Intervenirvi, al contrario, significa riconoscere che la riproduzione sociale è oggi il campo trasversale decisivo, quello in cui si gioca la possibilità di spezzare il nesso tra comando globale, saccheggio delle risorse e impoverimento della vita.
In questo senso, la perturbazione Trump in Venezuela non illumina soltanto la violenza del comando esterno, ma anche le sue fratture interne. Mostra che l’egemonia non è mai totale, che le pulsazioni del comando incontrano resistenze e attriti anche nel centro dell’impero, e che la questione decisiva resta la stessa ovunque: chi paga il prezzo della riproduzione del sistema e chi ne trae beneficio. È su questo terreno – non su quello della scelta tra imperi o tra geopolitiche concorrenti – che si apre oggi lo spazio per contro-pulsazioni capaci di rimettere al centro la vita, contro la sua continua subordinazione alla guerra, al profitto e alla valorizzazione senza fine.
Se la “perturbazione Trump” illumina qualcosa, è che la crisi egemonica non produce automaticamente un mondo più “multipolare” nel senso emancipativo del termine, ma tende piuttosto a organizzarsi come multipolarismo conflittuale (si veda l’intervento di Sandro Mezzadra su Euronomade), e come tale soggiace alla creazione di un mondo a blocchi: grandi spazi selettivi di proiezione del potere, tenuti insieme dalla promessa di “stabilità e sicurezza” e dalla minaccia di guerra, in cui il comando prova a reclutare ed espandere partner affidabili e a chiudere spazi di vita insubordinata. Questa tendenza ai blocchi non elimina però la transnazionalizzazione delle filiere produttive, energetiche e finanziarie, che restano profondamente interdipendenti su scala planetaria: ciò che cambia non è l’esistenza delle catene globali, ma la loro riorganizzazione gerarchica, securitizzata e politicamente filtrata, con nuovi regimi di accesso, esclusione e ricatto. Il mondo a blocchi non è dunque una fine della globalizzazione, ma una sua mutazione autoritaria.
È qui che la lente delle pulsazioni del comando torna decisiva. Perché l’oggetto della contesa non è solo chi siede a Caracas o a Washington, ma quale ritmo di governo della cooperazione sociale planetaria si impone: quali scopi vengono semplificati e resi non negoziabili; quali soglie del tollerabile vengono spostate; quali costi vengono scaricati sulla riproduzione sociale; quali forme di condizionalità – soft o hard, finanziarie o manu militari – vengono normalizzate. In altre parole: il mondo a blocchi è una sincronizzazione forzata delle pulsazioni, una loro militarizzazione, e il rischio è che le contropulsazioni di tipo statali o corporate si limitino a ricalibrare la contesa interna al comando senza spezzarne la grammatica.
Per questo, il punto strategico non è scegliere tra blocchi, né inseguire l’illusione di un diritto internazionale che oggi sopravvive solo come retorica. Il punto è costruire contro-pulsazioni non egemonizzate, capaci di aprire “vie di fuga” dall’incubo carcerario di un mondo diviso in blocchi, dove capitale e guerra si stringono fino al punto di coincidere. E oggi quel varco non può che passare dalla riproduzione sociale come campo trasversale, non nel senso di una semplice convergenza di temi o settori, ma come trasversalità transoggettiva, capace di attraversare e ricombinare soggettività, corpi, territori e scale, oltre i confini identitari e nazionali, riaprendo la possibilità di un nuovo internazionalismo radicato nelle pratiche e nei luoghi concreti. Ridurre la ricattabilità energetica e securitaria, sottrarre infrastrutture e territori alla logica dell’estrazione e dell’emergenza permanente, rimettere Gaia al centro come limite e come condizione, ma anche rimettere in movimento i corpi, riattivare l’immaginazione sociale e trasformare la quotidianità in un laboratorio di nuove forme di cooperazione, cura e decisione condivisa, sono momenti inseparabili di questo processo. È solo un rifiuto di massa – pratico, materiale, organizzativo, affettivo, simbolico e spirituale – di questa ristrutturazione autoritaria della cooperazione sociale che può alterare il ritmo del comando e trasformare la perturbazione in occasione di un disallineamento strutturale tra riproduzione della vita e riproduzione del comando, invece che in prova generale di una nuova normalità.
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