Nel corso del suo intervento al XX Congresso Confederale Cisl, Giorgia Meloni ha affermato che durante il suo governo sono stati creati una media giornaliera di 1000 posti di lavoro a tempo indeterminato. Un vero e proprio record che fa intravvedere un mondo favoloso. Tale affermazione merita qualche considerazione, perché nasconde una realtà purtroppo ben diversa.

1. La prima considerazione ha a che fare con le modalità di reperimento dei dati del mercato del lavoro in funzione delle definizioni utilizzate. È definito occupata una persona dai 15 anni in su che ha lavorato almeno un’ora durante la settimana di riferimento o era assente solo temporaneamente dal luogo di lavoro. Sono disoccupate, invece, le persone tra i 15 e 64 anni che hanno cercato lavoro nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento e sarebbero disponibili a lavorare entro le due settimane successive. Inattivo, in ambito lavorativo, è colui che non fa parte della forza lavoro, ovvero non è né occupato né in cerca di un’occupazione. Tra gli inattivi, ci sono anche coloro che hanno bisogno di lavorare ma non cercano lavoro perché scoraggiati (persone che non cercano lavoro perché convinte di non trovarlo). Tra questi ci sono anche i Neet. L’Italia si caratterizza per la quota di scoraggiati e di Neet più alta d’Europa (e il più basso tasso di occupazione, di conseguenza). Ne consegue che il concetto di occupazione è alquanto “allargato” e quello di “inattivo” assai esteso. Il risultato è che il tasso di disoccupazione è sottostimato. Negli ultimi anni, l’Istat non fornisce più dati sugli scoraggiati. Nel 2021 si stimava circa 2,3 milioni di scoraggiati. Se sommiamo tale cifra ai disoccupati così come definiti da Istat e Eurostat (oggi pari circa 1,7 milioni), il tasso di disoccupazione più che raddoppierebbe.

2. La seconda considerazione riguarda l’occupazione e la sua misura: occorre infatti distinguere tra numero delle persone fisiche e le ULa (Unità di Lavoro). Le ULa misurano il numero di posizioni lavorative ricondotte a misure standard a tempo pieno (40 h settimana, a tempo continuato), ovvero la quantità reale di lavoro effettivamente disponibile, che non è detto che corrisponda al numero degli occupati. Ad esempio, se viene licenziato un occupato a 40 ore e viene sostituito da lavorator* part time a 20h ciascuno, l’occupazione cresce di una persona mentre le ULa rimangono invariate. L’andamento delle ULa, tiene conto implicitamente delle varie tipologie di lavoro precario e fornisce risposte più precise per la valutazione delle politiche di intervento sul mercato del lavoro, rispetto a quanto si riesce a desumere considerando gli occupati.

Graf. 1: Dinamica del PIL, Occupati e ULa nel periodo I trim. 2008 – I trim. 2025: T1 2008 = 100

Fonte: Istat – Conti economici annuali e trimestrali

Il grafico 1 mostra che nel periodo 2008 (inizio nuova serie) – 2025, gli occupati sono aumentati in misura maggiore, soprattutto nel periodo post-covid, mentre le ULa sono aumentate sì, ma di poco, in linea con l’andamento del Pil (non a caso), che di fatto al 2025 è pari ai livelli del 2008. Occorre tuttavia riconoscere che dal I trim. 2023 si è verificato un aumento anche delle ULa.  Infatti, nel 2024 le Ula sono risultate pari a 25,1 milioni, in aumento del 2,2% (oltre 500 mila unità in più in un anno), a fronte di una crescita del Pil di solo 0,7%. L’aumento delle unità di lavoro superiore ai quello del PIL implica per il 2024 un calo della produttività del lavoro, o, comunque, uno spostamento della produzione su settori a minor valore aggiunto, invertendo un trend di aumento della produttività sperimentato durante l’emergenza Covid. È qui che si manifesta e si allarga la questione del “lavoro povero” (non solo in termini di salario ma in termini di valore aggiunto). Se disaggreghiamo per settori i dati delle ULa, si può notare che la maggior parte delle unità di lavoro è concentrata nei servizi (73%) cresciuti del 2,5%. Nel terziario, aumenta in particolare di 144 mila unità l’occupazione nel settore pubblico (+3,1%), di 62 mila unità nelle attività artistiche, riparazione di beni, altri servizi (+5,5%) e di 57 mila unità nei servizi di alloggio e ristorazione (+3,6%), ovvero il terziario a più basso valore aggiunto e meno tecnologicamente avanzato. Al lavoro povero corrisponde così una produzione povera. Non credo che ci si possa vantare di questo risultato, soprattutto in un’ottica di crescente competizione globale da parte dei paesi BRICS+.

3. Terza considerazione. L’incremento occupazionale degli ultimi due anni è stato per oltre l’80% trainato dagli over 50. Nell’ultimo anno, gli over 50 con un impiego sono saliti di 572mila unità. Viceversa nella fascia 15-24 anni gli occupati sono 47mila in meno del maggio 2024, stabili quelli tra 25 e 34 anni, in calo di 120mila gli occupati tra i 35 e i 49 anni. L’Italia, come sappiamo, non è un paese per giovani. Tale dinamica per età incide anche negativamente sul “capitale umano” (bruttissima espressione, ma la usiamo per semplicità), in quanto mediamente i giovani sono più istruiti degli anziani. Non stupisce quindi che la qualità del lavoro sia bassa, la produttività stagnante e la capacità di sfruttare al meglio le economie di apprendimento e di rete sia assai scarsa.

4. Quarta considerazione. Tale situazione lavorativa non proprio felice, dipende anche da un eccesso di precarietà che incide in modo distorsivo sul numero degli occupati. La trafila usuale per entrare nel mercato del lavoro di un giovane è la seguente. Finiti gli studi (con laurea triennale o magistrale), il 92% dei giovani entra con contratti precari. Si fa un anno di stage (che la Meloni ha raddoppiato nel 2024 dagli iniziali 6 mesi) a 750 euro (se va bene, se no con paghe inferiori). Poi, se il contratto viene rinnovato, si fanno due anni di apprendistato a 1.100 euro mensili. Se si è fortunati e non si viene buttati fuori, si possono sempre fare due anni di contratto a tempo determinato (a 1400 euro al mese). Questa trafila può essere interrotta in ogni passaggio e magari intermediata da fasi di lavoro interinale, stagionale, part-time involontario o da contratti assimilabili a quelle dei soci di cooperativa. Infine, dopo una gavetta di 5-7 anni, se tutto va bene, si può finalmente entrare in modo formalmente stabile nel mercato del lavoro, arrivando a guadagnare sino a 1600 euro al mese con contributi pieni, ferie e malattia (cifra che in una città come Milano risulta ancora insufficiente se si calcola che il costo della vita è piuttosto elevato, soprattutto per quanto riguarda l’alloggio). Sempre che poi questa situazione non si interrompa a seguito di un qualsiasi processo di ristrutturazione, delocalizzazione, cessione di ramo d’azienda, ecc., che consente, grazie al Jobs Act, il licenziamento individuale pagando pochi spiccioli. Può così capitare che lo stesso individuo nell’arco di un anno entri nel mercato del lavoro due o tre volte. Statisticamente, l’occupazione aumenta di tre unità ma si tratta sempre dello stesso individuo e di un’unica ULa. Occorre infine considerare che alcuni contratti precari (come quello interinale e di somministrazione controllata oppure i contratti delle cooperative o quelli part-time anche involontari) siano inserite formalmente nel novero dei contratti a tempo indeterminato anche se la prestazione lavorativa (e la paga) è intermittente o insufficiente. Con il Jobs Act, soprattutto in alcuni settori, alle imprese conviene assumere a tempo indeterminato per fidelizzare il lavoratore ed evitare un turn over oneroso. Poi, se non vi sono più le condizioni, si possono sempre licenziare senza troppi costi.

5. In conclusione, la situazione del mercato del lavoro italiano è tutt’altro che rosea, con un peggioramento preoccupante negli ultimi anni. Un peggioramento che si somma ai problemi atavici del lavoro italiano, a partire dal gender gap e dai bassi salari. Riguardo il primo punto, secondo il Global Gender Gap Report 2024 del World Economic Forum, i Paesi più vicini alla parità sono l’Islanda (93,5%), la Finlandia (87,5%) e la Norvegia (87,5%). L’Italia, con il 70,3%, scivola all’87° posto, perdendo otto posizioni rispetto al 2023 e certificando un preoccupante arretramento: negli ultimi due anni, proprio nel periodo del governo Meloni, il Paese ha perso ben 24 posizioni. Uno degli indicatori chiave della parità di genere è l’occupazione. In Italia, il tasso di impiego femminile si ferma al 52,5%, quasi 18 punti percentuali in meno rispetto a quello maschile (70,4%). Questo dato colloca l’Italia tra gli ultimi in Europa per partecipazione femminile al lavoro, ben al di sotto della media UE del 70,2%. Inoltre, il tasso ufficiale (non reale) di disoccupazione femminile è quasi il doppio di quello maschile (8,4% contro 4,9%). Riguardo i bassi salari, la situazione è nota. Secondo l’Employment Outlook 2025 dell’Ocse, tra il 2021 e il 2025 sono crollati del 7,5%, confermando una tendenza che va avanti da 25 anni. L’Italia ha registrato il calo più significativo dei salari reali tra tutte le principali economie. Ecco un record reale del governo Meloni, di cui, però, non andare fieri.