… L’unico Cantiere che vogliamo,
Centro Sociale Cantiere di Milano
Negli ultimi vent’anni, Milano ha conosciuto una delle trasformazioni urbane più rapide e intense d’Europa. La sua mutazione da città industriale a vetrina globale del terziario, del design e della moda ha prodotto un tessuto urbano sempre più polarizzato. Da una parte, quartieri-vetrina come CityLife e Porta Nuova; dall’altra, periferie svuotate di servizi, verde, accesso al welfare e abitate da una popolazione marginalizzata. Questa dicotomia non è frutto del caso, ma di un preciso progetto di città, sostenuto da strumenti urbanistici e logiche economiche che hanno reso Milano una vera e propria piattaforma di estrazione di valore per il capitale finanziario.
Nel contesto della cosiddetta urbanistica contrattata, che ha preso forma negli anni ’90 e si è consolidata con le grandi trasformazioni del decennio successivo, la pianificazione pubblica ha rinunciato al suo ruolo di guida per diventare dispositivo di negoziazione con il privato. L’urbanistica, un tempo strumento regolativo e redistributivo, è oggi un ingranaggio della macchina della valorizzazione fondiaria. Il Piano di Governo del Territorio (PGT), successore del piano regolatore, non pianifica più in base a bisogni e diritti, ma apre spazi alla flessibilità, alla rendita e alla speculazione. Milano è la prima città italiana ad aver consolidato questo modello, rendendolo egemone.
Expo 2015, in particolare, ha marcatamente spinto la traiettoria verso le logiche del marketing urbano, della competizione tra città, dell’attrattività per i grandi capitali. L’esposizione universale ha segnato un salto di scala nel rapporto tra la città e la finanza globale: Milano si è affermata a livello Europeo come nodo strategico nella mobilitazione dei capitali finanziari, perdendo di vista un’idea di sviluppo territoriale diffuso e policentrico che ha sempre caratterizzato il sistema-paese. Le prossime Olimpiadi Milano-Cortina sono un ulteriore tassello di questa logica che combina attrazione ed estrazione: cannibalizzano il territorio montano con interventi che ne compromettono gli ecosistemi, e al tempo stesso drenano in città ingenti investimenti.
Le zone confinanti di San Siro e della Fiera Milano sono emblematiche del contrasto tra una città privata e finanziaria e la città popolare, con la città privata che erode e corrode la città pubblica, anche tramite l’appropriazione di spazi e risorse comunitarie.
Il quartiere popolare di San Siro, infatti, è uno dei più estesi insediamenti di edilizia residenziale pubblica a Milano, con quasi 6.000 alloggi. Di questi, solo 2521 risultano regolarmente assegnati. Il resto è frammentato tra occupazioni, sfitto, vendite, alloggi in manutenzione o in attesa di “valorizzazione”. Una situazione che rivela una precisa strategia: l’abbandono progressivo del patrimonio ERP, per favorirne la vendita e la trasformazione in asset privati. Questo avviene mentre più di 23.000 famiglie aspettano un alloggio in graduatoria e aumentano gli sfratti da parte di proprietari privati. Il mercato abitativo milanese è sempre più escludente, mentre le politiche pubbliche abdicano al loro ruolo di garanzia.
Proprio a pochi passi dal quadrilatero popolare, si innesta il progetto del nuovo stadio di Inter e Milan. Un impianto pensato non tanto per lo sport, quanto come operazione immobiliare: la “Cattedrale” di Populous, con annesse aree commerciali e verde-vetrina, sostituirà il Meazza, simbolo della città e infrastruttura pubblica. Il nuovo stadio sarà più piccolo, più costoso, meno accessibile: più che ai tifosi, si rivolge a un pubblico di consumatori. È un esempio paradigmatico di come le grandi opere siano oggi leve per la valorizzazione fondiaria ed è uno dei grossi driver della gentrificazione della zona. Questo progetto, infatti, non arriva da solo: si inserisce in un mosaico di trasformazioni che riguardano l’intero quadrante ovest. Le terme di lusso sorte sull’area ex pubblica delle scuderie De Montel, la riqualificazione commerciale dell’ex ippodromo del Trotto, il rilancio parziale dell’ippodromo del galoppo, l’arrivo di investitori internazionali come Coima e Hines, la privatizzazione di una delle piscine più amate dai milanesi, il Lido. Tutti segnali di una pressione crescente sul territorio. Il pericolo è chiaro: gentrificazione, espulsione, perdita di senso di comunità, e di opportunità accessibili a tutti. Interi isolati rischiano di vedere il valore immobiliare salire a dismisura, con la conseguente esclusione delle fasce popolari, ma anche del famoso ceto medio che ormai è sempre più risicato.
Il meccanismo del “dibattito pubblico”, introdotto per la prima volta su questo progetto, si è rivelato uno strumento limitato. L’opzione zero – non realizzare lo stadio – non è mai stata contemplata. Le modifiche chieste dal Comune sono state minime. Le società hanno usato anche le alternative proposte (La Maura, Sesto San Giovanni), come leve negoziali per ottenere il massimo da San Siro.
Nella zona vicina, tra piazza Zavattari a Fiera Milano, c’è un quadrante della città dove le parole “rigenerazione urbana” hanno perso ulteriormente il loro significato originario, per designare da un lato il dispositivo dei mega-progetti e dei grandi eventi, dall’altro un enorme mole di micro-trasformazioni del tessuto residenziale, che ha trasformato tutta Milano in un cantiere avvolto nella ormai pittoresca rete arancione, orientata a produrre unità abitative di lusso, per un ceto medio-alto e/o finalizzate a rappresentare un investimento immobiliare redditizio, che davvero pochi possono permettersi.
Tale quadrante si estende da Piazzale Lotto a Fiera Milano City, da Portello fino ai grattacieli asettici di CityLife: qui il volto della città è stato ricostruito a immagine e somiglianza di un’idea astratta di modernità, e di lusso preconfezionato, definiti dal loro valore retorico e aspirazionale, ma sganciati dal vivere reale. E se le torri brillano, è perché sotto si consuma un’ombra lunga di espulsione, disuguaglianza e desertificazione sociale.
Fino a qualche decennio fa, il Portello era il cuore vivo della Milano produttiva. Il nome stesso evoca passaggi, scambi, un tessuto urbano poroso, attraversato dalla storia. Gli stabilimenti Alfa Romeo – nati su una parte dei terreni che ospitarono l’Expo del 1906 – non erano solo un presidio industriale, ma un epicentro di vita sociale e politica: operai, famiglie, lotte, scioperi, sapere tecnico e relazioni comunitarie. Il quartiere era popolare, complesso, stratificato.
Con la dismissione della fabbrica e il trasferimento a Rho-Pero delle attività fieristiche, si è spalancato lo scenario della valorizzazione fondiaria. Dapprima è arrivato il cosiddetto “Progetto Portello”, che ha spazzato via la memoria industriale sotto le collinette “concettuali” di un parco postmoderno, punteggiato da architetture firmate e piazze patinate, tutte desolatamente vuote. Poi, progressivamente, l’intera area è diventata terreno fertile per uno degli interventi immobiliari più massicci dell’Europa del Sud: CityLife. CityLife non è solo il nome di un progetto immobiliare: è un marchio, una città nella città, pensata per chi Milano la consuma ma non la abita. Il consorzio promotore – formato da Generali, Gruppo Ras, Lamaro Appalti e altri – ha investito centinaia di milioni per trasformare un quartiere fieristico in un distretto del lusso.
I tre grattacieli, firmati da archistar internazionali, troneggiano come simboli di un potere che ha già deciso per chi è questa città. La caduta dell’insegna della torre Generali, assomiglia alla perdita di una corona da una testa regale, ma sebbene che il Re sia nudo, ormai è ovvio, resta ancora da capire come spodestarlo. Sotto le tre torri, si estende il centro commerciale più grande di Milano, con 80 boutique, 20 ristoranti e sale cinematografiche, in una rappresentazione continua e scintillante del consumo. Le residenze Hadid e Libeskind, affacciate sul parco, si vendono a cifre superiori ai 10.000 euro al metro quadro. La “piazza delle Tre Torri” – con fermata della metro annessa – è una non-piazza, uno spazio neutro, levigato, senza storia e senza conflitto.
Il museo d’arte contemporanea promesso non è mai arrivato. I 43 milioni di euro sono stati dirottati sul restyling del Palazzo delle Scintille, anch’esso trasformato in uno spazio polifunzionale per eventi e congressi. Nulla che riguardi la vita quotidiana di chi Milano la abita realmente. Gli annunci immobiliari del quartiere martellano su parole come “lusso”, “esclusivo”, “elegante”.
Nel quadro delle trasformazioni urbane che attraversano Milano e del crescente protagonismo di attori immobiliari e finanziari su scala globale, proprio a cavallo tra San Siro e la Fiera, il Centro Sociale Cantiere si configura come un laboratorio di produzione di saperi urbani situati e pratiche collettive di resistenza. Nato nel 2001 da una rete di collettivi studenteschi in vista del controvertice di Genova, il Cantiere ha trasformato la storica palazzina del Derby Club in via Monte Rosa 84 in uno spazio sociale occupato, diventando un punto di riferimento per movimenti studenteschi, lotte per il diritto alla casa, contro il razzismo e per una città ecotransfemminista e decoloniale.
Non stupisce, quindi, che da qualche mese il Cantiere (Centro Sociale), sia entrato nelle mire di un gruppo di speculatori, attivissimi nel mercato immobiliare del lusso in città. Comprato l’immobile, a un prezzo vantaggioso data la situazione di occupazione, si stanno dando attivamente da fare per capitalizzare. Negli ultimi mesi, con una serie di minacce e colpi bassi, come lo stacco della corrente elettrica, l’invio di avvertimenti tramite loschi figuri in tipico stile mafioso, l’offerta di mazzette alle attivisti per lasciare lo spazio, la nuova “proprietà” cerca di intimidire uno dei più longevi e attivi laboratori di alternativa politica e culturale in città e di interrompere i progetti che porta avanti ininterrottamente da ben 24 anni.
Tuttavia, il Cantiere non si è fatto intimidire e ha intensificato la propria attività di ricerca e azione territoriale, passando al contrattacco con la campagna “Giù le mani dalla città”, che combina mappatura partecipata, inchiesta urbana, azione diretta, mobilitazione e produzione culturale. Al centro di questo progetto si trova una mappatura partecipata della gentrificazione a Milano, portata avanti in collaborazione con Cura Lab, un laboratorio interdisciplinare di ricerca territoriale che indaga i temi della disuguaglianza e i processi di marginalizzazione della contemporaneità che ha la sua sede a Off Campus, nel centro del quartiere popolare di San Siro. La mappa è in continua evoluzione e documenta in tempo reale cantieri, nuove costruzioni e trasformazioni speculative in diverse aree della città, a partire dai quartieri di San Siro, CityLife e Portello. La mappa non è solo uno strumento descrittivo, ma un dispositivo di contro-pianificazione dal basso: permette di visualizzare e denunciare i processi di gentrificazione in atto, promuovendo la costruzione di reti tra abitanti, comitati, ricercatori e attivisti.
La campagna “Giù le mani dalla città “, si articola su quattro livelli principali.
Il primo è la mappatura diffusa della cantierizzazione di Milano, grande e piccola: tutte le persone che abitano e attraversano Milano sono invitate a contribuire alla mappa segnalando cantieri sul proprio cammino attraverso un formulario online, accessibile dal sito cantiere.org. Questo livello consente di raccogliere dati capillari sui processi di trasformazione e di renderli accessibili e leggibili a partire dall’esperienza quotidiana.
Il secondo livello è dedicato al progetto di inchiesta qualitativa intitolato “La gentrification incarnata”, che raccoglie interviste e testimonianze dirette sui cambiamenti vissuti dalle persone nei quartieri in trasformazione. L’obiettivo è restituire una dimensione esperienziale e soggettiva alla narrazione del cambiamento urbano, mettendo in luce gli effetti concreti della speculazione sulla vita delle persone.
Il terzo livello, denominato “Le luci e le ombre”, è una mappatura fotografica degli spazi della Milano pubblica, comune e alternativa, che rischia di scomparire. Attraverso l’uso delle immagini, questo strato del progetto documenta e rende visibile un patrimonio sociale e culturale minacciato dalla pressione immobiliare, producendo una memoria collettiva visiva dei luoghi in pericolo.
Infine, il quarto livello della campagna, ancora in elaborazione, sarà dedicato alla documentazione critica del processo di privatizzazione progressiva della città. Si tratta di una sorta di radiografia in movimento dell’avanzamento della privatizzazione di servizi, consultori, piscine, parchi e altri spazi di uso collettivo. L’intento è mostrare come la logica della valorizzazione finanziaria stia progressivamente erodendo il perimetro della città pubblica, creando consenso tramite un marketing pervasivo e suadente, sottraendo al contempo diritti, parole e opportunità di accesso.
Attraverso strumenti digitali, laboratori territoriali, workshop tematici e azioni dirette, “Giù le mani dalla città”, costruisce una forma di intelligenza collettiva radicata nei territori. In particolare, la campagna si propone di smascherare la retorica ufficiale della riqualificazione, mostrando come essa coincida spesso con processi di espulsione, innalzamento dei costi dell’abitare, dismissione del patrimonio pubblico e cancellazione della memoria collettiva. L’obiettivo è triplice: 1) creare consapevolezza diffusa sui meccanismi che alimentano la speculazione urbana; 2) costruire visioni alternative di città fondate su giustizia spaziale, accesso ai diritti, riproduzione sociale e democrazia urbana, 3) conoscere per agire: alimentare la mobilitazione sociale per il diritto alla casa, alla città e alla vita degna per tutt3.
Il progetto si inserisce in una più ampia riflessione sul ruolo degli spazi sociali e dell’autogestione come forme di governo del territorio e costruzione del comune. In un contesto in cui Milano viene sempre più ridisegnata secondo logiche estrattive, il Cantiere si presenta come un attore collettivo che pratica un’altra idea di città: non vetrina ma laboratorio, non profitto ma abitare, non esclusività ma cooperazione. La mappa, come il Cantiere stesso, è una piattaforma viva e catalizzatore di energie: raccoglie dati, restituisce storie, attiva mobilitazioni. Dimostra che la città non appartiene ai fondi immobiliari, ma a chi la attraversa ogni giorno. Ed è in questa rivendicazione che risiede la sua forza politica.
“Qui siamo, e qui restiamo” non è solo lo slogan al centro della resistenza del Cantiere di fronte alle minacce della nuova proprietà: è la sintesi di una storia lunga più di vent’anni, che ha fatto del Cantiere un punto nevralgico della Milano che costruisce alternative reali per continuare ad esistere e resistere nella città. La città è un’opera collettiva da cui non ci faremo espellere, né in quanto spazi sociali e di alternativa culturale, né in quanto abitanti di questa città e dei suoi quartieri.
Milano non ha bisogno di altri stadi, di nuove torri, di progetti “iconici”. Milano ha bisogno di una visione condivisa, inclusiva e veramente innovativa in senso sociale. Ha bisogno di case accessibili, di scuole pubbliche, di consultori, biblioteche, orti urbani, di centri antiviolenza, di asili e centri estivi, di parchi aperti e piscine comunali, di luoghi di ritrovo gratuiti, di spazi sociali e di alternativa culturale.
Link e libri utili per approfondire
Cantiere.org, Giù le mani dalla città: mappatura partecipata e collettiva delle trasformazioni urbane e della gentrificazione a Milano.
Disponibile qui.
CURAlab – Politecnico di Milano. Osservatorio multidisciplinare sullo stadio di San Siro e altri grandi progetti di trasformazione urbana. Disponibile qui.
CURAlab – Politecnico di Milano. Una lettura critica del processo in corso sullo stadio San Siro: farsi buone domande!
Disponibile qui.
CURAlab – Politecnico di Milano. Abitare a San Siro. Una co-ricerca sulle condizioni abitative e le reti di gestione dell’ERP.
Report disponibile qui.
Offtopic Lab. Piccola guida alla grande San Siro, disponibile qui.
Coppola, A. Il Modello Milano, oltre le inchieste, Jacobin Italia, disponibile qui.
Grassi, P., Pozzi, G., Verdolini, V. (2025). Milano fantasma. Etnografie di una città e delle sue infestazioni. Milano: Ombre Corte.
Hurricane (2025). Milano Horror Stories. Incubi dalla rigenerazione urbana. Milano: Agenzia di Fabbricazione Autonoma (AFA).
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