La continuazione della riflessione cominciata con la traduzione della nota di lettura a Socialismo o barbarie. L’avventura di un gruppo (1946-1969), di Dominique Frager ci porta in Italia. Si tratta di un approfondimento sul legame fra Socialisme ou Barbarie e alcuni militanti italiani, fra i quali Danilo Montaldi che resta ancora oggi il più importante maestro della ricerca-azione come etnografia sociale militante. Lo facciamo attraverso l’intervento del Centro d’Iniziativa Luca Rossi di Milano alla Giornata di studio su Danilo Montaldi e la cultura di sinistra del secondo dopoguerra, organizzata dall’Istituto Universitario Orientale (Dipartimento di Filosofia e Politica), dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e dall’Istituto Ernesto de Martino (Napoli, 16 dicembre 1996).

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Montaldi e l’«esperienza proletaria»

«Ti dicevo: l’insufficienza del nostro linguaggio è la misura della nostra inerzia in rapporto alle cose; che non si possono trasformare quando se ne è perso il senso». Parigi, andata e ritorno.

Visto che il titolo scelto per l’incontro odierno è Danilo Montaldi e la cultura di sinistra del secondo dopoguerra, prima di trattare del rapporto di Montaldi con il concetto di «esperienza proletaria» e con i raggruppamenti teorici e d’intervento militante che vi hanno fatto riferimento negli anni Cinquanta e Sessanta, vogliamo citare due passi che esprimono bene il rapporto di Montaldi con la «cultura di sinistra»: «[…] gli operai fucilati perché tradussero l’egualitarismo nell’impiccagione degli stachanovisti alle travi delle officine, non potranno raccogliere omaggi se non dal proletariato e soltanto quando lo stalinismo verrà riconosciuto come uno dei rivestimenti ideologici dello sfruttamento, non come un vizio individuale della mente o una delle dottrine politiche socialiste» [1]. «E allora si giustifica il saggio di Mascolo, per il quale la distinzione sinistra-destra ha un senso reale poiché “serve a distinguere tra loro dei borghesi”, ma esiste un’altra opposizione non meno reale della prima, ed è tra “sinistra e rivoluzionario”». Questa seconda citazione proviene da Cronache della Gauche, un saggio in cui Montaldi, giustamente, afferma che «La data di nascita di quella che, nel tempo, si è convenuto chiamare “la Gauche” è da ricercare nel decennio che precede la Seconda Guerra mondiale» [2], ovvero nella «fase della dissoluzione del proletariato nel seno dell’imperialismo» [3], perché «Nella società che è un complesso intricato di classi e non la somma aritmetica delle formazioni sociali, se si sopprime la barriera di classe, vi si sovrappone l’altra barriera della lotta e della guerra fra gli Stati» [4].

Quindi: la sinistra come espressione della stasi del movimento storico del proletariato e come sua rappresentazione spettacolare.

E per non permanere più a lungo negli equivoci interpretativi storico-politici inaugurati da Stefano Merli – che aveva collocato Montaldi «alle origini della nuova sinistra» [5], in ciò affiancandosi a ricercatori legati a Lotta Continua e a «Ombre Rosse» – e proseguiti recentemente da Attilio Mangano [6], è bene ricordare che Montaldi non riservava i proprî strali unicamente alla «sinistra storica», bensì qualificava i gruppi prevalenti nella cosiddetta «nuova sinistra» di allora come «comitati burocratici dissidenti» – nel senso che li vedeva più come modi di decomposizione del grande corpo del movimento operaio ufficiale, che non come qualcosa di «nuovo» – e nel 1972 scriveva: «La fondazione del nuovo psiup [7], con il suo coronamento di “nuova unità” da ottenere in prospettiva assieme ai prolungamenti dissidenti del partito cattolico e dei partiti revisionisti, fa ritenere che sia in movimento un progetto di istituzionalizzazione di una “nuova sinistra” la quale serva da retroterra ai partiti ufficiali» [8].

Verso la fine del 1953, il ventiquattrenne Montaldi si reca per la prima volta a Parigi e vi resta per quaranta giorni. Nel corso di questo soggiorno, entra in contatto con il gruppo che pubblica «Socialisme ou Barbarie». Il soggiorno francese segna l’inizio dei rapporti politici tra Cremona e Parigi, con un regolare scambio di lettere con i «social-barbaristi» Alberto Maso (alias Albert Véga) [9] e Jacques Gautrat (alias Daniel Mothé, un operaio professionale della Renault, animatore di «Tribune Ouvrière», prima di diventare, all’inizio degli anni Settanta, un sindacalista della cfdt). Nel 1954, traduce L’operaio americano di Paul Romano, un testo già apparso su «Socialisme ou Barbarie» [10], e lo pubblica a puntate su «Battaglia comunista» a partire dal numero di febbraio-marzo dello stesso anno.

Su «Socialisme ou Barbarie» è necessario spendere qualche parola, il dato di partenza essendo che questa esperienza è assai poco conosciuta in Italia. Per quanto riguarda l’editoria ufficiale, dopo il n. 10-12 di «Ragionamenti» del maggio-ottobre 1957 – che aveva ospitato le Note su «Socialisme ou Barbarie» di Gérard Genette, Edgar Morin e Claude Lefort –, bisognerà aspettare il 1969 per vedere apparire una traduzione italiana di testi «social-barbaristi». In quell’anno, l’editore Guanda pubblicò, in una collana diretta da Giuseppe Del Bo, direttore dell’Istituto Giangiacomo Feltrinelli, un’«antologia critica» curata in modo assai truffaldino da Mario Baccianini e Angelo Tartarini [11]. Successivamente, il recuperatore «libertario» Paolo Flores d’Arcais farà comparire La società burocratica di Cornelius Castoriadis [12] e L’uomo al bando. Riflessioni sull’Arcipelago Gulag di Claude Lefort [13]. La pubblicazione di questi due libri si spiega con il fatto che Castoriadis e Lefort, muovendo dalla critica del «capitalismo burocratico» sovietico, erano nel frattempo approdati a un’ideologia democratica e filo-occidentale, e si prestavano quindi bene a essere «spesi» nel clima «antitotalitario» che segue gli accordi di Helsinki (1º agosto 1975) e che prepara The New Cold War [14]. Infine, negli anni Ottanta e Novanta, Edgar Morin tedierà mezzo mondo con la sua «sfida della complessità» – la conoscenza della conoscenza, la vita della vita, la natura della natura ecc. –, dove «la banale nullité du fond se dissimule sous l’amphigouri de la forme» [15].

Questo non significa che a suo tempo l’elaborazione di «Socialisme ou Barbarie» o di raggruppamenti consimili fosse completamente sconosciuta in Italia. Per esempio, Sergio Bologna qualche anno fa disse a uno di noi che sia il libro di Daniel Mothé sia quello di Benno Sarel sulla classe operaia della Germania Orientale (due testi prodotti da esponenti «social-barbaristi» e fatti pubblicare da Montaldi nella “Collana bianca” einaudiana) erano stati molto letti e discussi dai giovani che gravitavano attorno a «Quaderni Rossi» e «Classe Operaia».

Di questo dibattito non è però rimasto praticamente nulla nella ricostruzione ex post che è stata fornita dagli esponenti «ufficiali» dell’operaismo e che ha strutturato la cultura politica dei militanti dell’Autonomia Operaia degli anni Settanta. Tanto per fare un esempio, Antonio Negri, nel libro-intervista Dall’operaio massa all’operaio sociale, afferma che esperienze quali «quella che faceva capo a Montaldi, che aveva recuperato dalla Francia il discorso di Socialisme ou Barbarie, […] risultano affatto secondarie rispetto a quello che invece è l’elemento fondamentale: il punto di vista soggettivo, il riprendere a fare politica attraverso la ricerca, attraverso la conoscenza e attraverso l’intervento» [16].

Questa rimozione selettiva, come sempre, non è casuale, bensì ha a che fare, come ha sostenuto Mario Lippolis in un seminario su Montaldi svoltosi al Centro sociale Magazzino 47 [17], con il fatto che, in Italia, l’«inchiesta operaia è stata codificata e teorizzata in una maniera diversa – che a dire il vero io non conosco nemmeno bene, ma che non conosco bene perché forse non l’ho voluta conoscere bene –, e che è molto riduttiva rispetto al significato che questo termine ha avuto in Socialisme ou Barbarie e in Montaldi. […] Sarebbe interessante capire perché, nonostante Montaldi, le tematiche sollevate da Socialisme ou Barbarie e anche le risposte che Socialisme ou Barbarie si dava siano filtrate in Italia in una maniera molto parziale, stravolta in senso sociologico e quindi abbiano potuto essere parzialmente recuperate in quella che poi è risultata la corrente prevalente dell’operaismo italiano che le rendeva compatibili con il pci, con il machiavellismo d’apparato». Dove, per «stravolgimento sociologico», Lippolis intende: «Il ritagliare una figura astratta, una figura cardine da potere stilizzare come un nuovo soggetto che permettesse una manipolazione in termini d’ingegneria sociale e quindi potesse essere giocata nelle dinamiche interne al ceto politico dominante della sinistra. Togliere tutto il senso storico che aveva la riflessione di Socialisme ou Barbarie e dell’Internazionale situazionista sulla fine del movimento operaio, sulla fine dello stalinismo, sulla natura della burocrazia operaia, sulla burocratizzazione del mondo, sulla fine dell’iniziativa politica autonoma da parte dei proletari effettivi. Ecco, sfrondare tutto questo – ch’era un discorso estremamente compromettente che avrebbe chiaramente rotto tutti i ponti sia con il psi (per Panzieri) sia con il pci e il sindacato (per gli operaisti) – ed estrarre invece alcune figurine che possono essere l’operaio-massa, l’operaio sociale, da spendere come una specie di target».

Oltre a quanto argomentato da Lippolis sul piano teorico, è bene ricordare qui alcuni aspetti della vicenda di «Quaderni Rossi» e «Classe Operaia» che sono generalmente sconosciuti.

Dopo i fatti di Piazza Statuto dell’estate ’62, all’interno di «Quaderni Rossi» si produsse una rottura tra quanti ritenevano maturi i tempi per un intervento autonomo nelle lotte operaie e quanti invece intendevano continuare a svolgere prevalentemente un’attività di ricerca volta a verificare l’ipotesi teorica dell’autonomia operaia. «Classe Operaia», «mensile politico degli operai in lotta», nacque nel gennaio 1964, preceduto da «Cronache Operaie», una rivista che nel corso del semestre precedente aveva unificato una serie di fogli d’intervento: «Cronache operaie di Quaderni Rossi» e «Gatto selvaggio» (Torino), «Potere Operaio» (Milano), «Classe Operaia» (Genova), «Potere Operaio» (Marghera-Venezia).

Tre – e non due, come in genere si afferma – erano le componenti presenti in «Classe Operaia»: la prima – facente capo a Mario Tronti, Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari – propugnava una modernizzazione del pci legata alla nuova composizione della classe operaia italiana e, a partire dal 1967, al primo manifestarsi di una tendenza ascendente della lotta di classe, praticò l’entrismo nel Partito comunista, sfociando poi negli anni Settanta nella teorizzazione dell’«autonomia del politico»; la seconda era quella operaista a dominanza neo-leninista che avrebbe dato vita prima del ’68 al Potere Operaio veneto-emiliano e poi, nell’autunno del ’69, al Potere Operaio nazionale; infine vi era una terza componente, che possiamo definire marxista-libertaria. Quest’ultima – cui partecipavano Riccardo d’Este (che avrebbe in seguito animato l’Organizzazione Consiliare e Comontismo), Gianfranco Faina e Gianfranco Dellacasa – ruppe dopo pochi mesi (autunno 1964, riunione di Piombino) sulle questioni del ruolo del partito, del recupero del leninismo e del movimento operaio ufficiale. In seguito, fortemente influenzata dal consiliarismo, da «Socialisme ou Barbarie» e dall’Internazionale situazionista, fu al centro del movimento nel ’68 a Genova, svolse un ruolo importante a Torino, ed ebbe il suo sbocco organizzativo in Ludd-Consigli proletari.

A proposito del rapporto di Montaldi con «Classe Operaia», va ricordato ch’egli, allorché gli venne proposto di collaborare alla rivista, rifiutò, ritenendo che troppi dei suoi esponenti fossero figure ancora legate al movimento operaio tradizionale. E circa i rapporti con «Quaderni Rossi», ecco cosa racconta Gianfranco Fiameni, che da quando conobbe Montaldi nel ’53 fu con lui in tutte le esperienze politiche nel Cremonese (Unità Proletaria, Gruppo Karl Marx, Comitato d’Agitazione Studenti, Operai e Insegnanti), curando in particolare i rapporti italiani e internazionali del Gruppo di Unità Proletaria: «Una cosa un po’ speciale riguarda i rapporti con Panzieri, ma quando c’è stata la storia di Piazza Statuto a Torino, dove siamo andati, avevamo già rapporti con Soave, Mottura e tutti gli altri. Soave aveva scritto una parte del nostro documento Il significato dei fatti di luglio (Genova ’60), per cui avevamo rapporti, ma solo con alcune persone e non con il gruppo, perché con questo non si era mai andati d’accordo. Non racconto molto volentieri questa storia, perché sembra un pettegolezzo nei confronti di Panzieri, ma non si tratta di questo. Siamo arrivati a lui perché siamo arrivati all’Einaudi e non sapevamo dove andare. Siamo arrivati in tre a Torino disposti a battagliare su qualche piazza o a fare quello che c’era da fare. Così siamo andati da Panzieri. Arrivammo là e lui tenne una riunione: sembrava che ci fosse tutto meno che Piazza Statuto. Lui ce l’aveva un po’ con noi e con me in particolare – perché diceva ch’ero il più francesizzante del gruppo, mi chiamava Socialisme ou Barbarie –, con Danilo no. Ma a parte ciò, di Piazza Statuto Panzieri diceva, ch’erano quattro meridionali che tiravano dei sassi. Cosa facciamo? Così lui ci disse: “voi tornate a Cremona, noi c’interessiamo dell’industria, voi v’interessate dell’agricoltura”. Danilo rispose: “No, noi prima c’interessiamo di tutto, dell’industria, dell’agricoltura eccetera”. Poi la cosa è sfociata in qualcosa di più. Danilo nei primi due numeri di Quaderni rossi è stato nel comitato di redazione, ma non ha mai scritto. Dopo ne è venuto fuori» [18].

Senza voler qui riassumere né la storia di «Socialisme ou Barbarie» né i temi da essa affrontati (che spaziano da Babeuf alla natura sociale dell’urss, dall’esperienza proletaria alla questione cinese, dal ciclo economico del secondo dopoguerra alla «crisi del bordighismo», dal contenuto del socialismo alla storia della Rivoluzione russa ecc.), poniamo alcuni punti di riferimento, traendoli da uno scritto che è interno a un tentativo di bilancio delle tendenze sovversive dell’età contemporanea che i rivoluzionari d’oggi stanno compiendo: «Erede dell’ultrasinistra del primo dopoguerra, la rivista Socialisme ou Barbarie viene pubblicata in Francia tra il 1949 e il 1965. Dal punto di vista organizzativo, il gruppo che si costituisce attorno alla rivista non è prodotto dalla Sinistra tedesco-olandese ma dal trockismo, prima di essere rapidamente raggiunto da transfughi della Sinistra comunista italiana. Socialisme ou Barbarie nondimeno appartiene al consiliarismo, anche se non ha mai rivendicato questa filiazione, alla quale giunge a partire da una riflessione sulla burocrazia, nata dal rigetto delle posizioni trockiste sull’urss.

Uno dei meriti di Socialisme ou Barbarie fu di cercare “la soluzione” nel proletariato. Senza fare del populismo né pretendere di ritrovare qualsivoglia “valore operaio”, comprese che la presa di parola operaia era una condizione del movimento comunista. Fu così che appoggiò forme di espressione quali Tribune Ouvrière, pubblicata da operai della Renault. In ciò, s’inscriveva nel più vasto movimento che sarebbe culminato nel Maggio ’68 e avrebbe dato vita ad abbozzi di organizzazioni autonome quali Inter-Entreprises. Che una minoranza operaia si riunisca e prenda la parola è una condizione del comunismo. […]

Socialisme ou Barbarie ha dimostrato che l’azione operaia contiene qualcos’altro oltre alla lotta contro lo sfruttamento e porta in sé il germe di nuove relazioni, ma l’ha indicato nell’autorganizzazione, e non nella pratica proletaria – metamorfosi mostruosa della vita umana prodotta dal capitale, che, esplodendo, potrà generare un altro mondo.

L’osservazione della vita di fabbrica permette di mettere in luce il senso comunista della lotta dei proletari, a condizione di non fossilizzarsi nelle questioni dell’organizzazione e della gestione del lavoro. Così, la testimonianza di Ria Stone [19] andava più lontano della teorizzazione fatta in seguito da Chaulieu sul contenuto del socialismo […].

Socialisme ou Barbarie rompe con l’operaismo. L’Expérience prolétarienne è senza dubbio il testo più profondo di Socialisme ou Barbarie [20]. Ma ne indica i limiti e in questo ne annuncia l’impasse. Continua infatti a cercare una mediazione tra la miseria della condizione operaia e la sua rivolta aperta contro il capitale. È al suo interno che il proletariato trova gli elementi della sua rivolta e il contenuto della rivoluzione, non in un’organizzazione posta come preliminare, e che gli apporterebbe la coscienza o gli offrirebbe una base di raggruppamento. Lefort vede il meccanismo rivoluzionario nei proletari stessi, ma nella loro organizzazione più che nella loro natura contraddittoria. Così finisce col ridurre il contenuto del socialismo alla gestione operaia.

Inoltre, invece di ricevere le testimonianze operaie auspicate da Lefort, Socialisme ou Barbarie si lanciò nella sociologia operaia, finendo per imperniare tutto sulla distinzione tra direzione ed esecuzione. In ciò si distinguerà da Informations et Correspondance Ouvrières (ico) (cui si unirà lo stesso Lefort), bollettino e gruppo operaista e consiliarista, espressione più immediata dell’autonomia operaia, e dal Groupe de Liason pour l’Action del Travailleurs (glat), fondato nel 1959, egualmente operaista, ma attento a pubblicare analisi minuziose sull’evoluzione del capitalismo. Ciascuno alla sua maniera, ico e glat saranno presenti al Censier, il centro universitario occupato dai rivoluzionari nel Maggio ’68 [21].

L’insurrezione ungherese del 1956 diede un nuovo vigore a Socialisme ou Barbarie, nel mentre lo impantanava ancor di più nel consiliarismo. Socialisme ou Barbarie vi vide infatti la conferma delle proprie tesi, mentre la forma “Consiglio” dava prova invece di essere capace di fare tutto il contrario del consiliarismo, come ad esempio appoggiare uno staliniano liberale. Socialisme ou Barbarie abbandonò ben presto i suoi vecchi riferimenti marxisti e si lanciò in un vagabondaggio intellettuale che doveva aver fine nel 1965. Questa evoluzione provocò la partenza dei “marxisti”, che nel 1963 fondarono Pouvoir Ouvrier [22].

Come l’Internazionale situazionista, ma in altro modo, Socialisme ou Barbarie seppe stare “incollata” alla modernizzazione della società occidentale. Le sue tesi sul capitalismo e sulla società burocratica – nate al contempo dall’ossessione di una presa del potere da parte degli staliniani e dallo sconvolgimento della società francese diretto dallo Stato – esprimevano la crisi che aveva iniziato a corrodere, soprattutto in Francia, il modello industriale dominante. Diffondendo slogan quali “Potere Operaio – Potere Contadino – Potere Studentesco” (come si legge in un volantino diffuso dal psu 23[23] nel giugno 1968), facendo della “gestione autonoma e democratica” l’obiettivo numero uno, il movimento del Maggio ’68 popolarizzerà i temi di Socialisme ou Barbarie, mostrando d’un sol colpo i limiti del gruppo e dell’intero movimento» [24].

Wolf Woland ha fatto una lettura assai stimolante del testo di Lefort, della quale riproduciamo qui ampi stralci: «Uno degli apporti principali de L’esperienza proletaria è di aver cominciato a fare chiarezza su questo punto: il proletariato è una classe in un senso nuovo, che non è mai esistito prima. I borghesi compongono una classe in quanto hanno una funzione economica simile […] Anche al proletariato è assegnata una funzione economica, ma, al contrario che per la borghesia, essa non è “sua” e non è sufficiente a fare del proletariato una classe. Il ruolo che il proletariato svolge nella produzione e nella società non gli dà alcun potere né attuale né futuro al loro interno, ma solo delle capacità che unicamente una rivoluzione potrebbe consentirgli di realizzare positivamente. […] Il senso di classe del proletariato non è quindi contenuto in un essere sociale in sé […] ma proviene dalla sua peculiare e inestinguibile contrapposizione a queste condizioni. Non è estendendo le proprie attribuzioni economiche che il proletariato sviluppa il suo senso di classe, ma negandole per istituire un nuovo ordine sociale. […] Il ruolo che […] è assegnato [al proletariato] nella e dalla economia moderna implica una contraddizione e una trasformazione costante, conflittuale, di questo stesso ruolo che lo spinge verso l’abolizione, e un’esperienza sociale totale» [25].

Come scrive Lefort, «il proletariato esige un approccio specifico che permetta di coglierne lo sviluppo soggettivo» [26]. Questo perché «il proletariato concreto non è oggetto di conoscenza: esso lavora, lotta, si trasforma: non si può in definitiva raggiungerlo teoricamente, ma solo praticamente, partecipando alla sua storia» [27]. «Questa classe può essere conosciuta solo da se stessa, solo a condizione che chi interroga ammetta il valore dell’esperienza proletaria, si radichi nella sua situazione e faccia suo l’orizzonte socio-storico della classe; a condizione dunque di rompere con le condizioni immediatamente date che sono quelle del sistema di sfruttamento. […] Questo approccio concreto, che giudichiamo dunque motivato dalla natura propria del proletariato, implica che noi si possa raccogliere e interpretare delle testimonianze operaie; per testimonianze intendiamo soprattutto delle narrazioni di vita o meglio di esperienza individuale, fatte dagli interessati e tali da fornire informazioni sulla loro vita sociale. […] Si cercherà di precisare: a) la relazione dell’operaio con il suo lavoro […]; b) i rapporti con gli altri operai e con gli elementi degli altri strati sociali in seno all’impresa […]; c) la vita sociale al di fuori della fabbrica e la conoscenza di ciò che avviene nella società totale […]; d) il legame con una tradizione e una storia propriamente proletarie […]» [28]. Continua Wolf Woland: «L’originalità del proletariato moderno non appare soltanto sul piano dei rapporti sociali generali, ma anche nel suo ruolo all’interno del processo immediato di produzione […]. Il campo dell’industria (e, almeno dopo la Scuola di Francoforte, dovrebbe essere chiaro che l’“industria materiale corrente” comprende anche quella “culturale”, altro che terziario avanzato “postindustriale”!) col capitalismo domina e informa tutti i campi e i proletari che vi lavorano, nel momento stesso che da questo lavoro sono privati di partecipazione immediata alla vita sociale, sono però da esso intimamente familiarizzati col modo di produrla, determinarla, informarla, tutta questa vita sociale manchevole, tutta la mancanza di vita sociale immediata. L’industria capitalistica è dalle sue origini teatro di una rivoluzione costante, nei metodi produttivi, nelle tecniche ecc. Le moderne ricerche rivoluzionarie, ma anche in parte quelle accademiche, hanno evidenziato quanta parte di questa trasformazione continua sia dovuta alla lotta costante del proletariato tanto nelle sue forme più macroscopiche quanto nelle sue manifestazioni più informali e sottili […] Ciò fa sì che, a differenza di ogni altra classe produttrice nella storia, il proletariato è costretto a trasformare continuamente la sua percezione e la sua appropriazione (contraddittoria) dei proprî compiti, ad adattarsi – restando inadattato – a sempre nuovi strumenti e quindi a cambiare in continuazione la sua critica della strumentalità. […] Solo col proletariato moderno viene all’esperienza che “ciò” che gli uomini producono, “come” lo producono e il “modo” in cui si pongono gli uni in rapporto agli altri sono cose che si definiscono contemporaneamente. Anche gli sconvolgimenti tecnici non si limitano ad accrescere lo sfruttamento, non sono soltanto subìti, ma trasformano le capacità dei proletari. Questa trasformazione, per quanto imposta, può avvenire solo a condizione che gli uomini, cui è imposta, poi la compiano davvero e le attribuiscano un senso, ci mettano del proprio a trasformarsi a loro volta, realizzando nuove sensibilità, capacità, anche corporee. […] Chi vive in questo clima ha una percezione della collettività e delle possibilità di questa diversa dagli altri gruppi sociali. […] L’automazione della produzione accentua la spersonalizzazione e dà al lavoro un carattere meramente accidentale, ma, favorendo l’intercambiabilità dei compiti, familiarizzando coi modi e con le situazioni produttive più diverse, rende il proletariato sensibile ad una “universalità” che solo l’abolizione del modo di produzione basato sul salariato potrebbe permettergli di conquistare positivamente. […] Il proletariato è quella classe che, modellata dall’economia capitalistica, strutturata dalla divisione del lavoro e dall’evoluzione tecnica, presa nell’automatismo della storia alienata, trova nella contingenza della sua situazione il “passaggio” all’azione storica. […] Ma questa azione storica della classe cambia essa stessa in funzione delle trasformazioni empiriche perché è presa nella socialità e nella storia globali, e il termine superiore (l’attività storica cosciente di frazioni del proletariato) conserva il termine inferiore non solo conservandone il senso, ma non potendo mai distaccarsi dalla forma che quello ha preparato, restando tributario dei rapporti di fatto che costituiscono, in un momento dato, la configurazione pratica del proletariato. […] La classe è una totalità ultradifferenziata, non è ugualmente sensibile all’esperienza passata, non è ugualmente cosciente dei compiti avvenire, è totalità solo in questo: che comunque la sua situazione esige sempre da essa una lotta contro i termini già dati, basilari, di questa situazione stessa. […] Producendo, oltre al capitale, le forme materiali di tutta la vita sociale, il proletariato produce il corso del capitalismo e il proprio, si trasforma, alimenta la propria opposizione e sviluppa una storia, inscritta materialmente nell’assetto raggiunto dal capitalismo, ma vissuta in un suo modo particolare. La pretesa della teoria del proletariato è che a partire dalle ragioni più umili di questo punto di vista “inferiore” si veda e si giudichi la verità del mondo» [29].

Come si capisce da quanto sin qui scritto, Lefort, a partire da un confronto critico con gli enunciati marxiani sul proletariato «spogliato di ogni carattere umano, fisico e morale» e sulla sua alienazione totale (confronto critico che non tiene però conto di una serie di altri enunciati formulati da Marx, in primo luogo nelle Glosse critiche in margine all’articolo “Il re di Prussia e la riforma sociale. Di un prussiano”, testo fondamentale circa la posizione di Marx rispetto all’esperienza proletaria e alla critica della politica, due temi strettamente collegati), affronta una serie di questioni molto importanti in merito alla «produzione dell’esperienza storica del proletariato» e al rapporto tra essa e i gruppi teorici e d’intervento, nel periodo intercorso tra l’aprirsi del ciclo neocapitalista del secondo dopoguerra e le lotte autonome della fine degli anni Sessanta (la rivolta dei ghetti americani culminata nella vera e propria insurrezione della metropoli operaia di Detroit, il Maggio francese, il Biennio Rosso ’68-’69 in Italia, Danzica e Stettino eccetera) [30].

Sono gli stessi temi che Montaldi propone in varî luoghi della sua opera, in primis nella sua premessa al saggio di Paul Romano, nella quale egli scrive: «Tanto L’operaio americano che il giornale Correspondence esprimono con molta forza e pr