L’alternativa statalista e sovranista non costituisce nessuna alternativa

L’antieuropeismo di sinistra è solo riuscito a ripetere formule statocentriche del secolo passato o, magari, a fare vaghi riferimenti alla Russia o alla Cina, come se i BRICs potessero, in alcun modo, sostenere un progetto di contropotere

Nel frattempo, in Brasile il governo del Partido dos Trabalhadores, al potere già da 13 anni, prosegue con il saccheggio sociale. Non lo fa per essere “prigioniero delle circostanze”, ma per una doppia e cosciente scelta della quale il PT e la sua coalizione sono responsabili”.

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Esiste qualche contraddizione tra la vittoria dell’ OXI (no) il 5 di luglio e l’accordo firmato, otto giorni dopo, tra Tsipras e la Troika (il comitato composto dalla commissione europea, Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale)? La Grecia di Syriza ha sfidato il nucleo della governance della Fortezza Europa per poi accettare le imposizioni dei creditori. Sarà stato un atto di codardia, di mancanza di spessore, una resa incondizionata di Tsipras?

Nelle ultime settimane questo dubbio ha inquietato la sinistra greca e mondiale, con una tonalità emotiva che alterna un amaro disappunto e rabbiose denunce. L’anticlìmax ha causato perplessità.

Ma la risposta non può accettare una spiegazione morale attribuibile alla mancanza di volontà politica di Tsipras e Syriza. Dobbiamo subito scartare ogni valutazione che si limiti a giudicare l’intenzionalità dell’agente sulla base di una scala d’integrità morale, tra i più e i meno coraggiosi nelle loro intenzioni anticapitalistiche. Nonostante la guerra di classe in Europa sia un fatto, di sicuro non conviene riprodurre nessun Ordine che etichetti qualsiasi passo indietro come un tradimento da punire con i plotoni di retroguardia destinati a fucilare i traditori, seppure sia solo una fucilazione ideologica.

Allo stesso tempo, non si tratta neppure di cedere all’indulgenza della tattica per assolvere le esitazioni di Tsipras in funzione della correlazione di forze, come se il governo di Syriza avesse raggiunto, obiettivamente, il suo limite massimo. “Volontà politica” e “correlazione di forze” sono argomenti solitamente automatici, a posteriori, per giustificare ogni tipo di azione politica.

Tra le debolezze della volontà e il determinismo della congiuntura, dobbiamo localizzare il tempo umido della virtù machiavelliana, quella che forza l’apertura di uno spazio politico di manovra dove prima non ne esisteva. Senza riuscire a fare quest’operazione, ci condanniamo a rivivere in modo interminabile una specie di Groundhog Day (giorno della marmotta) della sinistra, riaffermando di fronte ad ogni insuccesso la nostalgia per tempi che non torneranno mai più (amen).

Neppure serve a molto ripetere il piagnisteo sull’illegittimità del debito greco, così come di qualsiasi altro paese o debitore nel mondo capitalista. Si tratta, sotto gli occhi di tutti, di dominazione di classe, nella quale la relazione creditore-debitore è funzione dell’incessante estorsione della ricchezza sociale e sottomissione dei popoli. Questo è di un’ovvietà indiscutibile. In questa prospettiva, Syriza ha dimostrato l’ovvio, mettendo a nudo i violenti dispostivi di gestione e d’estrazione della produzione e ricchezza sociali.

Ciò che ancora manca da spiegare è perché la classe dominante europea ha bisogno di qualcosa come l’UE, l’euro e il gruppo di Bruxelles, per esercitare violenza estorsiva. E perché di fronte al motto “non c’è alternativa” continua nei fatti a non esserci alternativa? Perché non si riesce a dar un nome al soggetto della lotta e articolarsi con questo stesso soggetto che fornirebbe gli elementi materiali a partire dai quali si potrebbe allegramente dichiarare: ecco l’alternativa?

Syriza è il primo vettore istituzionale del ciclo delle lotte che, grosso modo, ha preso il suo slancio con le rivoluzioni arabe, esplodendo con le insurrezioni di Tunisi e di piazza Tahir al Cairo. Si: dobbiamo fare un ulteriore passo avanti nell’audacia e identificare il terreno della ricomposizione globale. È facile richiedere precisione geografica e denunciare l’appiattimento delle particolarità, molte volte grazie a qualche artificio identitario di selezione delle differenze; quel che è difficile è comprendere la dimensione globale nel locale e viceversa, cosa che la governance finanziaria fa molto bene da per lo meno 40 anni, sin dalla transizione al post-fordismo.

Avere così l’audacia di affermare che, fondamentalmente, le lotte anti-austerity, il cui epicentro è stata piazza Syntagma, sono le stesse, essenzialmente le stesse, delle lotte nel nord Africa, le stesse del 15-M del 2011, del nord-americano occupy, delle giornate di giugno del 2013 in Brasile, del parco Gezy a Istanbul, o della piazza Maidan a Kiev. Tale constatazione non significa livellare le singole dinamiche, ma riconoscere che lo stesso tessuto connettivo nel quale opera il capitalismo mondializzato fa germogliare tendenze antagoniste, una composizione di classe che, con tutte le sue particolarità, è spinta da questi antagonismi.

È la stessa ricomposizione ultraconnessa tra piazze e reti, tra la politicizzazione del quotidiano e il rifiuto della classe politica, tra l’atto etico dell’indignato di coinvolgersi nella lotta collettiva e la denuncia della corruzione delle “caste”. Syriza, quindi, è una continuazione degli affetti politici che hanno circolato in tutti questi anni e, proprio per questo, la prima esperienza, fragile e precaria, che porta l’antagonismo al livello istituzionale duro, hard. Non è poco. Syriza non sta tra movimenti e istituzioni, come se esistessero due piani concentrici o separati, con proprie logiche, e tra questi un intermezzo connettivo. Operare questa divisione schematica tra movimenti e istituzioni significherebbe ammettere l’autonomia del politico, che è giustamente ciò che sta in scacco quando le moltitudini affermano “non ci rappresentano”.

Negli ultimi decenni, il cambiamento della qualità degli antagonismi ha gradualmente determinato l’obsolescenza dei formati del movimento sociale organico e della militanza ideologica, con le sue strutture rigide, identitarie e programmatiche che delimitano con esattezza il dentro e il fuori, la produzione exoterica e esoterica. Come se, per situarsi nel campo della militanza, fosse necessario superare la frontiera del coinvolgimento per convertirsi alla comunità della “sinistra”, di fronte alla quale si prestino conti e, ogni tanto, ci si riconcili per evitare il rischio di scomunica. Se oggi Syriza possiede una forza all’altezza degli antagonismi, questo non traduce nel fatto nello stare sulla costellazione di quello che in Grecia si chiama “campo di sinistra”. La sua singolarità giace sulla sua capacità di operare all’interno del continuo, del diffuso, di cancellare le frontiere e spargersi nel tessuto connettivo, indipendente dalle professioni di fede ideologica o dalle identità sociali – cioè proprio si tutto ciò sui cui la governance estende i suoi meccanismi di dominazione e di sfruttamento e opera dispensando codici significanti e fissi. La liquidità dell’organizzazione non è impotenza o ironia post-moderna, ma potenza sociale di tipo nuovo.

Non sorprende, quindi, che la reazione emozionale della sinistra greca e mondiale di fronte al “passo indietro” di Tsipras conviva con l’indifferenza generale di coloro che non condividono i metodi obsoleti d’organizzazione e attuazione … della “sinistra.” Stiamo parlando della grande maggioranza della popolazione, che non ha gridato allo scandalo in coro con la “sinistra.” Se molti non condannano il governo greco per non aver provocato il Grexit, forse non è perché sono prigionieri nella caverna delle false idee, ma perché l’UE e l’euro, per loro, così come per gli indignati di Maidan, assumono un significato pragmatico e immediato.

Non si tratta solo, checché ne dica Zizek, semplicemente un ideale di Europa, ma, in primo luogo, della percezione che l’alternativa statalista e sovranista non costituisce nessuna alternativa, che questo discorso è tanto ideologico quanto alcun ideale di Europa. Statalizzare le banche, forzare il circolante nazionale e poi cosa? Un piano quinquennale? L’antieuropeismo di sinistra è solo riuscito a ripetere formule statocentriche del secolo passato o, magari, a fare vaghi riferimenti alla Russia o alla Cina, come se i BRICs potessero, in alcun modo, sostenere un progetto di contropotere.

In secondo luogo, si tratta della percezione che l’alternativa possibile, calcata nella creatività del ciclo nel quale Syriza è coinvolto, dipende ancora da una lunga coda di circuiti economici virtuosi, di alleanze e contagi. L’OXI è stato un no all’Europa della Troika che è oggi l’unica che esiste, tuttavia non ha significato, di maniera lineare, assumere alternative nelle quali le proprie persone non si vedono coinvolte. Non ancora. Il fatto che la Troika sia pronta a buttare dalla finestra uno stato-membro non è un segnale della sua forza, come se Schäuble, Merkel e Juncker fossero un nuovo potere sovrano all’interno dell’UE. Questo appello ad una politica “time-out” significa, al contrario, una debolezza che consiste nell’azionare la coercizione diretta. L’obiettivo del ricatto è smobilitare politicamente le alternative che si stanno preparando, di fronte ad un ciclo che va dall’Islanda ai riots inglesi, dal Portogallo all’Ucraina, impedendo così che la paura torni a cambiare di lato.

Durante le negoziazioni oltre a vanificare la possibilità della ristrutturazione finanziaria greca, a Bruxelles era in gioco lo strangolamento deliberato del primo governo di un partito forgiato dalle lotte antiausterità, servendo come esempio per altri vettori che si stanno costituendo, specialmente nel sud dell’Europa. Soprattutto in Spagna, dove la formazione di Podemos e le vittorie delle confluenze alle municipali di Madrid, Barcellona, Zaragoza e altre città, segnalano l’emergenza di alternative. Con Syriza sconfitto, sia tramite il Grexit, sia tramite un accordo insostenibile, la troika cerca di scongiurare l’alterità che continua a restare in agguato nelle nuove formazioni di partito e elettorali, che portano avanti gli antagonismi sul terreno istituzionale “hard”.

Nel frattempo, in Brasile il governo del Partido dos Trabalhadores, al potere già da 13 anni, prosegue con il saccheggio sociale. Non lo fa per essere “prigioniero delle circostanze”, ma per una doppia e cosciente scelta della quale il PT e la sua coalizione sono responsabili. Prima di tutto, l’imposizione della svolta autoritaria per la crescita economica, mediante deliranti e improduttivi sussidi alle grandi imprese automobilistiche, della carne e dell’edilizia, ai grandi lavori, mega dighe, mega eventi e alle gigantesche imprese dell’agrobusiness, tutto in funzione del progetto di un Brasil Maior (Grande Brasile).

Poi, mentre il Brasil Maior affondava nel bel mezzo del fallimento del progetto economico e dei successivi casi di corruzione sistemica, con l’imposizione dell’austerità neoliberale contro i poveri, la presidentessa appena rieletta ha dichiarato che l’austerity è salutare per il paese, mobilitando gli apparati dei vecchi movimenti e centrali sindacali che orbitano in torno ai finanziamenti pubblici per proteggerla dall’instancabile opposizione istituzionale e sociale.

In questo contesto, la lettura politica del passo indietro di Tsipras fatta in Brasile è emblematica di un’operazione di appoggio ad un governo di austerità che, curiosamente, riesce a presentarsi (almeno ideologicamente) come di sinistra o “progressista”, soprattutto fuori dal paese. Tutto ciò riciclando analisi di congiuntura che avrebbero avuto un grado di validità politica negli anni 2000, quando il lulismo in Brasile e gli altri governi progressisti dell’America del Sud contenevano brecce ed ambivalenze.

Oggi, questa manovra non è che un tentativo, sempre più vuoto, di prolungare all’infinito una pratica di governo che articola neoliberalismo e neo-sviluppismo, l’imperialismo americano e i BRICs (anche solo per valutare la convenienza tattica degli checks and balances della multipolarità). Questo spiega la fretta di domare l’esperienza di Syriza e così placare le inquietudini e le agitazioni tra le filiere di simpatizzanti, grandi o piccoli. Governisti e brasiliani di sinistra si sono ritrovati nel condannare Tsipras, da appena 6 mesi al governo del paese più colpito dalla crisi nell’Unione Europea.

I primi, adepti dell’estremismo di centro, si compiacciono con la capitolazione. Sarebbe la prova che non c’è alternativa, e che nel mondo di oggi la dialettica del meno peggio rimane inesorabile. Disapprovavano già le mobilitazioni fin da quella di Tunisi accusandole di non proporre un’alternativa di potere e continuano a condannarle oggi ancora.

Gli ultimi, acclamando un mistificante “potere popolare” o formule vuote dosate a partire dalla confortevole parola “stato”, si affrettano per smascherare ciò che sapevano sin dall’inizio: il tradimento di Syriza per aver ecceduto i movimenti sul terreno elettorale e istituzionale.

Il primo condanna Syriza per la mancanza, il secondo per l’eccesso, entrambi si completano nella loro mescolanza di vero cinismo e falso radicalismo. Ancora una volta, il moralismo impotente e l’immoralismo cinico del poter si autoalimentano tra loro, come abbiamo visto nelle elezioni di ottobre del 2014, nell’adesione di sinistra di “opposizione“ alla campagna governista della paura. Allo stesso modo equivocati, entrambi interpretano la vittoria della Troika su Syriza come l’atto finale di una tragedia. Per entrambi, niente di nuovo da vedere in Grecia, quindi, indietreggiare! Non possiamo condividere questo giro de 360 gradi. Per Tsipras e Syriza, guadagnare tempo non può significare prolungare la crisi all’infinito.

Non serve a niente scambiare la fine amara con un’amarezza senza fine, normalizzando nuovamente la crisi. Continuare a lottare, chiaro. E continuare a lottare senza perdere di vista il nuovo terreno nel quale opera la tendenza antagonista, in pieno secolo 21. Nel decennio del 1840, Marx e Engels non si sono stancati di criticare la Lega dei Giusti per il suo carattere settario e isolazionista, in un momento storico nel quale, alla luce dell’impasse, era necessario passare alla massificazione dei movimenti di classe.

Anche l’orizzontalità nutre una strana verticalizzazione quando interpreta il suo scollamento dalle dinamiche della vita sociale in chiave moralista di purezza. In questo modo, l’autonomia del politico si reintroduce nella figura della militanza irrigidita nei sui propri principi e metodi, ciò che corre il rischio di convertirsi ancora in un’altra teologia politica. Non era Marx che diceva che la grande maggioranza si smuove per interessi materiali e non per modelli utopici o appartenenza comunitaria? È per questo che il capitalismo funziona con tanta resistenza, visto che riconosce il denaro come unica autentica comunità. È in questo senso, nel passaggio dalla geometria (orizzontale e verticale) alla meccanica dei fluidi, dai collettivi e movimenti sociali alla società in movimento, che gruppi come Syriza e Podemos possono contribuire per l’intensificazione di un potere di rottura.

Traduzione di Lalita Kraus

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