Presentiamo un primo intervento di Slavoj Žižek, pubblicato il 6 luglio su New Statesman, all’indomani della vittoria del NO al Referendum greco. Il fatto che Bruxelles neghi che la trattativa con la Grecia nascondesse una questione ideologica, ha, invece, a che fare proprio con una manifestazione di ideologia allo stato puro ed è fattore sintomatico del nostro intero processo politico. Nei prossimi giorni pubblicheremo un secondo contributo di Žižek sempre sulla questione greca all’indomani dell’accettazione del Governo Tsipras del piano d’austerity imposta dalla troika.

Traduzione di Francesco Uboldi

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L’inatteso, forte No nel referendum Greco è stato un voto storico, svoltosi in una situazione disperata. Nel mio lavoro uso spesso la ben nota barzelletta, nata nell’ultima decade dell’Unione Sovietica, a proposito di Rabinovitch, un ebreo che vuole emigrare. Il burocrate all’ufficio emigrazione gli chiede perché e Rabinovitch risponde: “Ci sono due ragioni.

La prima è che temo che in Unione Sovietica i comunisti perderanno il potere e il nuovo potere darà tutta la colpa dei crimini comunisti a noi ebrei. Ci saranno pogrom anti-ebraici…””Ma”, lo interrompe il burocrate, “questo è puro nonsenso. Niente può cambiare in Unione Sovietica! Il potere dei comunisti durerà per sempre!”
“Beh,” risponde calmo Rabinovitch, “questa è la mia seconda ragione.”
Sono stato informato che una nuova versione di questa barzelletta sta circolando oggi ad Atene. Un giovane greco va al consolato australiano di Atene e chiede un visto di lavoro. “Perché vuoi andar via dalla Grecia?” chiede l’impiegato.
“Per due ragioni,” risponde il greco. “Prima di tutto, temo che la Grecia lascerà l’Unione Europea, il che porterà a ulteriore povertà e caos nel paese…”
“Ma,” lo interrompe l’impiegato, “questo è puro nonsenso: la Grecia resterà nell’Unione Europea e si sottometterà alla disciplina finanziaria”
“Beh,” risponde calmo il greco, “questa è la mia seconda ragione.”
Per parafrasare Stalin, entrambe le scelte sono le peggiori?

È venuto il momento di andare oltre i possibili errori tattici e di valutazione del governo greco. La posta in gioco è ora troppo alta.

Che una soluzione di compromesso sia stata sempre elusa all’ultimo momento nei negoziati tra la Grecia e gli amministratori dell’UE è in sé già profondamente sintomatico, dato che non riguarda effettive questioni finanziarie: a questo livello, la differenza è minima. L’UE di solito accusa i greci di parlare solo in termini generali, facendo promesse vaghe senza dettagli specifici, mentre i greci accusano l’UE di tentare di controllare anche i minimi dettagli e di imporre alla Grecia condizioni che sono più dure di quelle imposte al precedente governo. Ma ciò che si nasconde dietro queste disapprovazioni è un altro conflitto molto più profondo. Il primo ministro greco, Alexis Tsipras, ha detto recentemente che se dovesse incontrarsi da solo con Angela Merkel a cena, troverebbero una soluzione in due ore. Ciò che egli intende dire è che lui e Merkel, i due politici, tratterebbero il disaccordo come un disaccordo politico, al contrario degli amministratori tecnocratici come il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem. Se c’è un cattivo emblematico in questa storia è Dijsselbloem, il cui motto è: “Se mi riduco all’aspetto ideologico delle cose, non ottengo nulla”.

Questo ci porta al punto cruciale dell’intera questione: Tsipras e l’ex-ministro delle finanze Yanis Varoufakis, che ha dato le dimissioni il 6 Luglio, parlano come se fossero parte di un processo politico aperto, in cui le decisioni sono in ultima istanza “ideologiche” (ovvero basate su preferenze normative), mentre i tecnocrati dell’UE parlano come se tutto fosse una questione di misure regolatrici dettagliate. Quando i greci respingono questo approccio e sollevano questioni politiche più fondamentali, sono accusati di mentire, di evitare soluzioni concrete, e così via. È chiaro che la verità, qui, sta dalla parte dei greci: la negazione “dell’aspetto ideologico” rivendicata da Dijsselbloem è ideologia allo stato puro. Maschera (ovvero presenta in modo falso) come pure misure regolatrici da esperti ciò che è effettivamente radicato in decisioni politico-ideologiche.

A causa di questa asimmetria, il dialogo tra Tsipras o Varoufakis e le loro controparti UE appare spesso come un dialogo tra un giovane studente che vuole un serio dibattito su questioni base e un arrogante professore che, nelle sue risposte, ignora in modo umiliante il punto sollevato e sgrida lo studente su dettagli tecnici (“Questo non l’hai formulato correttamente! Non hai tenuto conto di quel regolamento!). Oppure, anche, come un dialogo tra una vittima di stupro, che disperatamente riporta ciò che le è accaduto e un poliziotto che la interrompe continuamente con richieste di dettagli amministrativi.

Questo passaggio dalla politica vera e propria alla amministrazione neutrale da esperti caratterizza il nostro intero processo politico: decisioni strategiche basate sul potere sono sempre più mascherate da regolamenti amministrativi basati su una neutrale conoscenza da esperti, e sono sempre più negoziati in segreto e imposti senza consultazione democratica. La lotta in atto è la lotta tra la Leitkultur (la cultura guida) economica e politica europea. I poteri UE sostengono lo status quo tecnocratico che ha tenuto l’Europa nell’inerzia per decadi.

Nei suoi Appunti per una definizione della cultura, il grande conservatore T. S. Eliot notò che ci sono momenti in cui l’unica scelta è quella tra l’eresia e il non credere, vale a dire, quando l’unico modo di mantenere viva una religione è di attuare una divisione settaria dal suo corso principale. Questa è la nostra posizione oggi riguardo all’Europa: solo una nuova “eresia” (rappresentata in questo momento da Syriza) può salvare ciò che vale la pena di salvare dell’eredità europea: la democrazia, la fiducia nelle persone, la solidarietà egualitaria. L’Europa che vincerà se Syriza sarà sconfitta sarà una “Europa con valori Asiatici” (i quali, chiaramente, non hanno niente a che vedere con l’Asia, ma hanno tutto a che vedere con l’attuale tendenza del capitalismo contemporaneo a sospendere la democrazia).

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Nell’Europa occidentale amiamo guardare alla Grecia come se fossimo distaccati osservatori che seguono con compassione e simpatia le difficoltà di una nazione impoverita. Questo confortevole punto di vista riposa su una fatale illusione: ciò che è accaduto in Grecia nelle ultime settimane ci riguarda tutti; è il futuro dell’Europa che è in gioco. Così, quando leggiamo della Grecia, dovremmo sempre tener presente che, come dice il vecchio adagio, de te fabula narratur (cambiati i nomi, la storia riguarda te).

Un ideale sta gradualmente emergendo dalla reazione dell’establishment europeo al referendum greco, l’ideale espresso al meglio dal titolo di un recente intervento di Gideon Rachman sul Financial Times: “L’anello debole [della catena NdT] dell’Eurozona sono gli elettori”.

In questo mondo ideale, l’Europa si libera di questo “anello debole” e gli esperti ottengono il potere di imporre direttamente le necessarie misure economiche — se anche delle elezioni si verificano, la loro funzione è solo di confermare il consensus degli esperti. Il problema è che questa politica degli esperti è basata su una finzione [fiction], “estendi e fingi” (extend and pretend: estendi nel tempo il periodo di rimborso, ma fingi che tutti i debiti saranno infine pagati).

Perché la finzione è così ostinata? Non è solo che questa finzione rende l’estensione del [pagamento del] debito più accettabile agli elettori tedeschi; non è solo che la ristrutturazione del debito greco può innescare richieste simili dal Portogallo, Irlanda e Spagna [Ž. non cita qui l’Italia, NdT]. Il fatto è che chi ha il potere non vuole davvero che il debito venga pagato completamente. I creditori e gli esattori del debito accusano i paesi indebitati di non sentirsi abbastanza colpevoli — sono accusati anzi di sentirsi innocenti. La loro pressione corrisponde esattamente a ciò che la psicoanalisi chiama “super-Io”: il paradosso del super-Io, per come la vedeva Freud, è che più gli si obbedisce, più ci sentiamo colpevoli.

Immaginate un insegnante feroce che dà ai suoi alunni compiti impossibili, e li schernisce sadicamente quando vede la loro ansietà e panico. Il vero obiettivo di prestare denaro al debitore non è di ottenere il rimborso con un profitto, ma il prolungamento indefinito del debito, mantenendo il debitore in uno stato permanente di dipendenza e subordinazione. Per la maggior parte dei debitori: perché ci sono debitori e debitori. Non solo la Grecia, ma persino gli USA non saranno in grado, nemmeno teoricamente, di ripagare il loro debito, come è ormai pubblicamente riconosciuto. Quindi ci sono debitori che possono ricattare i creditori perché non si può consentir loro di fallire (le grandi banche), debitori che possono controllare le condizioni del pagamento (il governo USA) e, infine, debitori che possono essere vessati e umiliati (la Grecia).

I creditori e gli esattori del debito sostanzialmente accusano il governo di Syriza di non sentirsi abbastanza colpevole: sono accusati di sentirsi innocenti. È questo che dà così fastidio all’establishment UE del governo di Syriza: che ammette il debito, ma senza colpa. Si sono liberati della pressione del super-Io. Varoufakis ha personificato questo atteggiamento nei negoziati con Bruxelles: ha completamente riconosciuto il peso del debito, e ha argomentato, del tutto razionalmente, che siccome la politica UE palesemente non aveva funzionato, occorreva trovare un’altra opzione.

Paradossalmente, il punto che ripetutamente Varoufakis e Tsipras hanno sollevato è che il governo di Syriza è l’unica possibilità, per i creditori, di ottenere la restituzione di almeno una parte del denaro. Lo stesso Varoufakis si è interrogato a proposito dell’enigma del perché le banche versavano denaro nelle casse greche e collaboravano con uno stato clientelare quando sapevano molto bene come stavano le cose — la Grecia non si sarebbe mai indebitata così pesantemente senza la connivenza dell’establishment occidentale. Il governo di Syriza è pienamente cosciente che la sfida principale non viene da Bruxelles: risiede nella stessa Grecia, uno stato clientelare, corrotto, se mai ce n’è stato uno. Ciò che deve essere rimproverato alla burocrazia UE è che, mentre criticava la Grecia per la sua corruzione e inefficienza, sosteneva proprio la forza politica (il partito Nuova Democrazia) che incarnava questa corruzione e inefficienza.

“Un uscita greca, o portoghese, o italiana dall’Eurozona porterebbe presto a una frammentazione del capitalismo europeo, creando una regione di serio surplus recessivo a est del Reno e a nord delle Alpi, mentre il resto dell’Europa sarebbe nella morsa di una feroce stagflazione. Chi pensate che beneficerebbe da questa situazione? Una sinistra progressista, che risorgerebbe come una fenice dalle ceneri delle istituzioni europee? O i nazisti di Alba Dorata, i neofascisti assortiti, gli xenofobi e i corrotti? Non ho alcun dubbio su chi dei due trarrà maggiore vantaggio da una disintegrazione dell’Eurozona. Per quanto mi riguarda, io non sono disposto a soffiare vento fresco nelle vene di questa versione postmoderna degli anni ’30. Se questo significa che dobbiamo essere noi, gli opportunamente inaffidabili marxisti, quelli che devono provare a salvare il capitalismo europeo da se stesso, così sia. Non per amore del capitalismo europeo, dell’Eurozona, di Bruxelles, o della Banca Centrale Europea, ma proprio perché vogliamo minimizzare il costo umano non necessario di questa crisi”.

La politica finanziaria del governo di Syriza ha seguito fedelmente queste linee guida: niente deficit, disciplina rigida, più denaro raccolto mediante le tasse. Qualche media tedesco ha recentemente caratterizzato Varoufakis come uno psicotico che vive in un suo universo differente dal nostro — ma lui è davvero così radicale?

Ciò che risulta così irritante di Varoufakis non è il suo radicalismo ma la sua moderazione razionale e pragmatica — se si guarda da vicino alle proposte di Syriza, non si può non notare che una volta erano parte dell’agenda standard social-democratica (nella Svezia degli anni ’60, il programma di governo era molto più radicale). È un triste segno dei nostri tempi che oggi occorra appartenere a una sinistra “radicale” per sostenere le stesse misure — un segno di tempi oscuri, ma anche un’occasione per la sinistra di occupare lo spazio che, decadi fa, era quello del moderato centro-sinistra.

Ma forse ripetere all’infinito quanto moderate siano le richieste politiche di Syriza, giusto la buona vecchia socialdemocrazia, in qualche modo manca il bersaglio — come se, a ripeterlo abbastanza spesso, gli eurocrati infine dovessero capire che non siamo davvero pericolosi e si decidessero quindi ad aiutarci. Syriza è in effetti pericolosa; pone effettivamente una sfida all’attuale orientamento dell’UE: il capitalismo globale odierno non può permettersi il ritorno al vecchio welfare state.

Quindi c’è qualcosa di ipocrita nelle rassicurazioni su quanto è moderato ciò che Syriza richiede: in effetti, richiede qualcosa che non è possibile all’interno delle coordinate del sistema globale esistente. Occorrerebbe una scelta strategica seria: e se fosse venuto il momento di lasciar cadere la maschera della moderazione e invece affermare il cambiamento molto più radicale che è necessario per ottenere anche un modesto risultato?

Molti critici del referendum greco hanno affermato che si è trattato di una pura sceneggiata demagogica, sostenendo beffardamente che non era chiaro cosa il referendum riguardasse. Se non altro, il referendum non era sull’euro o sulla dracma, sulla Grecia nell’UE o fuori: il governo greco ha ripetutamente enfatizzato il suo desiderio di restare nell’UE e nell’Eurozona. Ancora, i critici hanno automaticamente tradotto la questione politica cruciale sollevata dal referendum in una decisione amministrativa riguardo particolari misure economiche.

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In una intervista a Bloomberg del 2 Luglio, Varoufakis ha messo in chiaro la vera posta del referendum. La scelta era tra la continuazione delle politiche UE degli anni passati, che ha portato la Grecia al limite della rovina — la finzione “estendi e fingi” (extend and pretend: estendi nel tempo il periodo di rimborso, ma fingi che tutti i debiti saranno infine pagati) — e un nuovo inizio realista che non si basi più su queste finzioni, e che fornirebbe un piano concreto per cominciare l’effettivo recupero dell’economia greca.

Senza un tale piano, la crisi continuerebbe a riprodurre se stessa. Nello stesso giorno, perfino il FMI ha ammesso che la Grecia ha bisogno di un alleggerimento del debito su grande scala per creare “uno spazio di respiro” [a breathing space] e smuovere l’economia (propone una moratoria di 20 anni sui pagamenti del debito).

Il No nel referendum greco è stato quindi molto di più che una semplice scelta tra due approcci diversi alla crisi economica. Il popolo greco ha eroicamente resistito all’abominevole campagna di paura che ha mobilitato i più bassi istinti di auto-conservazione. Hanno smascherato la brutale manipolazione dei loro oppositori, che hanno falsamente presentato il referendum come una scelta tra euro e dracma, tra la Grecia in Europa e “Grexit”.

Il loro No è stato un No agli eurocrati che dimostrano quotidianamente che sono incapaci di trascinare l’Europa fuori dalla sua inerzia. Si è trattato di un No alla continuazione del business as usual: un grido disperato, che ci dice che le cose non possono continuare nel solito modo. È stata una decisione a favore di un’autentica visione politica e contro la strana combinazione di fredda tecnocrazia e torridi clichés razzisti sui greci pigri e spendaccioni. È stata una rara vittoria di principio contro l’opportunismo egoista e, in dei conti, autodistruttivo. Il No che ha vinto è stato un Sì alla piena consapevolezza della crisi in Europa; un Sì al bisogno di attuare un nuovo inizio.

Tocca ora all’UE, agire. Sarà capace di risvegliarsi dalla sua compiaciuta inerzia e di capire il segno di speranza inviato dal popolo greco? O sguinzaglierà la sua collera sulla Grecia al fine di continuare nel suo sogno dogmatico?

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