Premessa

La recente serie di attentati terroristi “islamisti” (ma anche nazisti) in Francia e in Austria, dopo quelli ancora più eclatanti del 2015, ha di nuovo suscitato sollecitazioni alla loro esecrazione indiscutibile, pena l’accusa di costituire una “sinistra pro-islamista” (islamo-gauchisme) come se si fosse difronte a una sorta di guerra civile in cui diventi decisivo isolare e sconfiggere il nemico interno (che sarebbero gli islamisti se non addirittura tutti i musulmani e i loro fiancheggiatori).

Per capire meglio l’effetto di questa crociata degli islamofobi – integralisti laicisti- contro islamismo, musulmani e sinistra presunta pro-islam, è però utile ricordare la storia dell’emergenza di questo terrorismo in Francia e poi in alcuni altri paesi europei e quindi esaminare alcune ipotesi interpretative in materia.

  1. Senza risalire a prima, constatiamo che dal 2015 in Europa gli attentati terroristi pseudo-islamisti non hanno smesso di susseguirsi, in particolare in Francia, in Belgio, nel Regno Unito, un po’ anche in Germania, Spagna e recentemente anche in Austria. Pur essendo la sede della Chiesa cattolica, sinora l’Italia ne è rimasta “immune” forse per la bravura dei suoi servizi segreti che sembra siano riusciti a trovare intermediari e baratti efficaci con i terroristi, anche attraverso la mafia, ma anche facendo affari direttamente con loro o talvolta pagandone il “pizzo” richiesto (ci tornerò dopo).

È un fatto che la Francia sia la più colpita (e già dal 1984) da attentati fra i più feroci (si ricordino quelli del Bataclan e della zona vicino alla Bastiglia nel 2015). Dopo questi attentati del 2015 soprattutto in Francia e in Belgio, ma anche nel Regno Unito, è emerso il discorso sulla “radicalizzazione” con cui diversi esperti e le stesse autorità definiscono il “passaggio all’atto” da parte degli autori di attentati, quasi sempre giovani nati da genitori immigrati originari di paesi musulmani, cresciuti in Europa e con cittadinanza di paesi europei. Ed emerge insieme il cosiddetto fenomeno dei foreign fighters, cioè questo tipo di giovani che sono a combattere con l’Isis e a volte tornano con l’intento di fare attentati (è il caso di alcuni ex foreign fighters autori degli attentati a Parigi e Bruxelles, il 13 novembre 2015 e il 22 marzo 2016)[1]. Già nel 2015 l’allora capo del governo Manuel Valls si lanciò in discorsi in termini di «guerra di civiltà», anticipando Macron a proposito del “separatismo islamista” inteso come nemico interno e promuovendo il fronte degli integralisti-laicisti francesi, cioè Printemps Républicain.

  1. Questi “combattenti” sono in maggioranza maschi adulti, ma ci sono anche donne, anziani e persino, al loro seguito, bambini; le principali zone in cui sono andati a combattere sono la Siria, l’Iraq e la Libia (prima l’Afghanistan, la Bosnia e sempre l’Iraq). Da parte dei paesi europei c’è ovviamente grande paura del loro ritorno dato che l’Isis sembra in declino. Secondo stime dei servizi segreti occidentali in totale sarebbero circa 60.000 provenienti da più di 110 paesi, fra i quali circa 5.000/6.000 dall’Europa (70% da Francia -circa 1.900 individui-, Regno Unito e Germania -poco meno di mille ciascuno- e Belgio -oltre 500). Circa il 30% di loro sarebbe già rientrato nel paese di origine. Secondo la ricerca ISPI di Marone e Vidino[2], i foreign fighters legati all’Italia sarebbero circa 130 secondo le Autorità italiane (cioè circa 2 per milione di abitanti, contro gli oltre 46 in Belgio, 33 in Austria, 30 in Svezia e 28 in Francia). Ma, a differenza degli altri, i foreign fighters conteggiati dalle Autorità italiane non sono cittadini italiani e/o residenti sul territorio nazionale (su 125 soggetti esaminati in dettaglio in tale rapporto soltanto 24 erano di nazionalità italiana (e di questi 10 con doppio passaporto). Il ridotto numero di questi combattenti legati all’Italia corrisponde alla relativamente recente “seconda generazione” di origine immigrata in Italia oltre che da uno scarso investimento di imam radicali nel nostro paese[3].

Tralascio ora il caso italiano appunto perché non è stato segnato da attentati. I casi francese, belga e inglese sono invece assai simili, e a questi si possono aggiungere quello tedesco e quello austriaco, tutti accumunati da una “vecchia” immigrazione e quindi ad una relativamente alta quantità di cittadini nati e cresciuti in questi paesi, figli di immigrati.

  1. Fabienne Brion è forse la più qualificata ricercatrice che da oltre vent’anni studia i cosiddetti problemi del governo dell’immigrazione e dell’integrazione e in particolare le diatribe prima sulla vicenda del velo (il foulard portato dalle ragazze figlie di genitori originari da paesi musulmani) e poi quelle relative alla cosiddetta radicalizzazione. A proposito della radicalizzazione e la fuga verso il jiad di alcuni giovani cittadini europei di fede musulmana lei scrive:

“Questo fenomeno non rappresenta solo un rifiuto radicale di alcune delle principali forme di assoggettamento della nostra società, ma anche un estremo e drammatico tentativo di soggettivarsi diversamente”[4].

Un trattamento molto spesso discriminatorio se non apertamente razzista colpisce i figli di immigrati che pur essendo cittadini del paese in cui sono nati e cresciuti constatano di non avere affatto gli stessi diritti dei loro coetanei di discendenza autoctona e di colore bianco. La realtà nuda e cruda mostra che questi giovani sono discriminati nell’accesso al mercato del lavoro, sono spesso presi di mira come sospetti delinquenti dalla polizia, sovente sono vittime di criminalizzazione razzista. Già dal 1985 buona parte di questi giovani si rivolta con le mobilitazioni antirazziste che hanno avuto un notevole successo in particolare in Francia. Ma alcuni (una piccola minoranza) hanno finito per approdare a un pseudo-islamismo radicale, cioè alla scelta di una rottura totale con la società adottando la causa del terrorismo feroce e della loro stessa immolazione. Già prima di questo fenomeno alla fine degli anni Ottanta Sayad mi raccontava di aver conosciuto un gruppetto di giovani algerini della periferia nord-est di Parigi che aveva formato una sorta di setta. Il loro rifiuto della società francese si era tradotto nello strappare la carta d’identità francese, nel rifiutare di conformarsi a usi, costumi e comportamenti correnti, nel rifiuto del consumismo sino a vivere nell’indigenza negli scantinati dei grandi palazzi delle case popolari.

Come osserva fra altri Garapon, gli autori degli attentati non hanno nulla a che vedere con i giovani che sin dal 1985 partecipano alle cosiddette rivolte delle banlieues. Il terrorismo islamista non denuncia il razzismo, ma in generale le umiliazioni nei confronti dei musulmani del mondo intero. La jihad è la guerra santa secondo una visione millenarista ed escatologica. A differenza dei terroristi del XX° sec., i jihadisti non si rivendicano come «resistenti», né come ribelli, ma piuttosto come soldati di un esercito divino, più martiri che militari. A differenza dei martiri cristiani, prima di essere perseguitati, si sacrificano.

Secondo Olivier Roy, noto islamologo ed esperto di terrorismo, “Non si tratta di una rivolta dell’Islam o dei musulmani, ma di un grave problema sociale che concerne gli immigrati di seconda generazione e i nuovi europei convertiti”. E aggiunge: “Il problema principale per la Francia non è il califfato del deserto siriano, che prima o poi svanirà come un miraggio diventato un vecchio incubo. Il problema è la rivolta dei giovani. Questa non è la radicalizzazione dell’Islam ma l’islamizzazione del radicalismo”.

In una buona rassegna delle tesi di diversi celebri esperti proposta da Rachida Razzouk[5] si mostrano molte dettagliate informazioni su diversi autori dei più noti attentati. Vi si nota in particolare che nella maggioranza dei casi non erano affatto degli asceti puritani ma al contrario persone dedite a uso e abuso di droghe e alcool, di postriboli ma anche di rapporti sessuali diversi e privi di un minimo di rigorosa formazione religiosa, ignoranti del Corano ma soprattutto fagocitati dalla spettacolarità del jiad.  Rachida Razzouk sottolinea anche: “Francia e Belgio sono forse i paesi, in Europa, il cui laicismo è forse più virulento. Francia e in Belgio, per esempio, sono gli unici paese europei a vietare il velo integrale nelle scuole pubbliche (e aggiungo, a escludere che una impiegata della pubblica amministrazione, fra cui la polizia, possa portare il chador, fatto normale nel Regno Unito). A questo si sommano non solo i retaggi del colonialismo ma gli atteggiamenti e le pratiche neocoloniali nei confronti dei figli di immigrati che hanno la nazionalità di questi paesi.  Nella deriva folle dei terroristi islamisti, la sola occasione di rigetto totale della società occidentale e di vendetta sembra essere un suicidio spettacolare, tragico, che infligga dolore agli innocenti e apra le edizioni straordinarie dei TG. Da notare che gli obbiettivi di questo terrorismo contro il mondo occidentale non colpiscono mai i palazzi di potere, le lobby, le autorità pubbliche, la finanza capitalista; le vittime sono sempre persone comuni colpite a caso, tranne per Charlie Hebdo e il prof. decapitato in Francia in ottobre 2020.

  1. Numerosi sono i profili di jiadisti analizzati da ricercatori attraverso ricerche autonome in carcere e altrove oltre a quelli elaborati da ricercatori che lavorano con le polizie.

Un jihadista racconta:

“È vero ho abbandonato gli studi. È stata una mia scelta, un suicidio volontario. Sono stato uno studente piuttosto brillante. Quando ho capito che il modo di vita che mi proponeva il sistema sociale francese o europeo e occidentale cercava di spossessarmi della mia identità musulmana, di disintegrarmi per farmi aderire ai cosiddetti valori nuovi, ho sentito che la mia personalità era in pericolo”[6].

Il jihadismo europeo non si spiega solo con l’esclusione sociale; diversi jihadistes, come Khaled Kelkal (coinvolto in alcuni attentati nel 1995 in Francia), sono diventati tali perché erano ben inseriti e con buone riuscite scolastiche, ma scoprivano il «malessere» connesso appunto a tale integrazione (ciò non dovrebbe stupire chi sin dal ’68 voleva rifiutare di essere «integrato»). Il rifiuto di far corpo e mente con il gruppo dominante, maggioritario, può condurre a un rigetto totale, all’odio profondo (Ibid., p. 230).

Ci sono anche alcuni jihadisti che nella prima parte della loro esperienza di vita sono scivolati nelle derive autodistruttive (droghe, alcoolismo) derive delle quali poi hanno accusato l’Occidente (sembra che questo sia stato il caso del capo del gruppo autore dell’attentato nel metrò di Londra, Seddeque Khan, ma anche di alcuni jiadisti francesi fra cui Merah). In tali casi la conversione a un pseudo-islam radicale[7] sembra che appaia come il riscatto di una vita dissoluta che va espiata con il sacrificio seguendo una visione escatologica (vedi Garapon[8]).

È ovvio che si tratta sempre di casi di fanatismo autodistruttore che comunque è ben spiegabile come uno dei possibili effetti della società contemporanea tanto quanto le derive estreme della tossicodipendenza. Ma è anche vero che i casi del terrorismo pseudo-islamista appaiono del tutto diversi e meno comprensibili rispetto per esempio ai terroristi palestinesi che avevano una causa politica ben precisa (ed erano “impazziti” per l’atrocità del massacro dei loro famigliari e l’impotenza nel rapporto di forze rispetto a Israele).

Secondo Raphaël Liogier, politologo da oltre vent’anni impegnato nelle ricerche sull’islamismo radicale ha analizzato i profili di decine di jihadisti o aspiranti- jihadisti francesi e scrive: “Nessuno di coloro che ha operato su suolo francese, da Mohamed Merah a quelli del 13 novembre 2015, è passato attraverso una formazione teologica o una graduale progressione della pratica religiosa. Sono persone che vivono già nella violenza, e poiché l’Islam è attualmente sinonimo di violenza anti-sociale, vogliono esprimere il loro desiderio di essere antisociali. Prendono delle impostazioni fondamentaliste, ma sono semplicemente delle impostazioni. Vanno di rado nelle moschee, pregano meno degli altri. Coltivano uno stile che io chiamo neo-afghano, alla ricerca di una sorta di romanticismo neo-guerriero”.

5. Tuttavia come suggeriscono diversi autori qualificati (come Brion, Bonelli, Garapon, Khosrokhavar e altri), le cause della deriva pseudo-islamista verso una folle[9] radicalizzazione hanno a che fare con ciò che è diventata la società capitalista nell’attuale fase liberista, nel neocolonialismo che riproduce razzializzazione e quindi ingiustizie insopportabili. Allora la scelta di fronteggiare tale terrorismo con la «guerra al fondamentalismo» è palesemente speculare alla deriva della jiad/«guerra santa». Una specularità che di fatto innesca un meccanismo di autoalimentazione reciproca. È appunto quello che sembra avvenga in Francia.

Il caso vuole che è dopo il discorso di acceso integralismo pronunciato da Macron venerdì 2 ottobre, il 16 ottobre un folle pseudo-islamista ha ucciso decapitandolo un prof. di storia di liceo perché in una lezione sulla laicità e contro l’integrismo ha mostrato le celebri vignette di Charlie Hebdo che denigravano il profeta.

Come abbiamo raccontato nell’articolo sul discorso di Macron, senza che allora ci fosse una qualche ragione in relazione a nuovi attentati pseudo-islamisti, questi ha lanciato una accesa filippica contro quello che lui chiama il “separatismo islamista” che ha descritto come un vero e proprio tentativo di colpo di stato islamista. Non pochi osservatori erano rimasti sorpresi da questa scelta, salvo a pensare che sia finalizzata a porsi come unico e solo candidato alle prossime presidenziali, sbaragliando ogni chance delle destre tutte e come referente del mondo dell’ex-sinistra che è diventato integrista laicista. Quindi un discorso a modo suo ecumenico che dovrebbe essere vincente in una Francia che così volta pagina rispetto al crollo dei consensi a Macron; un crollo accumulato a causa del movimento dei gilets gialli, poi della grande mobilitazione contro la riforma delle pensioni e in occasione della grande mobilitazione antirazzista guidata dal Comitato verità e giustizia per Adama Traoré (assassinato da poliziotti), una mobilitazione che in Europa ha fatto da sponda a quella del Black Lives Matter e degli antifascisti negli Stati Uniti, dopo l’assassinio di Floyd. Insomma Macron ha scelto di lanciare la guerra agli integralisti pseudo-islamisti facendo appello proprio all’integralismo laicista e razzista che caratterizza l’attuale congiuntura neocoloniale francese. Come prevedibile, questa guerra ha subito sollecitato la reazione dell’integralismo designato come nemico interno: l’assassinio del prof. di liceo. Non è infatti casuale che Macron aveva prescritto che dappertutto occorreva una lotta senza tregua all’islamismo radicale con anche direttive di tenere nelle scuole lezioni di laicità.

6. Sul caso del prof. Paty decapitato da un ceceno 18enne in Francia

Analizzando il caso del professore assassinato, Alain Brossat, filosofo di Paris VIII[10], non nasconde il suo sdegno per la crociata integralista, repubblicana-laicista, e afferma che per lui l’insegnante e il suo assassino sono entrambi vittime (il secondo, un “disperato ceceno 18enne” ucciso subito dai gendarmi) e, aggiungo, di questo speculare integralismo. E scrive:

“In una sorta di corso di educazione civica un insegnante mostra immagini a ragazzi di tredici anni. Il tema del corso è la libertà di espressione, prescritto dalle autorità dopo l’attacco ai locali di Charlie Hebdo. L’educazione civica è diventata “repubblicana” e la libertà di espressione è il suo mantra che serve a tracciare la linea di divisione tra il mondo dell’autoctonia assiologica e culturale e quello di questa quinta colonna plebea dai contorni variabili, sospettata di essere allergica e resistente ai “valori della Repubblica”. L’insegnante espone due presunti disegni satirici di Charlie Hebdo”. Ne consegue che: “la libertà di espressione, in generale e in particolare, è soprattutto questione di Charlie Hebdo, ossia Charlie Hebdo, è l’alfa e l’omega, la prova delle prove della libertà di espressione. Strana questa ossessione nel bel paese terra di diritti umani!” Perché non si prendono in considerazione altri argomenti, per esempio la possibilità per i detenuti di esprimere opinioni udibili al di fuori degli spazi carcerari sulle loro condizioni e la possibilità dei giovani delle banlieues di non essere perseguitati e di esprimere le loro rivendicazioni? “Ma no, l’insegnante, un po’ ‘formattato’ come tanti suoi colleghi dalle istruzioni calate dall’alto, ha una predilezione per Charlie Hebdo. Espone quindi le sue due immagini, pur ricordando che chi sarebbe restio a guardarle, visto il loro carattere un po’ provocatorio, può girarsi dall’altra parte. Qual è il significato o la qualità educativa di un gesto consistente nel mostrare immagini a una classe mentre indica che chi non le vuole vedere può allontanarsi da esse?… È per la libertà di espressione che gli alunni possono sentirsi liberi di guardare o non guardare…? Ma se la maggioranza guarda e qualcuno non guarda cosa succede? Non si traccia così la linea di demarcazione tra verità comprese nel campo del preteso spirito repubblicano e quello dei ribelli, dei refrattari, di coloro che resistono alle immagini repubblicane e che, proprio per questo, diventano sospetti? (se non filo-terroristi). Tutti avranno capito che quello che se non si vuole guardare è la Repubblica che è disdegnata; distogliere lo sguardo è una precoce violazione della disciplina repubblicana di cui la scuola ha la vocazione di instillare nei giovani” (aggiungo: vecchia tradizione di acculturazione autoritaria che discende dal passato assolutista francese /nos ancêtres le gaulois, slogan imposto a tutti anche ai corsi, agli occitani, agli antillesi e ai nativi della Nuova Caledonia).

“Ma queste stesse immagini, cosa dicono, cosa mostrano, cosa mettono in gioco? Non si producono così, abbastanza stupidamente, immagini che inducono ancora una volta all’indignazione inflitta consapevolmente e slealmente a coloro che intendono umiliare?

Parliamone lasciandoci guidare dalla mano esperta di Foucault quando analizza il quadro Las Meninas di Diego Velasquez all’inizio di Le parole e le cose o da Daniel Arasse nella sua magnifica analisi di tale quadro. Qui l’esercizio è più modesto e meno divertente perché si tratta di sezionare per autopsia documenti di barbarie. La vignetta più controversa, quello davanti al quale le anime sensibili (chissà perché…) sono invitate a distogliere lo sguardo, rappresenta un personaggio accovacciato, natiche tese, testicoli e pene penzoloni, pelosi e gocciolanti. Questo personaggio è inequivocabilmente designato come musulmano da due segni distintivi: lo zucchetto che gli copre la testa e la barba che gli copre il viso. Naso adunco e occhio sporgente che, in altri tempi, avrebbero probabilmente designato un altro alieno esposto a scherno e pubblica punizione (queste stimmate sono intercambiabili, circolano, in questo genere di caricature come il denaro contraffatto della persecuzione).

La postura, in tutto e per tutto grottesca e chiaramente oscena del prostrato, quella di una preghiera, ma anche, vista la nudità del soggetto, quella di un invito alla sodomia, suggerisce fortemente un tratto di animalità (piedi sovradimensionati e vagamente artigliato), ma anche di bestialità – qui è il subliminale che lavora, il buon vecchio inconscio coloniale – in ogni musulmano “buono” la cosa è famigerata, c’è un bastardo / figlio di p. che dorme… (si veda su questo argomento tutta questa letteratura orientalista…). L’espressione molto semplificata o stilizzata del volto, per così dire, del protagonista è un misto di devota stupidità e perversa bestialità – nell’imminenza dell’unione innaturale e, ovviamente, della sottomissione – un altro inesauribile cliché orientalista. Infine, ultimo ma non meno importante, l’ano del personaggio è ricoperto da una vasta stella gialla qui distintamente associata all’Islam (anche qui basta un piccolo spostamento per confermare il cambio di capro espiatorio, la stella gialla). Un segno in aggiunta alla battuta che compare nella didascalia sopra il disegno: “Mahomet: è nata una stella!”.

Senza dubbio, quindi, essendo il chiodo così pesantemente piantato, il devoto sodomita è il Profeta stesso, ma anche qualsiasi musulmano maschio sarà chiamato a vedersi designato, deriso, disprezzato e umiliato (perché in fondo, è ancora, nel gioco tossico tra “noi” e “te”, questo grido del cuore più o meno esplicito: “Noi (noi) fottiamo voi arabi musulmani e tutto il vostro seguito!”). La domanda è quindi la seguente: qual è esattamente la qualità pedagogica intrinseca di questa immagine, un misto di sporco e deliberato oltraggio contro una religione (una fede che quello di una frazione significativa dei lavoratori di questo paese), pornografia di basso livello e cliché neocoloniali indistruttibili? Qual è esattamente la qualità e la vocazione educativa del gesto consistente, per un insegnante, nell’esporre questa caricatura, non per analizzarne i segni o per decifrarne le implicazioni, il subliminale, ma per abbinarla a un bla bla sulla “libertà di espressione” il cui fondo consisterà nell’attaccare questa follia: più il disegno è offensivo per alcuni, volgare sotto tutti gli aspetti, nullo nella qualità estetica, e più la “libertà di espressione” si vuole convalidata e accresciuta.

È proprio nell’abiezione che il valore o un principio è intriso: se si desidera una definizione di nichilismo o un’illustrazione della svolta nichilista degli standard oggi, non c’è bisogno di cercare oltre, eccoci al nocciolo della questione. Il problema è, tra l’altro, l’entusiasmo con cui almeno alcuni docenti entrano in questa spirale nichilista. Ben oltre il tempo del graduale abbandono, siamo entrati nel tempo dell’auto-lobotomizzazione collettiva. La cosiddetta normatività repubblicana che qui cerca di imporsi al punto da fare della presentazione della vignetta disgustosa e nauseabonda di Charlie Hebdo la quintessenza del gesto educativo, gesto spiccatamente eroico quando la vicenda gira male. Nel mondo reale, o, più sobriamente, nel mondo di ieri, questo tipo di disegno è immediatamente associato prima all’oscenità, poi all’incitamento all’odio… Con un colpo di forza discorsivo e normativo la vignetta diventa un manifesto a favore della libertà di espressione, dell’Illuminismo e dei valori della Repubblica”. Un’operazione che davvero è diventa un’aberrazione collettiva, ma i media del nostro paese hanno sposato la causa della libertà d’espressione repubblicana simboleggiata da Charlie Hebdo.

Aggiungo, perché l’indiscutibile condanna totale del massacro dei redattori di Charlie Hebdo deve implicare la consacrazione della vignetta a emblema della liberta d’espressione?

Abbastanza turbata dopo l’assassinio del collega decapitato, un’amica insegnante di liceo in Francia mi scrive:

“Gli insegnanti sono presi in ostaggio del potere politico poiché siamo obbligati ad applicare i programmi, le regole del laicismo ecc… mi sembra anche che ci abbandonino al minimo incidente … è vero che oggi in Francia abbiamo un vero problema nell’insegnare certe cose o nel discuterne perché gli alunni sono all’erta e ora la legge di dio prevale sulla conoscenza e le opinioni sull’educazione. Come insegnanti, abbiamo visto i nostri studenti indossare il velo all’uscita dalla scuola superiore non appena è stata introdotta la legge contro il velo, poi abbiamo avuto una formazione obbligatoria sull’educazione morale e civica, ecc. ecc. e ogni volta veniamo presi in ostaggio. Lì non è più un ostaggio, si decapita tramite i social network… e continueremo a sopportare misure stupide da parte del governo… il che non significa che ci sia un problema…”

Di fatto gli insegnati sono vittime del gioco dei fondamentalismi opposti (quello del governo e quello degli pseudo-islamisti) che si nutrono a vicenda. La decostruzione del discorso degli integralisti sia pseudo-islamisti che pseudo-repubblicani-universalisti per tornare al vero laicismo sembra non avere spazio. Il vero laicismo dovrebbe prendere le distanze da tutti gli integralismi e sapere sempre come decostruire il discorso ideologizzante che porta a questi. Non è facile ma è una questione di pratica permanente. Il discorso sulla laicità che il governo pretende di far trasmettere agli studenti non è per niente laico è puro ideologismo che alimenta lo pseudo-islamismo simmetrico a quello pseudo-repubblicano-laicista. Non ci sono paesi veramente laici, ma l’ideologismo che oggi trionfa in Francia non esiste in altri paesi occidentali.

7.Ma ecco che dopo l’assassinio del prof. di liceo l’esasperazione del sospetto sembra si sia generalizzata al punto di spingere alcuni insegnanti a segnalare subito alla polizia qualche alunno -si parla di ragazzi fra i 10 e i 16 anni ̵