La letteratura post-strutturalista, post-operaista e movimentista degli anni Settanta e Ottanta del Novecento – o, almeno, di un certo “novecento” – ha messo su un’architettura concettuale fondata sull’economia di Marx, sulla politica di Spinoza e sull’etica di Nietzsche. Così, dall’etica alla politica, dalla letteratura all’economia, dalla musica agli slogan, quel ventennio di lotte selvagge – quell’anomalia (selvaggia) italiana – ha saputo condensare lotta di classe e società, saperi e conflitto, economia e cultura, arte e scontro anche fisico col potere costituito. Dalle piazze, dai cortei, dagli assalti e dalle ritirate, dalle assemblee e dalle pratiche quotidiane di quegli anni, sono giunti fino ad oggi idee, concetti, pratiche, strumenti, metodi oggi più attuali  che ieri.

Il Settantasette, in particolare, ha rappresentato allora un domani; oggi stiamo vivendo il domani di allora, e il domani non può continuare a governarci ancora a lungo. Il concetto di divenire, il materialismo sfrenato, l’eliminazione del rapporto  di causalità e il dominio della casualità aprirono la strada al possibile, alla necessità, al possibile necessario e alla necessità del possibile[1]. Tuttavia, oggi l’ingovernabilità della moltitudine – o delle moltitudini? – ha portato all’esasperazione dei progetti e dei sogni della vecchia sinistra, tra socialisti cialtroni e neoliberisti travestiti, che cavalcano l’onda dell’atomismo sociale, della solitudine, della tristezza. Il divenire, oggi, non è più tanto sinonimo di gioia, è sempre più sintomo di frustrazione, isolamento, tristezza, dominio del sé su se stesso. Il divenire, che allora fu un divenire rivoluzionario, è tornato ad essere un divenire reattivo.

Dal divenire rivoluzionario al divenire reattivo – e viceversa

La centralità del divenire si ha, nei movimenti post-sessantottini, a partire dallo sgretolamento delle chimere che avevano a lungo nutrito la critica marxista tradizionale, e infarcito buona parte della filosofia politica dell’epoca. Parliamo dei concetti di Stato-piano, di organizzazione tradizionale del partito (il partito di classe, il PCI), del fordismo, della centralità del soggetto-lavoratore come soggetto unitario (il cosiddetto “lavoratore-salariato-maschio-etero”). Il divenire, dunque, si instaura in una condizione di stretto legame fra possibile e necessità, nella mancanza – o, meglio, nell’inutilità e pericolosità – di strutture in grado di condurre da avanguardia il proletariato. Ma il divenire non è qualcosa legato solamente ai soggetti e alle forze messe in campo nel conflitto; è bensì il frutto anche della rivoluzione dell’idea di spazio-tempo. Si tratta di una totalizzazione spaziale delle rivendicazioni, delle lotte, del conflitto, dello scontro; il tempo diviene “tempo del movimento”, è cioè il movimento a dettare il tempo, la necessità, la possibilità di una imminente rivoluzione.

In questo quadro di stravolgimento non solo politico, non solo ideologico, non solo socio-economico, ma anche e soprattutto ontologico ed etico, il divenire presenta una pregnanza fortemente rivoluzionaria. È qui che il divenire è divenire-rivoluzionario. Il superamento della condizione di lavoratore salariato viene felicemente e gioiosamente accolto dalla gioventù dell’autonomia, quella gioventù ben descritta come “soggetto letterario rivoluzionario” da Balestrini, e anticipata un buon decennio prima da Mario Tronti. La condizione del superamento ben combacia con la trasmutazione, la mezzanotte nietzscheana, il divenire superuomo.

Il soggetto-in-lotta postumano, oltreumano, che abbandona la propria condizione di uomo, di lavoratore fordista, è già interpretata come necessaria in Operai e capitale: «Per lottare contro il capitale, la classe operaia deve lottare contro se stessa in quanto capitale […] Lotta operaia contro il lavoro, lotta dell’operaio contro se stesso come lavoratore»[2]. Questo passo di Tronti, pubblicato nel 1966, è la rottura di tutti i legami esistenziali con la struttura del capitale, dalla quale deriva la propria condizione di sfruttati; ed è superamento della stessa definizione ontologica dell’operaio come lavoratore sfruttato, come parte del capitale, come forza reattiva. Tronti è caparbiamente nietzscheano quando scrive queste parole, che tanto somigliano a quelle di Zarathustra: «Io amo colui che vive per conoscere e che vuole conoscere perché un giorno viva il superuomo. Così egli vuole il proprio tramonto»[3]. È il tramonto del soggetto fordista, del lavoratore materiale, del soggetto rappresentabile dal sindacato e dalla struttura organizzata del PCI.

Tuttavia, la pregnanza etico-politica e antropologica della ragione postumana è innanzitutto un atto di creazione. È una creazione spinoziana, è concatenamento di corpi, di distruzione di corpi, di assemblaggio: il Settantasette è un’officina politica, nella quale vengono composti i mille piani della rivolta, della critica, della pratica rivoluzionaria. Balestrini, in Vogliamo tutto, presenta il conto di questo processo politico, esaltando la pars costruens, necessaria conseguenza metodologica della pars destruens: «Ma adesso la cosa che li faceva muovere più che la rabbia era la gioia. La gioia di essere finalmente forti. Di scoprire che ste esigenze che avevano sta lotta che facevano erano le esigenze di tutti era la lotta di tutti»[4].

Ecco perché tale divenire, tale “andare avanti”, tale superamento di sé era rivoluzionario. Perché scuoteva nelle viscere più profonde un altro divenire, quello reattivo, proprio del Capitale. Ed ecco la necessità di un superamento di sé come capitale, cioè una lotta operaia contro la classe operaia. Era tempo di sganciarsi da qualsivoglia rappresentazione e riproduzione del potere costituito, il tempo della necessità di una battaglia endemica ed estrema che vedeva come nemici prima di tutto se stessi.

Con la disfatta delle lotte di quegli anni, con le carcerazioni, gli agguati, le torture, le morti, gli ergastoli, il divenire ha perso – o sembra aver perso – la sua caratteristica rivoluzionaria. Ma la rivoluzione non ha perso il suo corso, l’economia, la composizione di classe, le disfatte del centro-sinistra lo dimostrano. Il General Intellect sfugge non solo al capitale, ma anche ai suoi agenti travestiti di rosso. E così le soggettività si trovano in balìa del divenire, non ne fanno una totalità da spingere contro i poteri costituiti, ne sono vittime. Ma fino a che punto?

Il divenire è un processo orizzontale, non lineare, nomadico. Il divenire non si costituisce per legami binari di causa-effetto, ma di quasi cause e di assemblaggi di corpi. Il lavoro immateriale, le sue reti, le sue piattaforme, i suoi spazi, sono tutti nomadi. Il dibattito in corso sul welfare del comune, del sindacalismo sociale, delle realtà di base ne costituiscono la prova.

Le forze, i sintomi, il conflitto: General Intellect e capitale

Come su detto, il pensiero forte che animò il secondo biennio rosso italiano (sessantotto e sessantanove) e i due decenni successivi, partiva da altri pensieri forti – Spinoza, Marx, Nietzsche – e da un metodo forte – quello della pars costruens e della pars destruens, quello del “dentro e contro”. Oggi sembra quasi impossibile ripristinare il tiro della critica totale, quello della radicalizzazione della critica kantiana avvenuto nel Nietzsche più maturo ad esempio. Tuttavia, come sempre, non si tratta di ripristinare un’ideologia e di scrostarla dalla propria muffa e ruggine; la questione che si pone, qui, è di riprendere le fila di un metodo – ancora praticato – e di usarlo come aratro per il terreno di lotte che oggi dovrebbe investire un movimento rivoluzionario.

Dunque, la critica totale. Nietzsche, attraverso la sua fisica e biologia, ha dimostrato che la storia non è solo storia dei conflitti (Marx docet), ma che anche le forze stesse sono conflitti in itinere. Da qui, la biologia nietzscheana si fonda sul rapporto tra qualità e quantità di forze[5], e la sua fisica è una fisica di queste forze. È merito di Tronti aver concettualizzato l’equazione proletariato uguale forza attiva e capitale uguale forza reattiva, che si ricava dal presupposto che «le lotte operaie determinano lo sviluppo capitalista»[6]. Tale rivoluzione copernicana avvenuta nel primo operaismo, quello dei “Quaderni rossi”, ha come primo effetto quello della fortificazione del metodo e dei contenuti, della costituzione di un punto di vista immediatamente conflittuale. E il conflitto è quello tra forze attive e forze reattive.

Come sviluppato in un testo a cui sto lavorando, la forza attiva del nostro tempo è il General Intellect, mentre il capitale svela nuovamente il suo essere forza reattiva. Ma c’è un’enorme differenza fra General Intellect e forza-lavoro materiale (per fortuna!): mentre la seconda poteva subire – come ha subito – un divenire-reattivo, poiché è un assemblaggio tra potenza e atto, la prima è una forza nella quale potenza e atto sono uniti indissolubilmente. In altri termini, il prodotto materiale della forza lavoro di un operaio è ben dissociabile dalla forza lavoro, mentre il prodotto – materiale e non – del General Intellect è espressione del General Intellect, è immanente ad esso.

Il passaggio da un’organizzazione del lavoro (e della vita) taylorista-fordista all’attuale biocapitalismo è stato a tutti gli effetti una mezzanotte nietzscheana. E, di fatti le forze hanno mantenuto la loro essenza, modificando i propri tratti di superficie, le proprie quantità di potenza e di forza, insomma le proprie condizioni esistenziali e d’esistenza. Infatti, il capitale, oggi, ha molti tratti del “primo” capitale, quello oggetto della dura critica di Rousseau: un capitale che vive di rendita, ma che è ancor più soggetto alla forza del lavoro. Anche il lavoro è tornato ad essere schiavitù stricto sensu, dall’organizzazione della vita alla retribuzione, ma ha acquistato in più una volontà di potenza mai vista, quella della vita stessa.

L’atto di questa mezzanotte nietzscheana, tuttavia, non ha solo trasmutato le forze e accentuato il loro rapporto di conflitto, ma ha sconvolto il terreno stesso dello scontro e dell’incontro. Si è passati, e questo sia operaisti che post-operaisti lo registrano a loro tempo, dal terreno della fabbrica al terreno della società. La questione degli spazi ha condizionato le teorie del marxismo eretico di quegli anni, spingendolo verso una lettura spinoziana dell’organizzazione politica. Il terreno del conflitto e il conflitto stesso hanno assunto caratteristica di totalità, di totale invasione delle coordinate spazio/temporali. Tutto è politico, lo fu a partire dal ’68 e lo è ancor più oggi, e ovunque si esercitano il conflitto, il potere, il contropotere: qualunque spazio e tempo della vita è caratterizzato tanto dalla reazione del controllo e della direzione del capitale tanto dall’azione creativa del lavoro.

Breve spunto per un’organizzazione del General Intellect

Dunque, da questi presupposti teorici si può pensare una nuova e differente maniera di praticare e vivere la politica: «la concreta appropriazione e riarticolazione del sapere/potere oggi congelato negli apparati amministrativi degli Stati». A partire da ciò, il conflitto può passare dal totale spontaneismo ad un’organizzazione che sia in grado di essere intanto plurale e orizzontale, e soprattutto di riuscire non solo a includere, ma anche a radicalizzare la lotta e i soggetti in lotta. Ecco perché una rivendicazione come quella di un  reddito di cittadinanza può davvero risultare il punto di svolta per un divenire-rivoluzionario delle soggettività precarie e autonome: e non solo. Il reddito di cittadinanza ha un carattere fortemente rivoluzionario perché va a costituire il lavoratore, al di là dell’occupazione e della disoccupazione, in una dimensione che può una volta per tutte rompere la corruzione che la forza reattiva del capitale opera sulla forza attiva del lavoratore (il rapporto salariale). Tale è il passaggio obbligato per la messa in atto di un’organizzazione a carattere moltitudinario: la messa in gioco, sul piano rivendicativo e pratico, delle rivendicazioni di potere e di libertà dei saperi. Non significa fare la rivoluzione, non abbiamo bisogno di sognare alcuna rivoluzione; abbiamo bisogno, unicamente, di organizzarla, la rivoluzione. E un reddito che va a redistribuire la ricchezza, va a rompere il rapporto salariale e la condizione a sé e in sé del lavoro, va a totalizzare il campo della lotta anche a livello economico, può accendere quella tanto attesa scintilla nel deserto desolante della guerra sociale

NOTE

[1] A. Negri, Spinoza, DeriveApprodi, Roma 2006, pp.291-292

[2]  Mario Tronti, Operai e capitale, DeriveApprodi, Roma 2006, pp.262-263.

[3] Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, prefazione.

[4] Nanni Balestrini, Vogliamo tutto, DeriveApprodi, Roma 2013, p.169.

[5] Gilles Deleuze, Nietzsche e la filosofia, Einaudi, Torino 2002, p.77: «Essa (la volontà di potenza, NdR), si aggiunge alla forza come principio interno di determinazione della qualità di quest’ultima entro un rapporto (x+dx) e come principio interno di determinazione quantitativa di questo rapporto stesso (dy/dx)»

[6] Mario Tronti, Nous opéraïstes, éditios d’en bas, Paris 2013, p.46.

Immagine in apertura: Symbol di Elio Copetti

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