Negli ultimi mesi Milano è stata al centro delle cronache e anche di molte iniziative politiche dal basso. Per un verso i tanti scandali politico-urbanistici, per un altro – strettamente intrecciato – la condizione sempre più insostenibile del vivere e dell’abitare nella “città modello”; a tenerli insieme la teorizzazione di diversi assessori e amministratori locali che dicono che Milano può solo essere così, che le città possono essere così, che l’alternativa è l’abbandono dei capitali internazionali e la fine anche delle briciole che oggi cadono dal loro tavolo. A tenerli insieme anche la guerra agli spazi sociali della città, pensando in particolare al Leoncavallo sgomberato e al Cantiere sotto sgombero.

Molte analisi sono state proposte, tra cui l’importante ebook che raccoglie i testi usciti su Effimera. Diverse iniziative politiche dal basso hanno chiesto e affermato una città diversa, più giusta: il corteo per il diritto alla casa il 3 luglio, il corteo nazionale del 6 settembre in difesa degli spazi pubblici autogestiti. Un’energia politica e civile enorme ha attraversato i cortei degli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre per Gaza.

In questo contesto, i quartieri popolari – in senso stretto quartieri di proprietà pubblica e in senso lato periferie sociali e urbanistiche della città – hanno una posizione contraddittoria. Per un verso sono al centro del discorso, principalmente come spazio prezioso e sottratto al mercato che deve essere difeso dalla gentrificazione; per un altro verso però rischiano di restare poco visibili nella loro concretezza di luoghi e di soggetti, individuali e collettivi, che li abitano e vi si organizzano. Ne abbiamo ragionato con il Comitato Inquilini Aler Torri Saponaro (Gratosoglio, periferia sud della città) in questo articolo-intervista pubblicato sulla rivista “gli asini”. Pubblichiamo qua il testo, breve ed essenziale, che il Comitato ha letto quando la manifestazione del 31 ottobre “Soldi ai quartieri, non alla guerra”, promossa dal Coordinamento “Milano Sud contro il la guerra e il riarmo”, è arrivata alle Torri di Gratosoglio.

Sabato prossimo, 22 novembre, dalle 15 a Piazzale Loreto, ci sarà un importantissimo corteo per il diritto alla casa e alla città, promosso e organizzato dal Coordinamento 3 Luglio per il Diritto alla Casa e la Città Pubblica.

Il testo del Comitato e le questioni che solleva nell’intervista ci sembrano un ottimo invito a non mancare! (D. C., V. P.)

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Le periferie sono abbandonate prive di servizi e interventi sociali, in quartieri come il nostro mettono tutto ciò che il ricco centro non vuol vedere.

Nelle nostre torri Aler stanno rifacendo le facciate, il cappotto per l’efficientamento energetico, ma le nostre case popolari cadono a pezzi: finestre marce, riscaldamenti rotti, tubi che perdono, ascensori fermi.

Non basta un cappotto termico per nascondere il degrado e i disagi.
Non è l’intonaco, il trucco rifatto che serve: servono soldi veri, manutenzioni vere, rispetto vero per chi abita qui.

Perché chi vive qui deve fare i conti con salari bassi, bollette alte, lavori e salute precari, affitti e spese che salgono.

Qui il problema dell’abitare non è solo per chi vive nelle case popolari ma è anche di chi non ha la casa e si ritrova a dormire sulle nostre scale, nei nostri box e ogni anfratto dove si può trovare riparo.

Ci dicono che “non ci sono soldi” per fare gli interventi di manutenzione per le case popolari e nemmeno per i servizi per il territorio.

Ma i soldi ci sono – solo che vanno altrove: alle guerre, agli armamenti, agli interessi dei potenti. E mentre loro si arricchiscono, i nostri quartieri vengono lasciati soli, sorvegliati e dimenticati.

Noi diciamo basta.

Vogliamo soldi per le case, per le scuole, per i quartieri, non per le guerre.

Vogliamo comunità vive, case dignitose, quartieri solidali dove nessuno resta chiuso in casa a subire in silenzio.

Gli inquilini delle torri Aler di Via Saponaro stanno tentando di autorganizzarsi e invitiano tutti gli inquilini delle case popolari a fare lo stesso perché nessuno ci difenderà  e nessuno sistemerà le nostre case, solo noi possiamo autorappresentarci e far sentire le nostre voci.

È un momento difficile, il lavoro è tanto e il percorso è lungo ma è necessario creare unità.

Ripartiamo da qui, dalle periferie, da chi non si arrende e continua a resistere ogni giorno, con dignità.

Perché la pace non si costruisce con le armi – si costruisce con la cura, con la solidarietà, con la giustizia sociale.

Per fermare la guerra, dentro e fuori i nostri confini.

Soldi per i quartieri, non per la guerra.