Pubblichiamo la recensione, a cura di Giulio Pennacchioni, del libro Il corpo dell’Antropocene. Come il mondo che abbiamo creato, di Vybarr Cregan-Reid, Codice Edizioni (2020). Si tratta della traduzione italiana di Primate Change: How the world we made is remaking us, uscito nel 2018 per Octopus Publishing Ltd.

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Vybarr Cregan-Reid, l’autore, attualmente insegna all’Università del Kent, in Inghilterra. Lavora per la BBC e scrive per il “Guardian”, il “Washington Post” e altre testate. Prima di quest’opera ha pubblicato nel 2016 Footnotes. How Running Makes Us Human e i suoi studi tendenzialmente indagano la relazione esistente fra i cambiamenti del mondo esterno in cui l’essere umano abita e le conseguenti trasformazioni o abitudini che prende il suo corpo. Nello specifico, Il corpo dell’Antropocene è il tentativo di mostrare le novità del nostro corpo proprio a partire da quell’epoca geologica definita Antropocene.

 

Il corpo antropocenico

L’aspetto dell’essere umano e il modo in cui si muove e compie varie attività nella vita di tutti giorni è profondamente cambiato da quando Homo sapiens ha messo piede per la prima volta sul pianeta, probabilmente più di 300.000 anni fa. Da allora non vi è stato un processo di evoluzione sostanziale, ma si sono sviluppate molte attività umane e nel frattempo è stato l’ambiente esterno ad aver cambiato Homo sapiens. In particolare, si è giunti in un’epoca storica che viene sempre più distinta per l’enorme impatto che la nostra specie ha sull’ambiente che lo circonda.

Le epoche geologiche sono state definite nel diciannovesimo secolo, anche se in quel momento non si poteva prevedere quanto lo sviluppo tecnologico ci avrebbe consentito di andare indietro nel tempo. Nello specifico, con la scoperta della datazione radiometrica all’inizio del ventesimo secolo, la storia geologica del nostro pianeta è diventata molto più lunga spingendosi fino a 4,5 miliardi di anni fa. Tuttavia, rimane difficile definire con precisione in che epoca geologica si sta vivendo oggi; meglio: la risposta non è una sola.

La prima, più tradizionale, è che dalla fine dell’ultima glaciazione, circa 11.700 anni fa, si sta vivendo nell’Olocene. Quest’epoca è una fase relativamente stabile e calda nella storia della Terra, seguita a un periodo glaciale che, come sottolinea Vybarr Cregan-Reid, è durato 100.000 anni. Uno degli elementi che è necessario comprendere è che per Olocene si intende un periodo di tempo relativamente breve; l’epoca precedente, il Pleistocene, è durata 2,5 milioni di anni. L’autore sottolinea proprio come in particolare l’ultima glaciazione ha avuto pesanti effetti sul corpo umano: ci furono almeno venti cicli di congelamento e riscaldamento e in media le temperature globali furono inferiori di cinque gradi rispetto alle attuali. Il pianeta era più arido e nell’atmosfera c’era molta meno acqua, visto che la maggior parte sarebbe stata bloccata nelle spesse calotte glaciali. Era un ambiente difficile per Homo sapiens e se non fosse stato per queste condizioni, forse oggi sul pianeta esisterebbero ancora specie umane diverse dalla nostra.

La seconda possibile risposta è che si sta vivendo nell’Antropocene (dal greco anthropos, “umano” e kainos, “recente” o “nuovo”). Il termine è stato coniato da premio Nobel Paul Jozef Crutzen, chimico dell’atmosfera[1] (sebbene, già nel 1873, il geologo italiano Antonio Stoppani aveva usato una parola simile parlando dell’era antropozoica). Il nome è a un passo dal riconoscimento ufficiale. Gli studiosi che si occupano di quali tempi e nomi bisogna ammettere sono i membri della International Union of Geological Sciences (IUGS), fondata nel 1961 con l’intento di avviare una cooperazione internazionale nel campo della geologia. Nel 2009 è stato istituito un gruppo di lavoro a cui è stato chiesto di raccogliere prove della peculiarità dell’Antropocene. Il gruppo di lavoro ha stabilito che esistono prove inequivocabili del fatto che il pianeta, la sua atmosfera, gli oceani e la natura sono stati permanentemente modificati dagli esseri umani. A partire da questa nuova epoca si può notare un picco improvviso di nuovi minerali sul pianeta e inoltre sono stati rinvenuti dappertutto isotopi radioattivi derivati dai numerosi test nucleari e i livelli pericolosamente elevati di fosfati e nitrati nei suoli costituiscono una prova ulteriore (si pensi al film Erin Brockovich. Forte come la verità di Steven Soderbergh).

L’effetto della nostra attività sul sistema Terra, tuttavia, non si limita a questo, ma si volge anche in senso opposto: verso il nostro corpo. Vybarr Cregan-Reid mostra come il corpo dell’uomo dell’Antropocene è cambiato non come risultato dell’evoluzione, ma in risposta all’ambiente che ha creato egli stesso. Con le nuove scoperte scientifiche, gli esperimenti in vivo, le modalità di lavoro diverse, le trasformazioni del panorama sociale e innumerevoli altri cambiamenti, miglioramenti e innovazioni, il mondo che è stato modificato ci ha, a sua volta, silenziosamente cambiato.

Quest’opera mostra come le rivoluzioni che hanno segnato la storia dell’umanità sulla Terra (cognitiva, agricola, scientifica[2]) hanno cambiato l’ambiente esterno, ma anche il nostro modo di vivere ne è uscito con profondi cambiamenti, che hanno introdotto o accelerato significativamente molte delle patologie esistenti:

«Se l’ambiente creato dall’uomo è responsabile di un’ampia varietà dei problemi di salute come obesità, malattie mentali e morti premature, allora è venuto il momento di smettere di attribuire la colpa individualmente a chi non ha grandi possibilità di scelta, magari perché vive in contesti patogenici e obesogeni. È tempo di guardare più da vicino il mondo che abbiamo prodotto, pensare a come lo usiamo e riconsiderare ciò che ci aspettiamo da questo e dai nostri corpi; è anche tempo di cambiare per poter godere ancora un po’ di tutti i benefici che le grandi foreste della Terra una volta prontamente ci offrivano.»[3]

L’intera opera, quindi, si sviluppa come un originale (quanto inconsueto) viaggio nella storia dell’umanità, ma dal punto di vista del nostro corpo, mostrando tutti i cambiamenti subiti da questo. Si distinguono queste fasi:

Dal 500.000.000 a.C. fino al 30.000 a.C.: in questo periodo si passa dalla comparsa dei primi cordati (i più antichi antenati dei vertebrati di oggi) fino ai più antichi fossili di Homo sapiens, scoperti in Marocco nel 2017;
Dal 30.000 a.C. fino al 1700 d.C.: in questo intervallo vi è un passaggio dai cambiamenti fisici prodotti dai primi sviluppi di esperienze quali la coltivazione di piante e la conseguente sedentarizzazione, fino al secolo in cui si stima essere stato inventato l’aratro con versoio, capace di tagliere e rivoltare le zolle di terra;
Dal 1700 al 1910: in questo periodo abbiamo l’invenzione dell’automobile a motore, nel 1885, e nel 1903 gli esseri umani spiccano il volo con il primo aereo pilotato da un essere umano;
Dal 1910 a oggi: nel 1989 Tim Berners-Lee crea il World Wide Web e nel 2007 l’azienda statunitense Apple Inc. lancia l’iPhone, vendendone più di un miliardo di esemplari. È avvenuta quella che Vybarr Cregan-Reid chiama la rivoluzione sedentaria.
Insomma, la natura del lavoro per l’umanità nell’Antropocene si è semplificata via via che la nostra tecnologia è diventata più ingegnosa ed efficiente; al nostro consumo calorico si è sostituita l’energia meccanica derivata dai combustibili fossili, ma tutto ciò non è rimasto estraneo al nostro corpo. Anche se esiste una nostra certa varietà ecologica, in questa economia non viene più espressa fisicamente.

 

Farsi ibridi

In Il corpo dell’Antropocene viene descritta la discrepanza tra il nostro corpo e il mondo moderno in cui si vive e offre anche una serie di suggerimenti su come “conviverci”. Ciò che ne emerge, quindi, è una linea di criticità dell’essere umano contemporaneo, incapace di “sopravvivere” a ciò che lui stesso ha creato (in particolare dal punto di vista fisico).

Friedrich Engels, che studiò la classe operaia di Manchester a metà del diciannovesimo secolo, scrisse a proposito delle persone che avevano lavorato la terra nel secolo precedente che erano state piuttosto fortunate infatti:

«vegetavano abbastanza comodamente e conducevano una vita dabbene e tranquilla in tutta devozione e rispettabilità; la loro posizione materiale era di gran lunga migliore di quella dei loro successori»[4]

Da tutto ciò emerge in maniera forte che i moderni non riescono a essere “contemporanei” a sé stessi e ciò fa pensare a un autore come Bruno Latour che in Non siamo mai stati moderni[5] considera la cifra di criticità della modernità il tenere separate due attività: la “traduzione” e la “depurazione”.

Con la prima si intende la produzione di un miscuglio fra tipi di essere affatto nuovi, ibridi di natura e cultura.

Con la seconda, invece, ci si riferisce a quella produzione di aree ontologiche completamente distinte (appunto): quella degli “umani” e quella dei “non-umani”. La modernità “depura” ciò che la “traduzione” ha creato: le reti. Le reti sono i collegamenti e le mediazioni tra le aree ontologiche che considerano tutto ciò che non è solo cultura o natura: gli ibridi. La depurazione moderna si ostina a considerare separate queste due aree. Non è più possibile tenere separate la natura e la società, perché gli ibridi (si pensi al riscaldamento globale) costringono a considerare una nuova prospettiva, che deve sovvertire quella presente (ancora di separazione, appunto).

In Il corpo dell’Antropocene si mostra tutto ciò, ma dal punto di vista dei cambiamenti subiti dal nostro corpo. L’opera si colloca quindi perfettamente in quella prospettiva che, appunto, cerca di superare questa dicotomia (creata a partire dai Lumi) tipicamente moderna. Lo stesso Lévi-Strauss[6] in Pensiero selvaggio compie la stessa operazione (volendo, sovversione), così come Viveiros De Castro, Philippe Descola[7] o Tim Ingold.

Negli ultimi duecento anni l’impatto dell’umanità sull’ambiente è stato enorme, al punto che l’epoca in cui viviamo è stata ribattezzata Antropocene. Tutto questo progresso ha portato degli indubbi e meravigliosi vantaggi (dalla medicina alla tecnologia), ma non si possono più ignorare alcuni elementi problematici. Da una parte, il nostro corpo si è evoluto e adattato in decine di migliaia di anni per cacciare, correre per chilometri, arrampicarsi e raccogliere; in una parola, per muoversi in continuazione. Dall’altra, lo stile di vita sedentario che si è creato non permette nulla di tutto ciò. Il risultato? Mal di schiena, miopia, obesità, diabete, ossa più sottili e muscoli più deboli sono i segnali inequivocabili di un cambiamento che sta già avvenendo.

L’opposizione che vuole la natura da una parte e la cultura dall’altra si sta mostrando incapace di un dialogo con la realtà e non può più rappresentare i due poli coi quali orientarsi nel mondo:

«Siamo stati moderni. Benissimo. Non possiamo più esserlo allo stesso modo. Continuiamo a credere nelle scienze, ma invece di prenderle nella loro obiettività, nella loro verità, nella loro freddezza, nella loro extraterriotorialità (caratteristiche che non hanno mai avuto, se non nella rielaborazione arbitraria dell’epistemologia) le prendiamo per quello che hanno sempre avuto di più interessante: la loro audacia, sperimentazione, incertezza e calore, il loro incongruo miscuglio di ibridi, la folle capacità di ricomporre il legame sociale. Non togliamo loro nient’altro che il mistero della nascita e il pericolo che la loro clandestinità faceva correre alla democrazia[8]».

In conclusione, quest’opera si colloca (attraverso un punto di vista biologico) in quella lotta per il superamento della divisione, tipicamente moderna, di natura e cultura. Bisogna farsi “ibridi” per sopravvivere al “corpo” dell’utilità che, separandoci dalla natura, domina la nostra creatività (il nostro farci “ibridi”) e la rinchiude in un deposito di energia dedicato unicamente ad alimentare il progetto della modernità (causandoci mal di schiena). Bisogna capire il proprio corpo per sovvertire il presente.

 

Note

[1] Paul J. Crutzen, Benvenuti nell’Antropocene. L’uomo ha cambiato il clima, la Terra entra in una nuova era. Sagrate. Mondadori. 2005.

[2] Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità. Bompiani. Milano 2018.

[3] Vybarr Cregan Reid, Il corpo dell’Antropoene. Come il mondo che abbiamo creato ci sta cambiando. Codice Edizioni. Torino. 2020, p. 335.

[4] Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra. In base a osservazioni dirette e fonti autentiche, Editori Riuniti, Roma 1992, p.44.

[5] Bruno Latour, Non siamo mai stati moderni, Elèuthera, 2009.

[6] Lévi Strauss, Il pensiero selvaggio, Il Saggiatore. Milano. 2015.

[7] Philippe Descola, Par-delà nature e culture, Gallimard. Paris. 2005.

[8] Bruno Latour, Non siamo mai stati moderni, Elèuthera, 2009, p. 187.

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