Effimera ha rivolto quattro domande al sindacalista della CUB Roberto d’Ambrosio e agli avvocati, Gianni Giovannelli e Alessandro Villari, che hanno rappresentato e difeso la lavoratrice de teatro milanese La Scala licenziata per aver gridato “Palestina libera”. Il giudice ha annullato il licenziamento e stabilito che la giovane venga risarcita. Il fatto non ha mancato di suscitare polemiche, aizzate dall’informazione di regime. Ci è sembrato giusto fare un po’ di chiarezza.
* * * * *
La sentenza che ha imposto di risarcire la lavoratrice della Scala, licenziata per aver gridato “Palestina libera”, sta creando malumori per non dire polemiche. Forse dovute a ignoranza dei fatti o a ricostruzioni mediatiche sommarie, soprattutto da parte dei giornali di certa area politica vicina al Governo in carica. È possibile una ricostruzione circostanziata della situazione che ha portato alla decisione del Giudice?
Per ora abbiamo solo il dispositivo (per capirci: l’esito, la decisione), non la motivazione (le ragioni che hanno condotto il Giudice a quella decisione). Potrebbe aver ritenuto il provvedimento eccessivo oppure senza fondamento disciplinare in base al contratto applicabile alle maschere della Scala. La vicenda è semplice. Una maschera, precaria, assunta a termine, utilizzata a “chiamata”, era convocata per uno spettacolo a inviti organizzato da una istituzione bancaria cui partecipano 69 paesi (compresa l’Italia) e che di recente (nel novembre 2024) ha ammesso (fra numerose polemiche) Israele, rappresentato nel Consiglio d’Amministrazione dal ministro Smotrich. Fra gli ospiti c’era Giorgia Meloni. La giovane, prima dell’inizio dello spettacolo, è scesa al piano dei palchi e ha gridato “Palestina Libera!. Trascinata fuori dalla polizia non ha fatto neppure in tempo a srotolare la bandiera della Palestina, espulsa dal teatro senza poterci più rimettere piede. Non più chiamata in servizio la giovane ha ricevuto la contestazione disciplinare nei giorni successivi, ha spiegato le sue ragioni insieme al sindacato di base CUB durante un incontro, ma la Scala, senza convocazione del Consiglio di Amministrazione, ha deliberato il licenziamento in tronco, che comporta pure l’esclusione da ulteriori contratti a termine nel futuro. La sentenza non può rimuovere il termine nel frattempo comunque spirato, ma comporta l’obbligo per la Scala di versare retribuzione e contribuzione fino a quel giorno.
Esprimere le proprie opinioni in ambito lavorativo è un rischio? Vorremmo saperlo. E vorremmo anche sapere, se possibile, se ciò rispetta le leggi fondamentali di questo Stato.
Tecnicamente il licenziamento della ragazza non riguarda l’opinione, ma la forma con cui è stata espressa, ovvero durante l’attività lavorativa. Ma tutti possono comprendere che la sostanza è un’altra. Il sovrintendente Ortombina (nominato dal centrodestra) è intervenuto a gamba tesa per dare un segnale che riteneva forte, sentiva che c’era un problema. Infatti poco dopo sul palco della Scala è andata in scena la bandiera della Palestina in apertura di uno spettacolo, con la partecipazione degli artisti; e il pubblico (pagante, non a inviti bancari) ha applaudito. La Scala del resto usa due pesi e due misure: ignora il dramma dei palestinesi ma coltiva le pressioni della russofobia escludendo artisti ritenuti putiniani. Il confine fra libertà di pensiero e repressione del dissenso si è fatto sottile, è sempre più legato ai rapporti di forza, è oggetto di scontro giudiziario, con risultati non omogenei. La differenza è che le sentenze favorevoli vengono brutalizzate dalla comunicazione di regime, quelle contrarie esaltate. I diritti vanno difesi, sul campo e in Tribunale, senza certezze ma anche senza cedimenti.
In termini generali, in questa fase ci pare in atto una restrizione delle libertà e una tendenza repressiva che riguarda sempre più contesti della vita lavorativa e sociale. Che cosa ne pensate?
Viviamo una sorta di transizione anche su questo terreno. Molti diritti che sembravano consolidati e acquisiti vengono messi in discussione continuamente, erosi o cancellati. Basti pensare in tema di lavoro a quanto avvenuto con il passaggio da Alitalia a Ita, con il governo che modifica le norme in corso di causa per tutelare se stesso e vincere le cause, introducendo con un artifizio giuridico valore retroattivo alle modifiche e spuntando pure il consenso della Corte Costituzionale. L’uso della decretazione, lo abbiamo detto e scritto, sta diventando frequente, gli abusi spuntano sempre più spesso. Ma qui più che leggi o Tribunali servono mobilitazioni.
Stiamo descrivendo una vittoria, grazie al risultato di questa importante sentenza. Ma, spostandoci su un piano politico, non possiamo negare di essere in presenza di un attacco congiunto, da più parti, al lavoro e al dissenso. Un clima di intimidazione che si accompagna a sempre più ampie fragilità sociali – per non spingerci a parlare del tragico contesto internazionale. In conclusione, senza entrare troppo nel merito, non sarebbe necessario congiungere le forze invece di indire quattro diversi scioperi generali?
Non c’è dubbio, sarebbe necessario ma non è automatico. Lo sciopero stesso, in quanto tale, avrebbe bisogno di un intervento sul come porlo in essere, per aggiornarlo quanto a efficacia e a modalità operative. La c.d. autorità garante dello sciopero, di nomina politica, è ormai una struttura che tende a indebolire ogni azione di protesta dei lavoratori, a boicottare nella sostanza l’astensione dal lavoro. Il governo privilegia il rapporto con i sindacati disponibili al cedimento e colpisce duramente quelli più combattivi, reprimendo a macchia di leopardo, situazione per situazione, a volte anche a prescindere dalle singole sigle, badando alla sostanza e non alla sola ideologia. L’efficacia dello sciopero si lega ormai al problema della contestuale disconnessione, e per disconnettersi il vecchio picchetto non funziona, la connessione è scivolosa. Ma le recenti manifestazioni contro il genocidio sono state anche l’occasione per ricomporre il fronte del dissenso, a cascata l’astensione dal lavoro si è concretata anche in un distacco informatico dal ciclo che produce valore, sia pure per poche ore o per singole giornate. Ma è pur sempre un inizio. Il clamore che ha accompagnato questa decisione è forse anche dovuto al sentire un nesso misterioso o invisibile, ma reale, che lega la denuncia del genocidio in Palestina al rifiuto del come ci vogliono costringere a vivere.
Scrivi un commento