Presentiamo ai lettori e alle lettrici italiani/e un’anteprima del libro “Guerres et Capital” di Éric Alliez e Maurizio Lazzarato che uscirà in Francia per Edition Ámsterdam il prossimo 22 ottobre. Si tratta dell’introduzione al volume, intitolata Á nos ennemis, Ai nostri nemici. La traduzione italiana è a cura di Antonio Alia, Andrea Fumagalli, Davide Gallo Lassere e Cristina Morini. Il testo viene presentato in contemporanea anche sul sito Commonware.

Qui si può scaricare il pdf dell’Introduzione, in francese: guerres-et-capital introduction

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  1. Viviamo nel tempo della soggettivazione delle guerre civili. Non usciamo da un’epoca in cui il mercato, gli automatismi della governamentalità e della depoliticizzazione dell’economia del debito trionfano per rivivere l’epoca delle “concezioni del mondo”, ma per entrare nell’epoca della costruzione di nuove macchine da guerra.
  1. Il capitalismo e il liberalismo portano le guerre al loro interno come le nuvole portano la tempesta. Se la finanziarizzazione di fine XIX° secolo e inizio del XX° ha portato alla guerra totale e alla la rivoluzione russa, alla crisi del 1929 e alle guerre civili europee, la finanziarizzazione contemporanea ci porta alla guerra civile globale, acuendo tutte le proprie polarizzazioni.
  1. Dal 2011, sono molteplici le forme di soggettivazione delle guerre civili che modificano profondamente sia la semiologia del capitale che le pratiche di lotta opponendosi ai mille poteri della guerra come condizione permanente di vita. Dal lato delle sperimentazioni delle macchine anticapitalistiche, Occupy Wall Street negli Stati Uniti, gli Indignados in Spagna, le lotte studentesche in Cile e nel Québec, la Grecia nel 2015 si battono con armi impari contro l’economia del debito e le politiche di austerità. Le “primavere arabe”, le grandi manifestazioni del 2013 in Brasile, gli scontri al Gezi Park in Turchia fanno circolare le stesse parole d’ordine e di disordine in tutti i Sud del mondo. Nuit Débout in Francia è l’ultimo episodio di un ciclo di lotte e di occupazioni che erano forse cominciate a Piazza Tienanmen nel 1989. Dal lato del potere, il neoliberalismo, al fine di alimentare le sue politiche economiche predatorie, promuove una post-democrazia autoritaria e poliziesca, gestita dai “tecnici” del mercato, mentre le destre storiche dichiarano guerra allo straniero, all’immigrato, al mussulmano e ai più poveri (underclass) a vantaggio di un’estrema destra “non più demonizzata”. È quest’ultima che apertamene interviene sul terreno delle guerre civili designando per prima il “nemico” e rilanciando una guerra razziale di classe. L’egemonia neofascista sui processi di soggettivazione viene anche confermata dalla ripresa della guerra contro l’autonomia delle donne e il divenire minore della sessualità (in Francia la Manif pour tous) come estensione del dominio endocoloniale della guerra civile. All’era della deterritorializzazione senza limiti di Thatcher e Reagan segue oggi la riterritorializzazione razzista, nazionalista, sessista e xenofoba di Trump, che ha già preso la testa di tutti i nuovi fascismi. Il sogno americano si è trasformato nell’incubo di un pianeta insonne.
  1. Lo squilibrio tra le macchine da guerra del capitale e i nuovi fascismi, da un lato, la lotta multiforme contro il sistema-mondo del nuovo capitalismo, dall’altro, è evidente. Squilibrio politico, ma anche squilibrio intellettuale. Questo libro si concentra su un vuoto, un represso sia teorico che pratico, che è da sempre al cuore della potenza e dell’impotenza dei movimenti rivoluzionari: il concetto di “guerra” e di “guerra civile”.
  1. “È come una guerra”, abbiamo sentito dire ad Atene durante il fine settimana del 11-12 luglio 2015. Con ragione. La popolazione è stata l’oggetto di una vasta strategia di prosecuzione della guerra per mezzo del debito che ha completato la distruzione della Grecia e, allo stesso tempo, ha attivato l’autodistruzione della “costruzione europea”. L’obiettivo della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale non è mai stato la mediazione o la ricerca di un compromesso, ma la sconfitta in campo aperto dell’avversario. L’affermazione “è come una guerra” deve essere subito corretta: è una guerra. La reversibilità della guerra e dell’economia economia è il fondamento stesso del capitalismo. Carl Schmitt a svelato l’ipocrisia “pacifista” del liberalismo nel sottolineare la continuità tra l’economia e la guerra: l’economia persegue gli obiettivi di guerra con altri mezzi (“il razionamento del credito, l’embargo sulle materie prime, la svalutazione della valuta”). Due alti ufficiali dell’aereonautica cinese, Qiao Liange Wang Xiangsui, hanno definito le offensive finanziarie come “guerre senza spargimento di sangue”, ma crudeli ed efficaci come le “guerre sanguinarie”: una fredda violenza. Il risultato della globalizzazione, spiegano, “è che riducendo lo spazio del campo di battaglia in senso stretto, il mondo intero
    [è stato trasformato] in un unico e generale campo di battaglia”.  L’estensione della guerra e la moltiplicazione dei suoi nomi finiscono per stabilire un continuum tra guerra, economia e politica. Ma è fin dall’inizio che il liberalismo è una filosofia di guerra permanente. (Papa Francesco sembra predicare nel deserto, affermando, con una chiarezza che fa difetto ai politici, agli esperti e anche ai critici più incalliti del capitalismo: “Quando parlo di guerra, intendo la vera guerra, non la guerra di religione, ma di una guerra mondiale frammentata. […] È la guerra condotta in nome degli interessi economici, del denaro, delle risorse naturali, per il dominio dei popoli”).
  1. Nello stesso anno 2015, pochi mesi dopo la sconfitta della “sinistra radicale” greca, il Presidente della Repubblica Francese ha dichiarato, la sera del 13 novembre, che la Francia è in “guerra” e ha promulgato lo stato di emergenza. La legge che lo autorizza la sospensione delle “libertà democratiche” per conferire poteri “straordinari” alla gestione della sicurezza pubblica, è stata approvata nel 1955 durante la guerra coloniale in Algeria. Applicata nel 1984 in Nuova Caledonia e nelle “rivolte delle banlieue” nel 2005, lo stato di emergenza ripone al centro dell’attenzione la guerra coloniale e la guerra postcoloniale. Ciò che è successo a Parigi in una brutta notte nel mese di novembre, nelle città del Medio Oriente è teatro quotidiano. È lo stesso orrore che mette in fuga milioni di profughi che si “riversano” in Europa. I profughi rendono chiare le più antiche tecnologie colonialiste per regolare i movimenti migratori la cui causa principale  deve essere cercata nell’estensione “apocalittica” nelle “guerre infinite” dichiarate dal cristiano-integralista George Bush e dal suo staff neocon. La guerra neocoloniale non avviene solo nelle “periferie” del mondo ma attraversa in tutti i modi possibili il “centro”, contro le figure del “nemico islamico interno”, degli immigrati, dei rifugiati, dei migranti. Né sono esclusi (da questa guerra) gli eterni ultimi: i poveri, gli operai impoveriti, i precari, i disoccupati di lunga durata e gli endo-colonizzati di entrambe le rive dell’Atlantico…
  1. Il “patto di stabilità” (lo stato di eccezione “finanziario” in Grecia) e il “patto di sicurezza” (lo stato di eccezione “politico” in Francia) sono due facce della stessa medaglia. Destabilizzando e ristrutturando continuamente l’economia mondiale, i flussi di credito e le minacce di guerra sono, assieme agli Stati che li integrano, le condizioni di produzione e riproduzione del capitalismo contemporaneo.
    Il denaro e la guerra costituiscono le strutture portanti del mercato mondiale, chiamato anche “governante” dell’economia mondiale. In Europa, tale dispositivo si incarna nell’emergenza finanziaria che riduce a zero i diritti del lavoro e della sicurezza sociale (sanità,istruzione, alloggio, ecc), mentre l’emergenza anti-terrorismo sospende i diritti “democratici” già esangui.
  1. La nostra prima tesi sarà che la guerra, la moneta e lo Stato sono le forze costitutive o costituenti, vale a dire ontologiche, del capitalismo. La critica dell’economia politica risulta inadeguata nella misura in cui l’economia non sostituisce la guerra ma la continua con altri mezzi, che passano necessariamente per lo Stato: regolamentazione della moneta e monopolio legittimo della forza per la guerra interna ed esterna. Per produrre la genealogia e ricostruire lo “sviluppo” del capitalismo, dovremmo implicare e articolare al contempo critica dell’economia politica, critica della guerra e critica dello Stato. L’accumulazione e il monopolio della proprietà da parte del Capitale e l’accumulazione del monopolio della forza da parte dello Stato si nutrono reciprocamente. Senza l’esercizio della guerra esterna e senza l’esercizio di una guerra civile all’interno dei propri confini dello Stato, il Capitale non si sarebbe mai costituito. E viceversa: senza la cattura e la valorizzazione della ricchezza creata dal Capitale, mai lo Stato avrebbe potuto esercitare le proprie funzioni amministrative, giuridiche, di governamentalità, né organizzare un esercito la cui potenza è in costante crescita. L’espropriazione dei mezzi di produzione e l’appropriazione dei mezzi di esercizio della forza sono le condizioni per la formazione del Capitale e per la costituzione dello Stato, che si sviluppano in parallelo. La proletarizzazione militare accompagna la proletarizzazione industriale.
  2. Ma di quale “guerra” si tratta? Il concetto di “guerra civile mondiale”, proposto contemporaneamente da Carl Schmitt e da Hannah Arendt all’inizio degli anni 60, ne rappresenta forse la definizione più appropriata? Le categorie di “guerra infinita”, di “guerra giusta” e di “guerra contro il terrorismo” corrispondono ai nuovi conflitti nell’era della globalizzazione? Ed è possibile riprendere il sintagma “della” guerra al singolare senza immediatamente assumere il punto di vista dello Stato? La storia del capitalismo è, dall’origine, attraversata e costituita da una molteplicità di guerre: guerre di classe, di razze, di genere[1], guerre di soggettività, guerre di civiltà. “Le guerre” e non la guerra: questa è la nostra seconda tesi. Le “guerre” come fondamento dell’ordine interno ed esterno, come principio d’organizzazione della società. Le guerre, non solo di classe, ma anche militari, civili, di sesso, di razza sono così funzionali, in quanto costituenti, alla definizione del Capitale, al punto che Das Kapital di Karl Marx dovrebbe essere riscritto dall’inizio alla fine per tenere conto in maniera realista della loro dinamica. Nei principali snodi della storia del capitalismo, non si trova la “distruzione creatrice” di Schumpeter, prodotta dall’innovazione imprenditoriale, ma sempre l’attuarsi delle guerre civili.
  3. 1492, l’Anno Uno del Capitale, la formazione del capitale si dispiega attraverso le diverse guerre su entrambi i lati dell’Atlantico. La colonizzazione interna (Europa) e la colonizzazione esterna (Americhe) sono parallele, si rafforzano a vicenda e insieme delimitano l’economia mondiale. Questa doppia colonizzazione rappresenta ciò che Marx ha chiamato “accumulazione primitiva” (Ursprüngliche Akkumulation). Al contrario, se non di Marx, almeno di un certo marxismo a lungo dominante, non concordiamo con la tesi secondo la quale l’accumulazione primitiva sia una semplice fase dello sviluppo, destinata a essere superata da e tramite un “modo specifico di produzione” del Capitale. Essa è invece una condizione perenne che accompagna incessantemente lo sviluppo del capitale, in modo tale che, se l’accumulazione primitiva continua nel tempo, allora le guerre di classe, di razza, di sesso, di soggettività continuano anch’esse, sono infinite. La combinazione di queste ultime, in particolare la guerra contro i poveri e le donne all’interno dell’Europa e la guerra contro i popoli all’esterno dell’Europa, che si è completamente dispiegata nell’accumulazione “primitiva”, precede e rende possibile le “lotte di classe” del XIX° e del XX° secolo, inserendole in una guerra comune contro la pacificazione produttiva. Una pacificazione ottenuta a qualunque costo (“sanguinoso” e non) costituisce lo scopo della guerra del capitale come “relazione sociale”.
  1. “Volendosi concentrare esclusivamente sul rapporto tra capitalismo e industrialismo, Marx finisce per non accordare alcuna attenzione alla stretta relazione che questi due fenomeni intrattengono con il militarismo”. La guerra e la corsa agli armamenti sono entrambe condizioni per lo sviluppo economico e per l’innovazione tecnologica e scientifica, sin dagli esordi del capitalismo. Ogni stadio di sviluppo del capitale escogita un suo proprio, specifico, “keynesismo di guerra”. Questa tesi di Giovanni Arrighi ha il solo difetto di limitarsi a “la” guerra tra Stati e di “non accordare sufficiente attenzione alla stretta relazione” che il Capitale, la tecnologia e la scienza intrattengono con “le” guerre civili. Un colonnello dell’esercito francese ha riassunto così le funzioni esplicitamente economiche della guerra: “Noi siamo produttori come tutti gli altri”. Questa affermazione svela uno degli aspetti più inquietanti del concetto di produzione e di lavoro, aspetto che gli economisti, i sindacati e marxisti ortodossi si guardano bene dal tematizzare.
  2. La forza strategica di destrutturazione/ristrutturazione dell’economia-mondo è, sin dall’accumulazione primitiva, rappresentata dal Capitale nella sua forma più deterritorializzata, vale a dire il Capitale finanziario (che può essere definito così ancor prima di aver ricevuto tutte le credenziali di convalida balzachiana). Foucault critica il concetto marxiano di Capitale perché, secondo lui, non ci sarebbe mai “il” capitalismo, ma piuttosto “un insieme politico-istituzionale”, storicamente determinato (l’argomento ha conosciuto in seguito, un vivo successo).Benché in realtà Marx non abbia mai utilizzato il concetto di capitalismo, va comunque mantenuta la distinzione tra quest’ultimo e “il” capitale, perché la sua logica, quella del Capitale finanziario (A-A’) è, storicamente, la più operativa. Ciò che viene definito “crisi finanziaria” mostra questa logica all’opera nelle più efferate politiche di austerità. La molteplicità di forme statali e di organizzazioni transnazionali del potere, la pluralità di complessi politico-istituzionali che definiscono la varietà dei “capitalismi” nazionali sono violentemente centralizzate, subordinate e comandate dal capitale finanziario globalizzato. La molteplicità delle formazioni di potere si piega insomma, più o meno docilmente (ma più che meno), alla logica della proprietà astratta, alla proprietà dei creditori. Il Capitale, con la sua dinamica (A-A’) di riconfigurazione planetaria dello spazio attraverso l’accelerazione costante del tempo, è una categoria storica, una “astrazione reale”, direbbe Marx, che produce effetti reali di privatizzazione della Terra, dell’umano e del non umano e anche del comune del mondo (si pensi all’accaparramento delle terre – land grabbing – che è, a sua volta, la conseguenza diretta della crisi alimentare del 2007-2008 e costituisce una delle strategie di uscita dalla crisi finanziaria). È in tale senso che noi usiamo il concetto “storico-trascendentale” di Capitale come agente di lungo corso (con meno maiuscole possibili) della colonizzazione sistematica del mondo .
  3. Perché lo sviluppo del capitalismo, a partire da un certo momento, non è più passato dalle città che hanno a lungo funzionato come suo vettore, ma attraverso lo Stato?
    Perché solo lo Stato, nel corso dei secoli XVI, XVII e XVIII, sarà in grado di effettuare l’esproprio / l’appropriazione della molteplicità delle macchine da guerra dell’epoca feudale (occupate a organizzare guerre “private”) per centralizzarle e istituzionalizzarle in una sola macchina da guerra trasformata in esercito dotata del monopolio legittimo della forza. La divisione del lavoro non opera solo nella produzione, ma anche nella specializzazione della guerra e del mestiere di soldato (Adam Smith). La centralizzazione e l’esercizio della forza tramite un “esercito regolato” è opera dello Stato ed entrambe costituiscono anche la condizione dell’accumulazione della “ricchezza” delle nazioni “civili e opulente” a spese dei paesi poveri – in verità, non riguardano per niente le “nazioni” ma piuttosto “waste lands” come diranno i colonizzatori (Locke Wasteland).
  4. La costituzione dello Stato in “megamacchina” del potere sarà quindi basata sulla cattura dei mezzi di esercizio della forza, sulla loro centralizzazione e istituzionalizzazione. Ma, a partire dal 1870, e soprattutto sotto l’influenza di un’accelerazione imposta dalla “guerra totale”, il capitale non si accontenta più di intrattenere un rapporto di alleanza con lo Stato e la sua macchina da guerra. Comincia ad assoggettarla direttamente grazie all’integrazione dei suoi strumenti di polarizzazione. La costruzione di questa nuova macchina da guerra capitalista integrerà lo Stato, la sua sovranità (politica e militare) e l’insieme di tutte le sue funzioni “amministrative”, modificandole profondamente sotto il comando del capitale finanziario. Dalla prima guerra mondiale, il modello dell’organizzazione scientifica del lavoro e il modello militare di organizzazione e conduzione della guerra penetrano in profondità nel funzionamento politico dello Stato, ridefinendo la divisione liberale dei poteri a favore del potere esecutivo. Contemporaneamente, la politica, non più dello Stato ma del Capitale, si impone nel definire l’organizzazione, lo svolgimento e gli obiettivi della guerra. Con il neoliberismo, questo processo di cattura della macchina da guerra e dello Stato si realizza pienamente nel modello assiomatico del Capitalismo Mondiale Integrato (CMI). Utilizziamo il concetto di  CMI di Félix Guattari per suffragare la nostra terza tesi:  il Capitalismo Mondiale Integrato è l’assiomatica della macchina da guerra del Capitale che ha portato a subordinare la deterritorializzazione dello Stato alla deterritorializzazione superiore del Capitale (finanziario). La macchina della produzione non si distingue più dalla macchina da guerra, ed è in grado di integrare il civile e il militare, la pace e la guerra in un continuum di potere.
  5. Nella lunga durata del rapporto capitale/guerra, lo scoppio della “guerra economica” tra gli imperialismi, alla fine del XIX secolo, costituisce un punto di svolta, un processo di trasformazione irreversibile della guerra e dell’economia, dello stato e della società. Il capitale finanziario trasmette l’illimitatezza (della sua valorizzazione) alla guerra facendo di questa ultima una potenza senza limite (guerra totale). La congiunzione dell’illimitatezza del flusso della guerra e l’assenza di limiti del flusso di capitale finanziario nella prima guerra mondiale, forza i confini sia della produzione che della guerra, generando lo spettro terrificante della produzione illimitata per la guerra illimitata.  Si deve alle due guerre mondiali il fatto di aver realizzato per la prima volta la subordinazione totale (o sussunzione reale) della società e delle forze produttive all’economia (di guerra), attraverso l’organizzazione e la pianificazione della produzione, del lavoro e della tecnica, della scienza e del consumo,  su una scala fino a quel momento sconosciuta. Il coinvolgimento dell’insieme della popolazione nella “produzione” è stata accompagnato dalla costituzione di un processo di soggettivazione di massa attraverso la gestione delle tecniche di comunicazione e produzione dell’opinione pubblica. Dall’istituzione di programmi di ricerca senza precedenti finalizzati alla “distruzione” scaturirono le scoperte scientifiche e tecnologiche che, una volta , trasferite ai mezzi di produzione di “beni” sono andate a costituire le nuove generazioni di capitale costante. È questo il passaggio che sfugge all’operaismo (e al post-operaismo) che data questa rottura, questa grande biforcazione, molti più tardi, negli anni 1960-1970.
  1. L’origine del welfare non deve essere ricercata unicamente dal lato della logica assicurativa contro i rischi del “lavoro” e i rischi della “vita” (la scuola foucaultiana sotto influenza padronale), ma dapprima e soprattutto nella logica della guerra. Il warfare ha ampiamente anticipato e preparato il welfare. Già dal 1930, l’uno e l’altro diventano indiscernibili. L’enorme militarizzazione della guerra totale, che ha trasformato l’operaio internazionalista in 60 milioni di soldati nazionalisti, sarà “democraticamente” riterritorializzato dal welfare. La conversione delleconomia di guerra in economia liberale, la conversione della scienza e della tecnologia da strumenti di morte in mezzi di produzione di “beni” e la conversione soggettiva della popolazione militarizzata in “lavoratori” sono realizzate grazie all’enorme dispositivo d’intervento statale al quale partecipano attivamente le imprese (corporate capitalism). Il warfare prosegue con altri mezzi la sua logica nel welfare. Lo stesso Keynes aveva riconosciuto che la politica della domanda effettiva non aveva altri modelli di realizzazione che un regime di guerra.
  1. Inserito nel 1951 nel suo “Oltrepassamento della metafisica” (il superamento in questione era stato pensato durante la Seconda Guerra mondiale), questo sviluppo di Heidegger definisce precisamente come si trasformano i concetti di “guerra” e di “pace” alla fine delle due guerre totali: “Guerra” e “pace”, avendo perso la loro propria essenza, sono assunte nell’errare e, poiché sono divenute irriconoscibili, nessun differenza appare più tra esse, e scompaiono nel processo in cui il fare produce sempre ulteriori fattibilità. La domanda che chiede quando ci sarà finalmente la pace non può trovare risposta, ma non perché la durata della guerra sia imprevedibile, bensì perché già la domanda stessa si volge verso qualcosa che non esiste più, dato che la guerra non è già più niente che possa concludersi in pace. La guerra è divenuta una sottospecie dell’usura dell’essente, che viene continuata in tempo di pace. […] Questa lunga guerra, nella sua lunghezza, non va lentamente verso una pace di tipo tradizionale, ma verso una situazione in cui i caratteri costitutivi della guerra non sono più esperiti come tali e ciò che costituisce la pace ha perso ogni senso e ogni contenuto. Il passaggio sarà riscritto alla fine di Mille piani per indicare in che modo la capitalizzazione tecnico scientifica (essa rinvia a ciò che noi chiamiamo il “complesso militare-industriale scientifico-universitario) causerà “una nuova concezione della sicurezza come guerra materializzata, come insicurezza organizzata o catastrofe programmata, distribuita, molecolarizzata”.
  1. La Guerra fredda è la socializzazione e la capitalizzazione della subordinazione (sussunzione reale) della società e della popolazione all’economia di guerra avvenuta prima metà del XX secolo. Essa costituisce un passaggio fondamentale per la formazione della macchina da guerra del Capitale, che non si appropria dello Stato e della guerra senza subordinare anche il “sapere” al suo processo. La Guerra fredda espanderà il campo di produzione delle innovazioni tecnologiche e scientifiche indotto dalle due guerre totali. Praticamente tutte le tecnologie contemporanee, e nello specifico la cibernetica, le tecnologie computazionali e informatiche sono, direttamente o indirettamente, gli esiti della guerra totale che la Guerra fredda ri-totalizza a suo modo. Ciò che Marx chiama il “General Intellect” è nato da/nella “produzione per la distruzione” delle guerre totali prima di essere riorganizzata dalle Ricerche Operative (OR) della Guerra fredda in strumenti (R&S) di comando e di controllo dell’economia-mondo. È ad un altro spostamento maggiore rispetto all’operaismo e al post-operaismo che la storia bellica del Capitale ci costringe. L’ordine del lavoro (“Arbeit macht frei”) imposto dalle guerre totali si trasforma in ordine liberal-democratico del pieno impiego come strumento di regolazione sociale dell’”operaio-massa” e di tutto il suo ambiente domestico.
  2. Il ‘68 si colloca sotto il segno della riemergenza politica delle guerre di classe, di razza, di sesso e di soggettività che la “classe operaia” non può più subordinare ai suoi “interessi” e alle sue forme d’organizzazione (Partito-sindacato). Se è negli Stati Uniti che la lotta operaia ha “raggiunto in assoluto il suo livello più alto” (“Marx a Detroit”), è proprio lì che essa è stata sconfitta alla fine dei grandi scioperi del dopoguerra. La distruzione dell’ ”ordine del lavoro” organizzato dalle due guerre totali, che si trasforma nella Guerra fredda in “ordine del salariato” non sarà soltanto l’obiettivo di una nuova classe operaia che riscopre la propria autonomia politica, essa sarà anche il risultato della molteplicità delle guerre che, un po’ tutte contemporaneamente, si sono accese partendo da esperienze singolari dei “gruppi-soggetto”, esprimendo modalità comuni di rottura soggettiva. Le guerre di decolonizzazione e di tutte le minoranze razziali, delle donne, degli studenti, degli omosessuali, degli alternativi e degli antinuclearisti, ecc., hanno definito nuove pratiche di lotta, di organizzazione e soprattutto hanno delegittimato, nel corso degli anni ‘60 e ‘70, l’insieme dei “poteri-saperi” del capitalismo della guerra fredda. Noi non abbiamo soltanto letto la storia del capitale attraverso la guerra, ma ugualmente quest’ultima attraverso il 68 che solo rende possibile il passaggio teorico e politico dalla guerra alle guerre.
  3. La guerra e la strategia occupano un posto centrale nella teoria e nella pratica rivoluzionarie del XIX° secolo e della prima metà del XX° secolo. Lenin, Mao e il generale Giap hanno minuziosamente commentato Della guerra di Clausewitz. Il pensiero del ’68 si è invece astenuto dal problematizzare la guerra, a parte le eccezioni di Foucault e di Deleuze-Guattari. Costoro non solo si sono proposti di rovesciare la celebre formula di Clausewitz (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”) analizzando le modalità secondo le quali la “politica” può essere ritenuta come la continuazione della guerra con altri mezzi, ma hanno soprattutto radicalmente trasformato i concetti di guerra e di politica. La loro problematizzazione della guerra è strettamente dipendente dalle mutazioni del capitalismo e dalle lotte che si sviluppano nel Dopoguerra, prima di cristallizzarsi in quella strana rivoluzione che fu il 1968: la “microfisica” del potere di Foucault è un’attualizzazione della “guerra civile generalizzata”; la “micropolitica” di Deleuze e Guattari è invece indissociabile dal concetto di “macchine da guerra” (la sua costruzione è interrelata al percorso militanti di uno dei due). Se si isola l’analisi delle relazioni di potere dalla guerra civile generalizzata, come fa la critica foucaultiana, la teoria della governamentalità non è più che una variante della governance neoliberale; e si stacca la micropolitica dalla macchina da guerra, come fa la critica deleuziana (che opera contemporaneamente una estetizzare la macchina da guerra), non rimangono che delle “minoranze” impotenti di fronte al Capitale che mantiene l’iniziativa.
  1. Siliconati dalle nuove tecnologie di cui hanno sviluppato la forza di fuoco, i militari confondono la macchina tecnica con la macchina da guerra. Le conseguenze politiche sono temibili. Gli USA hanno proget