Il piano G.R.E.A.T Trust* (Gaza, Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation Trust), diffuso dal Washington Post alla fine dell’estate 2025, non è soltanto un documento geopolitico. È il sintomo di un immaginario di governo che prende forma da tempo: un miscuglio di tecnocrazia autoritaria, privatizzazione della sovranità e ingegneria sociale. L’ideologia alla base di queste figurazioni trova le sue radici nel pensiero transumanista che ha ormai abbandonato gli scenari di salvezza sci-fi in cui una tecnologia messianica ci avrebbe emancipati da ogni limite e sostanzialente dalla morte, preferendo un incubo partorito dall’intreccio tra tecnocapitalismo e ideologie neoreazionarie.
Dal blog di Yarvin alle stanze del potere
Quando Curtis Yarvin e Nick Land teorizzavano, più di un decennio fa, la fine della democrazia e la nascita di “stati-azienda” competitivi, sembrava un esercizio intellettuale provocatorio. Oggi, quelle stesse idee si ritrovano incarnate in un progetto geopolitico concreto.
Il documento GREAT Trust parla senza ambiguità di una “Amministrazione fiduciaria guidata dagli Stati Uniti per un minimo di 10 anni” per Gaza, con il compito di “trasformare il territorio da un alleato iraniano in rovina a un prospero alleato abramitico”[1]. Non è necessario che Yarvin o Land siedano ai tavoli di Trump o Netanyahu: il punto è che il milieu in cui si muovono è costituito da venture capitalist della Silicon Valley, think-tank angloamericani (Tony Blair Institute for Global Change), nuove destre tecnologiche, di cui J.D. Vance è il portavoce, ed è lo stesso da cui il progetto GREAT Trust trae legittimità.
Le implicazioni fra le GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft) e la guerra sono enormi. Solo a titolo d’esempio, è emerso qualche giorno fa un accordo da 45 milioni di dollari firmato tra Google e Netanyahu e destinato ad insabbiare la crisi umanitaria a Gaza; Lavender, è un sistema di targeting che l’IOF sta utilizzando dall’inizio dell’invasione di Gaza per individuare i suoi bersagli militari, è un progetto di intelligenza artificiale supportato da Palantir technologies, di Piether Thiel, il fondatore di Paypal; e ancora, uno dei quattro punti del partito politico di Elon Musk, America party, è quello di abolire ogni regolamentazione all’uso dell’intelligenza artificiale in ambito bellico.
Ma per le Big-Teck la guerra non è solo un grande affare, come recentemente Francesca Albanese ha messo in luce nel suo dettagliato report [2], è anche lo strumento necessario, nelle teorie accelerazioniste così radicate in questi circuiti, per aprire la strada a una nuova forma di governance.
Colonizzazione come governance
Il GREAT Trust non è un “piano di ricostruzione”. È un’operazione che si inserisce nel quadro ideologico delle destre neoreazionarie e tecnocratiche come testa di ponte di una colonizzazione economica e culturale volta a ridefinire la cittadinanza sulla base della proprietà. Non è il primo esperimento che vede la luce sotto questo spettrale programma, c’è chi fra questi tecnomilionari ha già acquistato un’intera isola, chi ha preferito un bunker solidissimo o chi mira direttamente alla vita su un altro pianeta. La novità della “riviera del medioriente” è promuovere un progetto di questo tipo nel cuore del Mediterraneo dove da millenni la storia delle città si è articolata sull’incontro-scontro fra culture, rapporti di forza e scambi, delineando un’idea di cittadinanza basata su processi complessi che nel pensiero accelerazionista appaiono desueti: le città vanno trasformate in aziende e cittadini saranno i suoi azionisti, tutte le altre persone potranno lavorarci e sopravvivere, in qualche modo, ma non avranno alcun diritto.
Il Mediterraneo come mare fra le terre, come luogo di irriducibile molteplicità e di lentezza, di nascita della filosofia unitamente alla tragedia laddove il dialogo non trovi più una strada, ha già vissuto ondate di colonizzazioni culturali che hanno messo in crisi la sua koinè. Come spiega Franco Cassano nel suo celebre Il pensiero meridiano, dovremmo leggere la questione meridionale (non solo italiana) come una forma di colonizzazione di un modello di sviluppo che ha imposto a quel Mediterraneo l’ideologia integralista della corsa, della competizione e della mercificazione, l’universalismo che divide, lo sradicamento che prepara alla richiesta di protezione.
In questo articolo non si vuole idealizzare il Mediterraneo e la sua storia come luogo arcaico e originario, beninteso si vuole offrire una critica alla falsa neutralità ed universalità dei modelli economici e culturali dominanti, senza un’apologia della tradizione.
“La rivendicazione del valore di una differenza screditata dal potere simbolico dominante è una mossa che accompagna molte forme di ribellione, è una di quelle porte che aprono una nuova storia, che ne istituiscono la discontinuità rispetto a quella segnata dalla subordinazione. Ma se si riconosce che questo gesto di decostruzione simbolica è comune a molte rivendicazioni radicali di autonomia, forse la strategia migliore è quella che fa circolare le esperienze in modo che ognuna apprenda dalle altre, senza pretendere di privilegiarne una come originaria.” [3]
Genocidio come governance
Ritornando al documento The Great trust, nelle prime pagine programmatiche si legge:
“Gaza faces long-term contraction, poverty, and extreme aid dependency as long as Hamas rules – reducing its worth to practically $0.”
È necessario ridurre il valore di quel luogo a “pressoché zero” per promuovere un nuovo corso, prendendo ispirazione dalla ricostruzione di Parigi del 19esimo secolo operata da Haussman per volere di Napoleone III. La pianificazione urbana messa in atto da Haussman rappresentò una forte rottura col passato medievale, basata su significativi abbattimenti e ricollocazione della popolazione. A partire dal mito di una completa razionalizzazione Parigi fu trasformata completamente su una ideologia fortemente classista e coloniale volta a contenere le spinte rivoluzionarie, riorganizzando lo spazio pubblico in luogo edonistico destinato al commercio, fu proprio Haussman a inventare le vetrine e i grandi boulevard per impedire le barricate.
Nel documento GREAT Trust troviamo descritti gli innumerevoli benefici dell’implementazione di questo progetto. Secondo questa pianificazione Gaza diventerà un “hub per la manifattura, il commercio, i dati e il turismo, beneficiando dalla posizione strategica, dall’accesso ai mercati (Europa, Stati arabi GCC, Asia), alle risorse, e una giovane forza lavoro, il tutto supportato dagli investimenti degli Stati arabi del golfo Persico e dalle tecnologie israeliane.” I progetti di sviluppo già previsti, oltre alle infrastrutture, sono la Elon Musk Smart Manufacturing Zone, The American Data Safe Heaven, Gaza Trump Riviera & Islands e 6-8 municipalità, descritte come “smart cities, dinamiche, moderne, AI-powered, in cui tutti i servizi e gli scambi avverranno sulla base di un sistema di identità digitale”.
Il testo parla esplicitamente di “Accelerating Reconstruction:voluntary relocation”, una pulizia etnica pensata e organizzata step by step, mentre da due anni la popolazione palestinese viene umiliata, bombardata, esposta a ogni forma di atrocità e lasciata volontariamente morire di fame. Vengono promossi innovativi metodi di investimento la “Land Trust and Tokenization” che prevede lo sviluppo di un registro delle terre su blockchain e la sua tokenizzazione per recuperare liquidità. Non c’è alcuna promessa di autodeterminazione politica, ma solo una riduzione economica condizionata ad un modello che vede la popolazione palestinese già sconfitta, per di più condita da immagini generate con l’AI di una Gaza trasformata in città di lusso: torri scintillanti, marine artificiali, file ordinate di verde, pseudo-orti sociali privi di profondità prospettica e, soprattutto, di umanità. È la tanatoestetica del tecnocapitalismo: sanno come imbellettare la morte, trasformando ciò che era terra viva in decorazione artificiale al servizio del profitto di pochi.
Un’onda di solidarietà
Non è un caso che le lotte più significative contro il genocidio del popolo palestinese stiano venendo dalle città che affacciano direttamente sul mediterraneo, Genova, Marsiglia, il Pireo, Tunisi, Catania, Barcellona, sono unite in solidarietà nel blocco dei portuali all’invio delle armi in Israele e nella calorosa accoglienza della Global Sumud Flotilla per rompere il silenzio, l’inettitudine e la complicità degli stati europei nella violazione di ogni diritto internazionale e umanitario.
La storia ci insegna che la riorganizzazione urbanistica di Parigi non impedì l’insurrezione della Comune del 1871.
Gaza è un insostenibile laboratorio. Lo stesso modello di sviluppo che propone precarizzazione, mercificazione e isolamento, lo vediamo applicato nella gentrificazione del “modello Milano” dove la retorica della modernizzazione urbana sta in realtà attuando processi di espulsione e marginalizzazione sociale.
Contro guerre, patriarcato e per il diritto alla città e alla terra il 6 settembre a Milano una grande onda, intergenerazionale, è scesa in piazza dopo lo sgombero del Leoncavallo.
Quanto sta succedendo a Gaza riguarda tutt* perché è lo specchio estremo di ciò che viene sperimentato ovunque: la riduzione delle vite e della terra a risorsa economica, mero dato da gestire, privatizzare, colonizzare, dislocare, monetizzare.
Sciopero globale
“Se Israele blocca la Sumud, noi blocchiamo l’Europa”. È un monito e insieme una promessa: che la lotta per Gaza è intrecciata a quella dei lavoratori, dei precari, delle donne, degli ecologisti, degli antispecisti, dei contadini.
Qui prende forma l’idea di sciopero totale, che non riguarda più soltanto la fabbrica o il porto, ma la vita intera, una diserzione a questo modello, capace di attraversare i confini e trasformarsi in una grande onda.
NOTE
[1] da Washington Post, “Il progetto The GREAT* Trust” link pdf
[2] F. Albanese, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, link pdf
[3] F. Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, Bari 1996
Immagine in apertura: Gaia Giani e Massimo di Nonno
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