Bando alle ciance. Parliamo di politica, con la P maiuscola.
Siamo dentro una bufera di merda in cui gli interessi del capitale sono entrati apertamente in guerra. Dopo decenni di neoliberismo, “fine della storia”, globalizzazione, transizione green, libera circolazione, gentrificazione e piattaforme digitali, il capitalismo ha deciso di dichiararsi per quello che è: fascista.

Trump, Netanyahu, Putin, Modi, Meloni, Erdogan, Orban, Rutte, Milei… non sono anomalie isolate, ma i nodi di una internazionale fascista a geometria variabile: interpreti di una nuova alleanza tra industria militare, finanza globale e stati nazionalisti etnico-religiosi.

Dall’altra parte, però, i movimenti sociali su scala globale sono forti. Forse per la prima volta dagli anni Settanta raggiungono di nuovo un livello di mobilitazione diffusa e transnazionale. E stanno capendo una cosa fondamentale: la normalizzazione non può che essere coloniale e la gentrificazione non può più essere “gentile”.

Negli ultimi trent’anni la speculazione finanziaria ha cercato di costruire consenso cooptando media, arte, cultura ed educazione, vendendo la speculazione edilizia come “riqualificazione”, riproducendo il patriarcato con il pinkwashing, l’investimento in sicurezza come “digital turn”, le fonti fossili con le politiche green, la democrazia come governo tecnico, la violenza come innovazione, l’espulsione come sviluppo, il colonialismo con la modernizzazione. Oggi quella maschera è caduta.
Ecco, vorrei soffermarmi su questo fotogramma: cosa succede quando questa maschera cade? Le strategie neoliberali cessano di esistere? Io non credo affatto. Continuano ad agire, ma il cuore nero che è sempre rimasto sullo sfondo ora emerge in primo piano e si piazza al centro della scena.

Il linguaggio e le strategie neoliberali si frantumano come armi spuntate: si rivelano di plastica, posticce, perdono credibilità. Eppure permangono, come frammenti contundenti disseminati sul terreno dopo un’esplosione.

La finanza non ha più paura di dichiararsi per ciò che è: un progetto di apartheid, in cui solo i ricchi devono sopravvivere, mentre i poveri vengono espulsi con la forza — attraverso fucilate in faccia, genocidi, droni sempre in volo e militarizzazione dello spazio urbano.

È dalla crisi finanziaria del 2008 che noi, come movimenti prefiguriamo questo scenario. Oggi possiamo dirlo senza esitazioni: non è più una previsione, ma è realtà. O almeno lo è già per alcuni territori.

Nel contesto europeo siamo ancora in una fase di passaggio e consolidamento. È evidente che, per ora, l’Italia di Meloni al primo mandato, le Fiandre, l’Ungheria, l’Austria, Finlandia, Slovacchia, Svezia, Paesi Bassi, la Polonia, il Portogallo, Croazia e Serbia, e persino la pulsione bellica dei Paesi Baltici non sono ancora sufficienti a scatenare apertamente milizie paramilitari private, stile Gestapo o Camice Nere, come Trump sta facendo con l’ICE, né a mettere formalmente al bando l’antifascismo come terrorismo, come è già legge negli Stati Uniti. Ma il passo è breve.

Nel giro di due o tre anni, i cicli elettorali potrebbero portare al governo forze che sono già oggi in testa o ai vertici delle classifiche nazionali: AfD, Le Pen, Farage, VOX. Se la Germania dovesse diventare apertamente neonazista, la Francia e la Spagna neofasciste, non ci sarebbero più ambiguità: ci ritroveremmo, anche in Europa, rapidamente inermi, braccati come topi, dichiarati terroristi per legge. Democratici e riformisti sperano di potersi risvegliare da questo incubo con le elezioni di Midterm negli Stati Uniti: immaginano uno scenario in cui Trump perda il controllo del Congresso e inizi così la sua fine politica, riconsegnando gli Stati Uniti a quel progresso democratico a cui, secondo loro, sarebbero naturalmente destinati.

Io lo spero. Ma non ci credo fino in fondo. In primo luogo, perché Trump potrebbe impedirlo, forzando le istituzioni o tentando apertamente un golpe. In secondo luogo, perché gli Stati Uniti si trovano ormai sull’orlo di una guerra civile, attraversati da una polarizzazione sociale, razziale e politica che non può essere risolta semplicemente da un turno elettorale.

Se questo è lo scenario, allora in Italia, i decreti sicurezza, il nuovo decreto in discussione su IHRA e l’equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo, il principio del dual use applicato all’accademia, così come la questione del Referendum sulla giustizia,  il progressivo depotenziamento del potere giudiziario e della separazione dei poteri — nell’ottica di rafforzare l’esecutivo e il potere di uno solo — sono solo l’antipasto.

Nuove leggi razziali, nuovi dispositivi di sicurezza nazionale, una repressione sistemica dell’opposizione politica e sociale non sarebbero più un’eccezione, ma diventerebbero la norma. Non solo negli Stati Uniti, in Russia, in Turchia, in Egitto, in Israele…, ma anche in Europa.

In questo scenario è chiaro che la posizione dei movimenti sociali in Italia e in Europa è la costruzione di autonomia e di un’infrastruttura alternativa capace di opporre resistenza all’aggressione di questo attacco.
È evidente che dobbiamo costruire reti dal basso al livello transnazionale, in grado di istituire strutture organizzative nate dai movimenti sociali, radicate nell’auto-organizzazione e nella pratica collettiva.

Allo stesso tempo, queste reti devono saper costruire alleanze con quelle istituzioni pubbliche e governative che, pur dentro contraddizioni evidenti, cercano ancora di preservare un’idea universale di accesso ai diritti e di stato sociale.

Questa alleanza — tra una rete di organizzazioni autonome, radicate nei movimenti, e una concezione democratica e redistributiva dello stato sociale — rappresenta l’unico antidoto realmente rivoluzionario di fronte all’attacco in corso: il divenire fascista del capitale.

Questa è l’immagine più potente che la Global Sumud Flotilla ci ha restituito: la convergenza tra movimenti diffusi, organizzazioni nate dai movimenti, il mondo delle istituzioni, dei sindacati, delle imprese e delle NGO attiviste, insieme a parlamentari e partiti della sinistra che si richiamano alla difesa del diritto internazionale.

Non è un caso che in Italia siano stati attaccati i centri sociali, a partire dallo sgombero del Leoncavallo e di Askatasuna, e le minacce che in tanti altri hanno ricevuto come Spin Time, il Cantiere, Il Rivolta, Fornace… I centri sociali sono stati colpiti dal governo fascista di Meloni esattamente come sono state colpite le università, i ravers, gli ecoattivisti, la cultura indipendente e la rete di solidarietà con la Palestina.

La repressione del dissenso segue sempre lo stesso schema: prima l’intervento poliziesco sui nodi logistici del dissenso, poi la produzione di nuove leggi che trasformano il conflitto politico e sociale in reato, e infine l’equiparazione del dissenso al terrorismo.
Le forze conservatrici di centro destra cattolico, riformiste di centro sinistra, di solito rimangono a guardare, quasi un poco compiaciute di uscirne pulite.

Di fronte a questo scenario, dobbiamo guadagnare terreno nella costruzione dell’autonomia delle reti di lotta: rafforzare connessioni, infrastrutture condivise e capacità di resistenza collettiva.
Dobbiamo quindi porci il problema di come organizzare in modo efficace questo fronte di resistenza.
In questo scenario, credo sia inevitabile una convergenza di strategie diverse, capaci di operare su piani complementari.

Da una parte, è necessario mantenere vive e rafforzare forme di azione diretta liquide e flessibili, in grado di agire in modo anonimo, non immediatamente identificabile o categorizzabile. Sono le forme che, ad esempio nella città dove vivo, la Rete Spazi di Milano sta iniziando a individuare e praticare, e che hanno portato alla costruzione di diverse assemblee cittadine: spazi di confronto e di azione congiunta tra gruppi diversi di attivistə, forme assembleari temporanee, a volte con vere e proprie TAZ, che fanno uso di strumenti di comunicazione protetti e criptati.
Dobbiamo essere capillari nei nostri quartieri moltiplicare i gruppi autorganizzati, sentirsi in rete, identificare i posti sicuri, luoghi di dibattito e di organizzazione, e reagire quotidianamente alla micropolitica dell’occupazione fascista. Questo è il  vero luogo dell’avanguardia e della resistenza, il cuore del nostro laboratorio politico. Per questo motivo è essenziale essere presenti con i nostri corpi nelle strade, in occasioni come l’appuntamento del 31 gennaio a Torino, per difendere l’esperienza di Askatasuna.

Dall’altra parte, dobbiamo chiederci come rendere strutturali, consolidate e durature forme di organizzazione, spazi e infrastrutture capaci di sostenere nel tempo la vita sociale e la resistenza politica.

È chiaro che le forme organizzative che cercano di costruire infrastrutture comuni rappresentano un altro fronte fondamentale per l’auto-organizzazione della resistenza.
Penso, ad esempio, a forme di acquisto collettivo di spazi, come quelle che oggi il Leoncavallo sta provando a mettere in campo, aggregando soggetti diversi attorno al concetto di improprietà. Allo stesso modo, in molti contesti nazionali e  internazionali esistono già numerose iniziative di autogestione e co-proprietà dal basso, nate per contrastare la speculazione immobiliare e difendere concretamente il diritto alla casa e alla terra.

Ma servono anche agenzie e istituti al servizio dei movimenti, capaci di funzionare come basi logistiche per la difesa legale, per la ricerca, per l’archiviazione e la trasmissione della memoria delle lotte. Così come è cruciale la nascita e il consolidamento di testate e portali di informazione indipendenti, economicamente emancipati dai grandi gruppi che controllano il sistema dei media, basate su infrastrutture digitali non legate alle big tech.

Queste infrastrutture — che utilizzano tutti gli strumenti legali ed economici e tecnici disponibili per contrastare il tentativo di smantellamento dei diritti universali — dovrebbero nascere ovunque e mettersi in rete. Con la piena consapevolezza che saranno santuari difficili da difendere, perché il potere costituito cercherà in ogni modo di distruggerli.

Lo abbiamo visto chiaramente anche di recente: poche settimane fa una NGO tedesca impegnata nella difesa legale degli attivisti è stata inserita nella lista di Trump delle organizzazioni terroristiche. A seguito di ciò, la banca etica tedesca GLS è stata costretta a revocarne il conto, a causa del controllo esercitato dagli Stati Uniti — e dall’amministrazione Trump — sulle licenze bancarie all’interno del sistema SWIFT. Stessa sorte e meccanismo subito da Francesca Albanese e Banca Etica in Italia.

Così come è tramontata la chimera neoliberale della fine della storia, è finito anche il momento della depoliticizzazione dei corpi intermedi. È ormai evidente che non esistono più narrazioni neutrali o terze rispetto alle forze in campo: il mondo associativo, i sindacati, le ONG, la cultura e l’educazione non possono esimersi dall’assumere posizioni politiche chiare. In questa direzione credo che dobbiamo leggere il successo di iniziative come l’Assemblea Nazionale ‘O Re O Libertà’ appena avvenuta al TPO di Bologna.  Come sostengo da tempo, la produzione sociale, accedemica e artistica ha senso solo nella misura in cui si soggettivizza politicamente e si impegna nella trasformazione collettiva.

Per i nuovi centri sociali e culturali, il piccolo associazionismo, fondazioni e cooperative, i sindacati, le parrocchie e altri luoghi di culto, questo è il momento di prendere posizione e capire come diventare partigiani e organizzare la resistenza. Anche ciò che sta avvenendo a Minneapolis in seguito all’uccisione di Renee Good e poi di Alex Pretti da parte di agenti dell’ICE — episodi che hanno scatenato ampie proteste contro le pratiche di forza dell’agenzia federale di controllo dell’immigrazione — ne è un esempio tragico e drammatico. Minneapolis ha suscitato proteste di massa e richieste di responsabilità per l’uso eccessivo della forza da parte degli agenti, mettendo in luce le connessioni tra violenza istituzionale, controllo delle frontiere e militarizzazione della sfera pubblica. È notizia di questi giorni, riportata da tutti i giornali italiani, che l’ICE sta arrivando come una tempesta di ghiaccio anche in Italia, a raggelare il già disgustoso progetto delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina. Allo stesso modo, è notizia di questi mesi che la Biennale di Venezia ha offerto ospitalità al Padiglione d’Israele negli spazi dell’Arsenale, non solo rifiutando le richieste del comitato ANGA (Art Not Genocide Alliance) di escludere Israele dal programma, ma dichiarando esplicitamente di volerlo supportare e proteggere nel cuore della propria fortezza.

Questo è l’ambiente in cui ci troviamo a vivere e in cui dobbiamo organizzare la resistenza.
Lo diciamo da anni: per i nostri movimenti il comune — chiamato di volta in volta beni comuni, commons, undercommons — non è qualcosa di dato, ma qualcosa che si produce attraverso la lotta e la resistenza.
Il comune non è la terra, l’aria o la conoscenza intese come risorse neutre, inerti o naturalmente disponibili. Il comune è la terra, la memoria, l’aria, la città, nella misura in cui vengono reclamate, abitate e curate da una collettività disposta a lottare per esse.

È questa stessa resistenza che produce il comune come bene collettivo e come infrastruttura politica condivisa.

Immagine in apertura: Emilio Vedova, Uragano, 1948