Lasciate ogni speranza voi ch’entrate

Queste parole di colore oscuro

Vid’io scritte al sommo d’una porta;

Per ch’io: “Maestro il senso lor m’è duro”.

Ed elli a me, come persona accorta:

“Qui si convien lasciare ogni sospetto

Ogni viltà convien che qui sia morta”.

Dante, Inferno, Canto III, 9-15

 

La maggioranza parlamentare che sostiene il governo Meloni ha approvato una variazione della Costituzione, con la modifica di alcune regole che disciplinano l’attività dei magistrati e il controllo sulla loro attività (eventuali sanzioni disciplinari, assegnazione a funzioni dirigenti, trasferimenti). Le nuove norme potranno entrare in vigore solo e soltanto se troveranno conferma con il voto referendario, la cui data ancora non è fissata, ma che si terrà a breve, nella prossima primavera, fra marzo e aprile del prossimo anno. Come cercherò di spiegare quel che viene spacciato, usando parole volutamente oscure, come un passaggio meramente tecnico, è invece un intervento solo e soltanto politico, un tassello della guerra civile scatenata, contro i propri sudditi, dall’ala autoritaria e bellicista interna alla complessiva ragnatela in cui oggi si articola il potere.

Prima della riforma costituzionale

I magistrati diventano tali per concorso, unico e uguale; si dividono per funzione, alcuni sono assegnati a giudicare (e per questo sono giudici), altri ad inquisire (quelli delle procure, nei giudizi rappresentano l’accusa). Per passare da un’assegnazione a un’altra e/o da una funzione all’altra non basta la domanda dell’interessato; questa viene vagliata da un organo di valutazione e controllo, a composizione mista (eletti dai magistrati in parte e dalla politica in quota minore), il CSM (33 membri). Per assicurare l’autonomia della magistratura i due terzi del CSM sono eletti dai magistrati stessi; un terzo dal parlamento (attualmente 7 di destra, 3 di opposizione- PD, 5S, Italia Viva) ; si aggiungono Mattarella e i due al vertice della Cassazione. Il CSM detiene il potere disciplinare e provvede alla nomina dei preposti alle cariche direttive più importanti, nel settore civile e in quello penale, negli organi di accusa e in quelli giudicanti. In passato il passaggio dal settore di accusa a quello giudicante era molto più frequente, la doppia esperienza era considerata un valore aggiunto, lo stesso ministro Nordio fu prima giudice e in seguito PM. Negli ultimi anni (anche per il limite consentito di un solo passaggio di funzione) ciò che negli Anni Cinquanta non faceva il minimo rumore è diventato eccezione, ridottissima nel numero; anche la progressione di carriera avviene, quasi sempre ormai, all’interno di una delle due funzioni. Le nomine al CSM, in quanto elettive, riflettono nel risultato l’orientamento del corpo complessivo della magistratura, divisa in segmenti che per comodità possiamo chiamare di conservatori e di progressisti (ma l’articolazione dei due segmenti è in realtà assai più complessa e nulla va mai dato per scontato). L’unità delle due funzioni (giudizio e accusa) contiene conseguenze importanti: l’azione penale è innanzitutto obbligatoria (la procura non può scegliere quali delitti perseguire e quali no), ma soprattutto l’organo di accusa non deve cercare ad ogni costo la condanna, ma la verità, anche se favorevole all’imputato. Di recente due procuratori milanesi, ritenuti responsabili di aver taciuto alla difesa elementi a discarico, sono stati condannati per questo ad una pena detentiva. La ricerca della verità, e non necessariamente della colpevolezza, è un dovere inderogabile e caratterizza l’autonomia del magistrato inquirente in Italia, con un sistema diverso da quello di altri paesi in cui l’accusa è invece strettamente legata al governo (era così anche in Italia fino alla Costituzione repubblicana, quando vigeva il Regio Decreto del 1907, rimasto in vigore anche durante il regime fascista)

Il nuovo assetto introdotto dalla Riforma Nordio

Le modifiche introdotte sono quanto mai subdole, celate dietro espressioni quasi incomprensibili. La separazione delle funzioni diviene innanzitutto separazione di carriera, la magistratura viene divisa in due: giudicanti e accusa. Era separata anche prima, di fatto; dunque sul mero piano del funzionamento tecnico sul campo non ci sono variazioni. Cambiano invece – e non poco – il controllo e l’autonomia dei magistrati, in entrambe le funzioni. Perché cambia la composizione del CSM (ora diviso anch’esso in due, con aumento dei posti e dei costi) e cambia l’organo che detiene l’azione disciplinare, prima in capo al CSM, ora trasferita a un’Alta Corte di nuova concezione e di nuova composizione, che si occuperà sia dei giudicanti sia dei “requirenti” (denominazione tecnica dei magistrati delle procure). Il nuovo magistrato accusatore è molto più “poliziotto” di quello precedente, che già lo era non poco. Cerca condanne, non la verità; per orientare la caccia sono pronte leggi ordinarie di regime. Questo il cuore politico della riforma, tassello del progetto di controllo autoritario del potere giudiziario in capo al potere esecutivo.

I due nuovi CSM (privati del potere disciplinare, azzoppati) saranno scelti, per un terzo, da una lista elaborata dal parlamento; l’estrazione a sorte avviene comunque all’interno di quelli nominati dalla maggioranza, con regole oggi sconosciute, ma che saranno decise dal governo. Dunque un terzo sarà politico, e godrà della piena fiducia dell’esecutivo. Gli altri due terzi usciranno da un sorteggio che (recita il nuovo articolo 104 della Costituzione modificata) avverrà fra i magistrati nel numero e secondo le modalità stabilite dalla legge (una legge ordinaria, sganciata dalla Costituzione, mutabile in qualsiasi momento ad opera della maggioranza, magari con il consueto colpo di mano in un qualche emendamento). Pilotare un sorteggio non è affatto impossibile, se si detengono le chiavi che definiscono le modalità. Acquisendo il consenso del 25% dei sorteggiati si controlla il CSM, dunque passano sotto controllo l’assunzione, il trasferimento, la promozione, l’assegnazione e la carica connessa alle assegnazioni. Il nuovo articolo 105 della Costituzione regola il potere disciplinare, sottratto al vecchio CSM e consegnato all’Alta Corte di 15 membri. Sei sono “politici” (3 nominati dal Presidente della repubblica e 3 dal Parlamento), 6 sono estratti a sorte far i giudicanti e 3 fra i requirenti; come si farà questo sorteggio lo dirà ancora una volta una legge ordinaria modificabile secondo convenienza, di cui nulla si sa e nulla viene detto. Come dicono nelle borgate romane: aho, famo a fidasse… L’ultimo comma dell’art. 105 nuovo testo è un piccolo capolavoro di prepotenza: con legge ordinaria, sempre modificabile a piacimento dalla maggioranza, si decideranno non solo le ipotetiche violazioni disciplinari con le rispettive sanzioni, ma anche le forme del procedimento e la composizione dei collegi! E contro le decisioni dell’Alta Corte ci si potrà rivolgere solo all’Alta Corte; basterà conquistare il consenso di 2 sorteggiati su 9 per ottenere il controllo politico di questa Alta Corte e sarà il ministro a sollecitare, all’occorrenza, l’apertura dell’azione disciplinare contro i magistrati scomodi. In sintesi: oggi non è bene, ma domani sarà peggio, e ci gettano le basi, con la riforma, per l’aggressione continua ai diritti.

Il progetto autoritario in cui si inserisce questa riforma costituzionale

La giustizia in Italia è senza dubbio una giustizia di classe. Funziona, con una certa frequenza, male nella difesa dei diritti dei poveri e degli oppressi, assicura, spesso ma non sempre, l’impunità ai potenti. Anche per questo la credibilità dei magistrati è piuttosto bassa, e la fiducia popolare nella giustizia è minima. Ma anche quel poco di democrazia che sopravvive faticosamente nel nostro ordinamento non è tollerato dall’apparato di potere; vogliono rimuoverlo e puntano a far prevalere il dominio sui sudditi, per così completare la transizione autoritaria.

Per questo travestono la riforma in un passaggio meramente “tecnico” e lo espongono in termini tali che, così come viene descritto, non frega niente a nessuno. Due CSM invece di uno? Due carriere invece di una? E a me che ne viene? Nulla di nulla! Tanto non cambia la mia condizione. Per aggiunta il potere diffonde l’idea (assolutamente falsa) che questa riforma costituzionale acceleri i tempi biblici della giustizia, elimini le condanne ingiuste, porti più democrazia nelle nostre vite. Per condire queste menzogne il potere va arruolando, come sempre, finti oppositori che, indossando uniformi di sinistra, sostengono la riforma proposta dalla destra neofascista di meloni con l’appoggio dei tecnocrati alla Calenda. E i finti oppositori (qualcuno in buona fede, da perfetto cretino; il grosso a pagamento, da questuante) finiscono sempre più spesso sotto i riflettori. Il delitto di Garlasco non c’entra nulla con la riforma costituzionale; ma nel sottofondo del clamore mediatico che accompagna la grancassa suonata sul palco delle nuove indagini viene inserito il messaggio subliminale, lanciato in forma apodittica, senza motivazione: con le nuove norme nessun Garlasco sarà possibile. Viva il Governo!

Diciamolo con franchezza. La separazione delle carriere è uno specchietto per le allodole, esiste già, non serve a niente, è un falso problema. Quel che conta è la modifica della sorveglianza, la rimozione della garanzia costituzionale sulla procedura, la riconduzione del controllo sui magistrati alla legge ordinaria e, conseguentemente, alle interferenze dell’esecutivo, del potere, del progetto autoritario che caratterizza questa fase di transizione e sussunzione. Infatti, dove non opera l’argine della Costituzione, il governo non lesina colpi di mano. Dopo il niet al Ponte di Messina, con prontezza, in piena pausa natalizia, con il solito emendamento pirata, hanno cambiato la legge e assestato una mazzata educativa alla Corte dei Conti, limitando i poteri di controllo contabile di quei magistrati, assicurando l’impunità ai caporali di regime che usano soldi pubblici a fini privati, facendo capire chi comanda. Questo prepara la riforma che contrabbandano come tecnica e democratica!

Non è un referendum sulla giustizia e sul suo funzionamento, non è un referendum tecnico. È invece un segmento della guerra civile scatenata dal potere contro i diritti dei subordinati, dei precari, dei non abbienti, dei sudditi. Vogliono controllare interamente il meccanismo giudiziario (giudicante e requirente) per accelerare la transizione autoritaria, per assicurare l’impunità ai funzionari del potere e al capitalismo delle piattaforme, per rinforzare il regime di guerra e riarmo, per cancellare i diritti residui alla salute, alla casa, al reddito, all’opinione, alla libertà. Dunque si tratta di un referendum politico per contrastare, in ogni passaggio e anche in questo, il progetto del potere. Il resto è fuffa, inganno, propaganda, ideologia. Va smascherata la finzione spettacolare messa in scena dalla maggioranza neofascista e dalla finta opposizione, pro-guerra-sempre-in-emergenza. Volevano nascondere questo passaggio autoritario dietro una cortina di tecnicismi incomprensibili, per favorire, come sempre, paura e rassegnazione. Per piegare ogni esistenza al profitto.

L’imprevista iniziativa di raccolta firme ha riaperto una discussione che appariva morta, o almeno stagnante. Ha sottratto i riflettori accesi solo e soltanto sulla comunicazione di palazzo, ha svegliato dal suo torpore rassegnato anche l’opposizione parlamentare. Raggiungere 500.000 firme pareva pazzesco, sta diventando possibile, giorno dopo giorno, con effetto a valanga; dobbiamo farlo diventare reale, raggiungere il risultato. Certo: il referendum avrebbe luogo ugualmente, anche senza le 500.000 sottoscrizioni. Ma con le firme invocate dai senza rappresentanza sarà un referendum diverso, con accesso anche dei comitati e dei sindacati di base alla comunicazione, secondo le norme della c.d. par condicio. Già così sta cambiando lo scenario dello spettacolo, un po’ alla volta si capisce che questo non è un Si o un No tecnico, ma un Si o un NO al regime che ci stanno preparando. La separazione delle carriere poco conta, ma la lotta al dispotismo è invece compito nostro!

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Si può firmare sulla piattaforma attiva lunedì 22 dicembre 2025. In una settimana sono state raccolte 144.000 firme (ore 16.30 di martedì 30 dicembre)!!!

Entro e non oltre il 30 gennaio 2026 vanno raccolte 500.000 firme. L’obiettivo non è affatto impossibile da raggiungere, visto che l’iniziativa sta raccogliendo, nonostante le difficoltà, molto consenso: il disegno del governo di Meloni è piuttosto chiaro e non gradito a una parte consistente degli e delle abitanti di questo paese.

Ecco il link dove firmare:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5400034

Per firmare on line occorre usare la firma digitale ma è possibile anche utilizzare lo SPID, la CIE e il CNS.

Nei prossimi giorni, saranno organizzati banchetti anche per la raccolta firme cartacee.

Continuate a firmare per fermare Meloni&Co.