Le leggi dell’urbanistica e lo scontro di poteri

Non entreremo nel merito della questione squisitamente giudiziaria, su cui molto si sta scrivendo. Cercheremo invece di leggerne in breve il significato politico e cosa, politicamente, rivela – o meglio – conferma, e permette di approfondire a chi ha sempre cercato di rompere la cappa di grigio conformismo bipartisan che, almeno dal 2015, opprime la metropoli che si vorrebbe “uscita dal provincialismo” e proiettata tra le “capitali europee”.

Certamente, dopo la pax expopolis di renziana memoria e gli scontri interni alle diverse cordate della procura milanese, la magistratura ha avviato un nuovo corso. I PM che costituiscono il pool che indaga su Sala, Tancredi, Boeri, Catella e gli altri, hanno una storia di inchieste d’assalto sia alla classe politica che a quella finanziaria: Marina Petruzzella è la giudice che due anni fa avviò le prime inchieste in materia urbanistica in città; Paolo Filippini, già collaboratore di Alfredo Robledo, seguì alcuni dei filoni di indagine su Expo 2015, di cui Sala era commissario unico (in particolare quello sfociato in appello nella prescrizione del falso per cui il sindaco-manager era stato condannato in primo grado a sei mesi convertiti in pena pecuniaria); Tiziana Siciliano ha al suo attivo diverse inchiesta relative al campo dei diritti civili e dei cittadini, dal tema del suicidio assistito nel caso “dj Fabo” al deragliamento del treno di Pioltello, passando per l’inchiesta che fece luce sul sistema lucrativo della clinica Santa Rita, e ancora dal ricorso contro il fondamento giuridico dell’assoluzione in primo grado di Silvio Berlusconi e degli altri imputati di falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari, nel processo “Ruby-Ter”. Infine, Mauro Clerici, all’epoca del procuratore Francesco Greco, curò il primo processo sui bilanci di Monte dei Paschi di Siena e il rientro fiscale di un miliardo della famiglia Riva nelle vicende dell’ex Ilva.

Si tratta, insomma, di una squadra già avvezza ai temi della malapolitica e malafinanza – del malgoverno. Paradossalmente, espressione di quella magistratura che nel lungo ventennio berlusconiano è stata considerata dal popolo anti-berlusconiano “faro della democrazia”, in un’Italia che si leggeva devastata unicamente dai conflitti di interessi e dal male supremo della corruzione, cui ricondurre tutti i comportamenti illeciti e a cui subordinare la questione sociale che il centro-sinistra post-PCI e post-DC (ma anche post-Mani Pulite) aveva da tempo abbandonato. In questa chiave va letto anche lo scontro attualmente in corso: in assenza di una riforma complessiva e integrale, in chiave neoliberista, dell’urbanistica nazionale (sognata con il “Salva-Milano”, auspicata e lamentata dall’ex assessore Tancredi nel suo discorso di commiato a palazzo Marino nella seduta del 21 luglio), la magistratura ha invece preferito applicare un’interpretazione più restrittiva della legge fondamentale nazionale dell’urbanistica. Questo, infatti, è un punto centrale: con la riforma costituzionale del 2001 – votata dal centro-sinistra al governo ma espressione dell’egemonia culturale leghista e berlusconiana – si attuava di fatto una disarticolazione confusa delle politiche pubbliche, per cui si avviò la regionalizzazione parziale di molte materie, tra cui l’urbanistica. In un panorama nazionale che ha visto oltre venti leggi urbanistiche differenti, in Lombardia la legge regionale del 2005 (matrice di destra) prevedeva ampia deregolamentazione dello sviluppo urbano e spalancava i territori all’espropriazione dei privati. Su questa, si sono basati i PGT Moratti e soprattutto Pisapia del 2012, la cui implementazione nei successivi 13 anni ha prodotto l’attuale “modello Milano”.

Ciò che vorrebbero Partito democratico e Lega, con il consenso di Fratelli d’Italia e delle altre forze politiche, è la sistematizzazione della svolta ambrosiana a livello nazionale, per archiviare definitivamente la legge fondamentale. Questa mantiene, infatti, caratteri progressivi grazie alle importanti acquisizioni, successive alle lotte degli anni ‘60 e ‘70, in termini di standard urbanistici di servizi sociali da rispettare e garantire, come vincolo alla possibilità di impresa privata sull’immobiliare; sebbene non abbia impedito ampi fenomeni di speculazione edilizia e i saccheggi delle città negli anni del boom economico – che fu anche boom edilizio – e soprattutto nei decenni ‘80-’90, anche per la bocciatura delle opzioni più radicali dal punto di vista dell’intervento pubblico. Questa mantiene l’imposizione di tempistiche, procedure, passaggi considerati incompatibili con i tempi dell’ipercapitalismo finanziario e degli investimenti a breve termine dell’attuale classe rentièr.

Per concludere, in questo scontro tra potere politico e giudiziario si aggiunge poi quello interno a quest’ultimo, tra giurisdizione penale e amministrativa: è il caso dei numerosi ricorsi al TAR finiti con il respingimento delle istanze dei cittadini e la ragione data al Comune – come nei recenti casi del ricorso del Comitato Si Meazza sull’abbattimento del secondo anello, necessario per procedere con il piano di vendita dello stadio. I giudici amministrativi hanno confermato infatti un atteggiamento di delegittimazione dei ricorsi dei cittadini, per mancanza di interesse legittimo, oppure sentenziando la regolarità procedurale degli atti.

Tecnocrazia, finanza e neoliberismo nel governo delle città

Ora, appunto, nel caso meneghino non sappiamo se ci sia effettivamente stata una prassi corruttiva: i giudici interpretano come tale quelle che, da un punto di vista anticapitalista, sono relazioni politiche e di affari, di per sé connaturate alle classi dirigenti in tempi di “porte scorrevoli” tra istituzioni pubbliche, aziende private, studi notarili e di avvocati, banche e fondi speculativi, che si sono potute tradurre in spartizioni di potere, influenze reciproche e tutela di interessi di pochissimi grazie a una deregolamentazione totale della finanza. Che poi questa deregolamentazione renda estesissima la zona grigia tra lecito e illecito, facilitando falsità, falsificazioni, oltre che pressioni indebite e forme ibride di corruzione e clientelismi, è sintomo, ma non causa.

Il dato politico di cui si sta parlando ancora troppo poco riguarda l’emersione di due figure molto concrete del potere urbano oggi, all’interno di una sua gestione strettamente neoliberale: i “tecnici” e le SGR – Società di Gestione del Risparmio. Per quanto riguarda i primi, ci riferiamo alla Commissione Paesaggio e allo Sportello Unico dell’Edilizia – organismi amministrativi al centro, secondo l’accusa, dell’ipotesi di reato corruttiva – e ai loro dirigenti: Giovanni Oggioni, architetto e a capo dello Sportello, ai domiciliari già da marzo; Giuseppe Marinoni, altro architetto già alla guida della Commissione Paesaggio; lo stesso ex assessore Giancarlo Tancredi, già direttore dell’Area Pianificazione Tematica e Valorizzazione Aree e, per certi versi, il sindaco Giuseppe Sala, manager e commissario unico di Expo 2015. Soggetti che, al di là di eventuali illeciti, sono espressione di una cultura tecnocratica, che vuole appunto la gestione dello sviluppo urbano in mano a persone competenti di architettura e finanza, più che di urbanistica e sociologia. Anzi, queste materie sono considerate complicate sovrastrutture da semplificare e superare, in nome dell’attrattività: vero e proprio imperativo ideologico del governo delle città all’epoca della crisi di profittabilità del capitalismo.

Il secondo soggetto-chiave sono le SGR, Società di gestione del risparmio, veri dominus dell’ipercapitalismo finanziario internazionale che, come i loro fratelli maggiori dei fondi finanziari multinazionali, possiedono la massa di denaro – finanziario – che si muove nei mercati globali. Denaro di chi? Lavoratori, lavoratrici, pensionati. Il rapporto non è mai diretto, ma mediato da banche e altri fondi, in una concatenazione di cui spesso si perde l’intera filiera. Le SGR sono gli attori centrali di quel processo che abbiamo imparato a conoscere come finanziarizzazione del mattone. Coima e il suo padrone Manfredi Catella sono, quindi, la declinazione nazionale e meneghina di un fenomeno più vasto. Spieghiamoci meglio: nelle metropoli e nelle grandi città, la quota principale del finanziamento di compravendita terreni e aree, costruzione e ristrutturazione di immobili avviene con risorse finanziarie provenienti appunto da questi enti privati di risparmio gestito; un soggetto come Coima non costruisce nulla, ma indirizza imponenti masse di denaro verso operazioni e progetti immobiliari, di “valorizzazione” del patrimonio – che di base significa estrazione di valore e spostamento di ricchezza dal basso verso l’alto, mentre la “rigenerazione urbana” post-industriale e post-crisi del 2008 comporta la privatizzazione della città pubblica. La società di Catella, in particolare, detiene oltre 10 miliardi di risparmi e gestisce piani di valorizzazione di importanti patrimoni immobiliari (come quello di Intesa San Paolo), rientrando tra le tre più grandi in Italia per risorse raccolte – assieme a Generali Real Estate SGR, i cui principali azionisti sono Delfin, Caltagirone e Benetton, e DeA Capital Real Estate SGR, con azionisti De Agostini e Ksiazek holding. Sebbene, dunque, Coima abbia anche un Gruppo Immobiliare impegnato nell’edilizia tradizionale e nella acquisizione/gestione di immobili e volumetrie, il suo principale core business urbano è tutto nel settore finanziario.

Ora, le SGR hanno un solo vincolo: garantire un’alta redditività e in tempi brevi ai risparmiatori di cui gestiscono la liquidità, pena la perdita di fiducia e la fuga di capitali. Come tutti i prodotti finanziari, anche quelli legati al mattone devono raggiungere un alto rendimento, per ottenere il quale le Società devono avere garantite dal Pubblico alcune condizioni: oneri di urbanizzazione bassissimi (e a Milano sono particolarmente bassi, dieci volte inferiori a quelli di una capitale europea tutt’altro che estranea alla finanziarizzazione come Parigi) perché costituirebbero un costo in grado di ridurre le aspettative di profitti; un elevato valore a metro quadro delle aree oggetto dei prodotti finanziari venduti (i progetti immobiliari di lusso), riducendo o azzerando la presenza in tali zone di quote di edilizia popolare, oltre che di sacche di povertà, redditi bassi e marginalità (giustificando un atavico disprezzo di classe con la presunta oggettività della attrattibilità data dal decoro, come emerge dalle conversazioni tra Boeri e Sala sui senzatetto da cacciare); non ultimo, l’indiscutibilità e insindacabilità delle autorizzazioni ai progetti urbanistici collegati a quei prodotti, con una costante e crescente pressione alla semplificazione burocratica e politica, velocizzando i tempi di costruzione degli immobili e usufruendo di un’alta intensità di lavoro – che si traduce nella deregolamentazione del sistema di subappalti. I risultati inevitabili? Privatizzazione dello spazio urbano e la svendita del patrimonio pubblico, una gigantesca redistribuzione di reddito e valore verso l’alto, consumo di suolo record. Perché se si applica una riduzione fino al 60% degli oneri di urbanizzazione a investitori, come i fondi immobiliari che già godono di consistenti agevolazioni fiscali, agli abitanti e ai redditi da lavoro restano solo case troppo costose da vivere e territori deprivati di servizi e welfare.

Tutto ciò è stato permesso da una gestione, appunto, neoliberale del potere: ciò che secondo i giudici costituisce la base del sistema corruttivo e clientelare – sebbene, notiamo, si tratti di un clientelismo di segno opposto rispetto a quello tradizionale: la classe politica che fa di tutto per diventare cliente della classe padronale e garantirsi così gli investimenti – è, crediamo, l’essenza stessa di una concezione privatistica della cosa pubblica e del suo governo ristretto a piccoli cerchi di relazioni e interessi; una gestione opaca e manageriale, appunto, dello sviluppo urbano. Un sindaco che bypassa più volte la sua stessa maggioranza, che fa accordi diretti con fondi finanziari e imprenditori, ignorando le istanze della cittadinanza e anzi riducendo l’ascolto a fittizi percorsi “partecipativi” (qualcuno si è accorto dell’esito del dibattito sulla riapertura dei Navigli o di quello su San Siro?); un personaggio dalla bassa caratura culturale, dall’indole autoritaria come è proprio dei manager, al comando di una delle più importanti città del Paese e della sua economia per adesione ideologica al managerismo neoliberale di cui è espressione delle forze che lo sostengono – e degli stessi avversari della destra. O forse Sala è propriamente espressione di quella “borghesia illuminata” tutta milanese, con i cui “figli migliori” alla Boeri si intende perfettamente, che “è illuminata finché qualcun altro paga la bolletta della luce” (come disse Valentino Parlato). Una classe sociale tutt’altro che democratica, che ha perfettamente incarnato lo svuotamento dei formalismi procedurali e dell’equilibrio di poteri su cui si fonda la democrazia liberale rappresentativa. Ciò che il neoliberismo ha realizzato in quarant’anni a livello di Stato, lo vediamo riflesso anche sul piano comunale, favorito in ciò dalle diverse forme di regionalizzazione che dal 2001 in avanti si sono susseguite, determinando una secessione dei ricchi non solo tra le diverse aree del Paese, ma anche al loro stesso interno.

Rivoluzione passiva o diritto alla città

In città c’è un malcontento diffuso, destrutturato ed eterogeneo, tuttavia si tratta di un dissenso così esteso che non si vedeva da molti anni, per contrapporsi anche istintivamente alla difesa disperata di un comportamento indifendibile. La “bolla Milano” non è ancora scoppiata, la classe dirigente farà di tutto per non farla sgonfiare o peggio esplodere, sebbene per abitanti a basso reddito e chi vive del proprio lavoro l’ossigeno dentro la bolla si stia esaurendo: è già evidente dalle dichiarazioni non solamente di Sala e della maggioranza, ma anche dall’atteggiamento cauto e incredibilmente garantista verso l’avversario da parte della destra nazionale, altresì sostenitrice di una prassi penalista e carceraria tra le più odiose verso dissenso sociale, povertà e “devianza”. L’apparato alla guida della città ha rivendicato continuità e correttezza del proprio agire (anche se le dimissioni di Tancredi appaiono in realtà in contraddizione con il discorso tenuto da Sala il 21 luglio a palazzo Marino, che le rende poco comprensibili da un punto di vista di coerenza logica e politica), i gruppi dirigenti dei partiti – PD in testa, ma anche le stampelle alla sua sinistra – accennano timidamente possibili cambi di rotta, senza però mettere in discussione un governo metropolitano che hanno sostenuto acriticamente in 15 anni.

Nonostante ciò, come abbiamo detto, parte della magistratura ha avviato una battaglia contro le distorsioni e gli abusi che, in una cornice di legge e mercato di per sé eversiva dal nostro punto di vista, interpreta come reati riconducibili in ultima istanza alla corruzione (sebbene riferibile più a prassi lobbistiche illecite, che a finanziamenti clandestini diretti tra le parti). Eppure, il rischio è che in caso di successo nella sua azione si verifichi nella classe dirigente meneghina, una gramsciana rivoluzione passiva, o dall’alto: il potere giudiziario rimuove elementi e soggetti sul piano politico, tecnico, imprenditoriale, senza intaccare la premessa estrattivista e predatrice della città ridotta a merce finanziaria.

L’alternativa, secondo noi, resta una affermazione piena e integrale del diritto alla città: in un’intervista del giugno 2016 (non a caso intitolata Ridare il suo significato rivoluzionario al Diritto alla Città), l’urbanista anarchico Jean-Pierre Garnier individuava come momento caratterizzante nella storia dello sviluppo urbano e del filone di pensiero nato da Henri Lefebvre la salita al potere in Francia (culla del Droit à la Ville) di Giscard d’Estaing: «da quel momento in poi », dice, «il diritto alla città ha cominciato a comparire nei piani regolatori, nelle ricerche di urbanistica: in breve, si trattava del diritto a partecipare alla elaborazione dei piani regolatori». Ma, ci ricorda sempre Garnier, Lefebvre era contrario: «non adopero mai il termine partecipazione, adopero il termine intervento delle classi popolari, perché quando si partecipa a qualcosa è come prendere parte a uno spettacolo teatrale… »[1]. Ora non siamo nemmeno più nell’epoca dei piani regolatori ma in quella dei PGT dominati e disarticolati dai Piani di intervento integrato scritti dai privati; la partecipazione che le giunte di centro-sinistra, con un ampio sostegno dell’associazionismo civico e del Terzo settore, hanno apparecchiato negli ultimi 15 anni a Milano è stata, quindi, un invito a teatro: a ingresso chiuso, su invito e con rigido dress code, costruito su misura di interessi di un 10% di milionari – e di quella quota di middle class patrimoniale che ne ha sostenuto l’arricchimento sperando di ricevere qualche briciola dall’alto – che vedono nella regolamentazione urbanistica un inutile apparato burocratico da rimuovere. L’invito a ridare e applicare il significato rivoluzionario al Diritto alla città resta il punto irrinunciabile per la ormai necessaria prossima rivolta dal basso per la città pubblica e la riappropriazione collettiva della produzione dello spazio urbano.

Elio Catania, laboratorio politico Off Topic*

*Questo pezzo, firmato individualmente, è il risultato del lungo lavoro politico e militante di Off Topic per il diritto alla città e all’abitare. In particolare, a proposito delle cartografie del potere a Milano, segnaliamo le ultime mappature collettive delle trasformazioni urbanistiche e dei loro attori principali nelle zone attorno a San Siro e Corvetto pubblicate nell’autoproduzione Pieghevole – Bella Milano, ma non ci vivrai.

NOTE

[1] H. Lefebvre, La produzione dello spazio, p. 56, PGreco, 2018 (ed. originale 1974)

Immagine in apertura: auguri ai milanesi dalla gru di un costruttore nel quadrilatero della moda (Natale 2023)