Ho scritto questo testo per La Jornada a poche ora dal 5 ottobre la manifestazione contro il genocidio a Gaza. L’importanza di alcuni temi mi ha portato a condividerlo nella lista Effimera ed è nato un dibatto importante e forte che nasconde, probabilmente, alcune urgenze. Penso, alla luce di quegli scambi che questo testo rimane valido ma ha bisogno certamente di una specifica che lo renda chiaro e non apra ad ambiguità: il genocidio contro il popolo di Palestina non inizia il 7 ottobre, il 7 ottobre è un passaggio, un giorno di guerra e azione politica contro un’oppressione tremenda e terribile che colpisce le popolazioni palestinesi da oltre 70 anni. Nel 2022 e 2023 le violenze strutturali contro la Palestina si sono intensificate. Mettere l’orologio della storia sul 7 ottobre devia lo sguardo, lo sporca e accetta dibattiti futili e violenti. Il progetto di destabilizzazione del medio-oriente che Israele e USA stanno compiendo è un crimine di portata unica, il popolo palestinese la vittima sacrificale che la geopolitica ha accettato. La resistenza palestinese è un’anomalia che rompe i piani di controllo di un’area intera, è uno sforzo eroico e senza pari. Il popolo di Palestina decide per sé e nessuna persona può permettersi di giudicare. Il 13 novembre EuroNomade ha pubblicato un testo di Ali Zokaei dove si legge tra varie cose molto interessanti “gli israeliani vorrebbero che la guerra si allargasse fino a Teheran, o come dicono loro, fino alla “testa della piovra”, ma la Repubblica Islamica di L’Iran, tuttavia, agisce per prolungare il confronto in maniera lenta ed erosiva: Netanyahu ha fretta e Khamenei, anche se ha gridato alla “vendetta” per Ismail Haniyeh, paventando dure reazioni, vuole prolungare il corso degli eventi. Più promette “dura vendetta”, più sostiene la cosiddetta “pazienza strategica”. Anche se i venti di guerra svolgono un ruolo deterrente per i governi ei loro rapporti economici, sono già nello stesso rapporto centrifugo per cui qualsiasi azione può dare inizio a un caos mortale. Pertanto, qualsiasi possibilità diplomatica è intrappolata dentro questi venti di guerra. Ad esempio, Ismail Haniyeh ha ripetutamente promosso la pace ma la macchina da guerra israeliana non vuole essere inclusa nel processo del cessate il fuoco, perché Netanyahu ha interesse a riprodurre continuamente il regime di guerra. D’altronde gli attuali rapporti multipolari non consentono di dominare il fuoco. Da un lato l’opposizione in Israele si manifesta contro Netanyahu, dall’altro diverse forze e organizzazioni non riconosciute da un punto di vista formale dal governo iraniano (ma da esso sostenute) combattono contro Israele un conflitto di lunga data”. Le complessità sono tante ma da qui e solo da qui può iniziare la discussione anche date queste certezze, diciamo “dogmi” politici.La complicità con un popolo in resistenza fino a che punto arriva? E’ giusto non porsi delle domande sui percorsi interni? Nel nome della decolonialità, che è un qualcosa di determinante e di cui serve comprendere fino in fondo limiti e spazi di agibilità (io certamente non ho ancora una chiara idea su questo), e del rispetto per le scelte di altri popoli, quanto è lecito interrogarsi su Hamas? “Nè con Hamas, né con Israele” può essere, come sostengono diversi tra compagne e compagni un errore tattico e una deviazione dai percorsi di resistenza, o come sostengono altre e altri una questione centrale? La solidarietà e la complicità deve darsi in tutto e accettare tutto o può fermarsi al “stop al genocidio, libertà per il popolo palestinese” o deve comprendere anche l’accettazione delle scelte che andranno dopo la liberazione? Queste le domande restano per me aperte ed è lo spirito con cui quest’articolo di quasi 2 mesi fa deve essere letto. Non ci sono certezze nel mio sguardo ma domande, riflessioni personali ma anche collettive, perché nella critica incondizionata al governo di Israele e al progetto sionista (che va fermato senza se e senza ma) i movimenti e le lotte anti-capitaliste hanno bisogno, penso , di chiarire punti e direzioni e sconfiggere la confusione culturale e politica che governa, scientificamente, il regime capitalista che ci viene imposto.

Buona lettura

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In Italia, il diritto di manifestare è stato attaccato, e persino sospeso, in nome del sostegno allo Stato sionista di Israele. A un anno dall’inizio della nuova operazione genocida a Gaza, “giustificata” come risposta all’azione di guerra del popolo palestinese del 7 ottobre 2023, le questure hanno deciso prima di negare l’autorizzazione a una manifestazione in solidarietà con il popolo palestinese , e poi di mettere in campo tutta una serie di iniziative repressive e provocatorie nei confronti di chi ha deciso di rifiutarsi e di difendere così il diritto alla libera espressione delle idee e del sostegno al popolo palestinese. Tutto questo è accaduto intorno a sabato 5 ottobre. Migliaia e migliaia di persone sono riuscite a raggiungere Piramide, la piazza dove la questura ha dovuto finalmente autorizzare almeno un presidio statico. Decine di camionette della polizia, cannoni ad acqua e agenti antisommossa sono stati schierati intorno ai manifestanti. Chi arrivava in auto o in autobus da fuori Roma è stato sottoposto a perquisizioni, centinaia di persone sono state fermate o portate in questura per accertamenti. Chi passeggiava per il centro della città con uno zaino e un’aria “sospetta” è stato perquisito e controllato, applicando la più tipica logica lombrosiana. Almeno 10.000 persone hanno deciso di sfidare i divieti. Una cifra non scontata fino a poche ore prima di sabato 5 ottobre, e non solo per la pressione repressiva del governo. La “compressione del diritto di manifestare” è emersa da un dibattito sugli slogan della manifestazione indetta dall’UDAP (Unione Democratica Arabo-Palestinese) e dai Giovani Palestinesi d’Italia. L’appello alla manifestazione parla del 7 ottobre come giorno di inizio di una rivoluzione. Questo comunicato ha compresso il diritto di manifestare in una piazza molto più composita e complessa”, afferma il giornalista Valerio Renzi. L’uso strumentale da parte della destra italiana è palese ma dobbiamo dire che il testo ha fatto si che il dibattito, dopo un anno di necessarie manifestazioni a sostegno del popolo palestinese, si è aperto, in modo diverso e non strumentale, anche all’ interno dei movimenti “pro-Pal”, e nei movimenti sociali. Se per un anno, all’interno dei movimenti, la discussione su Hamas è stata di fatto resa impossibile da un’abile polarizzazione del dibattito impostata da chi non voleva mettere in discussione Israele e il suo governo, che a ogni forma di critica all’ azione israeliana chiedeva “ma non condannate Hamas”, ora è diventata necessaria. Discutere di prospettive che vadano oltre il cessate il fuoco non significa, per chi ha iniziato a parlarne, dire chi e cosa deve fare il popolo palestinese, da chi deve essere governato e quali forme legittime di resistenza deve usare, ma alimentare un dibattito politico più ampio sulle forme di solidarietà e di co-azione, iniziando a mettere i tasselli per un mondo in cui il colonialismo,le guerre e il saccheggio di popoli e territori finiscano per sempre. Significa rompere con una polarizzazione che nega il pensiero critico e non crea scenari possibili per il futuro di oggi, accettando la coercizione di vecchi schemi. L’apertura di questo dibattito, a pochi giorni da una manifestazione violentemente attaccata dal governo Meloni, è stato vissuto da alcune correnti dei movimenti come scusa per indebolirne la forza e la partecipazione. Mi chiedo senza collocare la questione palestinese nel più ampio scenario della guerra per il controllo dei corpi e dei territori che il capitalismo sta dispiegando (non solo attraverso la guerra classica, ma sempre più attraverso la guerra classica), è impossibile trovare forme di resistenza, di opposizione al capitalismo e di alternativa capaci di imporre una logica di pace sia per la Palestina che per i popoli oppressi del mondo. Mi chiedo anche come si possa agire questo necessario dibattito senza scadere in logiche coloniali ed occidentali centriche? Questo dibattito indebolisce davvero la mobilitazione contro il cessate il fuoco? Può esistere una convergenza sul cessate il fuoco ma non sulle prospettive che la Palestina si da senza voler imporre da fuori la propria prospettiva? Non ho una risposta ma l’EZLN ed il KCK hanno immediatamente detto “nè con lo stato di Israele né con Hamas, al fianco del popolo palestinese”. Le due forze politiche, oltre ad essere strepitosi esempi di rottura dell’ideologia e costruttori di pensieri, e pratiche, radicali moderne certamente non possono essere considerati colonialisti e occidentali centrici. E per giunta mi chiedo, in un contesto come quello dell’oppressione che subisce il popolo palestinese, per essere complici e solidali con una lotta quanto si deve aderire al progetto che esso sottende? Per seguire una traiettoria decoloniale anticapitalista si deve sostenere, in maniera totalmente acritica, le modalità di liberazione scelte dal popolo oppresso? Come e con che equilibrio si può, senza ovviamente “dire” al popolo che si libera che deve fare, aprire un dibattito? Perché se per esempio io, umile giornalista, tra le tante lotte di liberazione dei popoli indigeni ed originari dell’America Latina mi sono avvicinato alla Zapatismo e non ad altre (pur nel rispetto e nell’attenzione che ad esse rivolgo) è perché coincidevano visione extra liberazione, visioni che non ritrovavo in altri contesti. Queste domande penso siano fondamentali, e oggi urgente per affrontare e creare “l’intersezionalismo” necessario per abbattere il capitalismo, e dove i tanti mondi che devono convergere in questa costruzione trovino il modo di dialogare.

Tornando al 5 ottobre, Valerio Renzi sottolinea anche che “ci sono stati scontri in piazza alla fine della giornata e alcuni gruppi di manifestanti, non potendo fare un corteo, si sono scontrati con la polizia”. A seguito degli scontri ci sono stati feriti e arrestati. Gli inviati di Radio Onda d’Urto, emittente bresciana che da sempre segue i movimenti e le lotte sociali, presenti in piazza, ricordano che “la decisione del Governo e della Questura di Roma di vietare la manifestazione ha dato ancora più importanza all’evento di oggi, anche perché in queste settimane il Parlamento sta approvando il disegno di legge 1660 sulla sicurezza, una nuova misura repressiva nei confronti di movimenti, sindacati e manifestazioni di piazza. Si trattava quindi di affermare il diritto di manifestare contro il genocidio ei massacri che lo Stato di Israele sta perpetrando in Palestina, Libano e non solo”. In modo assurdo, la tenaglia repressiva del governo ha portato molti a mettere da parte l’importante e delicato dibattito interno di domani per difendere il diritto a manifestare e il diritto dei popoli a difendersi e a resistere all’oppressione e allo sterminio.

Qui finisce l’articolo. Per me, alla luce di tutto, resta che il “né con Hamas, né con lo Stato di Israele” resta valido, ma continuo a non capire come questo si può tenere assieme alla legittima necessità di resistenza e di organizzazione del popolo palestinese e allo stesso tempo non convertirsi nel bianco, occidentale, cis-gender che mette il suo sguardo di privilegiato davanti alle contraddizioni della vita e della lotta reale.