Mi ha sempre colpito il fatto che in inglese la parola utopia si possa tradurre con nowhere, nessun luogo. Però per un interessante gioco di parole, lo stesso assemblaggio di lettere si può leggere come now here, qui ed ora. Sotto il Beaubourg è un racconto utopico, la cui lettura mi ha sbalzato in maniera intermittente tra queste due dimensioni opposte del nowhere e del now here, del desiderio per qualcosa che non c’è all’eco di tanti momenti della mia vita dove quel qualcosa che non c’è ha fatto comunque sentire la sua presenza e la sua forza nel mio vissuto e in quello di tanti altri con-viventi.

Nei primi anni ’70 del secolo scorso, mentre si costruiva il Beaubourg a Parigi, appare, per virtù di una macchina che contrae la materia creando spazio a volontà, un buco largo 126 metri e lungo 185 sotto le sue fondamenta, e di profondità tale da far vergognare il più audace degli ingegneri progettisti delle più autorevoli cattedrali del capitalismo contemporaneo che chiamiamo grattacieli. E immaginiamo che in qualche modo, sto buco si possa dividere in livelli, e ogni livello dotare di tubature, elettricità e impianto di areazione, e il numero di livelli sotterranei può raggiungere un numero che arriva al settantacinquesimo, ma non ci è dato sapere con certezza (d’altra parte, con la macchina che contrae la materia, possiamo sempre aggiungere livelli). Ogni livello ha soffitti di altezza variabile, alcuni dei quali raggiungono gli otto metri, e i diversi livelli sono collegati da ascensori che sembrano non guastarsi mai. Dotiamo poi la struttura di un’entrata indipendente dal centro della cultura borghese sovrastante (il Beaubourg appunto) e abbiamo il setting, la scenografia di partenza, assai fantasiosa certamente, di questo bel racconto utopico, che è anche un po’ diario e un po’ reportage.  Sotto il Beaubourg incomincia a crearsi l’altro Beaubourg, e poiché quello sopra spaccia cultura più o meno dominante, più o meno commercializzata e funzionale al profitto, quello sotto la concepisce e la crea in altro modo. E cos’è la cultura qui sotto? Tutto diventa cultura, dal dipingere al cagare, dall’andare in motocicletta, alla gestione del denaro in un mondo che non vuole più avere a che fare col denaro, dall’educazione alla sessualità, dalla pratica musicale al cibo, dalla morte all’igiene, in quella che ci si può immaginare essere una cacofonia di suoni, odori, sensazioni, idiosincrasie umane e moltitudinarie specificità soggettive la cui articolazione caotica sembra col tempo produrre un ordine fondato sulla relazione diretta, e quindi sulla libertà.

Il Beaubourg sotterraneo è uno spazio di libertà plurale, e si deve in qualche modo porre il problema di come articolare la massima libertà singolare, con una certa coesione del tutto. Coesione che richiede qualche regola certamente, ma che infine si poggia su un senso profondo che “l’unica nostra regola è la pratica della libertà.” E la libertà, per essere coniugata con la coesione, ha bisogno della pratica di confronto costituente, che si svolge negli interminabili dibattiti delle assemblee del nostro Beaubourg sotterraneo su come ci si dovesse organizzare, sulla necessità o meno di capi, di rappresentanti, di regole secondo questa o quella visione etica, dibattiti che in tutte le realtà di movimento sono sempre presenti, o in forma palese o più nascosta.

La coesione è sicuramente messa alla prova sia da fattori interni che esterni. Quelli interni sono soggetti come gli “Irrecuperabili”, una gang che occupa il trentacinquesimo piano impedendone l’accesso, e terrorizza poi i piani vicini con spedizioni che minacciano di rapire ragazze. Insomma, una questione di violenza. La storia finirà poi in uno stratagemma collettivo per farli disperdere in superficie (scusate la tiepida spoileratura).

La minaccia alla coesione che viene dall’esterno è quella intrapresa dal “sistema”, e dal suo mobilitare e far ruotare tutte relazioni umane attorno al vil denaro.  Se all’interno del Beaubourg sotterraneo il denaro è bandito dalle relazioni sociali, pesa il il debito contratto per i materiali necessari alla costruzione dei diversi piani. È vero che i mobili, gli attrezzi e strumenti e tutto ciò che serve invece alla quotidianità della vita è stato pian piano portato da rigattieri che dovevano liberare il magazzino o proviene da donatori, furti nei supermercati, società di riciclaggio che non sanno dove buttare la roba e via dicendo. Nella società dello spreco, non mancano le opportunità di mettere insieme oggetti d’uso quotidiano in grande quantità. Ma per i soldi, è un’altra cosa. L’urna all’ingresso dove ognuno può depositare e prelevare sulla base del principio “da ognuno secondo le proprie capacità ad ognuno secondo i propri bisogni”, funziona male, e i debiti rimangono insoluti. E allora colpo di scena: “All’unanimità l’assemblea decreta la soluzione più semplice . . .: si continuerà a mettere soldi nell’urna, ma non si preleverà più nulla finché i nostri debiti non saranno coperti.” Un salvadanaio di cemento sostituirà nel frattempo l’urna all’ingresso “in modo da scoraggiare i furti”, e la chiave la si da “a uno dei nostri saggi.” Tale pragmatismo permette in poco tempo di saldare i debiti e allontanare così il pericolo che il sistema faccia sentire la mano pesante dei suoi esecutori. Il denaro assume cosi due significati diversi, a seconda di come e gli scopi per i quali si gestiscono:

“Signori sistematizzati, è vero che ci servono i soldi per far andare avanti il nostro centro in modo che il sistema tolleri questo ghetto, ma ormai questi soldi li maneggiamo in modo diverso dal vostro, e invece di dividerci, come dividono voi, questi soldi ci uniscono più che mai; non ci sono soldi tra noi, non dobbiamo averne se non contro di voi.”

Il sistema la fuori è riprodotto nella vita quotidiana da figure quali i Sistematici, gli Strutturati, gli Ostinati, e i Verystrunz. Sono queste tutte figure che nel libro evocano tipologie di soggetti del sistema, con le quali gli abitanti del Beaubourg si devono relazionare mentre operano all’esterno, o quando i curiosi partecipano alle attività del centro. Riflettendo sulla nostra realtà, mi sembra che queste tipologie rimandano a modalità contagiose del fare dentro gli ambiti di cooperazione sociale sempre più sussunti nell’ordine delle cose del capitalismo contemporaneo. Si pensi solo all’esperienza di essere precari: chi non ha sentito il bisogno o anche il desiderio di qualche sistematicità e struttura di dare alle proprie vite, alla propria riproduzione? Chi non ha sentito la necessità (!) di ostinarsi a mandare curricula, a telefonare, a cercare e rispondere ad annunci? Quelle che nel libro sono nominati qui e la come o idealtipi, nella nostra realtà sono anche forze affettive sistemiche che perturbano il soggetto, contribuiscono alla sua soggettivazione, lo portano di continuo ad una triforcazione tra zombieficazione (adattamento passivo), tensione all’equilibrio psico-socio-economico dentro un vissuto di ambivalenza (e vai con la meditazione e lo yoga che servono sempre); e il breakdown o il cambio di fase.

Ecco, rispetto alla sua esteriorità, Il Beaubourg sotterraneo è un grande contesto dove poter sperimentare un certo tipo di cambio di fase, un nuovo senso da dare alle relazioni che costituiscono il contesto della riproduzione delle proprie vite. Ho detto contesto, oserei dire scuola, se non fosse per le gerarchie che convenzionalmente attribuiamo a questo nome. Nel Beaubourg sotterraneo sono tutti insegnanti, e sono tutti studenti, la libertà si costituisce attraverso relazioni dirette in primo luogo. Esso è il contesto di una sperimentazione continua che libera “dentro di noi tutte quelle forze libertarie che vorremmo veder trionfare nella società futura.” La cultura a sua volta si concepisce come trasversale a tutti i momenti di vita e del fare collettivo, e poiché si da a tutti la possibilità di vivere nei tempi propri senza costrizioni gerarchiche e pressioni ad essere competitivi tanto che qui dentro “ognuno scopre, e si scopre, secondo il proprio ritmo”, essa diventa sia il mezzo che il fine dell’interazione sociale. Si tratta cioè “di permettere al popolo di costruire la propria cultura, partendo dal proprio vissuto e secondo i propri percorsi autonomi”, mettendo insieme gli operai e gli impiegati che il centro accoglie in maniera sempre più numerosa, insieme ai “devianti portatori di nuove religioni, adepti di nuove diete, fautori di nuove forme d’arte, fedeli di nuovi vangeli politici, cui il centro offre un foro, un pubblico e un tetto”

Dal racconto emerge una saggezza libertaria antica, fondamentalmente critica del capitalismo, della sua nozione del lavoro, dei ruoli dentro i quali costringe il soggetto. Qui si lavora quando se ne ha voglia, non si possiede nulla ma si utilizzano le cose quando servono (e se non vuoi che si utilizzino, metti su una targhetta “non spostare” che il più delle volte funziona), non si guadagna e ci si dimentica la nozione stessa del dover guadagnare, non si mette su famiglia, ma si ama, e l’opulenza è austera, ma creativa: come quello di lanciare la moda delle scarpe spaiate perché ce ne sono in abbondanza.

La lotta sembra lontana dal Beaubourg sotterraneo. Qui non si vuole cambiare il mondo. Lo si ripete spesso nel libro:

“noi non abbiamo alcuna speranza di trasformare la società (anche se ne abbiamo il desiderio, ma ciò non è di grande aiuto), ed è forse per questo che la società ci permette di vivere ai suoi margini. Se un giorno si trasformerà, sarà per imitazione, perché noi non andiamo né ad evangelizzare né a salvare gli uomini”.

Anzi, c’è anche un minimo di cooptazione da parte del sistema esterno, perché il business culturale là fuori copia le nuove tendenze prodotte dal mondo del Beaubourg sotterraneo. Ma i suoi abitanti usano tale cooptazione a loro vantaggio, per rinforzare la cassa comune senza cambiare lo status del loro rapporto interno con il denaro. Dentro il Beaubourg in primissimo luogo, si fa per il gusto di fare, si crea per il gusto di creare, punto. È questo l’orientamento della cooperazione sociale lì dentro. Ci vuole tempo, e un sacco di danze relazionali, per trovare forme collettive compatibili a questo orientamento del fare e del creare che rendano a tutti giustizia e lo spazio vitale per scoprirsi e per scoprire l’altr@. E poiché la cultura è dappertutto, cioè ovunque ci siano relazioni umane, l’orizzonte è in continua evoluzione.

Però c’è un altro tipo di imitazione, che rileva come la lotta, o la necessità del conflitto, non sia poi tanto distante da un centro come questo. L’imitazione che si estende la fuori comporta la sfida all’ordine delle cose, alle sue priorità gerarchiche, come quei ragazzi che hanno stabilito che la loro classe si trasformi in un piccolo Beaubeurg: chissà cosa ne diranno gli insegnanti, le famiglie, le autorità scolastiche, e il ministero manderà la polizia? Non ci è lecito saperlo.  O come la centinaia di persone che si è installata alla National Gallery di Londra con l’aiuto degli stessi guardiani, che  “sono stanchi di essere considerati alla pari di statue…e vogliono diventare membri a pieno titolo della comunità museale.” O come quel gruppo di ingegneri della produzione che si rifiuta di comandare “dichiarando che le loro funzioni si limitano a mettere a disposizione dell’impresa le loro capacità e conoscenze, e che se il personale è indisciplinato … non rientra nei loro compiti doverne sopportare le conseguenze.” C’è nell’insistenza qui a separare la dimensione dello spazio alternativo a quello della lotta una certa ingenuità, come se “il sistema” non abbia già pervaso il corpo sociale a tal punto che ogni alternativa (seppur marginale o interstiziale) non presupponga e non porti come conseguenza una qualche forma di lotta. E infatti, non si fa fatica a vedere il Beaubourg stesso come una forma di lotta, e la serie di imitazioni esterne come una forma di circolazione delle lotte. Ma questa distinzione tra lotta e alternativa nel libro è forse il frutto di un certo grado di realismo, perché c’è la convinzione che “Il sistema è infinitamente troppo forte perché si possa anche solo sognare di sovvertirlo. Bisogna essere realisti, e rendersi conto che esso ci tollera appena, che siamo sempre esposti all’arbitrio, e basterebbe un prefetto di polizia troppo zelante per essere invasi, saccheggiati, dispersi e poi trovare le entrate murate cosi’ da impedirci di raggrupparci nuovamente. La nostra unica forza sta nell’approfondire il capitale di simpatia che abbiamo saputo costituirci in seno al grande pubblico.” Dentro lo spirito del nostro tempo, forse è questo l’insegnamento ultimo di questo libro: bisogna mettere a valore il capitale di simpatia per la costruzione di un altro modo di relazionarci gli uni agli altri dentro la cooperazione sociale. È forse lì che il non-luogo utopico incontra il qui-ed-adesso dell’azione trasformatrice.