Pubblichiamo un testo di Morgane Merteuil, dal titolo “Trajectoires féministes de l’opéraïsme”, gentilmente tradotto per #Effimera da Davide Gallo Lassere e Gianfranco Rebucini. Si tratta dell’intervento presentato l’11 giugno 2016, all’Università di Nanterre, nell’ambito del convegno sull’opera di Mario Tronti “Operai e capitale”, a 50 anni della sua pubblicazione. Organizzato da Vincent Chanson, Davide Gallo Lassere, Frédéric Monferrand, les éditions Entremonde e le Groupe de Recherches Matérialistes. Tra gli intervenuti, Andrea Cavizzini e Fabrizio Carlino, Yann Mouilier Boutang, Etienne Balibar e Toni Negri, il cui intervento si può leggere qui, insieme a una lettera di Mario Tronti.

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I movimenti sociali che hanno animato l’Italia della seconda metà del XX° secolo, e le correnti teoriche dell’ operaismo e dell’Autonomia che gli hanno accompagnati, continuano a costituire un riferimento decisivo per buona parte della sinistra radicale e/o rivoluzionaria francese contemporanea. Se queste nuove prospettive teoriche avevano al contempo influenzato il movimento femminista di allora, bisogna constatare come quest’ultimo sia invece quasi interamente sparito dai riferimenti della sinistra e dei movimenti femministi contemporanei. Attorno a gruppi come “Lotta femminista”, ai vari comitati per il salario al lavoro domestico o a figure come Mariarosa Dalla Costa, Leopoldina Fortunati e Silvia Federici, emergono effettivamente delle analisi che, situandosi nel solco del corpus marxista “classico” e ispirandosi direttamente alla prospettiva operaista, riuscirono a rinnovare la disamina dei meccanismi della dominazione capitalista e dei processi di sfruttamento, non soltanto delle donne, ma dell’insieme della classe operaia.

Nella misura in cui seppero pensare l’articolazione tra lavoro salariato e non salariato e, soprattutto, sviluppare delle prospettive di lotta a partire da questa articolazione, ci pare interessante operare un ritorno a queste femministe, in particolare nel contesto contemporaneo, segnato, da una parte, da una massa sempre più consistente di lavoratori sfruttati al difuori del modello del salariato classico e, dall’altra, dal fatto che la classe operaia sindacalizzata, tradizionale, sembra rimanere ancora oggi il principale fattore capace di influenzare veramente, grazie alle sue capacità di sciopero imponente e di bloccaggio economico di settori chiave, il rapporto di forze che oppone i lavoratori al capitale.

Affronterò dunque in un primo momento il dialogo teorico emerso tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’70 tra movimento operaista e movimento femminista. In un secondo momento, m’interesserò più nello specifico alle prospettive di lotta scatenate da queste analisi teoriche, prima di chiedermi in via conclusiva se e com’è possibile riattualizzare gli strumenti forgiati allora per pensare le lotte di odierne.

Pensare le donne nel capitalismo da un punto di vista operaista

Nel marxismo classico, in particolare dopo Engels, la questione delle donne è sovente vista come una semplice questione di oppressione: le donne sono dominate, proprie perché non sono sfruttate in modo capitalistico. La loro liberazione implicherebbe dunque in primo il raggiungimento delle fila operaie, tramite l’ottenimento di un lavoro salariato. Questa strategia fu rimessa in questione in particolare da “Lotta femminista”, per cui il problema si situava non a valle, bensì a monte della divisione sessuale del lavoro:

il punto di vista della lotta, deve sprigionare la debolezza organizzativa che permette alle frazioni più potenti della classe di essere separate dalle meno potenti. In altri termini, deve sbloccare la debolezza organizzativa che, permettendo al capitale di pianificare questa divisione, ci sconfigge

[1].

La questione della divisione della classe operaia messa in atto dal capitale diventava così il principale angolo d’attacco delle militanti femministe italiane. Costoro condividevano numerosi punti fondamentali del pensiero operaista, in particolare l’idea del primato della classe operaia, allargandone tuttavia la definizione in modo da includervi anche le donne e i non-salariati. Tra le varie cose, questa ridefinizione comportò una trasposizione femminista delle prospettive di lotta favorite dall’ operaismo – dal rifiuto del lavoro alla centralità della questione salariale – nel quadro di un’organizzazione che permetta l’emersione di una nuova soggettività, rivoluzionaria.

Il rovesciamento di paradigma più effettivo realizzato dall’ operaismo rispetto al marxismo classico, quale è in particolare elaborato in Operai e capitale, consiste infatti nel considerare il capitale dal punto di vista della classe operaia, ossia la classe operaia come punto di partenza, come autentica conditio sine qua non del processo di valorizzazione del capitale: “prima le lotte, e dopo il capitale”, scriveva Mario Tronti[2]. Se il venditore di forza-lavoro costituisce il presupposto del capitalismo, da una prospettiva femminista è la casalinga a costituire il presupposto del venditore della forza-lavoro. In tal senso, la casalinga della classe operaia, la “working class housewife”, risulta “indispensabile alla produzione capitalista”, e “determina la posizione di tutte le altre donne”, come scrive Dalla Costa fin dalle prime righe di Les femmes et la subversion sociale[3].

Attraverso la messa in luce di questa figura della “working class housewife”, vengono operati due rovesciamenti di paradigma rispetto all’approccio marxista classico: da un lato, la situazione della dominazione nella quale si ritrovano le donne non appare più come una conseguenza del capitalismo che le avrebbe (volontariamente o meno) integrate solo parzialmente al mercato, ma è al contrario la divisione tra uomini e donne ad apparire come preliminare allo sviluppo capitalistico. Dall’altro lato, viene varcata una soglia ulteriore rispetto alla prospettiva sviluppata dall’ operaismo per quanto concerne la produzione di plusvalore. Questa tappa supplementare, tuttavia, era già stata sfiorata da Tronti stesso, quando scriveva nel capitolo “Fabbrica e società”:

per far abbassare il valore della forza-lavoro, la crescita di produttività deve colpire dei settori dell’industria i cui prodotti determinano il valore di questa forza, ossia le industrie che forniscono sia le merci necessarie alla riproduzione dell’operaio, sia i mezzi di produzione di queste merci[4].

Ciò che Tronti non è riuscito a esplorare, è il fatto che, affianco alle “merci necessarie alla riproduzione dell’operaio”, è inoltre necessario tenere in considerazione tutti i servizi che gli vengono forniti; se si esamina il lavoro realizzato dalla woking class housewife, si nota come prima ancora della crescita stessa della produttività delle industrie che partecipano alla riproduzione della forza-lavoro, sia l’instaurazione della gratuità del lavoro vivo di riproduzione a rappresentareo un fattore determinante nell’abbassamento del valore della forza-lavoro, e dunque nell’aumento del plusvalore.

Ci si avvicina così a un altro aspetto chiave della prospettiva operaista sul rapporto tra lavoro e capitale, l’idea cioè che il capitale si organizza, politicamente, in risposta all’organizzazione (e all’unità) della classe operaia. In questo modo Tronti definisce la storia dello sviluppo del capitalismo nella maniera seguente:

nella società del capitale, il potere politico costituisce veramente una necessità economica: quella di costringere tramite la forza la classe operaia a rinunciare al proprio ruolo sociale di classe dominante[5].

Questa prospettiva sarà in particolare sviluppata da Silvia Federici, nella sua opera più importante Calibano e la strega, dove è articolata la tesi secondo cui “il capitalismo ha rappresentato la contro-rivoluzione che ha distrutto le possibilità emergenti dalle lotte anti-feudali”[6]. La narrazione di Federici della maniera in cui la divisione tra uomini e donne e tra produzione e riproduzione abbia costituito un elemento chiave di questa contro-rivoluzione fa apparire limpidamente come il potere che si è imposto sul corpo delle donne risulti da un contesto specifico: la crisi demografica europea a cavallo tra 15° e 16° secolo, la quale permise alla nascente classe operaia di acquistare un certo potere sulla classe capitalista, poiché quest’ultima mancava drammaticamente di manodopera, al punto da creare le premesse di una crisi d’accumulazione. È in questo contesto che la contraccezione, l’aborto, l’infanticidio, ecc. hanno cominciato a essere seriamente repressi, in particolare attraverso la cosiddetta caccia alle streghe. Proprio perché le donne, in quanto produttrici di forza-lavoro destinate ad essere sfruttate, detenevano un certo potere, la loro repressione specifica e sistematica è diventata un imperativo per i capitalisti, i quali dovevano disciplinare la loro forza sovversiva[7].

Se dobbiamo soprattutto all’Autonomia, e in particolare ai testi post-operaisti di Negri, l’esplorazione del concetto di fabbrica sociale, dobbiamo però alle femministe la comprensione di ciò che succede al difuori dalla fabbrica come momento integrato al ciclo della produzione capitalista. Rapporti amorosi, sessualità, procreazione, educazione, ecc.: ogni aspetto della vita sociale sarà analizzato a partire dalla logica della valorizzazione capitalista. I luoghi stessi del lavoro salariato saranno filtrati attraverso tale prisma al fine di considerare la parte di lavoro riproduttivo, femminizzato, sovente richiesto ma non riconosciuto come tale (sorrisi, attenzioni, ecc.). Attraverso differenti figure, dalla madre di famiglia nera all’“operaia del marciapiede” [8], dalla sposa dell’operaio bianco alla donna salariata in uno dei settori di ciò che oggi si chiama care, ciò che emerge è la possibilità di un’unità del proletariato aldilà delle specificità di ognuna di queste figure.

La working class housewife, come l’operaio, occupa infatti un posto nevralgico nel rapporto di capitale: se il loro lavoro, persino la totalità delle loro attività, sono sussunte sotto il capitale, per opporvisi a tale sussunzione si tratterà innanzitutto di lottare contro sé stessi, di mettere in movimento il lavoro contro il lavoro.

Il lavoro contro il lavoro: prospettive di lotta

Le inchieste operaie condotte all’epoca dei Quaderni Rossi hanno permesso d’identificare, aldilà delle lotte organizzate, un insieme di pratiche spontanee, non necessariamente consapevoli, in particolare delle forme di sabotaggio e una certa passività rispetto al proprio lavoro. Se questa passività spontanea può in certi casi rappresentare un freno rispetto alla presa di coscienza e all’attività rivoluzionaria, alla volontà di lotta, costituisce molto spesso una “forma decisamente elevata di lotta operaia” [9], in quanto dimostra un rifiuto di collaborare. Affinché questo rifiuto sfoci su un’attività rivoluzionaria, si tratterà dunque di superare tale passività: la classe operaia “deve riconoscersi come potenza politica, e negarsi come forza produttiva”[10].

Questo rifiuto del lavoro, valorizzato dall’ operaismo, sarà riconosciuto da Mariarosa Dalla Costa per esempio nella caduta significativa del tasso di natalità nel dopoguerra, interpretata nei termini del rifiuto del lavoro procreativo:

Le donne hanno aumentato la loro capacità di rigettare il controllo dello Stato sulla procreazione […]. Da allora, la famiglia, luogo centrale del lavoro non pagato e della dipendenza personale, si è rivelata il terreno principale sul quale le donne sono riuscite a resistere e ad organizzarsi a livello di massa[11].

Mentre, per Tronti, il rifiuto del lavoro era un mezzo per combattere la razionalità capitalista, organizzando contro e dentro di questa “la crescente irrazionalità degli operai organizzati”[12], il gruppo “Movimento di Lotta Femminile” di Padova, da parte sua, metteva in risalto non già un rifiuto radicale della procreazione, ma piuttosto una separazione di tale forma di riproduzione dal piano razionale che il capitalismo le imponeva. Denunciando il controllo del capitale, che cerca di imporre alle donne dei ritmi di procreazione funzionali ai propri bisogni, esse scrivevano:

Ha cominciato a circolare una certa letteratura che invita le madri e in particolare le madri in Europa a una responsabilità sociale per la pianificazione della produzione dei bambini. A ciò noi rispondiamo subito che il tipo di responsabilità sociale che ci prefiggiamo non è per niente quello che consiste ad aggiustare il tiro sul livello salariale; ma quello che distrugge tutti i livelli salariali, tutti i meccanismi salariali, in modo tale che noi possiamo, ognuna di noi, fare tutti i bambini che vogliamo e solamente quando lo vogliamo […] Fare l’amore ogni volta che lo vogliamo, fare bambini ogni volta che lo vogliamo in un clima sereno, caldo e bello[13].

Per le donne, quindi, si tratta di finirla con il ruolo che il capitalismo le assegna: se la classe operaia, in quanto parte integrante del capitale, deve lottare innanzitutto contro sé stessa, per quella parte della classe operaia che sono le donne, si tratta nello specifico di “rifiutare, precisamente, il ruolo femminile inventato per noi dal capitale”[14].

La questione del salario era centrale per l’ operaismo, nella misura in cui gli scontri sulle rivendicazioni salariali cristallizzavano le lotte per il potere operaio. Tramite la questione del salario, si trattava di rendere politicamente operante la ricomposizione di classe. Allo stesso modo, la rivendicazione di un salario per il lavoro domestico, se certamente voleva attaccare il plusvalore e se conteneva anche istanze di giustizia, era piuttosto la rivendicazione in sé a contare, in quanto favoriva la lotta delle donne, organizzandole attorno alla coscienza di una soggettività comune sulla quale appoggiarsi in una prospettiva rivoluzionaria. Il fine quindi non è tanto quello di essere pagate, o pagate meglio per il lavoro reso, quanto quello di mettere in piedi una lotta contro questo lavoro in quanto tale, e da lì contro l’organizzazione della società che l’ha relegato alle donne.

È all’interno di questo quadro che prende senso il sostegno degli operaisti a rivendicazioni locali e localizzate, molto specifiche e concrete, che promettono fondamentalmente un cambiamento quantitativo e non qualitativo della situazione di sfruttamento nella quale si trovano gli operai. Come scrive Steve Wright ne L’assalto al cielo, infatti,

Per questi operai, parlare di salari più alti e di cadenze di lavoro più lente era più concreto della propaganda di sinistra, mentre la lotta per ottenerli conteneva la possibilità di una nuova identità collettiva[15].

Si pensi ora all’affermazione di Kathy Weeks che descrive il movimento Wage for Housework come un “progetto riformista con aspirazioni rivoluzionarie”[16]. Si tratterà quindi, attraverso queste rivendicazioni concrete, di cominciare un processo di disidentificazione, al fine giustamente di “rompere l’identificazione capitalista”[17]:

Noi vogliamo chiamare lavoro ciò che è un lavoro, in modo da poter eventualmente riscoprire ciò che è l’amore per creare la nostra sessualità, ciò che non abbiamo mai conosciuto[18].

In termini trontiani, questa riscoperta significa quindi opporre alla valorizzazione capitalista l’autovalorizzazione proletaria, al valore di scambio il “valore d’uso”, la “liberazione dei nuovi bisogni”[19].

Ancorché la questione di chi dovesse pagare il salario del lavoro domestico – lo Stato, i capitalisti – non sia mai stata veramente risolta, al movimento è mancato soprattutto un luogo concreto di scontro, il quale ha finito per limitare le sue possibilità di successo. Se la lotta per questa rivendicazione ha giocato essenzialmente un ruolo di presa di coscienza, e se ha per questo motivo aiutato diverse donne ad affermarsi, a rifiutare il lavoro a loro imposto, o a distaccarsi da certe concezioni della femminilità e della passività che lo accompagnavano, questa presa di coscienza da sola non ha potuto giocare un ruolo decisivo per un miglioramento strutturale della condizione delle donne. Lo si vede oggi, la questione della divisione del lavoro, tra settore produttivo e riproduttivo, si risolve solamente con lo sdoganamento, da parte delle vecchie “working class housewife”, di questo lavoro sulle donne migranti. Il lavoro domestico è oggigiorno molto spesso retribuito, ma con un’integrazione al mercato che non emancipa né le donne che lo effettuano, né quelle che si sono integrate ai settori del lavoro “produttivo”. È a partire da questa costatazione che vorrei ora interrogare le possibilità di riattualizzare le prospettive femministe operaiste per pensare le lotte attuali.

Lotta femminista e compromessi

Per quel che riguarda le lotte femministe, la questione del luogo dello scontro è oggi come allora una questione irrisolta. E pertanto questa questione è ancor più viva oggi, in quanto, da allora, si sono sviluppate forme di lavoro più flessibili, più indipendenti, più precarie, più “femminilizzate”[20]. La sfera della riproduzione non è dunque più questa fabbrica nascosta, a monte della produzione, ma si ritrova integrata alla struttura della produzione. In questo contesto di sussunzione totale della società al capitale, i rapporti di dominio sono esacerbati e portano anche a una più grande confusione: di fronte alla diffusione, alla disseminazione di dinamiche d’estorsione del lavoro immateriale, diventa più difficile sapere con chi e contro cosa organizzarsi.

Nelle rivendicazioni femministe di oggi identifico dunque diversi problemi, che si tratti del movimento femminista “egemone”, “istituzionale”, o del movimento che si è reso più visibile questi ultimi anni e che si rivendica come “inclusivo” e “intersezionale”.

Innanzitutto, il rapporto allo Stato. Mentre i meccanismi per i quali lo Stato e le sue istituzioni sono stati spesso e giustamente individuati dal movimento femminista come agenti (strumenti) d’oppressione, dall’altro si continua a rivolgersi allo Stato come a un fornitore e promotore, da una parte, di diritti e, dall’altra, di repressione. Alla fine, sia l’area istituzionale sia quella più radicale del femminismo pongono la questione centrale nei soli termini dei “diritti delle donne” (ai quali si aggiungeranno, a seconda dei contesti, quelli di altre minoranze sessuali e/o di genere). Si resta così limitate a un approccio sostanzialmente individualista dell’emancipazione, nel quale le questioni del potere, dei rapporti di produzione, dell’organizzazione sociale e via discorrendo rimangono dei punti ciechi.

Questo ostacolo è ad ogni modo difficile da superare, poiché un certo numero di diritti deve ancora essere conquistato, o garantito, e lo Stato è, di fatto, il solo ad avere il potere di concederli. Ma è proprio per questo motivo che il rapporto con lo Stato deve diventare un rapporto di forza, con il rischio di imbattersi nell’altro ostacolo, più problematico: quello di rivolgersi allo Stato in quanto apparato repressivo nei confronti di coloro che infrangono questi diritti, nonostante i presupposti razzisti e di classe che da sempre accompagnano la repressione. A tal riguardo, il sostegno di un certo femminismo – in questo caso il femminismo egemone francese – alle leggi islamofobe o penalizzanti il lavoro sessuale, è un esempio chiaro di un “femonazionalismo” che permette ad alcune femministe di veder convergere i loro interessi con i promotori dello Stato (neo)-liberale e imperialista. In realtà, questi due ostacoli procedono assieme, perché è in ragione del fatto che lo Stato (democratico, occidentale) è in principio garante dei diritti delle donne che può permettersi di volta in volta di legittimare le sue politiche imperialiste in nome del suo progressismo, e anche di reprimere, all’interno dei suoi confini, quelli che sono specificatamente sospettati di non aderirvi.

Per il movimento femminista sarebbe quindi più che proficuo un ritorno alle teorie femministe operaiste, le quali ci ricordano come lo Stato non ha niente da offrire alle donne aldilà di una migliore integrazione alla logica del mercato per meglio rispondere ai bisogni del capitale. A tal proposito, non molto è cambiato dall’analisi che Lotta femminista faceva dell’aborto. Certo, l’aborto è ora legale, ma ha largamente conservato il suo carattere di imposizione alle donne della loro situazione economica o professionale. Segno degli investimenti tecnologici realizzati in materia, la congelazione d’ovociti è potuta diventare una pratica incoraggiata, spesso sponsorizzata da alcune imprese… Ad ogni modo, una delle principali denunce del movimento femminista resta l’attribuzione massiccia di contratti a tempo ridotto alle donne, come se il problema fosse rappresentato dal tempo parziale e non, invece, dal salario ridotto che accompagna il part-time. In questo quadro, le femministe devono sostenere i movimenti per la diminuzione del tempo di lavoro: il fatto di produrre e di far crescere i bambini non deve essere un ostacolo al guadagno di denaro, ma una ragione per lavorare meno. In questo modo, non si tratta evidentemente di contrattare il tempo di lavoro per la privatizzazione della riproduzione sociale. Ma, al contrario, di utilizzare le rivendicazioni per la diminuzione del tempo di lavoro come leva nel quadro di un rapporto conflittuale con lo Stato capace di esigere al contempo investimenti pubblici in questo settore. Chiedere di lavorare meno non deve implicare per le donne una migliore contrattazione della “ripartizione del lavoro domestico” con il loro coniuge. Ma, al contrario, lo spostamento del luogo dello scontro, dallo spazio domestico dove le mogli sono più vulnerabili allo spazio pubblico della lotta collettiva.

In conclusione, il movimento femminista dovrebbe ricordarsi di questa frase di Tronti:

Affermiamo che ogni anello della catena darà occasione a uno scontro aperto, a una lotta diretta e a un colpo di forza, e che l’anello della catena dove si produrrà la rottura non sarà quello dove il capitale è più debole ma quello dove la classe operaia sarà la più forte[21].

Se trasponiamo questa prospettiva al movimento femminista contemporaneo, ci si palesa un dato interessante, in quanto si nota subito come esso cerchi di attaccare prioritariamente il dominio sulle donne esercitato dagli uomini più deboli: gli uomini della classe operaia, gli uomini non-bianchi.

Se con questa considerazione Tronti ci indicava dove non attaccare, si tratta ora di determinare dove le donne sono più forti. Che ciò non dispiaccia al movimento femminista egemone, ma in Francia i movimenti recenti che hanno portato il più gran numero di donne in strada per manifestare il loro dissenso sono stati, da una parte, “La Marche de la dignité”, diretta da un collettivo di donne contro il razzismo e le violenze della polizia, e, dall’altra, le manifestazioni femministe in favore delle lavoratrici del sesso e contro l’islamofobia, le quali, da sole, sono riuscite a portar più gente in strada della marcia ufficiale dell’otto marzo per la festa della donna. Se questa prospettiva può apparire al movimento femminista come un compromesso rispetto ai suoi fini, resta il fatto che tra un compromesso con lo Stato e un compromesso con la classe operaia, è sempre meglio optare per il secondo.

NOTE

[1] Lotta Femminista (1972) “Alla Redazione del Manifesto”, citato in Steve Wright, L’assalto al cielo, Alegre, 2008, citato nella versione francese: À l’Assaut du ciel, Senonevero, 2007, p. 130.

[2] Mario Tronti, Operai e capitale, DeriveApprodi, 2013, citato nella versione francese: Ouvriers et Capital, Entremondes, 2016, p. 195.

[3] Mariarosa Dalla Costa, Potere femminile e sovversione sociale, Marsilio 1972, citato nella versione francese : « Les femmes et la Subversion Sociale », in Mariarosa Dalla Costa et Selma James, Le pouvoir des femmes et la subversion sociale, Librairie L’adversaire, accessible en ligne : http://archivesautonomies.org/spip.php?article900

[4] Mario Tronti, op.cit., p. 68

[5] Mario Tronti, op.cit., p. 319.

[6] Silvia Federici, Caliban and the Witch, 2004, citato nella versione francese: Caliban et la sorcière, Entremondes, 2015, p.21.

[7] Silvia Federici, op.cit., p. 86 e ss.