Il volume di Jacopo Nicola Bergamo, Marxismo ed ecologia. Origine e sviluppo di un dibattito globale (ombre corte, 2022) – che la recensione di Francesco Barbetta discute nel dettaglio – si propone di fare il punto su un ambito di discussione, quello appunto dell’eco-marxismo, in grande fermento negli ultimi anni.
Un buon modo per inquadrare la dinamica del confronto è quello di distinguere tra analisi che si propongono di mostrare la dimensione ecologista dell’opera di Marx – in modo tale che il Moro di Treviri si presenti come ambientalista ante litteram –  e analisi che invece si propongono di interrogare l’archivio marxiano a partire dalla politicizzazione della crisi ecologica tra gli anni 60 e 70 del secolo scorso – a partire, cioè, da un insieme di problemi che, semplicemente, non esisteva ai tempi in cui Marx scriveva.
Del primo gruppo fanno parte i teorici della frattura metabolica (Burkett, Foster, Saito), del secondo chi ha esplorato strade più sperimentali, spesso sulla scia dei movimenti sociali (Federici, Merchant, O’Connor). Vi sono poi voci (Malm, Moore, Salleh) che rivendicano una continuità forte col pensiero di Marx – e pure con il marxismo – senza esprimersi direttamente su questo passaggio.
Quasi superfluo concludere ribadendo che la posta in gioco del dibattito in oggetto non è filologica ma politica: solo la riflessione collettiva potrà trasformare le varie opzioni teoriche in efficaci strumenti del conflitto sociale (Emanuele Leonardi).

 

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Il libro di Jacopo Nicola Bergamo, Marxismo ed ecologia. Origine e sviluppo di un dibattito globale (Ombre Corte, Verona 2022), consente al militante italiano di conoscere a grandi linee varie letture del rapporto tra ecologia e marxismo. L’autore, nello spazio necessariamente circoscritto di una tesi di laurea, ancorché riveduta e ampliata, ricostruisce la genesi del pensiero ecosocialista fino ad arrivare ai dibattiti che attualmente animano una comunità solo apparentemente omogenea.

Questo percorso inizia da autori che scrivono di questi argomenti prima dell’avvento dell’ambientalismo come movimento politico globale ed ha come punto di avvio inevitabile il libro di Alfred Schmidt, Il concetto di natura in Marx.

Questo lavoro si pone come critica al testo di Engels, La dialettica della natura, in cui il pensatore tedesco ha voluto estendere il materialismo storico al regno della natura, cioè al di là della sua dimensione socio-economica. Mi ha stupito l’assenza nel libro anche di un breve paragrafo dedicato a questo importante lavoro di Engels, il quale giustifica e fonda quest’opera da una posizione materialistica, affermando che la materia sostiene e precede l’umanità e la sua storia. Inoltre, adotta una visione “ontologica” della natura, approfondendo la messa in discussione dell’idealismo iniziata decenni prima insieme a Marx. In breve, si può dire che la proposta di Engels concede alla natura una certa autonomia, associata a una spiccata dimensione ontologica. Tutto ciò non impedisce il dominio di un rapporto dialettico (cioè di co-determinazione storica) tra l’essere umano e la natura.

Schmidt esordisce criticando Engels poiché il materialismo di Marx non era “ontologico” e in questo senso è molto enfatico nel distinguere le posizioni filosofiche di Marx ed Engels, nei termini delle rispettive concezioni della natura. Rifiuta la rilevanza della dimensione ontologica che Engels attribuiva alla natura e, al contrario, riscatta il carattere dialettico del rapporto tra essere umano e natura. Ciò è espresso in Marx dal concetto di metabolismo, considerato da Schmidt fondamentale nella concezione marxiana della natura.

Il contenuto di questa interazione metabolica è che la natura viene umanizzata mentre gli uomini vengono naturalizzati. La sua forma è in ogni caso storicamente determinata. Il rapporto tra essere umano e natura si basa sulla determinazione reciproca, nell’ambito di un complesso rapporto soggetto-oggetto. In questa concezione, la realtà non è vista esclusivamente nella forma dell’oggetto o nella forma del soggetto, ma in una forma che implica i due momenti in modo indivisibile. Il metabolismo tra l’essere umano e la natura cambia a seconda del modo di produzione e i diversi tipi di società che si sono succeduti nella storia hanno avuto proprie forme di mediazione con la “natura”, cioè il metabolismo è tanto naturale quanto socialmente determinato. Il metabolismo, come concetto, permette di concepire il rapporto uomo-natura come dialettico e di sottolineare la condizione trans-storica di tale rapporto: ad ogni specifica condizione storica corrisponde una particolare forma di metabolismo. Schmidt insiste sull’importanza del carattere socialmente costruito della natura in Marx. Sostiene, ad esempio, che per Marx la natura deve essere intesa in termini di grado di potere che l’essere umano esercita su di essa con la sua pratica sociale.

L’altro autore che occupa uno spazio considerevole nella prima parte del libro di Bergamo è Neil Smith. Il geografo scozzese è stato allievo di David Harvey ed è famoso a livello internazionale per la sua teoria della “produzione della natura” che si propone di sfidare la convenzionale separazione tra natura e società. La teoria della “produzione della natura” si ispira direttamente alle opere dell’urbanista marxista francese Henri Lefebvre e al suo concetto di “produzione dello spazio” che concepiva lo “spazio” come una categoria storicamente situata. Secondo Lefebvre, lo spazio è intimamente correlato, sebbene sia gestito in modo completo e non deterministico, con il modo di produzione e quindi deve essere pensato come un “prodotto”. Smith applica la stessa idea alla “natura” e la considera anche un “prodotto”. Ecco come la “natura” non è né totalmente un “fatto naturale”, né totalmente un “fatto culturale”. Questa concezione porta a considerare la “natura” che oggi conosciamo come, soprattutto, una “seconda natura”, frutto della produzione umana. Smith riconosce che Marx non ha mai parlato di “produzione della natura”, ma trae ispirazione da Lefebvre per sostenere che la sua teoria può essere vista come una logica continuazione dell’economia politica di Marx. Secondo Smith, la dualità “natura-società” è un’eredità delle scienze naturali sviluppatesi durante l’Illuminismo e delle reazioni romantiche a queste scienze naturali. Questa dualità, sostiene, deve essere superata. Per Smith, vedere la natura come indipendente dalla società indica una “ideologia della natura” che è indesiderabile perché nasconde “la vera natura della natura” nel capitalismo. Tuttavia, secondo il geografo scozzese, pur ammettendo che elementi naturali come gli strati geologici o l’atmosfera non possono essere “prodotti” socialmente, né è difendibile, sia concettualmente che praticamente, concepire la “natura prima” (o ciò che ne resta) in termini di “non-sociale”, la natura è già sempre socialmente delimitata. Attingendo direttamente dalle argomentazioni di Lefebvre, sostiene anche che la sua “produzione della natura” non è una singola interpolazione lineare del controllo umano sulla natura, o un’espansione del dominio della “seconda natura” a spese della “prima”. Piuttosto, dato il carattere globale del processo di “produzione della natura”, la natura è sempre più prodotta da e come parte di una “seconda natura”. La natura sempre più, ad un ritmo accelerato negli ultimi decenni, diventa parte integrante del sistema economico capitalista. In altre parole, in quanto serbatoio di valori d’uso sottoposto a un processo permanente di mercificazione da parte del capitale che “mercifica” lo spazio, i territori, cioè usa i valori della “prima” come della “seconda” natura. La natura risultante da questi processi, una natura “prodotta”, è necessariamente determinata in modo significativo, ma mai unicamente dalle esigenze del modo di produzione capitalistico: la produzione illimitata di valori di scambio, lo sfruttamento del lavoro, la produzione di plusvalore e l’accumulazione per l’accumulazione.

Il capitolo si chiude con delle brevissime sintesi del pensiero di André Gorz e James O’Connor. Del primo autore prende in considerazione i libri, Addio al proletariato, e, soprattutto, Ecologia e libertà. Indubbiamente il pensatore francese già riflette avendo davanti il mondo post shock petrolifero del 1973 di cui analizza la crisi definita come, contemporaneamente, di sovrapproduzione ed ecologica. Si tratta di lavori pioneristici. Gorz certifica il fallimento dell’ecologia operaia difesa fino al 1978, iniziando a pensare fuori dalla centralità della fabbrica l’ecologia politica. È un’intuizione indubbiamente proficua ma che allo stesso tempo ha portato il pensatore francese a sostenere tesi poi rilevatesi erronee e potenzialmente dannose per una possibile convergenza tra movimento operaio e movimenti. Pensiamo ad esempio alla tesi della progressiva estinzione del lavoro a causa dello sviluppo stesso del capitalismo che porta ad una diminuzione del numero di operai di fabbrica. Il lavoro non è scomparso ma si è moltiplicato anche e soprattutto fuori dai confini della fabbrica. Indubbiamente va apprezzato lo sforzo di uscire da un certo “fabbrichismo” tuttavia Gorz arriva a negare il proletariato (erroneamente inteso come la sola classe operaia) in quanto classe transmodale. La rivoluzione sarà possibile, afferma in Addio al proletariato, solo da parte di una “non classe” dei “non lavoratori”. La non-classe di non lavoratori sarebbe composta da quegli individui espulsi dal mercato salariale formale: lavoratori part-time, precari, disoccupati… Questi, quindi, non sono inseriti nel processo produttivo industriale ma in diverse forme di lavoro nate grazie alla rivoluzione microelettronica. E le conclusioni dell’autore indicano che l’emergere di questo soggetto storico è strettamente legato alla crisi e alla dissoluzione del capitalismo attraverso le nuove tecniche produttive e rapporti di produzione del sistema capitalista.

Di O’Connor analizza molto brevemente le tesi contenute nel famoso articolo del 1988, Capitalism, nature, socialism: A theoretical introduction, recentemente ripubblicato in italiano da Ombre Corte nel libro “La seconda contraddizione del capitalismo” con una lunga e densa introduzione di Emanuele Leonardi e dello stesso Bergamo.

Per O’Connor la tradizione marxista era consapevole solo di una prima contraddizione, il plusvalore nel rapporto tra capitale e lavoro. Oggi assistiamo ad una seconda contraddizione tra il funzionamento dell’economia ei suoi rapporti di produzione esterni, cioè la riduzione dei margini di profitto generati dalla contraddizione tra capitale e natura (e altre condizioni di produzione). O’Connor costruisce la sua argomentazione sull’osservazione che il capitale funziona all’interno di condizioni di produzione che non sono create come merci. Ad esempio, lo spazio urbano, le infrastrutture pubbliche, l’ambiente naturale. Queste sono le condizioni esterne della produzione, in opposizione al funzionamento interno del capitalismo. Per l’autore, il funzionamento interno del capitalismo genera la prima contraddizione fondamentale. Ciò si ritrova nel rapporto tra valore e plusvalore, tra capitale costante e capitale variabile, innescando crisi dovute all’impossibilità di commercializzare quanto prodotto, per effetto della relativa caduta del potere d’acquisto del sistema nel suo complesso, dovuta alla tendenza a privilegiare l’uso del capitale costante a scapito del capitale variabile (che rappresenta il salario pagato). La seconda contraddizione, a sua volta, è provocata nel rapporto tra il funzionamento dell’economia e le sue condizioni esterne di produzione. Per condizioni esterne della produzione capitalistica intendiamo i costi esterni o i costi sociali. Sono usate nella produzione, ma sono fuori mercato.

In questo senso, secondo l’argomentazione dell’autore, Marx ha indicato la contraddizione nel lavoro e oggi bisogna colmare il vuoto lasciato dal padre del socialismo scientifico analizzando quella della natura. Tuttavia entrambi sono fonti di ricchezza per il capitale. In questa prospettiva, la seconda contraddizione mostra un conflitto mortale e suicida tra capitalismo e natura.

Probabilmente la scelta di non approfondire molto questi autori deriva dal fatto che molto si è scritto nel corso degli anni sulla loro elaborazione teorica e Bergamo ha preferito proporre al lettore italiano autori di cui non esistono traduzioni nella nostra lingua e rientranti nella seconda fase dell’ecosocialismo che, diversamente dalla prima, cerca nell’opera di Marx ed Engels delle posizioni ecologiste da cui partire per coniugare ecologia e marxismo.

Deludente è la totale assenza di un capitolo o paragrafo dedicato all’ecosocialismo italiano, in particolare i lavori di autori come Giorgio Nebbia, Laura Conti e Dario Paccino.

La seconda parte del libro ricostruisce il pensiero di autori collegati o alla Metabolic Rift Theory o alla World-Ecology.

L’intuizione da cui partono autori come John Bellamy Foster viene chiarita molto bene da Bergamo “Rosa Luxemburg sostiene che le vaste conoscenze di Marx in ambito scientifico eccedevano le necessità immediate della lotta politica socialista e pertanto l’utilità di quelle sarebbe riemersa in fasi ulteriori del conflitto. In maniera analoga, per Foster e Burkett, anche i contenuti ecologici della riflessione marxiana avrebbero seguito un comune destino. Le implicazioni ecologiche delle riflessioni di Marx ed Engels sarebbero state trascurate per poi riemergere grazie alle lotte ambientali degli anni Sessanta e Settanta.”1

La differenza tra quello che Foster chiama prima fase dell’ecosocialismo e la seconda è facilmente comprensibile con un esempio. Prendiamo il modello di O’Connor della “seconda contraddizione”. Esso  importa l’argomento della tendenza capitalista all’erosione delle proprie basi sociali e naturali, come teorizzato da Polanyi, collegandolo alla premessa marxiana della tendenza alla sovrapproduzione di merci sul mercato, un’operazione di innesto di teorie esterne al marxismo diventa evidente, mirando a costruire un nuovo corpo teorico. Secondo Foster, questo tipo di operazione di innesto caratterizza la prima fase dell’ecosocialismo, quindi la seconda fase nascente implica una ricostruzione più rigorosa sia del marxismo che della teoria ecologica. L’ecosocialismo della seconda fase cerca, secondo Foster, di tornare alle origini della teoria marxiana e comprendere il contesto ecologico del suo materialismo come un modo per sostenere un impegno critico, forse persino un trascendimento dell’ecologia politica.

Non mi dilungherò molto sull’analisi dei singoli autori trattati da Bergamo ma penso sia utile riprendere almeno i concetti principali elaborati da questi pensatori per facilitare la lettura del libro. Uno dei concetti di Marx che Foster recupera nel suo libro più famoso e non tradotto in italiano Marx’s Ecology: Materialism and Nature è quello di “metabolismo sociale”. Con questo concetto Marx fa riferimento al rapporto esistente tra natura e società in termini di processi produttivi sviluppati dal lavoro umano, essenziale per comprendere il fenomeno della frattura metabolica.

Secondo Foster la frattura metabolica può essere compresa attraverso almeno due dimensioni:

  1. Come il processo mediante il quale i campi vengono utilizzati, quasi esclusivamente, per la produzione agricola che rifornisce le città.
  2. Come il deterioramento prolungato e irreparabile della qualità del suolo nelle campagne, nella misura in cui i nutrienti che nell’agricoltura tradizionale venivano restituiti alla terra dopo il consumo, nello sviluppo capitalistico dell’agricoltura rimangono nelle città, trasformandosi in rifiuti inquinanti.

In contropartita al deterioramento chimico della qualità del suolo, quindi, le città immagazzinano e accumulano incessantemente rifiuti e sostanze inquinanti che non possono essere biodegradate.

A questo proposito, è necessario evidenziare il fatto che il processo di frattura metabolica tra campagna e città è una diretta conseguenza, secondo Marx, di due fenomeni interconnessi e tra loro dipendenti: la crescita della moderna industria capitalistica, da un lato, e l’intensificazione dell’uso del suolo, dall’altro.

L’industria moderna insediata nelle città richiede una crescente offerta sia di manodopera che di cibo, proprio per mantenere in vita i lavoratori che dalle campagne migrano nelle metropoli.

Marx, studiando il chimico Justus von Liebig, vedeva la frattura metabolica come un processo caratterizzato dal furto sistematico delle campagne da parte della città. All’interno di questa linea si inserisce Paul Burkett, il quale sostiene che Marx considerava questo sviluppo una frattura metabolica nella circolazione della materia e dell’energia necessarie per la riproduzione sostenibile dei sistemi umano-naturali.

Il problema studiato da Marx, a questo punto, è inteso come una dimensione centrale del processo produttivo del capitalismo moderno, poiché la crescita della grande industria agricola e del commercio a lunga distanza tendevano (e tendono tuttora) ad intensificare ed estendere questa frattura metabolica.

E proprio di Burkett si occupa in seguito il libro Bergamo. Anche il suo libro più famoso, Marx And Nature: A Red Green Perspective”, non è disponibile nella nostra lingua. L’autore prende parte ad un dibattito estremamente importante che riguarda il rapporto tra teoria del valore-lavoro di Marx e questione ecologica. Chi vede nello schema analitico di Marx dei buchi da colmare rispetto all’ecologia politica pensa nella teoria del valore-lavoro la natura tende ad essere valorizzata man mano che si radica nei rapporti di lavoro, poiché il lavoro è il processo che dà origine al valore di tutte le cose. La teoria del valore-lavoro di Marx, quindi, sembra presupporre che una valorizzazione della natura richiederebbe una ancor maggiore strumentalizzazione della natura. Diversamente, ciò significherebbe riconoscere che il lavoro non è l’unico mezzo per valorizzare le cose nel mondo e che, quindi, la sua teoria del plusvalore dovrebbe essere rivista in maniera fondamentale a causa dei limiti che presenta quando si pensa alla “valorizzazione” dell’ambiente.

Tutto ciò serve per arrivare ad affermare che Marx non avrebbe incorporato le componenti naturali nella sua teoria del valore.

Burkett sostiene che Marx, pur dando credito all’analisi materialistica della produzione capitalistica da parte dei fisiocratici, e addirittura appropriandosi di alcune delle loro concezioni per i suoi scopi (soprattutto il concetto di valore gratuito fornito dalla natura e i fondamenti naturali che sostengono il plusvalore), abbia criticato l’identificazione dei fisiocratici con il valore d’uso materiale della natura. A suo avviso, questa identificazione porta con sé una precipitosa naturalizzazione delle forme capitalistiche di valorizzazione (valore di scambio, denaro e profitto) e dei rapporti di classe sottostanti.

Burkett sostiene che la forma-valore astrae quantitativamente e qualitativamente dal fatto che la ricchezza implica un metabolismo uomo-natura, quindi la solita lamentela secondo cui la teoria del valore di Marx esclude o degrada il ruolo produttivo della natura dovrebbe essere reindirizzata al capitalismo in quanto tale. Nel processo di scambio capitalistico, la merce si riduce al suo comune denominatore di lavoro umano astratto, ignorando gli apporti della natura come condizione di ricchezza materiale. Questa operazione non è compiuta in primo luogo dalla teoria marxiana, ma dalla forma-valore nel suo tessuto sociale oggettivo. Quindi, la teoria marxiana, a sua volta, è una critica alla forma-valore come forma specificamente sociale di ricchezza. Il valore si riferisce alla validazione sociale dei prodotti in termini di scambio commerciale. Sotto la forma della validazione sociale tipica dello scambio di merci, gli ambiti specifici, situati e qualitativamente diversi in cui si articolano natura e bisogni sociali nel sostenere la vita, tendono a essere lasciati in secondo piano. L’astrazione delle dimensioni qualitative del lavoro, che scaturisce dalla forma-valore nella produzione delle merci, implica anche una crescente astrazione della natura. Questo porta alla sua dimenticanza e negazione e, quindi, alla rottura metabolica o all’interruzione dei processi naturali essenziali per la sostenibilità della vita.

La contraddizione tra ricchezza materiale e valore porta quindi alla contraddizione tra natura e valore. Burkett dimostra come gli strumenti analitici marxisti contengono una feroce critica alla valorizzazione capitalista della ricchezza naturale che chiarisce la contraddizione tra la riduzione capitalista del valore al tempo di lavoro astratto e il contributo della natura alla produzione di ricchezza.

Il terzo autore presentato da Bergamo è Jason Moore, il quale legge il capitalismo come una successione di specifici regimi ecologici, in cui l’accumulazione del capitale da un lato e la “produzione della natura” dall’altro sono processi concepiti come dialetticamente intrecciati. In questo senso sostiene in una certa misura la proposta di Neil Smith che Bergamo ha già presentato nella prima parte del libro. Moore propone di rompere con la concezione del capitalismo come formazione economico-sociale che, quando si dispiega, agisce semplicemente sulla natura. Questa concezione è da lui definita “cartesiana”, cioè che separa Natura e Società. Moore sostiene la necessità di concepire il capitalismo come una formazione storico-sociale che si è sviluppata attraverso le relazioni tra le società e la natura in quanto il capitalismo non ha un regime ecologico specifico, il capitalismo è un regime ecologico. Nel corso della sua elaborazione teorica rielaborerà la concezione marxista della storia, impegnato a incorporarvi la dimensione ecologica. Traendo ispirazione dalla prospettiva ereditata dall’École des Annales francese, in particolare da Fernand Braudel e dal suo concetto di Longue Durée, e dal lavoro dei teorici del Sistema-Mondo come Giovanni Arrighi, Moore costruisce una teoria del capitalismo come Ecologia-Mondo.

Moore pone con questo concetto di Ecologia- Mondo le basi di una sorta di “materialismo storico-ecologico” in cui la storia del capitalismo e dei modi di produzione precedenti è intesa come un susseguirsi di regimi ecologici che strutturano i processi di accumulazione e “produzione della natura”. Con questa proposta, Moore sostiene che invece di scrivere la storia dell’impatto del capitalismo sulla natura, è possibile indagare la relazione generativa tra “l’accumulazione infinita” e la “produzione infinita della natura”. La storia di questo rapporto è caratterizzata da crisi ambientali cicliche, inseparabili dalle crisi di accumulazione, e attraverso le quali è necessario studiare la storia del capitalismo. È nella caratterizzazione di queste crisi ambientali che Moore trova rilevante e utilizza il concetto di “frattura metabolica” di Foster. In effetti, queste “crisi ambientali” si scatenano proprio nell’ambito delle disgregazioni metaboliche, dialetticamente intrecciate con le crisi di accumulazione. Secondo Moore, l’errore di Foster e dei suoi seguaci è però quello di mantenere una “separazione cartesiana” tra crisi ecologica e crisi di accumulazione. Per Moore, le trasformazioni ecologiche e le trasformazioni economiche guidate dal processo di accumulazione devono essere pensate insieme e non, come fanno questi autori, in due “scatole” indipendenti e distinte. In questo senso afferma che la teoria della frattura metabolica può essere sviluppata in tutta la sua potenzialità solamente se iniziamo a guardare al capitalismo come Ecologia-Mondo.

Almeno in questo caso sono a disposizione in italiano tre libri di Moore, due editi da Ombre Corte, Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato, e Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria”, e uno edito da Feltrinelli, “Una storia del mondo a buon mercato. Guida radicale agli inganni del capitalismo”, quest’ultimo scritto assieme a Raj Patel.

L’ultimo autore è Andreas Malm ed è quello che onestamente conosco meno e quindi mi affiderò completamente al libro di Bergamo per descrivere a grandi linee il suo contributo teorico principale al dibattito ecosocialista. In questo caso abbiamo in italiano due libri pubblicati da Ponte alle Grazie “Clima corona capitalismo. Perché le tre cose vanno insieme e che cosa dobbiamo fare per uscirne” e “Come far saltare un oleodotto. Imparare a combattere in un mondo che brucia”. Tuttavia non è disponibile in italiano quello che credo sia il suo lavoro principale, ovvero Fossil Capital. The Rise of Steam Power and the Roots of Global Warming.

Il comunista svedese esponendo la teoria del Capitale fossile dimostra come non risponda ad alcuna ragione storica l’utilizzo dei combustibili fossili da parte dell’umanità ma alla lotta di classe. Nel 1784 James Watt riuscì a brevettare la macchina a vapore capace di trasformare, attraverso il vapore, l’energia termica prodotta dal carbone in energia meccanica. Tuttavia per quarant’anni dalla scoperta di Watt si preferì utilizzare nell’industria come motore primario di un sistema di macchine di produzione i mulini alimentati da correnti d’acqua. Malm indaga come e i motivi per cui si imposero alla fine i motori alimentati a carbone.

Malm combatte le interpretazioni moderne basate sul determinismo tecnologico, secondo cui i progressi tecnologici sono ciò che guida i processi di cambiamento nei modi di produzione e costituiscono le relazioni sociali. “La ragione del successo del vapore è da ricercarsi nella strutturazione sociale basata sul comando del lavoro. Le due fonti energetiche presuppongono movimenti opposti e con dirette conseguenze sulla possibilità di reclutamento e comando della manodopera. Alimentare le fabbriche attraverso i corsi d’acqua significa innescare un movimento centrifugo verso le campagne allo scopo di dislocare la manodopera verso la fonte energetica. Questo processo comporta alti costi e rende più complesso il controllo (…) All’opposto il carbone attiva dinamiche centripete, consentendo di dislocare la produzione dalle campagne ai centri urbani popolati e con manodopera già disciplinata alla vita di fabbrica.”2

Malm arriva ad esporre una formula generale del Capitale fossile in cui i combustibili fossili entrano nel processo produttivo “come parte necessaria della relazione di capitale” e sotto forma di mezzi di produzione. Qui Bergamo cita direttamente Malm il quale afferma che “la valorizzazione procede attraverso la combustione. Il capitale fossile, in altre parole, è un valore che si autoespande passando attraverso la metamorfosi dei combustibili fossili in CO2. Si tratta di una relazione, un nesso triangolare tra capitale, lavoro e un certo segmento di natura extra-umana, in cui lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale è spunto dalla combustione di questo particolare accessorio. Ma anche il capitale fossile è un processo, un flusso di valorizzazione successive, che in ogni fase reclama una massa maggiore di energia fossile da bruciare. Non riconosce alcuna fine. Si potrebbe pensare a questo come all’ombra biofisica della formula generale del capitale di Marx, che viene alla ribalta solo in tempi di inattesi crepuscoli biosferici”.

La parte conclusiva del libro ripercorre le accese discussioni tra le due scuole che abbiamo analizzato in precedenza e si vede chiaramente che l’autore prende le difese della Metabolic Rift Theory contro la World-Ecology.

Ma non penso sia il motivo principale per leggere il libro, vedere su quali punti Bergamo critichi o meno Moore. Il libro va letto perché propone per la prima volta in italiano autori e dibattiti internazionali che non hanno ancora trovato spazio nei cataloghi delle nostre case editrici. Cerca di colmare un vuoto ingiustificabile nel dibattito marxista italiano che spero spinga tutti i lettori ad approfondire autonomamente queste teorie perché sono strumenti indispensabili per affrontare tante sfide presenti e future. La guerra in Ucraina faciliterà la conservazione dello stesso modello di sviluppo economico che ha favorito lo scoppio della pandemia grazie ad uno sviluppo urbano incontrollato, il quale ha inevitabilmente creato le condizioni per entrare a contatto con una maggiore frequenza con specie selvatiche. Sappiamo ormai tutti che il Covid-19 è una malattia di origine zoonotica, quindi l’agente infettivo Sars-CoV-2 proviene da animali selvatici, ma ha acquisito la capacità di saltare a specie diverse attraverso un processo chiamato spillover. Maggiore è la vicinanza umana ad altri animali, maggiore è l’esposizione agli agenti infettivi che circolano enzooticamente al loro interno, aumentando il rischio di spillover.

Poi, dobbiamo affrontare i costi di un’eventuale transizione energetica in termini di perdite di posti di lavoro. Sono tutti temi che necessitano dell’intervento di un movimento ambientalista dotato di adeguati strumenti teorici. Purtroppo ci scontriamo con l’assenza in italiano di tanti dei libri citati nel saggio di Bergamo e questo rende difficile la discussione di questi argomenti nei movimenti ambientalisti, nelle fabbriche, nelle università… favorendo il raffo