In Italia, come in altri paesi europei, nascono pochi/e bambini/e. Da anni il tasso di natalità si aggira attorno alla soglia dell’1,2.[1] Abbiamo così tanti problemi che ostacolano la possibilità di riprodurci – il lavoro, il reddito, la stabilità, i servizi, la coppia, la famiglia – da avere costruito intorno a questa “scelta” una specie di progetto da incastrare fra gli altri, a tempo debito. Così si aspetta, si rimanda, si procrastina fino alle soglie del tempo utile scendendo a patti con la biologia o, se serve, con le tecnologie riproduttive. Il desiderio di maternità resta sottotraccia, messo da parte per far fronte a tutto il resto e, quando emerge, sembra avere come unica possibilità una narrazione mainstream o le “chiacchiere” fra mamme o fra amiche. E nel femminismo?

Nell’articolo, uscito nell’ultimo numero di «DWF donnawomanfemme»[2], dal titolo “EMME EFFE. Maternità femministe”, Sandra Burchi e Chiara Martucci si avventurano in una riflessione sulla maternità a partire dalla percezione di un vuoto: un vuoto di parole, di discorsi condivisi, di pratiche messe in comune. Tanto che si potrebbe paradossalmente parlare di un “tabù della maternità” nel femminismo. Come se – proprio su questo tema, la pratica della maternità, l’essere madri concretamente – avesse poco o nulla da dire e dare. Ossimoro? Contraddizione? O inevitabile conseguenza della messa in discussione dei modelli di maternità legati alla tradizione patriarcale?

Cosa è successo negli ultimi vent’anni nel femminismo italiano, nelle sue diverse declinazioni, rispetto al tema della maternità?

Senza alcuna pretesa di giungere a una conclusione, ma con il desiderio di costruire i contorni di una domanda centrale, le autrici si chiedono se e come è avvenuto – dentro la politica del femminismo – il passaggio da un’idea statica e singolare di “madre” ad una narrazione capace di rappresentare la pluralità di modi possibili, oggi, di diventare madre. Precarietà, revisione dei modelli familiari, calo demografico, nuove tecnologie riproduttive, gestazione per altr@, sono solo alcuni dei temi con cui si sono confrontate le ultime generazioni di femministe.

Le prossime pagine sono un estratto dell’articolo; la versione completa, con un paragrafo di approfondimento dedicato al saggio La figura materna fra emancipazionismo e femminismo di Anna Scattigno, due paragrafi di narrazioni autobiografiche e le conclusioni delle autrici è pubblicata sul numero EMME EFFE. Maternità femministe, DWF (127-128) 2020, 3-4.

NOTE

[1] Il numero medio di figli/e per donna continua a scendere: 1,27 per il complesso delle donne residenti (1,29 nel 2018 e 1,46 nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità). Per il settimo anno consecutivo, nel 2019 c’è un nuovo superamento, al ribasso, del record di denatalità. Questo calo è attribuibile quasi esclusivamente alle nascite da coppie di genitori entrambi italiani. A partire dagli anni Duemila l’apporto dell’immigrazione, con l’ingresso di popolazione giovane, ha parzialmente contenuto gli effetti del baby-bust; tuttavia, l’apporto positivo dell’immigrazione sta lentamente perdendo efficacia man mano che invecchia anche il profilo per età della popolazione straniera residente. Fonte: dati ISTAT.

[2] DWF donnawomenfemme è una rivista femminista fondata nel 1977 da Annarita Buttafuoco e Tilde Capomazza che si propone come punto di riferimento della cultura femminile in Italia e nel mondo.

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Femminismi del nuovo millennio. Prima di tutto precarie.  

Ogni generazione deve trovare il proprio bandolo. Dopo aver seguito la figura materna nel percorso ricostruito da Scattigno (Scattigno 1997), ci piacerebbe poter parlare di cosa è successo negli ultimi vent’anni, poter entrare con lo stesso impasto di storia recente e memoria personale, di spunti di riflessioni condivisa e altri presi in prestito, dentro le questioni legate alla maternità che hanno attraversato la politica delle donne e il femminismo a partire dal punto in cui si ferma il saggio di Scattigno.[1] Unendoci al filo del suo ragionamento siamo ripartite dai femminismi del nuovo millennio. È una fase della storia del femminismo di cui abbiamo memoria personale, che abbiamo attraversato e alimentato, condiviso e conosciuto, ma che ha anche scritto e detto di sé e del mondo.

Dalla fine degli anni Novanta e a seguire nei primi anni Duemila, si è assistito in Italia al prodursi reticolare di una serie di gruppi e collettivi dalla forte impronta generazionale animati dal desiderio di rinnovare il riferimento alla politica del femminismo: Gruppo Sconvegno di Milano, Sexyshock di Bologna, Rete Prec@s di Napoli, Fiorelle a Firenze, A/matrix di Roma, Mafalda di Torino, Priscilla di Verona per citarne solo alcuni.[2]

Le strategie di vita delle giovani donne che si trovavano ad affrontare il complesso passaggio di millennio hanno contribuito a far nascere soggettività politiche autonome e al tempo stesso desiderose di creare nuovi confronti (politici e teorici) con il femminismo degli anni Settanta conosciuto attraverso la lettura dei “classici” o il rapporto diretto con le protagoniste di quella stagione. Si tratta di una generazione (parola scelta come tratto distintivo e identificativo) di donne allora thirty-something[3] che prendeva parola e sviluppava pratiche politiche autonome in riferimento al “femminismo storico”, contribuendo a produrre un processo che lo “estraeva” (per così dire) dalla memoria delle sue protagoniste mettendolo alla prova del presente, attraverso un dialogo fatto di nuove sollecitazioni e richieste di riconoscimento, prendendo la strada della ricerca storiografica attraverso il bisogno di aprire l’archivio del femminismo degli anni Settanta alla ricerca di «scarti, fili invisibili, nessi perduti, percorsi interrotti, rimozioni, discontinuità, cortocircuiti.» (Busi 2006).

Un femminismo della terza ondata, molto sollecitato da un tema forte, quello della precarietà, dapprima percepita come esperienza principalmente individuale, transitoria e legata alla condizione lavorativa poi, via via, sempre più chiaramente collettiva, strutturale, esistenziale.

Ad emergere è, da un lato, la crescente indistinguibilità dei confini tra tempi di vita e tempi di lavoro, e quindi l’estensione della precarietà a condizione esistenziale, e dall’altro il processo di femminilizzazione dei lavori.

Quello del «divenire donna» del lavoro, per dirla con Deleuze, è un fenomeno complesso che spesso si sovrappone a quello della sua precarizzazione, senza però coincidervi. Ha a che fare con l’intrecciarsi di almeno due processi, uno quantitativo e uno qualitativo: da un lato, un aumento generalizzato delle donne nel mercato del lavoro, in ogni settore e in tutte le forme contrattuali (e non solo in quelle precarie); dall’altro il fatto che i comportamenti femminili sono assunti a modello della produzione, ovvero che nel lavoro di oggi in generale si rintraccia il simbolico e il corporeo femminile. (Sconvegno, 2007).

La femminilizzazione del lavoro «intesa come attività flessibile e precaria che, sempre più, incorpora l’attitudine relazionale, affettiva e di cura storicamente svolta dalle donne» (A/matrix) è infatti oggi un fenomeno trasversale che riguarda uomini e donne. Come sintetizza Cristina Morini:

“La femminilizzazione del lavoro si manifesta come caduta esplicita dei confini tra produzione e riproduzione, nel momento in cui le attitudini “d’elezione” dell’ambito della cura (affetto, ascolto, empatia) vengono richieste dall’ambito della produzione. La femminilizzazione del lavoro si dà nella precarietà, la quale, da condizione storica della prestazione lavorativa delle donne, si trova a essere generalizzata. […] L’asimmetria che caratterizza il rapporto uomo-donna tra le pareti domestiche, viene esportata nella fabbrica cognitiva, nel rapporto tra capitale e lavoro, dove il venir meno delle garanzie di cui il lavoro godeva costringe la lavoratrice – ma anche il lavoratore – in una dimensione di dipendenza totale. Si impiegano fedeltà, partecipazione, un tempo infinito senza che nulla sia garantito da una qualche forma di patto, pur tra attori diseguali”. (Morini, 2010, p. 13).

Ed è rispetto a questa caduta dei confini, che la maternità emerge come una questione complicata per le giovani donne degli anni Duemila: difficile da realizzare sul piano materiale («la precarietà è il nostro contraccettivo», recita un famoso slogan) e difficile da elaborare per l’incalzare continuo di variabili impreviste e intermittenti.

Le generazioni di donne che ci hanno preceduto si sono poste il problema di come controllare la propria fertilità. Oggi abbiamo il problema di quale posto assegnarle, in un tempo di vita sempre più condizionato dalla precarietà delle condizioni di sussistenza. In particolare, la precarietà lavorativa è un deterrente notevole rispetto al desiderio materno. Confrontandoci, ci siamo rese contro che il nostro futuro è compresso in un presente continuo, una transizione costante. La piattaforma temporale su cui cerchiamo di stare in equilibrio non ci permette di progettare oltre l’arco di un semestre; il terreno economico è pieno di buchi e fratture: oggi guadagni, domani chissà; un evento pratico di alto valore simbolico nei passaggi della vita, qual è la sicurezza di una casa entro cui vivere autonomamente (la tana, il luogo delle proprie radici), è rinviato a data da destinarsi, forse mai. Si erodono i pochi margini di benessere creati dal lavoro dei nostri genitori. (Cirant, 2004).

Una maternità che, da destino rifiutato, si va trasformando in privilegio?

 

Conciliare, ma cosa?

Proprio all’inizio del nuovo millennio, a livello istituzionale si assiste alla promulgazione di una delle leggi più innovative in tema di politiche di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro: la Legge 53 del 2000 “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi della città”.

Una normativa che ha determinato uno spartiacque legislativo, che ha finalmente superato la logica di tutela della lavoratrice-madre finalizzata a consentire «l’adempimento della sua essenziale funzione familiare», come recita l’articolo 37 della nostra Costituzione. La 53/2000 può essere considerata il portato istituzionale maturo delle battaglie e delle riflessioni femminil/femministe degli Anni Settanta, Ottanta e Novanta. Attribuisce a entrambi i genitori il diritto soggettivo ai congedi parentali per rendere possibile una redistribuzione del lavoro di cura tra donne e uomini. Introduce l’individualizzazione dei diritti di paternità non solo in alternativa a quelli della madre, ma come diritto/dovere del padre all’accudimento di figli/e.

Nei fatti, l’applicazione di questa normativa è rimasta parecchio al di sotto delle aspettative. Gli ostacoli che questa misura ha incontrato sono molti e di diverso tipo: culturali e materiali, strutturali e individuali, espliciti ed inconsci. I dati di realtà confermano l’Italia agli ultimi posti fra i paesi europei in materia di occupazione femminile e – nonostante le nascite siano molto vicine allo zero – riscontrano il permanere di forti asimmetrie nella condivisione dei lavori di cura e domestici. Restano forti resistenze anche nei modelli di organizzazione del lavoro: i padri stentano ad usufruire dei congedi parentali, le aziende e gli enti pubblici a concederli. L’astensione dal lavoro del padre per dedicarsi alla prole è un comportamento stigmatizzato e la cura resta ancora considerata una “cosa da donne”. D’altra parte, le donne sono più spesso inquadrate in forme contrattuali instabili e questo vale soprattutto per le “giovani in età fertile” che, più frequentemente, hanno tipologie di lavoro dipendente a termine, generalmente caratterizzate da bassi redditi e da un profilo occupazionale non-standard.

Il dilemma, che già nel 1792, angustiava la pioniera dei diritti delle donne Mary Wollstonecraft resta più che mai attuale: o le donne, per essere accettate nella sfera pubblica, diventano come gli uomini, oppure rivendicano caratteristiche femminili, che però sono considerate di scarso valore rispetto alla cittadinanza e nel mondo del lavoro (Pateman 1997).

Il modello della «doppia presenza» – da cui discende l’ideale di conciliazione a cui si ispira la Legge 53/2000 – ha perso velocemente le sue caratteristiche innovative. Le potenzialità di innovazione, creatività, valorizzazione delle differenze, attivate da una quota crescente di donne adulte entrate stabilmente nel mercato del lavoro, sembravano rendere possibile un’articolazione sostenibile di vita familiare e professionale. Ma il contesto da cui questa felice intuizione di Laura Balbo (1978) ha preso origine sembra lontano. Già Carmen Leccardi notava che la dimensione della doppia presenza ha progressivamente acquisito un carattere normativo, evocando «una sorta di itinerario obbligato dell’identità̀ femminile in bilico fra impegni professionali e responsabilità̀ familiari» (Leccardi 2005, p. 107). Le giovani donne degli anni Duemila – che vivono un’epoca di precarietà e cambiamenti strutturali nel mondo del lavoro – non solo sentono come inadeguato un modello che insiste sulla normatività delle tappe di vita, ma rivendicano la possibilità di ribaltare i piani di una flessibilità solo subita:

Se ci chiedono di essere flessibili, pronte a cambiare piani nel breve termine, perché tutte la società ci impone di essere fedeli, di mantenere famiglie stabili, aspirare ad un lavoro standard e seguire orari fissi? Questa semplice domanda sottende una critica fondamentale alle istituzioni statali e ai valori sociali prevalenti, che non danno strumenti alle giovani per “comporre, dai pezzi disparati, una vita sensata”. (Fantone 2011).

 

 Maternità e nuove tecnologie riproduttive.

Per molti dei gruppi femministi di inizio millennio, le principali tematiche restano quelle legate al corpo e alla sessualità,[4] sempre affrontate in stretta correlazione con le nuove tecnologie emergenti.

In particolare, molti collettivi lavorano sul tema delle biotecnologie riproduttive in occasione della modifica della Legge 40:

Ci siamo mobilitate contro la legge italiana sulla procreazione assistita, interagendo con gruppi di donne e gruppi queer, scienziati e ricercatori in campo medico, associazioni di genitori sterili e di giuristi, partiti, social forum italiani e con chiunque si battesse contro quella legge. (Sexyshock).

Il 27 marzo 2002 viene presentato in aula il testo base licenziato da un Comitato ristretto della Commissione Affari Sociali della Camera, che dovrebbe regolamentare in materia di procreazione medicalmente assistita. Nell’aprile 2002 il movimento delle donne organizza numerosi eventi a livello locale (assemblee, presidi, appelli e lettere aperte) per esprimere il dissenso collettivo contro l’attacco all’autodeterminazione che questa legge rappresenta.

Barbara Romagnoli, nel suo testo di ricostruzione dei femminismi di inizio millennio, racconta una delle prime e più emblematiche azioni messe in atto durante la discussione sia nell’opinione pubblica italiana che in Parlamento: quella delle “galline ribelli”. Il collettivo A/matrix organizza una divertente campagna mediatica che consiste nella disseminazione, in giro per le città e nelle redazioni giornalistiche, di uova d’oro con lo slogan «viene prima la gallina dell’uovo».

È un modo originale per dire no ad una legge, che sarà approvata nel 2004, che eleva l’embrione a persona, mette i diritti della madre in secondo piano e delega completamente allo Stato il diritto di governare sui corpi e le scelte riproduttive delle singole donne. (Romagnoli 2014, p. 77).

È in questi termini che si declina il ragionamento collettivo sulla maternità nella prima metà degli anni Duemila: come affermazione della libertà e dell’autodeterminazione nelle scelte procreative, avvengano esse dentro o fuori alle forme codificate di “coppia” o ai confini di genere e orientamento sessuale.

Negli anni successivi, sempre più persone si sono rivolte alle nuove tecnologie riproduttive: principalmente coppie eterosessuali sposate[5], ma anche soggetti che ne erano formalmente esclusi a causa della Legge 40. Coppie dello stesso sesso, single e chi doveva ricorrere a una procreazione assistita eterologa, utilizzando strategicamente le diverse normative vigenti a livello europeo, si sono spostati dall’Italia per differire l’aut-aut tra famiglia e carriera congelando gli ovuli, o per realizzare forme di genitorialità vietate dall’ordinamento del nostro Paese.

Il “turismo riproduttivo” o “della fertilità” derivato dalle restrizioni imposte dalla legge è un fenomeno ambiguo che, da un lato, rafforza le diseguaglianze tra chi può e chi non può permettersi una mobilità e alimenta un mercato della procreazione medicalmente assistita che non esita a lucrare sul desiderio di genitorialità; d’altra parte è anche vero che, per quanto formalmente invisibili in Italia, esistono ormai diversi esempi di sperimentazioni pionieristiche nella ridefinizione dei nessi tra sessualità, affettività e scelte riproduttive che aprono nuove opportunità di libertà. Ciò di cui si sente la mancanza è un’elaborazione politica condivisa su queste inedite esperienze. Si sono moltiplicati i modi per riprodursi e i nessi possibili tra maternità biologica, legale e sociale, ma – per tornare alla nostra domanda iniziale – c’è stato un passaggio da un’idea statica della “figura materna” ad un paradigma che prevede una pluralità di modi possibili di essere madri?

E, ancora, dal punto di vista delle pratiche: quali elementi di sostegno e orientamento esistono per una femminista che si avvicina all’universo della procreazione medicalmente assistita perché vuole intraprendere un percorso di riproduzione (che sia da sola, in una coppia etero o omosessuale)? Trova gruppi e riflessioni femministe a cui potersi rivolgere per districarsi tra isterosalpingografia, ormone antimulleriano e conta dei follicoli? O si ritrova a navigare sui siti delle “mamme pancine” che “fanno la cova” e temono l’arrivo “delle rosse”, in attesa di realizzare il “sogno di diventare madre”, nel più stereotipato dei modi?

Per quanto abbiamo avuto modo di vedere, è ancora attraverso il passaparola che si passa per scambiarsi opinioni ed esperienze e, anche in questo caso, il tabù della maternità nel femminismo sembra ostacolare l’apertura di una discussione condivisa sulle contraddizioni e le potenzialità dell’utilizzo delle nuove tecnologie riproduttive.

 

Gestazione per altr@

Nel 2016 sul piano istituzionale viene approvata – a fatica – la Legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso e sulle convivenze.[6] La polemica politica emersa in seguito all’approvazione della Legge Cirinnà, anziché concentrarsi sui limiti che conteneva in termini di discriminazione – più o meno diretta – nei confronti delle persone LGBT+, è stata strumentalmente sovrapposta a quella sulla “gestazione per altri” (GPA): un tema altrettanto importante, ma del tutto estraneo all’ambito di intervento della legge.

Anche in questa occasione, la questione della maternità piuttosto che rimanere ancorata alle esperienze delle singole e diventare occasione di scambio, confronto, elaborazione incarnata di nuovi modelli, si è estesa divenendo il complicato oggetto di un dibattito pubblico, proprio tra le femministe. La discussione si è dimostrata molto complicata e, benché sia possibile individuare posizioni fortemente avverse, la discussione non è risolvibile in una contrapposizione netta “pro” o “contro”. L’appello Che libertà del gruppo Se non ora quando (Snoq) per la «messa al bando globale dell’utero in affitto» lanciato a dicembre 2015 ha preceduto quello uscito nel settembre del 2016 delle Lesbiche contro la GPA: Nessun regolamento sul corpo delle donne, il cosiddetto «appello delle 49 lesbiche» dal numero delle firmatarie. Entrambi i documenti hanno provocato animate discussioni, quando non scissioni e scontri in gruppi e associazioni. Dentro Arcilesbica – particolarmente chiamata in causa dall’«appello delle 49» – la firma di alcune dirigenti ha portato a una reazione interna e alla decisione di un congresso anticipato. Eleonora Cirant, che si è misurata con il tentativo di ricostruire questa «sfida femminista alla Gestazione per altri» attraverso un’indagine nella galassia dei femminismi contemporanei in Italia – voci di singole, blog, gruppi e collettivi –, ha messo in fila i temi che sono emersi nel dibattito, soffermandosi in particolare sulla pluralità di posizioni che definisce «non proibizioniste». Difficile sciogliere la questione del “mercato” in tutto questo, affrontare i temi del “vendere” una prestazione di questa natura fa emergere le resistenze di chi lo ritiene inaccettabile dal punto di vista etico o anche psicanalitico (cosa comporta non solo gestire per altri una gravidanza ma “nascere” per altri?), chi mette questa transazione sullo stesso piano di altre (non in modo superficiale ma politico, rifacendosi a letture della realtà che insistono sulla capillarità della messa a valore del lavoro riproduttivo in questo sistema economico), chi più pragmaticamente pensa a una regolamentazione che disciplini questa pratica, piuttosto che abbandonarla agli esiti più selvaggi della legge di mercato, come la clandestinità o il turismo riproduttivo verso paesi e contesti a rischio. Per molte la non coincidenza di maternità e gestazione viene rimarcata positivamente e rivendicata come eredità del femminismo che nel corso del Novecento ha contribuito a modellare una concezione dei rapporti madre-figli come non determinati dal dato unicamente biologico. In questo senso la scomposizione del processo riproduttivo può rompere i vecchi schemi patriarcali.

Il tema della GPA rinverdisce la questione della centralità della maternità nella politica delle donne ma trova, nel «delta antiproibizionista», varie vie di fuga che vanno da un netto rifiuto di questa nuova sacralizzazione a un’articolata ricombinazione della questione con le istanze più diverse del presente, da una riflessione avvertita politicamente delle tecnologie riproduttive a una critica alla famiglia tradizionale che apre a nuove forme di genitorialità, fra cui quella omoparentale, ma non solo. Intercettata dall’indagine di Cirant, Sara Catania Fichera, femminista attiva nell’associazionismo femminista catanese, parla della propria esperienza di madre-affidataria mettendo in evidenza la generatività politica di una relazione fra madri che hanno modo di vivere aspetti e forme diverse del materno (maternità genetica, gestazionale, intenzionale). Questi aspetti possono essere realizzati anche da donne diverse, in cooperazione tra di loro. Ed è forse l’insistenza su questo potenziale di narrazioni, di varietà di situazioni e di nuovi formati relazionali, e non il dibattito sulla GPA portato avanti su toni che insistono sugli aspetti rischiosi, potenzialmente mortificanti o violenti di una pratica tutta da definire o da mettere in chiave, che potrebbe essere il contributo più prezioso a un dibattito femminista sulla questione.

L’impressione, come dice Cirant, è che nei gruppi ci sia più̀ bisogno di fermarsi a capire che di agire, di confrontarsi piuttosto che di schierarsi. «La parola onnipresente è complessità̀. In tante affermano di non essersi ancora fatte un’opinione e di volerne parlare.» (Cirant 2017).

  

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

 

BALBO L., (1978) La doppia presenza, in Inchiesta, VIII, n. 32, pp. 3-6.

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BUSI B. (2006), Il lavoro sessuale nell’economia della (ri)produzione globale, in BERTILOTTI al., Altri femminismi. Corpi, culture, lavoro, Roma, Manifestolibri.

CIRANT E., (2004), Il desiderio, il potere, il dovere di dare la vita in AA.VV., Un’appropriazione indebita. L’uso del corpo della donna nella nuova legge sulla procreazione assistita, Milano, Baldini Castoldi Dalai, pp. 61-76.

CIRANT E., (2017), Ora che l’utero è mio, come lo gestisco? Femministe antiproibizioniste di fronte alla GPA in: Lidia Cirillo (a cura di), Utero in affitto o gravidanza per altri? Voci a confronto, Milano, FrancoAngeli.

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LECCARDI C., (2006), La reinvenzione della vita quotidiana, in BERTILOTTI T., SCATTIGNO A., Il femminismo degli anni Settanta, Roma, Viella, pp. 99-117.

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MELANDRI L., (2000) Una visceralità indicibile. La pratica dell’inconscio nel movimento delle donne degli anni Settanta, Milano, Fondazione Badaracco – FrancoAngeli, collana Letture d’archivio.

MORINI C., (2010) Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Verona, Ombre Corte.

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SCATTIGNO A., (1997), La figura materna fra emancipazionismo e femminismo, in Marina D’AMELIA, M. (a cura di), La storia della maternità, Bari, Editori Laterza, p. 273-299.

SCONVEGNO (Galetto, M., Lasala, C., Magaraggia S., Martucci, C., Onori, E., Pozzi, F.), (2007), A Snapshot of Precariousness: Voices, Perspectives, Dialogues, in Feminist Review, n. 87, special issue on Italian Feminisms, Palgrave Macmillian, pp.104-112.

 

Sandra Burchi lavora come ricercatrice e docente a contratto presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente le questioni di genere, il lavoro e la precarietà, con un focus sull’esperienza del lavorare da casa nelle professioni della conoscenza. Attualmente si occupa di nuove emigrazioni e di migrazioni qualificate. Da sempre interessata alla teoria femminista, ha collaborato con enti di ricerca e formazione attivi sul tema della politica e della vita delle donne progettando inchieste, percorsi di ricerca e di ricerca-azione.

Chiara Martucci, docente e ricercatrice esperta in tematiche di genere e intercultura. Dai primi anni Duemila è attiva in ambito femminista con una riflessione – individuale e collettiva – sulla precarietà di vita e lavoro, a partire dalle esperienze e ambivalenze personali, lette in relazione alle trasformazioni della realtà e degli immaginari contemporanei. I suoi principali interessi sono relativi al dibattito filosofico-politico sui concetti di eguaglianza e libertà e alle nuove forme di inclusione ed esclusione dalla cittadinanza nelle società multiculturali. È autrice della monografia Libreria delle donne di Milano. Un laboratorio di pratica politica (FrancoAngeli, 2008) e curatrice, insieme a Gaia Giuliani e Manuela Galetto, del volume L’amore ai tempi dello Tsunami. Affetti, sessualità, modelli di genere in mutamento (Ombre Corte, 2014).

 

NOTE

[1] La nostra ricostruzione non ha alcuna ambizione di esaustività storica, per quanto sia ispirata da un’analisi cronologica dei principali fatti accaduti negli ultimi venti anni.

[2] In questo paragrafo e nel paragrafo 4 (cfr. infra) sono riportati stralci di posizioni di due collettivi di quegli an