Pubblichiamo la bella recensione di Gaetano Grasso al libro di Maurizio “Gibo” Gibertini, Non mi sono fatto niente, per Milieu Edizioni, collana Settanta.

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Questa non è una recensione

 

Gran bel titolo, Gibo: l’espressione ben si presta a evocare “imprudenze” pre o post-adolescenziali così giustificate o vantate avendola scampata bella. Altrettanto intrigante l’incipit della quarta di copertina, “la questione è che io le ho fatte proprio tutte, non mi sono risparmiato nulla.” In effetti, ecco la prima immagine a cui mi viene da associarti: il pollice in su di Ryan Gosling, il Fall Guy dell’omonimo film che, massacrato ma uscito illeso da ciascuna delle più spericolate riprese cinematografiche nel suo ruolo di stuntman, ogni volta si premura con quel gesto di rassicurare operatore e regista circa il suo stato di salute (per inciso: fall guy si traduce anche con “capro espiatorio”, per aggiungere una venatura iettatoria al suddetto mestiere. E per ricordarci che, per esempio ai tempi del fervore dimostrativo del “teorema Calogero”, bastava cascare in quell’ampia fattispecie di “reato associativo” denominata “contiguità” per finire nel mucchio dei dannati). È, infine, un’immagine per me tanto più pertinente, dato che prima di ritrovarle nelle tue pagine mi erano già familiari alcune delle avventure e frequentazioni illustrate in questi tuoi tumultuosi “ricordi d’egotismo”, non a caso introdotti da un’anticipazione davvero splatter della vita carceraria che ampiamente descriverai più avanti senza censure, neanche al sense of humour che può sopravvivere perfino a quel sadico teatro dell’assurdo.

Ebbene, ho appena azzardato un richiamo al titolo di un altro più antico e molto illustre “romanzo di formazione” – e ora mi tocca puntualizzare che questo vorrebbe essere gran complimento, mica ambigua insinuazione di eventuali vezzi narcisistici d’autore. Per assicurarmi che tu non me ne voglia a motivo di questo pur lessicalmente equivocabile riferimento, trascrivo dalla presentazione dell’edizione Marsilio un abbondante stralcio relativo a quella “prima grande opera autobiografica di Stendhal”, che potrei utilizzare quasi alla lettera per parlare del tuo libro: “Raccontare di sé, non per autocelebrarsi o per confessarsi bensì per capire chi si è: questa la scommessa di Stendhal nel 1832 all’avvicinarsi dei cinquant’anni [nota mia: nel pieno di quella controrivoluzionaria Restaurazione d’antan, e in un’epoca in cui riguardo all’aspettativa di vita i cinquanta equivalevano abbastanza ai settanta delle attuali generazioni ]. Nell’isolamento del consolato di Civitavecchia egli ripensa al decennio precedente della sua vita, trascorso per lo più a Parigi dopo l’addio a Milano e alla donna amata. Si sviluppa così in due settimane una rievocazione autobiografica scritta di slancio e senza ritocchi, un divagante e vivacissimo alternarsi di ricordi, oscillanti tra humour e malinconia, nostalgia e ironia, distacco e adesione. Un esame di coscienza che investe anche le relazioni del protagonista con ambienti e personaggi ispirando una panoramica scintillante dei salotti liberali della Restaurazione. Confessando i suoi amori, dalle donne alla musica, e le sue idiosincrasie politiche e mondane, Stendhal mette in scena una grande lezione di stile morale e letterario, chiave indispensabile per entrare nelle pieghe della sua personalità e nel laboratorio della sua scrittura…”. Eccetera.

Ma, fatta la dovuta tara alla panoramica altrimenti scintillante delle tue ambientazioni, che come si conveniva ai road-movie di noi ragazzi del ‘900-dopoguerra, cui era finalmente consentito girare il mondo fors’anche in autostop senza temere minacce da conflitti armati o da bellicose guardie di frontiera, risultano ben più variegate socialmente e geograficamente rispetto ai salotti liberali vintage, torniamo al passaggio di secolo nostro e alle pagine tue. Che – insisto – si offrono anch’esse come “un divagante e vivacissimo alternarsi di ricordi, oscillanti tra humour e malinconia, nostalgia e ironia, distacco e adesione”: tonalità che hai saputo mettere in forte rilievo grazie a una scrittura di notevole impatto e naturalezza, capace di coinvolgere con la sua aderenza a un parlato plurilinguistico che assembla una varietà di slang – da quelli “metropolitani” riferibili a bande giovanili di quartiere piuttosto che a quelli di malavitosi professionali, o ad ambienti politicizzati più o meno istituzionali insieme a usi lessicali tipicamente carcerari o del mondo della “fattanza” o, ancora, arricchiti dai contributi multiculturali riferibili alle tue esplorazioni di tanti paesi in diversi continenti – a intervallare l’esperienza di vita principalmente milanese da te messa a fuoco. Insomma, questa scrittura in presa diretta fa delle tue pagine un vero e proprio compendio documentale da “storia orale” del nostro “lungo ’68” e seguenti.

Per tornare alla tua premessa: “Ci sono vent’anni di storia personale e collettiva in questo libro. Racconti di passioni intense, di avventure al limite, di scelte che rifarei e di altre di cui non vado per niente fiero. Ma è la verità, e solo la verità può servire a comprendere ciò che è accaduto, a me e a decine di migliaia di altre persone, nel periodo più fantastico e dannato della nostra vita”.
Qui voglio riportare un’unica pagina del tuo racconto, tra le più buie fra quelle dove il “fantastico” si rovescia nel “dannato”: è la mutazione antropologica verificatasi nel passaggio dalla dimensione del vivere “collettivo” dei roaring seventies alla “Milano da bere” degli anni ‘80, dove chi era scampato o sopravvissuto alla gran retata avviata il 7 aprile ‘79  ritrovava i propri luoghi di riferimento desertificati o sostituiti da altre tipologie umane metropolitane,  fra cui quelle coabitanti per esempio nel Parco Lambro, qui da te rivisitato diversi anni dopo i “festival del proletariato giovanile”:

“La Milano di quegli anni. La Milano delle professioni, quelle in inglese, che in italiano non significano niente. La Milano delle borghesi annoiate che si scoprono arredatrici. La Milano dei sushi e sashimi. Quella da bere, che non dorme mai. E pippa forte. Enfia di droga, coca per i fighetti e pseudo ero per gli sfigati, quelli che devono fare i salti mortali per campare, alimentando la malavita più rattusa. Quelli che hanno l’hiv. La merda che trovi per strada – per comodità detta eroina – è fatta di pasticche tritate, impastata con il Darkene. C’è solo un 5-10% di roba vera. Quando ce n’è di più non è un bene, in genere crepi di overdose. Le piazze di spaccio sono dei supermercati a cielo aperto. Il Parco Lambro – dove di solito vado per la dose per die se il mio pusher è a secco – è incredibile. In certi orari sono decine e decine – forse centinaia – gli zombie in cerca di roba o a fare da adescatori per guadagnarsela: dieci clienti procurati, una busta in omaggio. Branchi di non-morti malamente celati fra mamme indifferenti, bambini e brizzolati in tute Sergio Tacchini che fanno footing.”

Eccoci al nodo cruciale con cui hai accettato di misurarti, in prima persona: quello della “(ri)scrittura della storia” di un periodo tra i più falsificati, distorti, stravolti dalla più gran parte delle narrazioni correnti, non unicamente prodotte dalle filiere mainstream, di tanto in tanto ancora capaci di ravvivare ai danni anche di ultraottantenni pulsioni giustizialiste fuori tempo e fuori luogo e di ispirare novissimi disegni di legge governativi in materia di sicurezza.

Ho un ricordo personale risalente a quasi dieci anni fa, quando uno dei nostri “attivi maestri”, in occasione della presentazione del primo volume della sua voluminosa autobiografia (intitolata “Storia di un comunista”) nell’ultima molto partecipata giornata di Bellissima, fiera dell’editoria indipendente a Milano (qui la tua registrazione video dell’incontro per Officina Multimediale)  dichiarava di ambire ad aver “tolto un tappo, un blocco di ricordo, di memoria, di desiderio di dire veramente che cosa negli anni ‘60-‘70 è successo. Per andare oltre alla definizione di quegli anni come anni di piombo, andare oltre a questa convenzione di escludere dal racconto della nostra storia italica quello che sono stati quegli anni, che sono stati buoni, cattivi come sempre avviene, ma degli anni pieni, pieni di cose, pieni di passione, ed è su questo che mi pare sia assolutamente importante riaprire la discussione, smetterla con questi libri che raccontano solo delitti, o ricordi di delitti, che danno un colore nero a questi anni. No! Questi sono stati anni che hanno avuto un colore rosso, ed è questo rosso, questa epica che noi abbiamo vissuto, che va restituita al racconto e alla memoria di tutti”.

E ora un bel pezzo di questa “epica”, Gibo, tu ce l’hai saputa restituire, ma  lodevolmente immunizzata da ogni prosopopea, da ogni retorica e da ogni “spiegone” artefatto quanto superfluo.