Pubblichiamo la traduzione italiana, a cura di Davide Gallo Lassere, Andrea Fumagalli e Alice Monticelli, di un’intervista apparsa l’11 novembre sul blog di Plateformes d’enquêtes militantes

PEM: Da qualche anno si parla sempre più di “capitalismo delle piattaforme”, ma che cosa s’intende con questa espressione?

Hadrien: La parola “piattaforme” è piuttosto generica e può concernere molte imprese di servizi diversi: delle aziende come Uber o delle piattaforme di pagamento online come Paypal o ancora delle strutture più o meno associative come, in Francia, La ruche qui dit Oui. Queste piattaforme sono tutte organizzate su dei modelli decisamente differenti e se è senz’altro vero che alcune di esse sono riuscite a stabilizzarsi, altre più recenti hanno un modello meno sicuro e funzionano grazie a degli investimenti rischiosi. In linea generale si può comunque individuare una struttura comune a queste piattaforme digitali, ossia proporre un modo d’organizzazione aperto, che gestisce, da un lato, molti “contributori” (dalla vendita di prodotti a quella di forza-lavoro) e, dall’altro, il mercato stesso tramite la messa in relazione tra consumatori, la gestione di una quantità importante di dati, ecc. Vi è effettivamente una rottura con il modello dell’impresa più “tradizionale”, quello dell’azienda, nel senso in cui tali piattaforme mettono in relazione dei clienti “partner” senza impegnarsi nei confronti della resa dello scambio, di cui si limitano a prelevare una percentuale. Ossia, tutto essendo a loro carico, i contributori devono assicurarsi individualmente di produrre a sufficienza o di realizzare delle vendite sufficienti in quanto il loro salario è a esse legato.

Per ciò che ci riguarda, le piattaforme “footech” come Deliveroo, Foodora, UberEats o ancora Stuart (per citare le più importanti), sono arrivate piuttosto recentemente in Europa (a partire dal 2010). Il loro modello è abbastanza classico e simile per tutte: oltre alla gestione delle consegne, giustificano le loro attività tramite la messa in relazione dei consumatori con dei ristoranti, garantendo la fatturazione e soprattutto la pubblicità per i ristoranti partner. Il loro modo di finanziamento passa per una percentuale sulle ordinazioni (tra il 20 e il 30% della somma totale per Deliveroo per esempio), ma malgrado il loro basso costo (siccome hanno una debole massa salariale da gestire e pochissime infrastrutture) si tratta di un settore in cui vi sono molti fallimenti, a causa del poco valore aggiunto delle corse. Il modello economico implica infatti una posizione quasi-monopolistica per poter diventare profittevole, e per riuscirci ricorrono spesso a delle pratiche di marketing aggressivo: ossia dei costi per ogni corsa molto bassi al fine di attirare i clienti, un reclutamento massiccio di fattorini (che si traduce dunque per un abbassamento del salario), ma anche la dipendenza rispetto a degli investitori in capitale-rischio. Questa instabilità può essere veramente problematica, siccome i fallimenti sono frequenti e le conseguenze drammatiche per i fattorini: basti guardare ai fallimenti di Take Eat Easy, fino ad allora leader del mercato francese, nel luglio del 2016, o quello della piattaforma TokTokTok qualche mese dopo, la quale, oltre a lasciare sul lastrico i fattorini, ha pure fatto perdere loro un mese intero di salario.

PEM: Che cosa significa lavorare per una piattaforma? Qual è il vostro statuto?

Hadrien:Per lavorare per queste piattaforme, bisogna possedere una partita Iva.Si tratta di un modello piuttosto recente (stabilito dalla legge Fillon del 2008) messo in atto in parte per inquadrare certi impieghi precari come i servizi a domicilio e che si è in seguito progressivamente esteso. Il modello è caratterizzato dall’assenza di tutte le protezioni accordate dal codice del lavoro. Siamo dunque privati di salario indiretto: niente sicurezza sociale, niente congedo malattia, niente disoccupazione né ferie pagate. Chiaramente non abbiamo nessuna compensazione tradizionale che gli impiegati d’impresa possono ottenere: buoni-pasto, rimborso di una parte dei costi di trasporto (tenete conto che molti fattorini abitano lontano dalle zone di lavoro), ecc. E ovviamente siamo obbligati a versare i contributi al “Régime Social desIndépendants”, una tassa che si staglia tra il 5,7 e il 23% dei nostri redditi a seconda del grado di anzianità.

Nella maggior parte dei casi siamo inoltre pagati “al pezzo” (alla consegna dell’ordinazione, a volte perfino al km, come con UberEat), anche se in certe aziende come Foodora vige comunque un salario fisso orario (7,5€/h e 11,5€/h le sere nei weekend) oltre a un supplemento a corsa. Tale sistema è veramente fastidioso, non soltanto perché dipendiamo da un sacco di parametri sui quali non abbiamo alcuna presa (il numero delle ordinazionio il numero di fattorini disponibili con cui siamo in concorrenza per la loro assegnazione) ma anche perché una parte del lavoro che siamo obbligati ad effettuare non è remunerata. Rientra nel lavoro non remunerato ovviamente il tempo d’attesa tra due ordinazioni, ma anche ciò che attiene alla manutenzione del materiale (bici, scooter, pulizia dello zaino, etc.) e la gestione del planning, che occupa un sacco di tempo.

Se infatti con certe aziende (UberEat, e in parte Stuart) ci si può connettere in modo “free”, ossia quando si vuole e sperare di ricevere degli ordini, con Deliverro e Foodora bisogna iscriversi su dei planning che escono ogni sette giorni per la settimana successiva. Il problema è che i posti disponibili sono sistematicamente insufficienti rispetto al numero di fattorini che vogliono lavorare: non bisogna mai essere in ritardo durante l’apertura regolare e sistematica del planning al fine di racimolare qua e là qualche posto supplementare sulle fasce che si liberano. Deliveroo ha persino messo in atto a settembre dei sistemi d’accesso prioritario, ossia in base alle vostre statistiche (tassi di presenza, tassi di dis-iscrizione tardiva e numero di serate lavorative nei weekend) potete avere accesso al planning delle 11h, delle 15h o delle 17h. Ovviamente se vi connettete alle 17h non avete alcuna chance di recuperare delle fasce libere; e tuttavia è la situazione di molti, in quanto per potersi iscrivere alle 11h non bisogna avere alcun ritardo, non dis-iscriversi mai con meno di 24h di anticipo, e soprattutto lavorare tutte le sere nei weekend. Personalmente, ho mancato l’arrivo di questo nuovo planning a inizio settembre, e quando mi sono rimesso a lavorare non potevo iscrivermi che sui plannings delle 17h:fatto sta che non posso proprio più lavorare con Deliverro in quanto non sono più riuscito a iscrivermi in nessuna fascia, nemmeno quelle dei weekend che sono le più numerose. Da allora mi sono iscritto a Foodora.

Tutto ciò mostra che se si è giuridicamente indipendenti, ma che si tratta fondamentalmente di un modo per le piattaforme di economizzare sui compiti classici di inquadramento e di farci pagare i cocci rotti. Altrimenti, il legame di subordinazione è piuttosto evidente: abbiamo un equipaggiamento (zaini, vestiti, giacche) ben marcato e visibile, abbiamo pure un numero importante di consegne da rispettare, che si tratti di distribuzione o di gestione del planning. Ma soprattutto non abbiamo alcun controllo sulla nostra attività: che si tratti di corse che si effettuano o che si è più o meno obbligati ad accettare, senza conoscere in anticipo né la quantità né la qualità dell’ordinazione, né l’indirizzo di consegna del cliente. Per esempio, con Deliveroo, dopo aver accettato l’ordine (vi è una percentuale di accettazione che non deve scendere sotto l’80%), bisogna recarsi al ristorante per conoscerne il contenuto esatto, ed è solo dopo aver recuperato l’ordine che si può sapere qual è l’indirizzo di consegna. Con Foodora è anche peggio, perché non è dato conoscere nemmeno l’indirizzo del ristorante prima di aver accettato l’ordine (il quale ad ogni modo non può essere rifiutato), e se il ristorante è troppo lontano (a più di 3km, ciò che accade spesso), bisogna chiedere al “Dispatch” tramite l’applicazione Telegram (la squadra incaricata di occuparsi dei nostri problemi durante gli spostamenti, che si trova a Berlino ed è il nostro solo legame con Foodora) di ritirarci l’ordine, un’operazione che a volte può richiedere diverso tempo.

Ci si ritrova così in una situazione molto ambigua, in cui si è al contempo autonomi, ma sottomessi a moltissime costrizioni esterne, dovute al contempo alle esigenze della piattaforma, ma anche a problemi più contingenti (meteo, richieste, ecc.). Questo statuto implica un lavoro decisamente informale: numerosi scooter non sono dichiarati (bisogna avere un permesso speciale per effettuare delle consegne in motorino), alcuni consegnano persino in macchina, a due su uno scooter, vi sono molti che condividono il telefono e il loro account per effettuare più consegne, altri fanno lavorare dei minorenni, ecc.

PEM: E più precisamente, che significa in termini di esperienza di lavoro, fisicamente, psicologicamente, ecc.?

Hadrien: Formalmente non si tratta di un lavoro qualificato, il colloquio preliminare è assai sommario (solo per dimostrare che siamo in grado di andare in bicicletta) e quindi siamo pagati, di fatto, per questo. Eppure è un lavoro molto pericoloso, e la sfida è proprio riconoscere questo disagio edifficoltà. Come ho già detto, dipendiamo dalla stagione, dal tempo, dalla domanda e così via: ciò procura parecchio stress e un elevato carico psicologico. Passiamo le nostre giornate o serate sulla strada, gli incidenti sono molto comuni, come lo sono le discussioni con gli altri utenti della strada. È anche fisicamente estenuante, dal momento che si portano carichi piuttosto pesanti (fino a 12 kg per Stuart!): il tutto condito dalla necessità di andare il più velocemente possibile.  Non ci si pensa, ma la consegna come tale è anche molto faticosa come quando capita di servire per la decima volta un cliente che vive al 6° piano senza ascensore. L’altra questione è di farsi riconoscere tutto il tempo di lavoro speso anche al di là di quello specifico della consegna: infatti, come già sottolineato, occorre considerare anche il tempo necessario per gestire la pianificazione delle consegne stesse e il tempo necessario per la manutenzione delle apparecchiature (che può essere anche molto elevato).

PEM Ecco perché vi siete organizzati come Collettivo dei Livreurs Autonomes di Parigi… puoi stilare una breve storia della sindacalizzazione dei fattorini, in Francia e altrove?

Hadrien: Prima del 2016: il movimento era piuttosto scarso: era soprattutto un processo di riqualificazione dei lavoratori, con procedure individuali. Va detto che c’erano meno riders rispetto a oggi, e questi erano in qualche modo più qualificati e meglio pagati. Le prime mobilitazioni si verificano nel 2016 in Inghilterra con uno sciopero abbastanza lungo per i lavoratori di Deliveroo organizzati attorno all’IWGB e all’IWW, il che si traduce in un aumento del prezzo della corsa di circa il 20%. Inoltre, ci sono alcuni movimenti in tutta Europa: a Berlino con la FAU, la Spagna con RidersDerechos collettiva, in Italia attorno al progetto Deliverance (Torino e Milano) vicino al Si-Cobas.
Il 2016 è stato anche un anno molto difficile in Francia, soprattutto a causa della bancarotta di TakeEatEasy (TEE) a luglio che ha lasciato molte persone sul lastrico (ristoranti come distributori). Se le prestazioni lavorative di TEE erano piuttosto ben pagate (una media di 7,5€ la corsa con un in più alcuni bonus), il suo fallimento ha permesso a molte piattaforme di tagliare i salari e le condizioni di lavoro di fornitura. Quindi Deliveroo, che offriva un salario fisso al momento di 7,5€ più da 2 a 4€ per deposito (secondo anzianità), ha cominciato a offrire solo contratti con tariffa alla corsa; sono stati rimossi, inoltre, la maggior parte dei bonus (premio per il maltempo e minimi garantiti nei giorni feriali). Questa tendenza al peggioramento è proseguita quest’anno con la cancellazione del contratto a ore e l’implementazione di nuovi programmi (che ha anche portato a termine le assegnazioni di area). A Foodora anche le distanze massime delle corse sono raddoppiate, da 3 a 5 km, aumento assai rilevante. Inoltre, tutto ciò è stato accompagnato da un reclutamento di massa, che ha avuto l’effetto di introdurre una fortissima competizione tra le consegne: così, è abbastanza comune trascorrerediverse ore senza alcuna consegna (e quindi senza essere pagati).

Tutto ciò per dire che la massificazione della forza lavoro e il continuo deterioramento delle nostre condizioni di lavoro hanno creato un terreno fertile per il malcontento generale e quindi la formazione di diversi collettivi. In Francia le città più organizzate sono Bordeaux che ha creato una sezione sindacale CGT, Lione con il Coursier collettivo, Nantes e, naturalmente, Parigi con ilCLAP. Rapidamente si è imposto un modello di sciopero selvaggio, il primo si svolge a Marsiglia a marzo 2017 in seguito all’annuncio dell’eliminazione delle tariffe orarie garantite per il mese di aprile. La stessa sera diversi ristoranti sono bloccati, e anche molti riders che erano venuti per recuperare gli ordini di consegna si uniscono alla protesta: la mobilitazione ha consentito di recuperare i bonus, ma non è poi continuato a causa della minaccia di Deliveroo di lasciare la città. Dopodiché i bonus sono statiaboliti, ma non vi è più stato alcun movimento di contestazione.

PEM: Come è nato il CLAP? E quali sono le sue principali forme di azione?

Hadrien: Il CLAP si è formato alla fine di marzo 2017 a seguito di un raduno nazionale dei fattorini che si è svolto il 5 marzo a Place de la République (la piazza di Nuit-Debout) e a seguito di una call del gruppo face book Blocus Paris-banlieue (nato dal movimento contro la legge lavoro). Abbiamo iniziato a incontrarne alcuni per pensare a come organizzarci, quindi le prime azioni pubbliche hanno avuto luogo nelle manifestazioni di aprile (durante le elezioni presidenziali) e ben presto si è deciso di creare una struttura abbastanza flessibile da adattarsi all’eterogeneità della forza lavoro. Quindi CLAP non è un vero sindacato (anche se ci sono forti legami con la CGT e SUD in particolare), né è un semplice collettivo di auto-aiuto: si tratta di una rete per permettere un’organizzazione collettiva e invertire il rapporto di forza in favore dei lavoratori in un contesto di atomizzazione e individualizzazione del rapporto di lavoro.

Quindi cerchiamo di agire ovunque, per costringere lo stato a legiferare sul nostro status, ma soprattutto a fare pressione sulle piattaforme garantendo al contempo un minimo di sicurezza per il lavoro dei fattorini. I processi di riqualificazione del lavoro salariato (specialmente con tutto ciò che sta accadendo dalle parti di Uber e VTC) sono stati molto efficaci poiché hanno costretto lo Stato a tenere conto delle nostre richieste. Così, nel quadro delle revisioni imposte dalla mobilitazione contro la legge sul lavoro, abbiamo compiuto alcuni progressi con il diritto allo sciopero e alla sindacalizzazione, compreso il “diritto alla disconnessione”. A ciò si è aggiunto l’obbligo per le piattaforme di partecipare all’assicurazione malattia e ai contributi di previdenza sociale (l’entrata in vigore è prevista per il gennaio 2018). Ovviamente questa risposta dello Stato è abbastanza ambigua perché ci sono comunque poche garanzie sulla reale applicazione di queste misure: in primo luogo, è difficile sapere cosa implichi esattamente questo “diritto alla disconnessione”, e bisogna aggiungere che la seconda misura (assicurazione malattia e previdenza sociale) è anche abbastanza limitata perché per beneficiarne bisogna aver già dichiarato 5000€ di fatturato annui. Lo sviluppo delle cooperative può anche essere un buon contrappeso, consentendo sia di fare pressione sulle piattaforme e di competere in tal modo con esse, sia di fornire allo stesso tempo una rete di sicurezza per i fattorini che sono particolarmente coinvolti nella lotta sindacale. Ecco perché lavoriamo molto con le persone di Coopcycle e con il loro progetto di software open source per lanciare piattaforme cooperative.

In generale, a mio parere, ciò che funziona meglio, rimangono comunque i movimenti collettivi con azioni di blocco. Ve ne furono molte durante il mese di agosto, quando Deliveroo cancellò i contratti orari per imporre contratti singoli sulla corsa. L’11 e il 27 agosto, in seguito a una chiamata al raduno della Piazza della Repubblica, sono state lanciate proteste “selvagge” per bloccare i grandi ristoranti (tra cui Le Petit Cambodge, Caroussel e Blend), arrivando con striscioni, fumogeni e torce per fare un picchetto che impedisse agli ordini di partire. È un metodo piuttosto efficace perché oltre ad essere spettacolare, permette di avvicinare i corrieri alla nostra causa assicurando al tempo stesso che gli ordini vengano pagati al ristorante e al fattorino, dal momento che non appena l’ordine lascia il ristorante non è più sottoposto alla loro responsabilità. La persona che deve fare la consegna deve solo chiamare il servizio clienti per avvisare che ci sono problemi nel ristorante che gli impediscono di lavorare. L’ordine viene poi pagato e il fattorino può o continuare da un’altra parte o unirsi alla protesta: ciò permette di non scontentare i ristoratori e allo stesso tempo colpire il portafoglio delle piattaforme. Alla fine siamo riusciti a disconnettere questi ristoranti per tutta la serata. Il 27 è stato molto importante visto che le quattro città (Bordeaux, Lione, Nantes e Parigi) hanno partecipato allo stesso tempo. Non siamo ancora riusciti a ottenere miglioramenti con Deliveroo, ma questo non ci ha impedito di continuare il movimento: il 30 agosto abbiamo partecipato a un “incontro di discussione” sul nuovo programma nei locali della logistica di Deliveroo.Dal momento che non c’era nessun manager in loco, abbiamo chiesto un incontro con Hugues Decosse (capo Deliveroo Francia) altrimenti non avremmo lasciato il posto. Alla fine abbiamo avuto il nostro incontro qualche giorno dopo, e ce n’è un altro in programma a fine novembre. Ora si tratta di non cedere ai tempi lunghi della direzione…

Pem: Torniamo alle condizioni di lavoro: avete individuato dei cambiamenti da questo punto di vista?

Hadrien: Sì, chiaramente. Come ho già detto, le condizioni di lavoro sono davvero peggiorate e continuano a degradarsi. Poco importa quali siano le piattaforme, c’è stata un’assunzione di massa che si basa su un importante turn-over (si calcola che in media i fattorini non restano più di sei mesi in una piattaforma), l’estensione dei servizi, ecc. per cui è sempre più difficile avere degli ordini. Nel caso di Deliveroo c’è stata un’abolizione di tutte le indennità e i bonus intemperie (pioggia, canicola, eventi particolari) come anche una quasi totale abolizione della ripartizione geografica.In passato, al momento dell’iscrizione, era attribuita una zona di intervento particolare, mentre da settembre e dall’entrata in vigore dei nuovi piani, è possibile iscriversi ovunque. Questo rende il compito molto più difficile perché quando si va in zone meno conosciute si è per forza più lenti e altrettanto meno attenti ai pericoli del traffico e della circolazione.  Senza parlare del fatto che attualmente è possibile ritrovarsi a lavorare su zone diverse nell’arco della stessa giornata, situazione che complica davvero le missioni (ad esempio si può essere penalizzati se si è in ritardo per entrare nella zona seguente).

Il nuovo piano di Deiveroo è alquanto rappresentativo di questi metodi di controllo [flicage] con l’accesso diretto di iscrizione al piano, ogni piccolo errore, ogni piccolo ritardo acquisisce un peso e ti penalizza. Ma non sono i soli, in altre numerose imprese (come Stuart ad esempio) il fatto di mancare dei turni può portare alla cancellazione di bonus o di ore di lavoro, ecc.

Pem: E dal punto di vista della lotta, quale prospettiva vi sembra più interessante, il cooperativismo, le pratiche antagoniste ecc.?

Hadrien: Il rapporto alle cooperative mi sembra molto ambiguo: come ho già detto, da un lato può essere una buona idea proporre una rete di sicurezza ai/alle compagn* che militano, ai/alle collegh* che si fanno licenziare e che non possono permettersi di ritrovarsi senza lavoro. Può inoltre essere una strategia utile per mettere pressione alle piattaforme classiche, proponendo altre possibilità ai fattorini che si troveranno senza dubbio in un ambiente lavorativo più sano. Tuttavia, mi sembrerebbe pericoloso farne un progetto politico in sé, poiché sarebbe fare astrazione della società di classe nella quale viviamo e della divisione del lavoro presente già tra gli stessi fattorini.

Da un lato il modello economico in questione si basa su dei bassi costi di spedizione (le piattaforme hanno alti costi d’inquadramento e dunque di spesa salariale, non di salari indiretti e contributi e pagano un salario basso ai corrieri) ed è un mercato con un basso valore aggiunto, soprattutto perché si trasportano in generale degli ordini di medio valore (in media quando si superano gli 80-100€ di ordine d’acquisto, la spedizione è realizzata da due corrieri). Quindi è necessario domandarsi in che modo, le cooperative, vorranno essere competitive: potrebbe funzionare, ad esempio, un prezzo più alto per servizio di consegna? Questo vorrebbe dire rinunciare a una buona parte di clientela che, facendo massa, garantisce il basso rendimento di queste piattaforme. Ugualmente si dovrà vedere con quali ristoranti e negozi le cooperative vorranno associarsi: se è per continuare a fare consegne per KFC ma in maniera autogestita, non ne vedo troppo l’interesse. Inoltre, molti grandi ristoranti hanno dei contratti di distribuzione esclusiva con alcune piattaforme e non credo che dall’oggi al domani accettino di lasciare il loro accordo di fornitura per mettersi a lavorare con delle cooperative. Non penso che l’idea sia di sostituire le piattaforme esistenti con delle cooperative, ma piuttosto poter prendere in considerazione un “mercato alternativo”.

Inoltre, è necessario sapere che tipo di fattorini la cooperativa vorrà e potrà assumere: poco è fatto per permettere ai lavoratori in scooter di lavorare per la cooperativa (nonostante rappresentino una buona fetta delle piattaforme, soprattutto coloro che restano più di sei mesi). Inoltre, le cooperative potranno permettersi di assumere fattorini meno competenti?  Corrieri che non sanno particolarmente come lavorare in bici? Lavoratori più lenti? È bene non scordarsi che non siamo tutti uguali davanti a questo lavoro: l’equipaggiamento gioca un ruolo importante; per molti si tratta di un lavoro stagionale ma quando arriva l’inverno bisogna saper e poter attrezzarsi. Infatti ci sono lavoratori che usano biciclette con assistenza elettrica e altri che utilizzano mountain bike di bassa gamma, molto più pesanti. Ho paura, ad esempio, che si privilegino i ciclisti più qualificati che possono permettersi una bicicletta dotata di portapacchi (per poter trasportare più volume) a scapito di lavoratori più precari, che fanno questo tipo di lavoro qualche mese o qualche anno per crearsi del risparmio e poi tornare su un altro impiego più classico. Per questo mi sembra che il CLAP debba lavorare con le cooperative ma senza farsi assorbire perché si dovrà sempre avere una risposta critica rispetto al deterioramento delle condizioni di lavoro.

Mi sembra evidente che dobbiamo prendere posizione rispetto al processo di “uberizzazione” e dobbiamo farlo in funzione di una problematica di classe, in favore dei lavoratori più precari. Per questo è necessario misurarsi con la grande eterogeneità da cui è costituita la massa di corrieri, non concentrarsi sui più qualificati. Molti discorsi di sinistra e anche quelli “a sinistra della sinistra” identificano il problema delle piattaforme in quanto produttrici di lavoro precario, ma a me sembra piuttosto che queste piattaforme si appoggino e riproducano lavoro precario. L’idea non è quella di opporsi all’uberizzazione per rivendicare una struttura salariale classica, un ritorno all’impresa come “comunità” dalle caratteristiche comunque alienanti e non meno centrata sullo sfruttamento. Molti fattorini che hanno lavorato in imprese più tradizionali preferiscono diventare lavoratori autonomi, “auto-imprenditori”, poiché l’autonomia proposta, per quanto poi si riveli illusoria, è comunque allettante per molti. E ciò è da tenere presente. Per me avrebbe molto più senso lottare con altri lavoratori precari dello stesso settore (gli aiuto-cuochi o i camerieri dei ristoranti, i lavoratori dei call center, ecc.) che con altri “uberizzati” solo perché abbiamo lo stesso tipo di contratto di sfruttamento.

PEM: Ultima domanda, rispetto alla clientela. La diffusione di questi servizi è legata alla riproduzione di quali strati sociali?

Hadrien: Nella mia esperienza ho notato che la quasi totalità delle persone che usano il servizio a pranzo, aldilà dei periodi di vacanza, sono soprattutto gli impiegati negli uffici (spesso piuttosto ricchi, si tratta soprattutto di aziende immobiliari, di uffici di avocati, ecc.). La sera, invece, è molto più vario, vi si trova un po’ di tutto: quadri, famiglie, studenti, ecc., in generale i lavoratori qualificati sono bene rappresentati, ma spesso vi è anche una clientela più popolare a far ricorso a tale servizio, in ragione dei bassi costi di consegna. Ciò detto, si tratta comunque sia di abitanti di Parigi, e soprattutto di coloro che risiedono più vicini al centro per via dell’accesso ai ristoranti e alla disponibilità di fattorini. Più in generale, sono in particolare i quartieri più ricchi e dinamici di Parigi che funzionano meglio, ossia il centro (i primi quattro arrondissements, il 5° e il 6°), l’11° e i quartieri d’affari, come la Défense, ecc.

 

Fonte immagine: http://i2.wp.com/syndicollectif.fr/wp-content/uploads/2017/05/18121214_1548768288480082_6455565430448898118_o.jpg

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