Nota introduttiva

Di Lorenzo Feltrin

 

È da poco uscito il libro di Gianni Sbrogiò L’autonomia di classe a Porto Marghera: Lotte e percorsi politici tra gli anni sessanta e settanta (Agenzia X, 2022) che offre una versione aggiornata di alcuni materiali già pubblicati in Quando il potere è operaio: Autonomia e soggettività politica a Porto Marghera (1960-1980) (Manifestolibri, 2009) a cura di Devi Sacchetto e Gianni Sbrogiò. Sono anche stati resi disponibili online tutti i numeri di Lavoro zero e Controlavoro, la rivisita e il bollettino del gruppo operaista di Porto Marghera.[i] È quindi un’ottima occasione per proporre in rete il testo “Contro la nocività”, una delle prime elaborazioni sistematiche del gruppo sul tema.

Firmato dal Comitato Politico degli Operai di Porto Marghera, “Contro la nocività” fu presentato il 28 febbraio 1971 al Convegno Operaio Veneto tenutosi nel Cinema Marconi di Mestre. Il Comitato Politico era un’alleanza tra le sezioni locali di Potere Operaio e il Manifesto ma, al di là delle sigle, questo intervento è piuttosto una testimonianza della teoria e della pratica sulla nocività sviluppate dal gruppo operaista di Porto Marghera.[ii]

Le origini del gruppo risalgono ai primi anni ’60, quando intellettuali e studenti di Padova e Venezia si incontrarono con operai critici rispetto alle leadership del PCI e della CGIL. Porto Marghera fu il contesto in cui teorici come Antonio Negri, Mariarosa Dalla Costa e Massimo Cacciari mossero i primi passi prima di assurgere alla notorietà. D’altro canto, le riflessioni prodotte dagli stessi militanti di fabbrica sono state perlopiù dimenticate. Si tratta tuttavia di un’esperienza degna di nota, perché vide – a partire dal 1968 – operai e impiegati di fabbriche inquinanti opporsi apertamente al degrado ambientale provocato dal loro stesso posto di lavoro.

La roccaforte del gruppo operaista di Porto Marghera era il Petrolchimico della Montedison[iii] ma l’organizzazione fu presente anche in altre fabbriche, in particolare la Châtillon e l’AMMI. La figura di spicco della loro riflessione sulla nocività fu il tecnico Augusto Finzi. Nato nel 1941 in una famiglia ebrea di Venezia, Finzi spese parte della sua prima infanzia in un campo profughi in Svizzera per salvarsi dalla Shoah, nella quale l’industria chimica tedesca – la più avanzata dell’epoca – ebbe un ruolo cruciale quanto agghiacciante. Nel 1960, Finzi si diplomò all’Istituto Pacinotti di Mestre e cominciò subito a lavorare in un reparto Cvm-Pvc del Petrolchimico. Scomparse nel 2004, morto prematuramente di cancro come molti suoi compagni di lavoro.

La proposta del gruppo andò evolvendosi nel tempo, ma si possono individuare quattro punti fondamentali: 1) l’intrinseca nocività del lavoro capitalista; 2) un approccio antagonista-trasformativo alla tecnologia capitalista; 3) la connessione tra lotte sul posto di lavoro e lotte sul territorio; 4) un’autovalorizzazione di classe intesa come determinazione di “Cosa, come e quanto produrre” sulla base di bisogni collettivi che includano l’ecologia. Questa critica indicava già all’epoca una prospettiva emancipatoria di lotta per una tecnologia anticapitalista, compatibile con la riproduzione sostenibile della vita sul pianeta.

Gianni Sbrogiò descrive così il contesto in cui “Contro la nocività” fu scritto:

Nel settembre del 1970 nel convegno a Bologna di Potere Operaio passa la proposta di un’aggregazione col gruppo del Manifesto. A Marghera ciò avviene nel dicembre del 1970 con la creazione del Comitato Politico. […] A metà del 1971 il tentativo di aggregazione col Manifesto finisce, ma la nostra lotta per rimanere meno in fabbrica continua e nell’aprile del 1974 il Comitato Operaio (autonomamente) riesce a conquistare un’ora e mezza di riduzione di orario di lavoro al giorno per i reparti più nocivi dell’AMMI.[iv]

“Contro la nocività” è un bilancio dell’Autunno Caldo e una prima sistematizzazione delle riflessioni sulla nocività del gruppo, fino a quel momento sparse in una moltitudine di volantini e articoli brevi. La nocività è vista attraverso il prisma della “strategia del rifiuto”: il lavoro capitalista è produzione di valore e quindi riproduzione di una società di sfruttamento, la lotta di classe non è quindi intesa come affermazione del lavoro, ma come sua negazione. Per dirla con Mario Tronti: “Lotta operaia contro il lavoro, lotta dell’operaio contro se stesso come lavoratore, rifiuto della forza-lavoro a farsi lavoro”.[v] La combinazione del rifiuto del lavoro con le disastrose condizioni di sicurezza vissute nelle fabbriche del boom industriale portò il gruppo a sviluppare l’idea chiave dell’inerente nocività del lavoro capitalista. All’epoca, la parola d’ordine delle piattaforme rivendicative operaiste era quindi “più soldi, meno lavoro”, un’espansione quantitativa dei bisogni della classe volta a raggiungere il punto di rottura dell’incompatibilità con il capitalismo.

“Contro la nocività” distingue tra una nocività “tradizionalmente intesa” – fattori di rischio tangibili come esplosioni, polveri, gas tossici, ecc. – e una nocività intangibile inerente all’organizzazione capitalista del lavoro, che rende il lavoratore (e la lavoratrice!) “un essere alienato, un pezzo della macchina produttivistica staccato completamente dal fine del suo lavoro e soggetto all’usura continua che su di lui provoca un uso inumano della sua forza-lavoro come è quello capitalistico, legato solo al profitto della classe dominante”. Una lotta per la salute che si oppone solo alla nocività tangibile è considerata come insufficiente perché destinata a essere imbrigliata e resa funzionale alla ristrutturazione capitalista, lasciando intatto il problema cruciale, la priorità della produzione di valore sulla riproduzione della vita. Questa analisi può essere letta come una critica ante litteram del capitalismo verde, nonché come un’anticipazione dell’odierna crisi della salute mentale: “Nella fabbrica di tipo nuovo, accanto a una modesta riduzione dei tossici e quindi delle malattie professionali in senso classico, si avrà un forte aumento delle malattie psicosomatiche”.

Sulla scia tracciata da Raniero Panzieri,[vi] una critica della tecnologia capitalista – intesa come risultato di processi conflittuali e determinati rapporti di forza e non come sviluppo neutrale e privo di alternative – era presente in testi anteriori a “Contro la nocività”, in particolare nel manifesto “Il rifiuto del lavoro” del 1970 (riportato nel libro di Gianni Sbrogiò). Macchinari più sicuri erano necessari, “Ma per avere questi impianti bisogna forse avere una nuova razza di ingegneri, che costruisca macchine non per distruggere la salute e per aumentare a dismisura il profitto” (Volantino di fabbrica, 28 novembre 1968). Il gruppo adottò così un approccio antagonistico-trasformativo alla tecnologia capitalista che aggirava sia la posizione strumentalista, secondo cui la tecnologia capitalista sarebbe un mezzo neutrale immediatamente reindirizzabile verso fini anticapitalisti, sia il rigetto della tecnologia in quanto tale.

“Contro la nocività” è anche notevole per identificare il territorio, e in particolare i quartieri operai, come un sito della lotta di classe al punto di riproduzione: “Il quartiere operaio stesso […] è insomma una grande gabbia dove vengono rinchiusi i proletari per spremerne ancora qualcosa. […] Si può riscontrare in esso anche una chiara nocività di ambiente legata all’inquinamento dei fumi delle fabbriche”. È qui evidente, seppur non esplicitata, l’influenza delle analisi femministe che emergevano all’epoca sul lavoro riproduttivo non salariato.[vii] Il 1971 è proprio l’anno della creazione di Lotta Femminista, in rottura con un operaismo da questo punto di vista in ritardo.

A mio parere, la lettura del ruolo dei sindacati e delle riforme proposta da “Contro la nocività” appare col senno di poi come eccessivamente unilaterale, tant’è vero che oggi ci troviamo a difendere quel che resta del sistema di sanità pubblica a vocazione universale generato dalle lotte degli anni ’70. Anche la critica al “modello operaio” sviluppato da Ivar Oddone e i suoi collaboratori alla Camera del Lavoro di Torino[viii] è ingenerosa, nella misura in cui non riconosce il debito dello stesso gruppo operaista di Porto Marghera nei confronti dell’esperienza torinese. Esperienza per molti versi straordinaria, che ebbe poi significativi riscontri in America Latina, influenzando importanti lavori come La salud en la fábrica (Era, 1989) di Asa Cristina Laurell e Mariano Noriega. Ad ogni modo, l’unilateralismo di “Contro la nocività” dev’essere visto alla luce della competizione del gruppo con i sindacati in un contesto di forte assertività dell’autonomia operaia, e non come un dogma con pretese di universalità.

Nel corso degli anni ’70 (e quindi in un secondo momento rispetto alla stesura di “Contro la nocività”), il gruppo concluse che – per far fronte alla nocività in forma complessiva – la riduzione quantitativa dell’orario lavorativo doveva essere affiancata da profonde trasformazioni qualitative della produzione. Quindi non solo ottenere “Più salario, meno orario” ma anche decidere “Cosa, come e quanto produrre”. L’articolazione di rivendicazioni quantitative e qualitative è importante, perché – come si legge anche in questo testo – l’operaismo criticava piattaforme troppo sbilanciate verso l’aspetto qualitativo in quanto cooptabili da forme di co-gestione in cui i rappresentati dei lavoratori avrebbero collaborato a razionalizzare il proprio sfruttamento. D’altra parte, però, fu necessario riconoscere che anche un’impossibile fabbrica totalmente automatizzata, priva di lavoratori, avrebbe potuto generare forti nocività esterne in assenza di una trasformazione qualitativa del processo produttivo. Fu così che il gruppo declinò l’autovalorizzazione in chiave ecologica.

Credo che la teoria della nocività elaborata dal gruppo operaista di Porto Marghera rivesta ancora un suo interesse per l’ambientalismo anticapitalista di questi tempi di pandemie e cambiamenti climatici, in cui l’impatto della nocività capitalista è così evidente. La stessa pandemia del Covid-19 si è configurata come una manifestazione del “ricatto salute/ambiente-lavoro” su scala globale. Ma, a un livello più profondo, essendo che nella nostra società la sussistenza della classe lavoratrice dipende dal lavoro capitalista, la crescita economica infinita è necessaria per mantenere e creare posti di lavoro a prescindere dalle ricadute ambientali. Il ricatto occupazionale non è quindi una mera finzione ideologica e non riguarda solo le grandi industrie inquinanti. È una caratteristica intrinseca della società capitalista nel suo complesso.

Se i bisogni riproduttivi – come il bisogno di un ambiente salubre – sono la base materiale dell’ambientalismo working class,[ix] il nesso tra riproduzione della classe e lavoro capitalista è la base materiale del negazionismo working class. Come suggerisce il testo sottostante, la nocività capitalista è un terreno di organizzazione che è possibile affrontare con una “richiesta politica di unificazione di classe, unificata appunto dalla comune dipendenza al lavoro”. La critica del lavoro capitalista e della neutralità del suo sviluppo tecnologico, la connessione tra lotte sul posto di lavoro e lotte sui territori e l’articolazione di rivendicazioni quantitative (redistribuzione della ricchezza e riduzione dell’orario lavorativo) e qualitative (trasformazione in senso ecologico della produzione) sono suggerimenti utili nella lotta per slegare l’accesso ai mezzi di sussistenza dalla nocività capitalista.

 

Contro la nocività

Comitato Politico degli Operai di Porto Marghera

 

1. Lotta alla nocività

Affrontando il problema della nocività in fabbrica, bisogna subito distinguere una forma di nocività, quale è quella tradizionalmente intesa, legata all’ambiente di lavoro (sostanze tossiche, fumi, polveri, rumore, ecc.) da quella legata più ampiamente all’organizzazione capitalistica del lavoro. È indubbio che, in ultima analisi, è questo secondo tipo di nocività a incidere più profondamente sull’equilibrio psicofisico del lavoratore. Ne fa un essere alienato, un pezzo della macchina produttivistica staccato completamente dal fine del suo lavoro e soggetto all’usura continua che su di lui provoca un uso inumano della sua forza-lavoro come è quello capitalistico, legato solo al profitto della classe dominante.

Va sottolineato a questo proposito che tendenzialmente una riduzione della nocività tradizionale oggi è anche diretto interesse capitalistico: da una parte perché questo coincide con un necessario progetto di ristrutturazione tecnologica in una fase di accelerata concentrazione del capitale, dall’altra per evitare un troppo rapido scadimento della forza-lavoro, che si ribalta in un forte aumento dei costi sociali (pensioni, previdenza sociale, ecc., nel quadro dell’integrazione Stato-Capitale). Nella fabbrica di tipo nuovo, accanto a una modesta riduzione dei tossici e quindi delle malattie professionali in senso classico, si avrà un forte aumento delle malattie psicosomatiche con alterazioni delle funzioni intestinali, circolatorie e neurologiche, in rapporto al nuovo tipo di sfruttamento intensivo.

Orari, ritmi, turni, divisioni in qualifiche e tutti gli altri strumenti dell’organizzazione capitalistica del lavoro sono perciò da colpire a fondo in una lotta generale contro la nocività.

Se infatti attraverso parziali modifiche tecniche (che sono funzionali anche alla necessità di continuo rinnovamento tecnologico della fabbrica capitalistica), il padrone può rispondere a una lotta condotta solamente contro il primo tipo di nocività, una lotta più vasta, che investa tutta l’organizzazione del lavoro si scontrerà invece sostanzialmente con i suoi interessi. L’ultimo ciclo di lotte dimostra che la classe operaia lo ha capito e che sta facendo suoi i corretti obiettivi unificanti. Ma altre forze si nascondono dietro l’affermazione (che presa in sé è una pura affermazione di principio) che la nocività è insita nell’organizzazione del lavoro; per smascherarle è necessario fare una valutazione delle lotte degli ultimi due anni. Dapprima incontriamo una linea sindacale sul problema della salute che si può riassumere con il termine di “monetizzazione della nocività”. A particolari condizioni di nocività del lavoro deve corrispondere una spesa particolare del padrone, una voce specifica del salario, ed ecco le varie forme di indennità per nocività. Questa linea sindacale approfondisce la linea “storica”: all’aumento di dispendio di lavoro, di cui le condizioni di nocività fanno parte, a una particolare, più intensa condizione di erogazione della forza lavoro (l’operaio può vendere per meno tempo la sua forza lavoro usurata rapidamente), deve corrispondere una retribuzione più elevata. Il rapporto tra salario e lavoro viene mantenuto e anzi rafforzato. Non solo, nelle particolari condizioni storiche entro le quali il sindacato portava avanti un discorso di monetizzazione, viene garantito l’interesse capitalistico addirittura del singolo padrone: l’interesse cioè a “pagare” la nocività nei momenti nei quali un intervento sul ciclo produttivo, sulle macchine, sarebbe risultato proporzionalmente troppo dispendioso o impossibile.

Dentro l’ultima grande fase di lotte emerge prepotentemente la parola d’ordine opposta: il rifiuto di qualsiasi monetizzazione, “la salute non si paga”. Con tanta forza che deve essere recepita anche dal sindacato, ma da esso ne viene stravolta. Perché per il sindacato il rifiuto della monetizzazione significa un discorso che mira a contrattare l’organizzazione capitalistica del lavoro, a “riformarla”, a “ricomporre il lavoro” e ancora a far valere una pretesa sindacale di decisione sulla quantità e sulla direzione degli investimenti. Così la fabbrica giunge ora a proposte come la chiusura del reparto in cui la concentrazione tossica superi il MAC. Tutto quello che riesce a fare è mettere in piedi commissioni paritetiche in cui “tecnici sanitari” delle due parti, sulla testa degli operai, si accordano sui livelli di tolleranza ai “tossici” della forza lavoro. (In questo modo bloccano in realtà la lotta operaia rimandando la soluzione dello scontro a un momento di ulteriore delega. Per esempio, alla Miralanza la commissione paritetica è servita a spegnere una lotta durissima.) A livello di tendenza, poi, il sindacato – accorgendosi di essere continuamente scavalcato dallo stesso spontaneismo operaio – cerca di superare le commissioni paritetiche, ma lo fa solo per approfondire il legame, anzi la subordinazione, degli operai allo sfruttamento attraverso la cosiddetta “validazione consensuale”, cioè la partecipazione operaia alla definizione di accettabili condizioni di sfruttamento (Convegno Sindacale di Torino novembre 1970). Infine, quando il sindacato chiede aumenti di salario, legati al valore del lavoro, non monetizza la nocività che ci deriva dal vendere la nostra forza lavoro al padrone? La nostra lotta deve tendere all’abbattimento del sistema retto sullo sfruttamento del lavoro.

Dobbiamo chiedere aumenti di salario staccati dalla produttività, come attualmente necessari alla soddisfazione dei nostri bisogni.

È questa la faccia operaia del rifiuto della monetizzazione: già la si poteva trovare in germe nel discorso operaio che stava dietro alla stessa richiesta di monetizzazione. Quando chiedevamo soldi in presenza di nocività, il senso reale della nostra richiesta non era lo scambio tra più lavoro (o, che è lo stesso, tra lavoro e condizioni più nocive) e più salario, ma diventava la richiesta di un aumento salariale sganciato appunto dalle ragioni della produttività e dalle ragioni particolari di una produzione a condizioni più gravose. Era una richiesta di salario per sé, che prendeva occasione dalla nocività esattamente come può prenderla da tutta un’altra serie di aspetti del lavoro concreto. Ma più chiaramente ancora, nel rifiuto della monetizzazione, ecco identificato, messo a fuoco, l’obiettivo reale della lotta: rifiuto della monetizzazione diventa rifiuto di contrattare un’organizzazione capitalistica del lavoro che viene complessivamente rifiutata. La parola d’ordine corretta che esce chiara a livello strategico è quindi: la nocività non si contratta. Non si contratta proprio come non si contratta l’organizzazione del lavoro.

In questa direzione dobbiamo lavorare perché sorgano i livelli organizzativi che diano la forza alla classe di superare il momento della contrattazione, per giungere a quello della ratifica, di battere cioè il padrone, senza dargli respiro tra una battaglia e l’altra. Ma dire questo significa anche non limitare la lotta alla fabbrica ma estenderla a tutta l’organizzazione sociale, che di quella del lavoro è la faccia speculare. La lotta non è solo contro la fabbrica capitalistica, ma contro la società capitalistica. L’operaio che esce dalla fabbrica, dove ha subito in modo più diretto lo sfruttamento padronale, torna al quartiere, dove ritorna, in modo più immediato, l’alienazione di cui era stato oggetto sul posto di lavoro. Il padrone, che già si è impossessato del suo tempo di lavoro, utilizza anche il tempo libero dell’operaio attraverso la spinta a un consumismo del tutto estraneo ai reali bisogni umani, attraverso l’informazione condizionata agli interessi dominanti e in altre cento maniere. Il quartiere operaio stesso, come nucleo urbanistico, è l’espressione degli interessi della borghesia: sorge con la creazione delle grandi unità industriali, rispecchia gli interessi della speculazione edilizia, è insomma una grande gabbia dove vengono rinchiusi i proletari per spremerne ancora qualcosa.

Uno dei tanti esempi, e dei più recenti che si possono fare riguardo alla zona di Marghera-Mestre, è il quartiere di S. Giuliano, costruito in una zona paludosa, per via di interessi speculativi ben precisi. Si può riscontrare in esso anche una chiara nocività di ambiente legata all’inquinamento dei fumi delle fabbriche. S. Giuliano sorge infatti alle spalle della zona industriale e, quando soffia il vento dal sud, tutta la merda soffiata fuori dalle fabbriche piove sul quartiere (e lo sa bene chi ha visto la melma verdastra sopra i tetti delle case). Se poi si va a Marghera le condizioni sono ancora peggiori.

 

2. La politica delle riforme

La radicalità, l’egualitarismo del complesso di obiettivi emersi nelle lotte recenti significa soprattutto questo: tutti gli aspetti della condizione di lavoro della fabbrica capitalista – tutti gli aspetti cioè, che nella linea riconfermata dal movimento operaio tradizionale sono contrattati singolarmente in una trattativa permanente ma interna all’organizzazione capitalistica del lavoro – vengono ricondotti alla condizione generale ed essenziale dello sfruttamento capitalistico del lavoro, all’interno del quale vanno visti tutti gli obiettivi.

Il legame tra singolo “aspetto” e singola rivendicazione salta: restano gli obiettivi, tutti come funzione di una rivendicazione e di un orizzonte completamente politico, completamente diverso, di una rivendicazione di potere.

Ecco dove la nostra interpretazione si differenzia profondamente da quella sindacale che si esprime attraverso la “lotta per le riforme”. Sulla riforma sanitaria in particolare torneremo più tardi. Qui importa cogliere e riaffermare il fatto che, nello sviluppare le proprie proposte di riforma, il sindacato e l’intero movimento operaio tradizionale devono sempre di più scoprire la faccia politicamente repressiva del riformismo: un attacco del padrone alla classe operaia e alla sua autonomia. Nel momento in cui il capitale in Italia entra in crisi per la crescente insubordinazione operaia in fabbrica, esso tenta di recuperare il controllo sulla classe spostando il terreno di lotta su quell’imbroglio che sono le riforme.

Chiaramente si rileva come proposte delle riforme e rilancio della produttività siano due facce diverse e complementari di uno stesso progetto politico. Lama e Berlinguer, Berlinguer e Colombo, facce diverse di una stessa medaglia: produttività per le riforme, dicono gli uni, riforme per la produttività, rispondono gli altri, insieme confermando questo rapporto come condizione del dominio dei padroni. E per questo, del resto, il sindacato si incontra addirittura con specifici interessi padronali. Noi tutti sappiamo qui nel Veneto quale ottuso organo dell’arretratezza padronale sia un giornale come Il Gazzettino: ebbene di recente in esso sono apparsi degli interventi nei quali vengono addirittura recuperati gli argomenti nati nel movimento sul tema della nocività (riconoscendo come essa sia assai più larga e più estesa della mera nocività di ambiente, ecc.) tutto in funzione però di un discorso teso a dimostrare come in definitiva la soluzione sia una medicina “preventiva” attuata attraverso una nuova istituzione, composta da vecchia gente (tecnici degli enti già esistenti, consiglieri, sindacalisti, ecc.); il discorso sindacato-padronale è chiaro, è di razionalizzazione di certi discorsi sulla nocività: se le lotte operaie (ma anche le esigenze capitalistiche) mettono in crisi i vecchi istituti di controllo, se ne inventano di nuovi.

 

3. Una nuova organizzazione proletaria

Porre correttamente oggi il tema della nocività (e non solo come tema di discussione ma come iniziativa pratica che subito intendiamo organizzare) significa – dicevamo – porre, in una sua articolazione, in definitiva il tema del potere. L’unico modo non retorico di porre e risolvere questo problema è di vederlo sul terreno dell’organizzazione. Noi diciamo infatti che alla nocività ci si deve opporre in quanto essa è nocività “da lavoro”: e dunque riduzione dell’orario per tutti e non solo per i reparti “nocivi”, aumento del salario, parità normativa, gratuità dei trasporti (intesa come richiesta politica di unificazione di classe, unificata appunto dalla comune dipendenza al lavoro) e via discorrendo. Ma tutto ciò non significherebbe nulla se in funzione di questa lotta e dentro di essa non fossimo capaci di stabilizzare un livello organizzativo reale. Per la semplicissima ragione che senza di questo neppure può esistere quella prospettiva di potere operaio, di potere comunista, in mano alla classe operaia, che è l’unico rimedio materiale per sopprimere la nocività da lavoro – per progettare l’eliminazione sulla fonte stessa di ogni nocività e di ogni miseria operaia, per eliminare lo sfruttamento del lavoro. È quindi necessario, nell’impostare l’agitazione e la lotta sui problemi della nocività, sviluppare livelli organizzativi che di volta in volta portino alla vittoria le lotte parziali e, più in generale, siano l’espressione organizzativa dei raggiunti livelli di coscienza politica di classe.

Anche a Porto Marghera è fondamentale la costruzione del Comitato Politico Operaio che, attraverso un processo di aggregazione dell’avanguardia operaia, funzioni da propulsore-gestore delle lotte, nella loro necessaria dimensione politica. Abbiamo scoperto prima: la complementarità di riforme e rilancio della produttività. Abbiamo visto questo progetto gestito in questi mesi nelle fabbriche e nella società. Ma abbiamo anche visto a scorno di tutti i riformisti il suo fallimento. Una lotta che non ha conosciuto tregue, dall’Autunno Caldo, è riuscita a tenere separate riforme e produttività e a sconfiggerle entrambe, la prima con l’indifferenza più totale (il risultato dell’ultimo sciopero sulle riforme anche a Marghera parla chiaro) la seconda con una continuità generale di iniziativa operaia e proletaria che nessuno credeva possibile dopo la grande ondata dell’anno scorso. Separate, riforme e produttività non tengono più: la crisi politica attuale è sotto gli occhi di tutti. Di essa rivendichiamo il merito all’iniziativa operaia, ma di essa non possiamo accontentarci. Lo stesso approfondimento della crisi non è possibile, materialmente, se in tutto l’ampio fronte del movimento delle lotte non vengono ulteriormente esplicitati, comunicati e radicalizzati gli obiettivi e i temi politici che la stessa “storia” delle lotte ha prepotentemen