Nonostante la statistica stimi al 70% la componente femminile fra gli operatori dei call center su un totale di 350.000 unità distribuite sul territorio nazionale,[1] e nonostante non sia raro imbattersi in punte del 100%, una costante degli ultimi otto anni della “mia” vita è rappresentata dallo stupore attonito e dal sovrappiù di imbarazzo che invadono il volto delle persone con cui parlo, non appena vengono a sapere del mio lavoro. È questa costanza di atteggiamento, per cui non riesco a ricordare eccezioni significative, a darmi da pensare.

Dubito che, quando l’oggetto di valutazione è la sorte sociale di una donna, una simile reazione dipenda esclusivamente dall’azzeramento di prestigio connesso alla permanenza prolungata in un call center. L’impressione piuttosto è che, nel caso di una donna (ma la stessa considerazione la estendo al destino sociale delle altre soggettività che occupano una posizione subalterna nel quadro del sistema etero-patriarcale), la questione dello status sociale acquisti pertinenza soltanto a patto di poterne preliminarmente diagnosticare la caduta a partire da una scala di valore misurata in termini di capitale culturale certificato dal curriculum studiorum. In altri termini, l’opinione corrente sembra accorgersi della precarietà — ed eventualmente risolversi a pensarla — solo a condizione di poterla decifrare in base a parametri di de-classamento economico e sociale già testati sulla figura del lavoratore maschio eterosessuale. Come se tutte le storie di esposizione all’insicurezza, alla vulnerabilità, al ricatto, al super-sfruttamento e all’abiezione potessero aspirare a raggiungere una qualche consistenza narrativa solo dopo essersi conformate all’obbligo — paradossale, perché oggettivamente inadempibile — di 1) comporsi discorsivamente intorno a sceneggiature pensate per il soggetto storico collocato in posizione dominante sulla scena etero-patriarcale e 2) interpretare il senso della propria traiettoria negativa sul calco delle aspettative frustrate di un soggetto che perde quote crescenti di potere sul fronte del rapporto capitale-lavoro, e tuttavia conserva salde postazioni di privilegio su quello del rapporto sociale di genere.

Con questo — è bene chiarirlo, a fronte della diffusa tendenza a dislocare le questioni di genere sul piano «meramente culturale»[2] — non intendo affatto suggerire che il perdurante privilegio simbolico ed epistemologico accordato al soggetto maschile eterosessuale (come soggetto “autorizzato” ad articolare il discorso critico sulla società e come suo referente implicito) obbedisca semplicemente a un meccanismo di compensazione degli arretramenti patiti sul mercato del lavoro e sul terreno dei diritti sociali a seguito del trionfo della ragione neo-liberale. Tesi, questa, che posso ben immaginare seducente sia agli occhi di chi ritiene di poter diagnosticare una transizione in corso verso costellazioni sociali post-patriarcali e post-genere, sia agli occhi di chi, per altro verso, si gratifica nel sottolineare che, dalla miseria culturale dell’etero-patriarcato, usciamo tutti/e ugualmente sconfitti/e. Tesi che, tuttavia, temo essere poco compatibile con i dati più tangibili dell’esperienza. Orientandomi con una bussola che rimanda alle elaborazioni del femminismo materialista francese,[3] eviterei pertanto di pensare al perdurante privilegio simbolico ed epistemologico riservato al maschio eterosessuale come a un premio di consolazione, garantito dalla forza inerte del “pregiudizio” e finalizzato a pareggiare idealmente i conti di un bilancio in perdita. Sarei invece più propensa a sondare la possibilità di collegare l’egemonia sul piano simbolico alla persistenza del privilegio materiale garantito dall’assetto economico dell’etero-patriarcato: un’area della relazione sociale nella quale — come ha osservato Christine Delphy, in un passaggio lucidamente critico — i limiti dell’azione militante condotta sin qui dall’insieme dei movimenti femministi si constatano in «un’assenza quasi totale di cambiamento».[4]

Valgano, a mero titolo di esempio per la situazione italiana, i risultati dell’indagine “uso del tempo” condotta dall’ISTAT per l’anno 2014,[5] che fissa al 74% l’apporto delle donne al lavoro domestico in contesti di coabitazione eterosessuale, con entrambi i partner occupati sul mercato del lavoro retribuito. Da notare — a proposito di un’«assenza quasi totale di cambiamento» che si riflette anche sul piano epistemologico — l’interpretazione ufficiale dei dati relativi all’asimmetria di genere: «Nell’età adulta le differenze di genere si accentuano ulteriormente: il lavoro retribuito occupa, infatti, il 19,4% del giorno medio degli uomini (4h39’) contro il 9,9% di quello delle donne (2h23’). D’altro canto il lavoro familiare (domestico e di cura) rappresenta il 21,7% della giornata media delle donne (5h13’) contro il 7,6% di quella degli uomini (1h50’). Causa di tale asimmetrica gestione del tempo è il diverso tasso di occupazione pari, nel 2014, al 69,7% per gli uomini, contro il 50,3% per le donne».

Dobbiamo dare per scontato che tutto il tempo a disposizione del lavoratore sia assorbito dall’attività remunerata, per concludere che la «mancanza di tempo» sia la causa principale della debole partecipazione maschile al lavoro domestico? O possiamo invece ipotizzare che è dal momento in cui trovano una compagna che i lavoratori smettono di trovare il tempo che lei dovrà comunque estrarre magicamente dal cilindro, anche a parità di ore retribuite fuori dalla cornice sociale della casa?  Siamo certe che non sia proprio l’imperativo etero-sociale di “trovare” il tempo — ovvero di produrlo, salvo concepirlo retroattivamente come “trovato” — a condizionare la situazione precaria delle subalterne del genere tanto sul piano delle negoziazioni “private”, quanto sul mercato del lavoro retribuito? E siamo sicure che a beneficiare di questa situazione sia soltanto il capitale, e non anzitutto il gruppo sociale degli uomini?

In ogni caso, di questa tenace cecità alla consistenza materiale del rapporto sociale di genere e alla sua vocazione a istituire una platea di soggetti performativamente «sacrificabili»,[6] ricevo continuamente una piccola ma eloquente conferma dall’altra grande costante della conversazione quotidiana: pochissim* sono coloro che si stupiscono, o si dispiacciono, o individuano ragioni pregnanti per gridare all’ingiustizia, quando si parla di colleghe più anziane e meno scolarizzate della sottoscritta, nel complesso meno agevolmente comprimibili nell’iconografia mainstream della precarietà (penso, per esempio, a un film come Tutta la vita davanti di Paolo Virzì), che — occorre ribadirlo? — svolgono lo stesso, detestabile, lavoro; alle stesse, mortificanti, condizioni; scontando la stessa, oggettiva, impossibilità di qualificarsi socialmente. A costituire uno scandalo sociale, in parole, è esclusivamente il titolo di studio accademico confinato nello «sgabuzzino delle telefoniste». Il genere racchiuso nello «sgabuzzino delle telefoniste», al contrario, può addirittura proporsi come poesia, riconfermandosi a un livello più alto come ineluttabile «naturalezza».[7]

Nonostante, dunque, i termini più sommari della segregazione occupazionale riservata alle fasce dominate della relazione di genere siano noti e dibattuti, la coscienza politica fa presto ad appannarsi e a riorientare lo stupore in maniera selettiva, a maggior ragione in presenza di un qualche appiglio che alimenti l’illusione di potersi escludere formalmente dalla definizione di “oppressa” o di “dominata”. Definizioni che, d’altronde, sono sintomaticamente scomparse dai nostri discorsi — persino da quelli dichiaratamente animati da ambizioni radicali — per ragioni che richiederebbero di essere approfondite altrove, ma di cui è facile registrare alcune manifestazioni nell’eccessivo, pur comprensibile, timore di prestare il fianco alle “retoriche vittimizzanti”; nella diffidenza programmatica verso posture preventivamente e violentemente squalificate come “reattive”; e, spesso, nell’adesione convinta alle virtù taumaturgiche della parola “autodeterminazione”, anche quando usata in riferimento a ogni infinitesimale testimonianza di mera esistenza individuale.

Sta di fatto — per tornare al call center — che è molto più frequente di quanto si pensi la tendenza ad accogliere senza troppi problemi una sorta di teoria implicita dei luoghi naturali data come valida per la gran massa delle subalterne, salvo poi riconvertirsi di colpo all’utopia progressista dell’accesso generalizzato e delle vie di fuga sempre disponibili qualora la singola possa ricorrere a una qualche clausola d’eccezione e fregiarsi di titoli che, pur candidandola nel migliore dei casi a un’inclusione dimidiata e zoppa, contribuiscono a tenere in vita il sentimento di una gloriosa distinzione e la speranza di una gloriosa competizione per la sopravvivenza. Soltanto a quel punto la contraddizione percepita tra l’ideale e la realtà fa scattare negli interlocutori, e nelle interlocutrici, il senso di disagio. Non prima. Deve essere per questo motivo, in fondo, che tutte le domande relative al mio lavoro tendono a convergere verso un’unica questione, più o meno articolata, ma sempre pesantemente allusa: «che cosa hai fatto per evitarlo?». E, in ultima analisi, deve essere per la stessa ragione che la verifica puntigliosa dell’impegno individuale che ho messo in campo per risparmiarmi un approdo professionale tanto infausto si accoppia, di solito, alla richiesta di informazioni in merito al contenuto delle mansioni che svolgo — quasi che la lista dei compiti assegnati dalla committenza, meglio se condita con i dettagli più grotteschi dell’affettività messa a valore lungo il filo del telefono, dovesse bastare a chiarire le ragioni del rapporto alienante delle operatrici con il loro lavoro.

In effetti continua a sfuggirmi quale meccanismo sociale, nell’assetto che sperimentiamo quotidianamente, dovrebbe garantire quella coerenza tra mercato dei titoli di studio e mercato del lavoro che l’indignazione continua a indicare come norma di riferimento, a dispetto della dimensione di massa raggiunta dalla destinazione igienica delle carte che certificano le nostre benemerenze scolastiche. E continua pure a sfuggirmi per quale motivo, malgrado decenni di paziente decostruzione femminista del repertorio mitico che accompagna l’ideologia dell’emancipazione, la fede nella forza del desiderio di auto-affermazione dovrebbe essere politicamente preferibile all’intelligenza sociale di una condizione di subalternità, singolare e collettiva, marcata dall’attualità dell’ordine etero-patriarcale.

Credo che nel corso del tempo mi sia diventata un po’ più chiara, invece, la continuità che viene a istituirsi tra la teoria implicita dei luoghi naturali e i saperi formalizzati che, nonostante i calorosi omaggi all’introduzione di un punto di vista di genere nella considerazione del rapporto sociale, intervengono a puntellarla. È l’impressione che ho avuto leggendo, nell’ultimo numero della rivista «About Gender», un articolo dedicato all’analisi della qualità della vita lavorativa in call center di Milano, Roma, Catania e Cosenza, condotta «in una prospettiva gender-sensitive»:[8] dove «prospettiva gender-sensitive», nella tacita ancorché granitica presupposizione della naturalezza della “differenza” e della sua matrice eterosessuale, altro non significa che descrizione — e non spiegazione — della percezione sessualmente differenziata dell’incontro specifico fra bisogni del lavoratore e situazione lavorativa, qui risolta nella rilevazione della prevalente frustrazione degli operatori uomini e nella relativa contentezza delle operatrici donne. Fra queste ultime, se ne cita con particolare soddisfazione una, prelevata da un campione di 1715 unità — 12 delle quali sottoposte a interviste in profondità — che afferma di aver conquistato grazie al call center, dove la retribuzione media oscilla tra i 500 e gli 800 euro mensili, casa di proprietà e indipendenza economica (!).

Tralasciando i miracoli, potrei semplicemente ipotizzare che l’inconscio giochi brutti scherzi, spingendo a dire l’esatto contrario di quello che si intende esplicitare e che, nell’articolo in questione, si affaccia soltanto in una timida allusione finale alla «trappola del genere»: allusione che, tuttavia, non comporta alcuna revisione degli assunti di base sulla costituzione della “differenza”.[9] Non si arriva a dire chiaramente, di conseguenza, che soltanto la preminenza sociale — e dunque epistemologica — dei bisogni del lavoratore maschio ed eterosessuale può spiegare l’acritica proiezione sulle donne del «bisogno» di conciliare vita e lavoro, determinare un doppio standard di valutazione e giustificare la conclusione secondo cui «sono proprio gli aspetti motivazionali a giustificare il benessere relativo delle operatrici, soprattutto di quante hanno completato il percorso di transizione allo stato adulto costituendo un proprio nucleo familiare, il che consente di re-interpretare la loro realizzazione in senso più ampio»,[10] da cui dedurre infine che sono le donne a raccogliere i vantaggi della “scelta” conciliativa.

E d’altronde non escluderei nemmeno, alla luce della circolarità perversa tra economia di genere e mercato del lavoro retribuito, che siano proprio le condizioni incontrate in “paradisi di resilienza femminile” come i call center — che sono solo un esempio fra i molti possibili — a costituire, in mancanza di alternative praticabili alla sopravvivenza, un’incitazione oggettiva (anche se, certamente, non l’unico motivo) a transitare verso quello che viene disinvoltamente definito «lo stato adulto», ovvero a costituirsi come donne complementari agli uomini che scoprono retroattivamente in sé il «bisogno» di garantire al partner l’equilibrio su cui regge il suo privilegio. Incitazione a cui, beninteso, è sempre possibile resistere individualmente, con tutte le proprie forze, fisiche ed emotive — senza però che questo modifichi di una virgola lo statuto sociale subalterno della singola. La quale, se non avrà capitolato alle sirene della resilienza, si troverà forse incalzata a “far corpo” con l’indistinto generico della precarietà: nella persuasione, o nella falsa coscienza, che l’economia dell’etero-patriarcato non sia mai abbastanza politica da sollecitare la nostra attenzione.

Un ringraziamento speciale a Stefania Arcara e a Federico Zappino, per la pazienza con cui hanno letto, commentato e contribuito a migliorare una prima versione del testo.

NOTE

[1] Il dato è estrapolato da Sergio Mauceri (a cura di), Arcipelago call center. Indagine sulla vita lavorativa degli operatori telefonici, Novalogos/Ortica Editrice, Aprilia 2013, su cui si basa l’articolo — su cui tornerò più avanti — di Sara Casacci, Analisi della qualità della vita lavorativa in una prospettiva di genere: il caso dei call center in Italia, «About Gender», vol. 6, n. 11, 2017, pp. 354-388.

[2] Judith Butler, Merely Cultural, «Social Text», n. 52-53, Autumn-Winter 1997, pp. 265-277; trad. it. in Nancy Fraser, Il danno e la beffa. Un dibattito su riconoscimento, redistribuzione e partecipazione, a cura di Cristian Lo Iacono, Pensa Multimedia, Lecce 2012.

[3] In particolare Christine Delphy, L’ennemi principal 1. Économie politique du patriarcat, Syllepse, Paris 1997; Ead., L’ennemi principal 2. Penser le genre, Syllepse, Paris 2001. Per una brillante rilettura, che rovescia la versione caricaturale del femminismo degli anni Settanta come globalmente e indiscriminatamente «essenzialista» e reinscrive la figura di Delphy nella genealogia delle teorie radicali del genere, cfr. Lisa Disch, Christine Delphy’s Constructivist Materialim: An Overlooked “French Feminism”, «South Atlantic Quarterly», special issue 1970’s Feminisms, 114, 4, October 2015, pp. 827-849.

[4] Christine Delphy, Pour une théorie générale de l’exploitation. Des différentes formes d’extorsion de travail aujourd’hui, Syllepse, Paris 2015, p. 19.

[5] ISTAT, I tempi della vita quotidiana. Anno 2014, 23 novembre 2016.

[6] Cfr. Federico Zappino, Rileggere la norma sacrificale, «OperaViva», 17 maggio 2017

[7] Alludo ai versi di Eugenio Montale contenuti nella prima sezione di Satura (1970): «Al Saint James di Parigi dovrò chiedere/ una camera ‘singola’. (Non amano/ i clienti spaiati). E così pure/ nella falsa Bisanzio del tuo albergo/ veneziano; per poi cercare subito/ lo sgabuzzino delle telefoniste,/ le tue amiche di sempre; e ripartire/ esaurita la carica meccanica,/ il desiderio di riaverti, fosse/ pure in un solo gesto o un’abitudine». Cfr. Eugenio Montale, Tutte le poesie, a cura di Giorgio Zampa, Mondadori, Milano 1990, p. 291. Trovo significativo che una delle critiche più aspre portate a Satura, ad opera di Pier Paolo Pasolini, insista precisamente sul fatto che il libro «è tutto fondato sulla naturalezza del potere. L’ambiente del romanzo in cui il narcisista così ben controllato che dice ‘io’ vive le sue avventure oraziane è l’ambiente assicurato dal potere: i milioni di scalini (senza sapore di sale) che egli ha salito e disceso con la Mosca, i giardinetti di villini dove si ha l’epifania del porcospino, i grandi alberghi, i luoghi stranieri dai nomi rivelatori, insomma “tutto”, se è illusione, è l’illusione per eccellenza, l’illusione per diritto: non è l’illusione da cui ci si deve liberare» (P. P. Pasolini, Satura, «Nuovi Argomenti», 21, n.s., gennaio-marzo 1971, ora in Id., Il portico della morte, a cura di C. Segre, Garzanti, Milano 1988, pp. 257-261).

[8] Cfr. Sara Casacci, Analisi della qualità della vita lavorativa in una prospettiva di genere: il caso dei call center in Italia, cit., p. 356.

[9] Sulla valenza eufemistica dell’uso corrente di «differenza» ho avuto modo di soffermarmi, insieme a Federico Zappino, in La volontà di negare, II. Norme di genere e stereotipi di genere, «Il lavoro culturale», 28 aprile 2017. 

[10] Sara Casacci, Analisi della qualità della vita lavorativa in una prospettiva di genere: il caso dei call center in Italia, cit., p. 380.

 

Immagine in apertura: Dino Valls, Filum

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