Mark Fisher è stato un teorico culturale e un blogger, ex-lecturer del  Dipartimento di Culture Visive presso il Goldsmiths College, University of London. Diventato noto  per il suo blog k-punk nei primi anni 2000,  si è occupato di politica radicale, di cultura popolare e musica. Ha collaborato con diversi periodici e quotidiani britannici The Wire, The Guardian, Fact, New Statesman e Sight & Sound ed è autore del libro Capitalist Realism: Is there no Alternative? (Winchester, UK; Washington [D.C.]: Zero boooks, 2009).

Mark Fisher soffriva di depressione, lo ha sempre raccontato con grande coraggio, facendone un punto dirimente nella sua analisi politica. In questo lucido, toccante testo, riflette di sè stesso e sulle cause politiche e sociali della depressione, ricondicibili a forme di oppressione di classe (ma anche di razza o di genere) esercitate dal potere. Riflette sul capestro della perfomatività obbligata dalla precarietà esistenziale fondata sulla promessa di riconoscimento (puoi essere ciò che vuoi, se lo vuoi), sul “volontarismo magico” che scarica sul singolo la responsabilità del proprio insuccesso. Riflette sulla depressione collettiva “deliberatamente coltivata dal potere”. Morti come la sua sono, dunque, morti sul lavoro contemporaneo.

Di Mark Fisher avevamo pubblicato su Effimera, con la traduzione di Francesca Coin, un’analisi sull’esito delle elezioni inglesi del maggio 2015, che hanno visto il trionfo del Partito Conservatore e che potete rileggere qui

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Ho sofferto di depressione in modo intermittente da quando ero un adolescente. Alcuni di questi episodi sono stati fortemente debilitanti- con conseguente tendenza all’autolesionismo, a isolarmi (ho passato mesi e mesi nella mia stanza, uscendo solo per ritirare la posta o per acquistare un minimo di cibo necessario), e tempo trascorso in reparti psichiatrici. Non direi che sono guarito completamente, ma sono contento di notare che sia l’incidenza che la gravità degli episodi depressivi si sono notevolmente ridotti, negli ultimi anni. In parte, ciò è conseguenza dei cambiamenti nella mia vita, ma è anche il risultato di essere arrivato a una diversa comprensione della mia depressione e di ciò che la causa. Metto a disposizione le mie esperienze di disagio mentale non perché penso che rappresentino qualcosa di speciale o unico, ma perché molte forme di depressione possono essere meglio comprese  – e meglio combattute – attraverso schemi che sono impersonali e politici, piuttosto che individuali e “psicologici”.

Scrivere  della propria depressione non è facile. La depressione è in parte costituita da una beffarda voce “interiore” che ti accusa di auto-indulgenza – non sei depresso, stai solo cercando scuse per te stesso – e tale voce rischia di assumere maggiore importanza rendendo pubblica la propria condizione. Naturalmente, questo richiamo “interiore” è anche l’espressione interiorizzata delle forze sociali presenti, alcune delle quali hanno tutto l’interesse a negare qualsiasi collegamento tra la depressione e la politica.

La mia depressione è stata sempre collegata alla convinzione che ero letteralmente un buono a nulla. Ho trascorso la maggior parte della mia vita, almeno fino all’età di trent’anni, a credere che non avrei mai potuto lavorare. Intorno ai vent’anni mi sono barcamenato tra studi post-laurea, periodi di disoccupazione e lavori temporanei. Non ho sentito di appartenere ad alcuno di questi ruoli e contesti – non agli studi post-laurea, perché mi sentivo un dilettante che aveva in qualche modo simulato la possibilità di intraprendere quella strada, non ero uno studioso all’altezza del compito;  né allo status di disoccupato, perché non ero realmente disoccupato, di quelli onestamente in cerca di un lavoro, ma piuttosto uno scansafatiche; né alle occupazioni temporanee, perché sentivo di svolgerle da incompetente, e in ogni caso non appartenevo davvero a questi lavori d’ufficio o di fabbrica, non perché mi sentivo “superiore” ad essi, ma – esattamente al contrario – perché ero eccessivamente educato e inutile, e perché rubavo il lavoro di qualcuno che ne aveva bisogno e lo meritava più di me.

Anche quando sono stato ricoverato in un reparto psichiatrico, mi dicevo che non ero veramente depresso – stavo solo fingendo di esserlo per evitare il lavoro, o nella logica infernale e paradossale della depressione, nascondevo il fatto di non essere in grado di lavorare, e che per me non c’era alcun posto nella società.

Quando alla fine ho cominciato a insegnare in un college, sono stato per un po’ euforico – ma la stessa natura di questa esagerata esultanza dimostrava che non mi ero scrollato di dosso quei sentimenti di inutilità che mi avrebbero infatti, presto, portato a ulteriori periodi di depressione. Mi mancava la fiducia di essere in grado di rivestire quel ruolo. A livello non troppo nascosto, evidentemente, non mi ritenevo il tipo di persona che avrebbe potuto svolgere un lavoro da insegnante.

Da dove derivano tali convinzioni? La scuola di pensiero dominante in psichiatria ne individua le origini nel malfunzionamento della chimica del cervello, un guasto che deve essere riparato con prodotti farmaceutici. La psicoanalisi e le forme di terapia notoriamente cercano le radici del disagio mentale nell’ambiente familiare, mentre la terapia cognitivo-comportamentale è meno interessata a localizzare la fonte del disagio ma punta a sostituirla con una serie di storie positive. Non è che questi schemi siano del tutto errati, è che non colgono  – e non devono cogliere – la causa più probabile di tale sentimento di inferiorità: il potere sociale.

La forma che il potere sociale ha esercitato su di me è quella di un “potere di classe”, anche se, naturalmente, sesso, razza e altre forme di oppressione producono lo stesso senso di inferiorità ontologica: la quale è definita esattamente dal pensiero di cui sopra, ovvero che non si è il tipo di persona che può soddisfare il ruolo che viene destinato dal gruppo dominante.

Dietro stimolo di uno dei lettori del mio libro Capitalism Realism. Is there No Alternative? (Zero Book, 2009), ho iniziato a studiare il lavoro di David Smail. Smail – un terapeuta che,  nella sua pratica,  pone la questione del potere come centrale – ha confermato le ipotesi in merito alla depressione di cui soffrivo. Nel suo libro fondamentale (The Origins of Unhappiness, Robinson Book, 2001), Smail descrive come le “impronte” di  classe siano concepite per essere indelebili. Per coloro che sono abituati sin dalla nascita a ritenersi inferiori, l’acquisizione di qualifiche o di ricchezza di rado sono sufficienti a cancellare – sia nella loro mente che nella mente degli altri – il senso primordiale della inutilità che li marchia a vita, sin dalle origini. Chiunque si muova fuori della sfera sociale cui è destinato è sempre in pericolo di essere soverchiato da sentimenti di vertigine, di panico e di paura:

“… isolato, tagliato fuori, circondato da uno spazio ostile, siete  improvvisamente senza collegamenti, senza stabilità, senza nulla che vi sostenga; la vertiginosa, nauseante irrealtà prende possesso di voi; vi sentite minacciato da una totale perdita di identità, un senso di dolore  assoluto; non avete  il diritto di essere qui, ora, di abitare questo corpo, di essere vestito in questo modo; siete una nullità, “niente” è esattamente ciò che si sente di diventare”.

Una delle tattiche di maggior successo della classe dirigente è stata la “responsabilizzazione” del singolo individuo. Ogni singolo membro della classe subordinata è incoraggiato a credere che la sua povertà, la mancanza di opportunità, o la disoccupazione, sono colpa sua e solo sua. Gli individui incolpano se stessi, piuttosto che le strutture sociali. E in ogni caso sono indotti a credere in una realtà che non è. Ciò che Smail definisce il  “volontarismo magico” – cioè  la convinzione che ogni persona ha il potere di diventare ciò che vuole essere  – è l’ideologia dominante e la religione non ufficiale della società capitalistica contemporanea, sostenuta sia da “esperti” dei reality televisivi che dai guru del business che dai politici. Il volontarismo magico è sia l’effetto che la causa del più basso livello di coscienza di classe che la storia ricordi. È l’altra faccia della depressione – la cui convinzione di fondo è che noi siamo gli unici responsabile della nostra miseria e perciò la meritiamo.

Un doppio legame vizioso del tutto particolare viene imposto ai disoccupati di lunga data nel Regno Unito: per tutta la vita è stato detto loro che sono dei “buoni a nulla” e allo stesso tempo possono fare qualsiasi cosa vogliano? Allo stesso modo è comprensibile l’accettazione fatalista delle politiche di austerità  da parte della popolazione del Regno Unito: esito di una depressione collettiva deliberatamente coltivata dal potere. Questa depressione si manifesta nella convinzione (indotta) che la situazione peggiorerà (per tutti, eccettuata una piccola élite), che siamo fortunati ad avere un qualsiasi posto di lavoro (quindi non dobbiamo aspettarci, per esempio, una dinamica salariale che stia  al passo con l’inflazione) e che non possiamo pretendere uno stato sociale pubblico e universale.

La depressione collettiva è il risultato del progetto di re-subordinazione messo in opera dalla classe dirigente contemporanea. Per qualche tempo, abbiamo accettato l’idea che non eravamo il tipo di persone che possono muoversi, agire. Non per una mancanza di volontà, ma perché la ricostruzione della coscienza di classe è un processo assai arduo, e la soluzione non può essere preconfezionata. Ma, a dispetto di ciò che la nostra depressione collettiva ci indica, si può fare. Inventare nuove forme di coinvolgimento politico, facendo rivivere istituzioni che sono diventate decadenti, convertendo la disaffezione individuale in rabbia politicizzata: tutto questo può accadere. E quando accade, chi lo sa che cosa può succedere?

Testo originale inglese qui.

Traduzione di Andrea Fumagalli e Cristina Morini

Immagine in apertura: Melancoly, di Edvard Munch, 1891

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