Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia.

(Mario Tronti)

Fin dal XIX secolo, l’internazionalismo è stato uno dei pilastri fondamentali dei movimenti rivoluzionari, siano essi antischiavisti, operai, anticoloniali o altro. L’internazionalismo, come estensione del campo di lotta al di là dello Stato-nazione, è una delle tre caratteristiche principali dei movimenti comunisti, insieme all’abolizione della proprietà privata e allo smantellamento della forma-Stato. Tuttavia, se si considera la vastità e l’importanza della storia dei movimenti inter- o transnazionali (a seconda che si snodino tra o oltre i confini nazionali), si rimane sorpresi dalla ricchezza del materiale empirico e storiografico rispetto a una certa povertà nella teorizzazione1. In effetti, si potrebbe sostenere che l’internazionalismo, come fenomeno storico e politico, sia fondamentalmente sotto-teorizzato. Fino a che punto, ci si può allora chiedere, è possibile sviluppare, se non una filosofia politica, almeno una teoria sociale e politica dell’internazionalismo? O, al contrario, possiamo andare oltre e immaginare che esistano un’ontologia e un’epistemologia specifiche dei movimenti inter e/o transnazionali? E poi, al di là dei vezzi nominali, quale o quali appellativi sono più adatti: inter-nazionalismo o trans-nazionalismo? Internazionalismo subnazionale o transnazionale (Van der Linden, 2010)? Locale o globale (Antentas, 2015)? Forte o debole (Antentas, 2022)? Materiale o simbolico? Rivoluzionario o burocratico? Comunista o liberale? Operaio? Femminista? Antirazzista? Ecologista? L’internazionalismo è un mezzo o un fine in sé? E naturalmente l’elenco potrebbe continuare2

Tuttavia, ciò che è altamente significativo, oggi più che mai – in un momento di grande crisi economica e sociale, in cui tornano a soffiare i venti di guerra tra le potenze mondiali, in un mondo post-pandemico e surriscaldato – è il fatto che la questione strategica dell’internazionalismo stia tornando in primo piano all’interno dei movimenti sociali e politici: cresce la consapevolezza che non si possono sconfiggere queste forze ostili combattendo in ordine sparso, ognuno per sé, confinati nel perimetro dei nostri Stati nazionali, o rimanendo ancorati ai territori, mettendo in atto esclusivamente delle pratiche micro-politiche. È necessario poter intervenire allo stesso livello di tali processi, i quali sono per definizione globali e planetari. Per far ciò, dobbiamo dunque essere in grado di sviluppare ragionamenti e pratiche all’altezza delle sfide poste dalla geopolitica, dai meccanismi di governance, dal mercato globale, dal cambiamento climatico, ecc. Ma nella storia dei movimenti radicali e rivoluzionari, tali ragionamenti e pratiche vanno sotto il nome di internazionalismo e, in misura minore, cosmopolitica3.

Ecco perché oggi sembra più importante che mai ripensare l’internazionalismo. La buona notizia è che non partiamo dal nulla. Infatti, gli anni 2010 sono stati costellati dall’esplosione di numerose rivolte e sommosse contro le conseguenze radicalmente antisociali e antidemocratiche delle varie crisi (economica, politica, sanitaria, climatica, ecc.). La cattiva notizia è che il decennio in corso e quelli a venire sono e saranno sempre più stravolti dall’inasprimento degli scontri geopolitici e dall’approfondimento delle tendenze alla catastrofe ecologica. I cicli di lotta futuri sorgeranno in un mondo sempre più sconvolto da contraddizioni e antagonismi evidenti. E saranno costretti a operare in questo mutato contesto. Quelle che seguono non sono quindi che nove semplici tesi, elaborate a partire da alcune esperienze francesi ed europee, con l’obiettivo di sottolineare quelli che potrebbero essere considerati i punti di forza e le carenze dei movimenti globali degli anni 2010. Esse vogliono essere allo stesso tempo un piccolo e parziale contributo al dibattito politico immanente a questi movimenti, ma anche un tentativo preliminare e non esaustivo di inquadrare in modo originale la questione dell’internazionalismo, in modo da rileggere in controluce i duecento anni di storia delle lotte inter- o transnazionali, dalle risonanze mondiali del 1789 al ciclo alter-globalista, passando per le date simboliche del 1848, 1917 e 19684.

Tesi 1. Ontologia I: Fabbrica terrestre

Le lotte sociali e politiche sono al centro della transizione all’Antropocene. In quanto motori dello sviluppo capitalistico, sono cruciali per comprendere i processi che definiscono le molteplici crisi ecologiche contemporanee. Detto altrimenti: l’esplosione delle emissioni di CO2 nell’aria e la progressiva distruzione della natura sono intimamente legate alle lotte di classe e anticoloniali; sono un “effetto collaterale” della risposta capitalista alle impasse indotte dalle pratiche di resistenza e controsoggettivazione dei subalterni. Il riscaldamento globale, ad esempio, è il risultato degli antagonismi tra gruppi umani e in quanto tale esso alimenta ancor più le tensioni sociali, economiche e politiche. Questa è l’idea di base di parte della storiografia eco-marxista, la sua diagnosi del presente e le sue prospettive di rottura futura. Il cambiamento di temperatura sulla Terra – determinato in primo luogo dall’uso capitalistico dei combustibili fossili – è un prodotto impuro dei conflitti sociopolitici passati e presenti. Sia che si assuma uno sguardo sincronico e globale, sia che ci si concentri sull’Inghilterra (pre)vittoriana, resta chiaro che la lotta di classe è fondamentale. Dalla metà del XIX secolo e in tutto il mondo, l’adozione dei combustibili fossili come fonte energetica primaria dell’accumulazione del capitale è stata infatti imposta con la forza in reazione al rifiuto del lavoro e all’appropriazione della terra da parte dei lavoratori e dei colonizzati; è la combattività degli sfruttati ad aver portato il capitale e i governi a introdurre prima il carbone e poi il petrolio e il gas. Come mostrano mirabilmente Andreas Malm (2016) e Timothy Mitchell (2013), il passaggio dal carbone al vapore intorno al 1830 e dal carbone al petrolio intorno al 1920 sono meglio compresi come progetti politici che rispondono a interessi di classe piuttosto che come necessità economiche proprie delle dure leggi del mercato.

Ciò che forse non viene sufficientemente sottolineato da questi studiosi è il fatto che le misure messe in atto dalle classi dominanti per domare il conflitto hanno comportato non solo cambiamenti socio-energetici, mutazioni tecno-organizzative e riconfigurazioni geo-spaziali, ma anche una più consistente socializzazione delle forze produttive e una crescente integrazione della natura nelle maglie del capitale. In questo modo, la Terra – e non solo la società – si è trasformata sempre più in una sorta di gigantesca fabbrica. Oggi, infatti, una quantità crescente di relazioni sociali e naturali è direttamente o indirettamente sottomessa al capitale. Dall’istruzione e dalla salute della forza lavoro alla miriade di esternalità positive fornite gratuitamente dall’ambiente, dalle piante e dagli animali, oggigiorno quasi nulla sfugge più alla logica del profitto. E il dominio della produzione sociale sulla riproduzione naturale sta alterando gli equilibri ecosistemici, al punto da mettere a rischio le condizioni stesse della sopravvivenza della specie. Di conseguenza, l’internazionalismo stesso richiede una revisione radicale. Se, infatti, la globalizzazione del commercio e della produzione ha costituito la base materiale dell’internazionalismo abolizionista e operaio, e se la dimensione mondiale dell’imperialismo ha rappresentato l’arena geopolitica dell’internazionalismo anticoloniale, gli effetti planetari delle crisi ecologiche configurano l’intera Terra come teatro dei nuovi scontri in corso. Questo cambio di paradigma, tuttavia, non implica semplicemente un allargamento di scala e una complessificazione del quadro di riferimento, ma comporta una vera e propria rivoluzione nelle nostre abitudini di pensiero e di azione.

Ecco perciò la prima tesi socio-ontologica attraverso la quale si può elaborare un internazionalismo adeguato alle sfide poste dall’Antropocene: all’interno della fabbrica terrestre – essa stessa frutto di precedenti cicli globali di lotte – non ci sono solo gruppi contrapposti di esseri umani che lottano l’uno contro l’altro, ma anche i non-umani e i non-viventi partecipano a pieno titolo alla tragedia storica in corso. Infatti, la distruzione di ecosistemi, ambienti, nature, ecc. in una parte del mondo produce sempre più spesso cicli di retroazione imprevedibili con effetti catastrofici in regioni completamente diverse. E gli ambienti e le entità sconvolte dall’impronta umana sono sempre meno dei semplici sfondi inerti; la loro irruzione violenta sulla scena politica, come nel caso della pandemia di Covid-19, spesso polarizza ancor più gli antagonismi, senza necessariamente aprire scenari rosei.

Tesi 2. Epistemologia: Composizione socio-ecologica

L’inclusione dell’altro-che-umano non solo nella scacchiera politica, ma come scacchiera politica ribalta le carte in tavolo, e non di poco. Tra le varie cose, uno sconvolgimento di portata così generale è di grande importanza per l’annosa questione della classe, della sua composizione e organizzazione. Secondo una “corrente calda” del marxismo che va dagli scritti storico-politici di Marx all’operaismo italiano, non esiste classe senza lotta di classe. Questo assunto attribuisce un primato ontologico alla soggettivazione politica rispetto alle determinazioni socioeconomiche. Mario Tronti (2013) ha raccontato questa epopea antagonista, i cui protagonisti – operai e capitale – incarnano i caratteri mitici di una filosofia della storia culminante nella società senza classi. Se la fiducia in un futuro radioso non appare più appropriata, tale approccio relazionale, dinamico e conflittuale alla realtà di classe è oggi ancora valido. Contrari a qualsiasi visione sociologizzante e/o economicistica, gli operaisti non si sono mai accontentati di mere descrizioni empiriche volte a sviscerare la collocazione oggettiva dei soggetti all’interno delle strutture sociali. Per loro, il passaggio dal proletariato alla classe operaia non è avvenuto automaticamente sulla base di una semplice concentrazione di massa di lavoratori all’interno delle grandi fabbriche del XIX secolo. Al contrario, è stato il risultato di un salto interamente politico-organizzativo e di autocoscienza. Per riconoscere e spiegare tale cambiamento qualitativo, gli operaisti hanno forgiato il concetto di composizione di classe, il quale chiarisce le differenze materiali e soggettive che caratterizzano la forza-lavoro e che devono essere prese in considerazione nella questione dell’organizzazione.

La composizione di classe, infatti, è lo strumento analitico e politico che ha permesso prima di tutto, attraverso le inchieste operaie, di distinguere diverse soggettività all’interno della classe operaia (l’operaio di mestiere, l’operaio-massa) e poi di estendere l’appartenenza a tale categoria a soggettività che andavano oltre la forma salariale classicamente intesa (la casalinga, il lavoratore precario, ecc.). In questo modo, il concetto di classe ha cessato di essere una sorta di passe-partout politico e discorsivo, per trasformarsi in un vero e proprio campo di battaglia, attraversato da interessi materiali e prospettive politiche non sempre ricomponibili. Se un aggiornamento dell’analitica della composizione di classe appare oggi più indispensabile che mai per cogliere la moltiplicazione dei rapporti di lavoro e la loro compenetrazione con le oppressioni di genere e di razza, essa non può più limitarsi ai processi di sfruttamento e resistenza interumani. Negli anni successivi, infatti, studiosi e attivisti hanno superato le tradizionali analisi della composizione tecnica e politica (le relazioni dei lavoratori con le macchine e le tecniche, e i processi di soggettivazione politica), cominciando a parlare di composizione sociale e spaziale, al fine di integrare nella matrice composizionista le sfere della riproduzione sociale e dell’appartenenza territoriale. Tale innovazione è risultata importante per pensare a forme di solidarietà transnazionale tra coloro che vivono e si oppongono a logiche di dominio di diverso tipo e a grande distanza gli uni dagli altro. Oggi, però, dobbiamo fare un passo in più. Infatti, come hanno illustrato con grande efficacia Léna Balaud e Antoine Chopot (2021) attraverso un’enorme varietà di casi, non siamo i soli a praticare la politica delle rivolte terrestri. Di conseguenza, così come il capitale ha progressivamente imparato a valorizzare in termini monetari non solo la forza-lavoro, ma anche le relazioni sociali al di là del luogo di lavoro e una miriade di elementi della natura umana ed extraumana, allo stesso modo dobbiamo imparare a valorizzare politicamente non solo le nostre singolarità collettive, ma anche l’attivazione di poteri privi di intenzionalità e la cui mobilitazione non produce sempre delle ricadute emancipatrici.

Ciò conduce alla seconda tesi: d’ora in poi qualsiasi internazionalismo coerente ed efficace deve necessariamente presentarsi come una cosmopolitica, basandosi su una comprensione allargata dell’agency politica – o, per dirla con Paul Guillibert (2021), del “proletariato vivente”. Tale rottura fondamentale non implica solo ancorare la politica all’ecologia e alla terrestrità, ma anche riconoscere il nucleo ibrido di qualsiasi coalizione, ben aldilà di ciò che l’intersezionalità delle lotte è stata in grado di concepire e praticare, con la sua articolazione e sincronizzazione delle interdipendenze di classe, genere e razza. Di conseguenza, la soggettività e l’identità dei collettivi coinvolti dovranno lasciarsi rimodellare alla radice, poiché qualsiasi alleanza di questo tipo implica un drastico ripensamento dell’antropocentrismo che ha caratterizzato sino ad oggi e la politica internazionalista e la visione del mondo storico-naturale di molti movimenti sociali. Tale è l’enigma da sciogliere della composizione socio-ecologica di classe.

Tesi 3. Geopolitica: (Critica dei) dualismi

Nel XX secolo la lotta di classe è assurta al livello di scontro geopolitico: prima con la trasformazione sovietica nel 1917 della guerra mondiale interimperialista in guerra civile rivoluzionaria, poi con gli interventi occidentali e giapponesi del 1918 nella guerra civile russa e infine con la fondazione nel 1919 della Terza Internazionale, o Internazionale Comunista. Tale situazione di guerra di classe globale, nonostante i numerosi rovesci e punti di svolta, si è cristallizzata nella Guerra Fredda, con il consolidamento delle due macroaree in competizione e il conseguente tentativo del movimento dei non-allineati di sottrarsi a tale rigida bipartizione del pianeta. La configurazione attuale è per molti aspetti drasticamente diversa, soprattutto per quanto riguarda i temi del dualismo e della catastrofe. Infatti, con la prospettiva della guerra nucleare sempre presente, la seconda metà del XX secolo ha comportato la divisione del mondo in due campi geopolitici e l’assegnazione di continenti e nazioni all’uno o all’altro. Al contrario, il disordine globale emerso dopo l’11 settembre e la fine della cosiddetta pax americana non contrappone più un blocco a guida liberal-capitalista a uno alternativo, sotto la cui egida si suppone possano prosperare forze radical-progressiste o addirittura rivoluzionarie. Per il momento, più ci addentriamo nell’Antropocene, meno vediamo all’orizzonte grandi spazi capaci di catalizzare processi emancipatori su larga scala. A trentacinque anni dalla caduta della cortina di ferro, il mondo è certamente diventato meno unipolare, ma il lento declino dell’egemonia occidentale è andato di pari passo con uno scenario geopolitico sempre più instabile, caotico e pericoloso, in cui i pretendenti a una ridefinizione degli assetti di potere sono sempre più assertivi. L’arresto del disarmo si accompagna infatti oggi a una folle corsa all’accaparramento di risorse preziose e di sbocchi di mercato, ma anche di soft e hardpower, oscurando le prospettive di transizione verso un modello socio-economico ecologicamente sostenibile in cui i rapporti di forza geopolitici siano più equilibrati.

L’esacerbazione delle tensioni inter-imperialiste in un mondo sempre più multipolare, lungi dal sostenere la formazione di movimenti di resistenza/alternativi, può non solo rafforzare le tensioni autoritarie dei capitalismi occidentali, ma accentuare ulteriormente le tendenze bellicose e militariste volte a ridisegnare le linee di faglia geopolitiche dell’inizio del XXI secolo. In una simile congiuntura globale, è chiaro che la (ex) superpotenza statunitense e i suoi alleati non detengono più il monopolio dell’iniziativa tramite le loro mani armate militari (NATO) e finanziarie (FMI): Cina e Russia, così come numerosi altri Paesi e attori non-statali, si sottraggono sempre più ai diktat occidentali, alimentando tendenze centrifughe che non porteranno necessariamente ad un miglioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne o dell’abitabilità del pianeta. Al contrario, gli antagonismi geopolitici in corso incitano sempre più Stati ed imprese all’appropriazione sfrenata di materie prime e combustibili fossili, all’attraversamento delle frontiere e all’invasione di spazi dentro e fuori i proprio confini nazionali. Da questo punto di vista, non solo le frontiere del capitale e della sovranità statale si sono smarcate rispetto alla stretta relazione di cui godevano durante l’era moderna, ma le ripercussioni negative di tali operazioni estrattive non riguardano più, come nell’imperialismo tradizionale, principalmente le popolazioni locali, bensì hanno un impatto immediato su scala planetaria. Infatti, le guerre attuali, ancor più di quelle passate, manifestano una dimensione geo-ecologica, di cui le lotte anti-estrattiviste dei popoli indigeni costituiscono spesso il fronte più avanzato. Sebbene nella loro ormai secolare storia anticoloniale esse non si siano rappresentate come ecologiche in sé e per sé, esse assumono un nuovo significato proprio alla luce del riscaldamento globale.

Terza tesi, dunque: oggi l’internazionalismo, nella sua dimensione costitutivamente antimperialista, non può che tingersi di verde, poiché nell’Antropocene l’invasione di spazi e territori non avviene più solo manu militari, con mezzi anfibi e aerei, ma si realizza in modo molto più insidioso, ramificato e persistente attraverso l’inquinamento dei suoli, dei mari e dei cieli e attraverso la devastazione multiscalare degli equilibri ecosistemici. Tale quadro richiede almeno due precisazioni: 1. l’abbandono definitivo della vecchia logica campista tale per cui il nemico del mio nemico è mio amico – abbiamo infatti molteplici nemici in guerra tra loro, dentro e fuori i confini degli Stati nazionali in cui viviamo e aldilà delle rispettive sfere di influenza geopolitica; 2. la necessità di collegare le lotte territoriali contro l’estrattivismo, ovunque esse si svolgano (Nord o Sud America, Cina o Russia, Europa o Oceania, Africa o Medio Oriente), a quelle dei migranti climatici e per la giustizia ambientale e climatica. Ma questa triangolazione virtuosa può essere realizzata solo su scala transnazionale, ben oltre i confini della cosiddetta Nuova guerra fredda.

Tesi 4. Geografia: Composizione spaziale e circolazione transnazionale

Secondo la visione dominante, dopo il crollo del socialismo reale si sarebbe instaurato un gioco a somma zero in cui “più globalizzazione” equivale a “meno confini”. In questa prospettiva, l’allentamento delle barriere tra gli Stati nazionali (accordi di libero scambio, trasferimenti di tecnologia, liberalizzazione degli investimenti diretti esteri, integrazione dei sistemi di produzione, costruzione di spazi istituzionali sovranazionali, ecc) segnalerebbe in modo inconfutabile la graduale erosione di significato delle frontiere. In realtà, dopo la caduta del Muro di Berlino, i confini si sono moltiplicati e diversificati. Come mostrano brillantemente Sandro Mezzadra e Brett Neilson (2014), non solo le tendenze alla “denazionalizzazione” sono state bilanciate da controtendenze alla “rinazionalizzazione”, ma i confini si sono moltiplicati ed eterogeneizzati. Se da un lato la deregolamentazione finanziaria ed economica è andata di pari passo con il rafforzamento delle forze di polizia e di sicurezza, dall’altro il mondo ha vissuto un’esplosione di spazi intra e transnazionali: zone economiche speciali, corridoi logistici, distretti finanziari, enclavi estrattive e così via. Negli interstizi tra questi siti e lungo le linee di demarcazione che tracciano i contorni delle geografie sociali contemporanee, la sovranità nazionale così come è stata elaborata nel corso della modernità è stata significativamente superata e i capitalismi contemporanei hanno assunto nuove costituzioni materiali. Attualmente, infatti, il paesaggio globale non solo sembra traballante, ma appare anche fondamentalmente composito e in costante riconfigurazione. Inoltre, la materialità ontologica dell’attuale capitalismo globale ha superato le distinzioni binarie tra Occidente e resto del mondo (the West and the rest), costringendoci a riconsiderare i presupposti epistemologici delle teorie del sistema-mondo e delle teorie dello “sviluppo ineguale e combinato”. Le descrizioni delle relazioni geoeconomiche e geopolitiche del (neo-)colonialismo e del (neo-)imperialismo proposte da questi approcci si basano infatti il più delle volte su una concezione rigida della divisione inter-nazionale del lavoro, o addirittura su dicotomie topografiche che oppongono direttamente il “centro” alle “periferie” o “semi-periferie”. La fase più recente della globalizzazione, invece, sta generando un nuovo intreccio tra ciò che per lungo tempo è stato rigidamente gerarchizzato, vale a dire: una tendenza a diventare Nord di (certe parti del) Sud e una tendenza a diventare Sud di (certe parti del) Nord.

Questo sconvolgimento geografico non ha tardato a manifestarsi sul piano politico. Dal punto di vista della composizione spaziale e della circolazione transnazionale delle lotte, i movimenti degli anni 2010 sono riusciti a rompere ogni rigida schematizzazione tra Nord e Sud globale – una distinzione che, come abbiamo detto, è parzialmente sempre più obsoleta per la stessa accumulazione del capitale. Le occupazioni delle piazze, ad esempio, sono partite dalla costa meridionale del Mediterraneo per circolare in gran parte del Maghreb e del Medio Oriente, passando poi per la Grecia e la Spagna, per attraversare infine l’Oceano Atlantico e arrivare negli Stati Uniti, prima di riemergere due anni dopo in Turchia e in Brasile. Il nuovo movimento femminista globale ha avuto una traiettoria di simile portata: nato in Polonia e Argentina nell’autunno del 2016, ha presto raggiunto gli Stati Uniti, la Spagna e l’Italia, poi la Turchia e molti altri Paesi dell’America Latina, prima di esplodere nel fenomeno globale del #metoo. E anche se prendiamo un caso sui generis come quello dei Gilet Gialli, possiamo vedere come le tradizionali geografie della politica francese siano state stravolte: la mobilitazione emersa dalle aree periurbane, dalle periferie vicine e diffuse (i margini interni della Repubblica) è stata subito accolta con grande entusiasmo nei territori d’oltremare (i “resti” dell’impero coloniale), e successivamente – soprattutto durante le manifestazioni del sabato – nei cuori dorati di tutte le più grandi città francesi. Inoltre, è una simile lezione che si trarre da una rivolta straordinaria come quella delle proteste contro la violenza della polizia negli Stati Uniti nella primavera del 2020: all’interno del “cuore” stesso dell’Impero, le persone razzializzate devono lottare contro l’eredità tutt’ora in corso della schiavitù, cioè il carattere strutturale del razzismo e della supremazia bianca.

La quarta tesi potrebbe quindi essere espressa come segue: la vecchia coincidenza stabilita dall’operaismo tra composizione tecnica e politica (Lenin in Inghilterra), così come il vecchio credo leninista/terzomondista, non sono più attuali; ora non possiamo pensare di puntare tutto politicamente sul “punto più avanzato dello sviluppo capitalistico” o, al contrario, sull'”anello più debole del comando imperiale”. La composizione spazio-temporale del capitalismo contemporaneo richiede un cambiamento di prospettiva. I casi citati ci mostrano che d’ora in poi non possiamo più stabilire aprioristicamente un sito (il Nord o il Sud, l’Ovest o l’Est, la metropoli o la “campagna”) come spazio privilegiato da cui nasceranno le lotte. Il mondo di oggi è molto più complesso e interconnesso rispetto al passato e lo stesso vale per la composizione spaziale e la circolazione transnazionale delle lotte.

Tesi 5. Ontologia II: Sulla dialettica particolare/universale

Il capitale è una forza storica che omogeneizza e differenzia; fin dagli albori della modernità, si sviluppa su scala globale attraverso operazioni universalizzanti, che tuttavia non riducono mai alla completa uniformità i territori e le soggettività su cui esercita il potere. Al contrario: il capitale produce sia identità che singolarità; è una relazione sociale generale che si esprime in modi specifici a seconda dei contesti storico-geografici e politico-economici. In tal senso, il capitale manifesta una tendenza totalizzante senza mai dare luogo a una vera totalità, pienamente realizzata e racchiusa in sé stessa. È, infatti, costitutivamente caratterizzato da un legame intimo con l’esterno, con ciò che lo supera e si trova al di fuori di esso. E sono proprio tali esternalità a sostanziare la contingenza e l’eterogeneità in cui di volta in volta si incarna. La sua poliedricità è quindi data dalla capacità di adattarsi alla varietà delle situazioni, traendo vantaggio dalla pervicace diversità dei fattori oggettivi e soggettivi che gli si presentano dinnanzi. Attraverso le sue continue spinte espansive – estensive (o orizzontali) e intensive (o verticali) – esso tende costantemente ad assorbire e produrre nuovi spazi, risorse e ambienti, soggiogando al contempo, per quanto possibile, nuove forze del lavoro (Silver, 2008). Se non incontrano resistenza, infatti, le spirali tridimensionali della valorizzazione si allungano sempre più verso l’esterno e si densificano sempre più verso l’interno. Le frontiere mobili del Gesamtkapital, tuttavia, nella loro incessante necessità di assorbire nuovi elementi naturali, sociali e umani, incontrano dei limiti alla loro crescita. Ma tali limiti non sono sempre e solo determinati da contraddizioni oggettive e immanenti – variazioni nella composizione organica, obsolescenza tecnologica e organizzativa, esaurimento di alcuni mercati, diverse forme di concorrenza, e così via. Essi possono anche trascendere, per quanto parzialmente, tali contraddizioni e assumere una natura soggettiva e politica.

In quanto relazione sociale, il capitale è infatti intrecciato per definizione con l'”alterità”. La fenomenologia dei suoi “altri” è piuttosto copiosa: una natura sempre più storicizzata, tutta una serie di campi, sfere e domini sociali che resistono alla più completa mercificazione, ma anche e soprattutto il lavoro-vivo e i comportamenti d’insubordinazione. Ora, nel corso dell’ultimo decennio, abbiamo assistito all’emergere sulla scena globale di diversi cicli di mobilitazione che hanno ripreso a loro volta la dialettica del particolare e dell’universale che caratterizza, sia da un punto di vista logico che storico, l’accumulazione capitalistica. In molti casi, infatti, negli ultimi dieci anni i movimenti hanno cercato di unire delle lotte mirate a dei progetti di più ampia trasformazione sociale. Che si trattasse del rovesciamento di un tiranno, dell’opposizione a una ristrutturazione sociale austeritaria, della rivolta contro gli effetti della speculazione finanziaria, della protesta contro un piano di riqualificazione urbana, della contestazione dell’aumento dei costi dei trasporti pubblici, della lotta contro la violenza sessuale e di genere, della battaglia per aggirare i regimi di frontiera, o della frustrazione generalizzata per l'”alto costo della vita”, le ingiustizie fiscali, la brutalità della polizia, la corruzione del sistema politico, il negazionismo climatico e pandemico, ecc., i movimenti emersi nel corso degli anni 2010 hanno cercato di andare oltre i quadri (più o meno ristretti) delle loro lotte specifiche per sfidare la crisi del sistema capitalista nel suo complesso e le sue ricadute antisociali, antidemocratiche e antiambientali. Nonostante tutti i loro limiti e le loro difficoltà, molto spesso essi sono stati in grado di mostrare il carattere strutturale delle forme di dominio contro cui lottano, rimanendo sempre capaci di elevare la generalità delle prospettive politiche a partire da rivendicazioni specifiche.

Quinta tesi: questo ci mostra come nessuna singola istanza possa aspirare apriori ad occupare il centro della scena, determinando i ritmi e le poste in gioco delle rivolte e spingendo tutti a ricomporsi attorno ad essa: i diritti sociali e politici, certo, ma anche le tanto decantate identity politics o, ancora di più, le molteplici sfaccettature della crisi ecologica: ognuna di queste cause, nel vivo degli eventi, può di fatto fornire un punto di raccolta attorno al quale lanciare ampie dinamiche di mobilitazione… potenzialmente capac