Il mondo trabocca di aree territoriali e popolazioni sacrificate. È questo un dato di lungo periodo che si ritrova nelle origini della storia del modo di produzione e organizzazione della natura che chiamiamo capitalismo. Sono state aree sacrificate quelle della conquista spagnola lungo il 1500. Lo sono state le aree africane della caccia alle persone da trasformare in schiavi. Lo sono state le terre recintate per fare spazio ai processi di proletarizzazione forzata in Inghilterra dal 1600 al 1700. Fino ad arrivare ai giorni nostri: le aree degli esperimenti nucleari, quelle dell’estrattivismo, quelle delle guerre infinite e, così, dimenticate.
Sacrificio e genocidio
Queste aree e popolazioni sacrificate possono esserlo tanto da divenire aree e popolazioni di genocidio. Negli ultimi dieci anni è quanto è accaduto al popolo Rohingya. Per il quale nel 2020 la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite ordinò alle autorità del Myanmar di prevenire la distruzione di prove relative alle accuse di genocidio. È quanto sta accadendo alla popolazione palestinese a Gaza, come rilevato da molteplici rapporti di denuncia, compreso l’ultimo in ordine di tempo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di settembre 2025 (un articolo su The Lancet del 31 ottobre 2025 stima oltre 3 milioni di anni di vita persi a Gaza a causa dell’azione militare di Israele degli ultimi due anni). È quanto si sta ripetendo in Sudan, già iniziato con i massacri sistematici in Darfur agli inizi del 2000, che hanno fatto parlare diversi analisti di genocidio.
I processi genocidari e, più ampiamente, quelli che riguardano l’insieme dei crimini contro l’umanità riconosciuti dal Trattato di Roma istitutivo della Corte penale internazionale si sono moltiplicati dagli inizi del secolo. Un secolo che si era chiuso con i massacri di massa in Ruanda e la guerra nell’ex Jugoslavia, con l’assedio di Sarajevo e quello che le Nazioni Unite riconobbero, con un voto controverso, come il genocidio di Srebrenica. Un secolo che, in questo senso, non si è mai chiuso. Al contrario, questa logica distruttiva si sta imponendo come una forma ordinaria di governo e gestione di territori e popolazioni. È una necropolitica radicale, che si abbatte anche su chi sopravvive alle pratiche genocidiarie e ai sistematici crimini contro l’umanità scappando e, così, divenendo una persona rifugiata.
Sudan: violenza infinita
È, questa condizione, anche di tanti sudanesi. Da tempo, essi devono cercare riparo dalla violenza militare. Dallo stesso tempo, devono anche difendersi dalle politiche migratorie profondamente ostili sempre più diffuse nel mondo, in particolare in quelle parti del pianeta per motivi storici più ricche. Le notizie in questo senso purtroppo abbondano. Un articolo di Sertan Sanderson per Infomigrants di marzo 2025 rileva, ad esempio, che “da quando nell’aprile 2023 è scoppiato un nuovo conflitto nel paese, oltre 240.000 rifugiati sudanesi sono arrivati in Libia. Alcuni di loro hanno raccontato le loro esperienze di fame, stupri, omicidi, schiavitù e traffico di organi nel paese nordafricano, mentre aspettano di tentare la traversata verso l’Europa”. In Egitto, un articolo di New Internationalist del 2025 rileva “come l’UE consente la repressione dell’Egitto nei confronti dei rifugiati sudanesi”. Nigrizia ha scritto che i sudanesi respinti in Egitto realizzano una fuga senza rifugio.
Già nel 2013, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) scriveva nel suo rapporto sul Darfur le violazioni dei diritti umani riguardavano soprattutto “il diritto alla vita e all’integrità personale; violenze sessuali di genere; arresti e detenzioni arbitrari; torture; violazioni dei diritti alla libertà di espressione, di riunione pacifica e di associazione”. Aggiungendo che le”vittime e i testimoni hanno descritto gli autori delle violazioni principalmente come “uomini armati non identificati”. Il fatto che molti di loro indossassero uniformi, fossero armati di armi pesanti e agissero nell’impunità indica la gravità del problema e l’urgente necessità di porre fine a questa tendenza”.
Sudanesi respinti anche dall’Italia
Nonostante questa situazione così palese, nel 2016 fu firmato il “Memorandum d’Intesa tra il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno italiano e la Polizia Nazionale del Ministero dell’Interno sudanese per la lotta alla criminalità, gestione delle frontiere e dei flussi migratori ed in materia di rimpatrio”. Come ha scritto Fulvio Vassallo Paleologo nel 2023, riprendendo analisi precedenti, “il Memorandum Italia-Sudan veniva sottoscritto a Roma dal capo della polizia italiana, Franco Gabrielli, e dal suo omologo sudanese, generale Hashim Osman Al Hussein, alla presenza di funzionari del ministero dell’Interno e del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Già allora si instauravano rapporti privilegiati con i paramilitari del RSF (Forze di Supporto Rapido), i “janjaweed”, che fino alla caduta di Bashir spalleggiavano il dittatore sudanese”. A seguito delle politiche implementate successivamente si sono verificate espulsioni e respingimenti di cittadini sudanesi. Per questo l’Italia ha subito delle condanne. Ad esempio, nel 2021 il Ministero dell’Interno ordinò di consegnare un gruppo di naufraghi alla cosiddetta guardia costiera libica. A marzo 2025, il tribunale di Roma sentenziò che si trattò di respingimento illegale: una sentenza che ha fatto arrabbiare la stampa di destra.
Quelle stesse politiche hanno reso la vita difficile anche ai sudanesi non respinti o espulsi. È il caso del gruppo che per mesi nel 2018 in via Scorticabove a Roma ha lottato, mentre viveva nelle tende, per un’accoglienza degna. Persone sgomberate, cacciate via, indesiderate.
Nel frattempo, la situazione interna al Sudan è ulteriormente peggiorata dalla fine del 2023. Tra le analisi disponibili, quella di Majak D’Agoôt del King’s College di Londra ha recentemente rilevato come negli ultimi anni del regime del presidente al-Bashir, l’RSF ha acquisito un crescente peso politico, diventando uno strumento per rendere il regime a prova di colpo di Stato ma, al tempo stesso, dotato di una forza tale da potersi alla fine rivoltarsi contro lo Stato stesso, cercando di impossessarsi delle istituzioni e delle risorse, con conseguenze distruttive. Un articolo del New Arab definisce le RSF come le truppe shock del regime di al-Bashir, utilizzate in passato per la repressione interna e, poi, giunte a controllare miniere d’oro, rotte migratorie e molteplici ambiti economici, costruendo un potere finanziario che alimenta la sua macchina da guerra fondata sul terrore.
La situazione è ormai del tutto fuori controllo. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) rilevò a febbraio 2024 che “a dieci mesi dallo scoppio del conflitto, metà della popolazione sudanese – circa 25 milioni di persone – ha bisogno di assistenza umanitaria e protezione. Più di 1,5 milioni di persone hanno attraversato i confini del Sudan verso Repubblica Centrafricana, Ciad, Egitto, Etiopia e Sud Sudan. L’espansione dei combattimenti in Sudan, che hanno raggiunto anche il granaio del Paese, Aj Jazirah, ha provocato una delle più gravi crisi al mondo in termini di sfollamenti e protezione”. La situazione ha poi raggiunto ulteriori livelli assoluti di violenza, distruzione e abuso. Il Sudan Media Forum (SMF) ha scritto a ottobre 2025 dell’escalation di violenza brutale perpetrata dalle Forze di Supporto Rapido contro i civili, in particolare nella città assediata di El Fasher. Aggiungendo: “da oltre diciotto mesi, centinaia di migliaia di civili nella città e nei dintorni sono intrappolati sotto un assedio sempre più stretto delle RSF, dove malnutrizione, malattie e violenze quotidiane mietono vite innocenti”.
È questo un riassunto che riguarda una popolazione scacciata via. Una popolazione, appunto, sacrificata, anche se capace, ovviamente, di resistenza e organizzazione, come la diaspora sudanese dimostra. Il mondo sa perfettamente cosa sta succedendo. Tanto all’interno del Sudan quanto ai sudanesi in cerca di protezione. Le pagine delle Nazioni Unite sono piene di dati, notizie e rapporti. Tuttavia, come accade a Gaza, questo è del tutto insufficiente per intervenire. Mentre si può fare: si può agire sulle forniture militari e sui sostegni politici; si può agire per garantire la protezione internazionale. Ma questo richiede politiche del tutto diverse da quelle attuali fondate su una linea globale del colore alimentata dal suprematismo bianco e dal razzismo.
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