Lo sgombero del Leoncavallo è colpa del governo fascista e dell’incapacità del governo locale di centrosinistra di sostenere nei fatti la cultura critica e indipendente, uccidendo sempre più l’anima vera di Milano. I fascisti fanno ciò che la destra fa da sempre, e se ne vantano; la sinistra di governo, invece, è debole, prona ai forti immobiliaristi e al tempo stesso inerme e ignava quando dovrebbe difendere i deboli e chi costruisce la città dal basso.
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Questo sgombero è il simbolo della congiuntura locale e globale che stiamo vivendo: le destre estreme governano in modo autoritario, mentre le sinistre cadono dal pero, temporeggiano, balbettano, al soldo dei ricchi locali di turno.
Il Leo è oggi il simbolo di questa congiuntura: chi crede che basti rifugiarsi nel legalitarismo non si è accorto che il diritto non conta più nulla, se mai ha contato qualcosa al di fuori dei rapporti di forza. Non è un caso che nello stesso giorno in cui il Leoncavallo viene sgomberato, Catella venga scarcerato. La legge, tanto sul piano locale quanto su quello internazionale, viene applicata soltanto dal comando di chi ha potere.
Credo nel diritto, in ciò che rimane delle nostre democrazie e credo nella speranza che l’uso politico della legge possa ancora difendere chi non ha diritti, ma non sarà la legge a cambiare le sorti della nostra città.
Viviamo in un’epoca in cui le destre fasciste governano il mondo con guerre coloniali e genocidi, in cui il diritto internazionale non vale più nulla e la legge viene applicata fino in fondo solo per reprimere e difendere le isole per ricchi che chiamiamo “gentrification”.
Dopo cicli e ricicli di repressione – dopo aver umiliato le rivolte post-crisi finanziaria e il movimento per i beni comuni, dopo aver colpito l’ondata globale dell’eco-attivismo (in Italia con il “decreto sicurezza”) – oggi stanno sterminando il popolo palestinese per trasformare Gaza in un resort di lusso per fanatici religiosi. I nuovi fascisti, insieme agli interessi dei grandi fondi di investimento, vogliono guerra per tutti e città per pochi, disegnate secondo le regole dell’ordine e del decoro.
Non è un caso che in Italia se la siano presa con i raver, con gli ambientalisti, con gli antisionisti e con i centri sociali. Loro sanno che noi siamo il loro problema. Il blocco sociale indipendente, cooperante, solidale e mutualistico, capace di auto-organizzare un’alternativa, è il cuore stesso della loro paura.
Dobbiamo renderci conto che abbiamo questa responsabilità.
Ora l’assemblea del Leoncavallo ha chiamato un corteo nazionale il 6 settembre, e dovremmo chiederci che cosa possiamo fare. Io auguro al Leoncavallo di ritrovare al più presto uno spazio, con l’aiuto di tutt*, degli attivist* e dei suoi innamorat* a Milano e ovunque. Se il Comune decidesse finalmente di svegliarsi dal torpore imbarazzante in cui è caduto da anni, dovrebbe offrirgli con tanto di tappeto rosso uno spazio degno e pronto. Altrimenti è bene che il Leo ne rioccupi subito uno: immenso, facile da raggiungere e meraviglioso. Oppure, se preferisce, che chieda alla città di comprarne uno. Ma non si perda in mezze misure e non sottovaluti la propria forza.
Non è il momento delle divisioni, del fuoco amico, delle critiche interne o delle micro-vendette. La partita è troppo grossa e la fase molto difficile. Questo è il momento di ottenere risultati, di far vedere che possiamo fare la differenza. È finito il tempo in cui eravamo quelli che avevano perso ma avevano ragione. Dobbiamo far uscire l’antagonismo da questo cul de sac, da un atteggiamento che in fin dei conti è snobbismo e privilegio: il privilegio di chi si può permettere di aver ragione anche se perde.
Ho anche la sensazione che questo purismo dell’inefficacia nella pratica, sia ciò che ha fatto allontanare le nuove generazioni che stanno fuggendo dalla città oppure si chiudono nelle loro stanze, perché hanno perso la fiducia in un progetto collettivo, se il progetto collettivo significa essere leoni da tastiera o piccoli gruppi di manifestanti incapaci di fare la differenza.
Manca una dimensione moltitudinaria. Per il Leo, per Macao, per il Cantiere e per mille altri spazi sociali di movimento abbiamo bisogno di far innamorare e reincantare una nuova generazione di lotta. Bisogna far capire che questa è l’unica alternativa a ciò in cui stiamo entrando, e che vale la pena investirci desiderio, tempo ed energie.
Quindi, quali sono le sfide del 6 settembre per riprenderci la città?
Difendere e aprire nuovi spazi di cultura e movimento. Significa che il Comune di Milano dovrebbe mettere a disposizione il poco che gli è rimasto — caserme abbandonate, mercati comunali in disuso… — oppure comprare o espropriare edifici per sostenere i progetti che autogestiscono cultura e sociale. Mettere a disposizione significa investire per espropriare, investire per la messa in sicurezza, e significa non chiedere investimenti e affitti commerciali ai cittadini che si auto-organizzano per fornire un servizio di pubblico interesse.
Al di là della soluzione specifica — che si tratti di uno spazio liberato e occupato, trasformato in bene comune come uso civico e collettivo, acquistato in co-proprietà dagli attivisti e sottratto al mercato, oppure affidato tramite un semplice contratto di gestione senza affitto — il punto è che uno spazio sociale è un bene pubblico per la città e non può essere trattato come un soggetto privato o commerciale. Questa alleanza fra amministrazione pubblica della città e auto organizzazione dal basso non rivolta al mercato è l’unico antidoto che ha funzionato contro la città della finanza e del profitto. Questo è il punto che dobbiamo conquistare e che, a mio parere, è stato alla base di tanti momenti passati in cui abbiamo gestito il rapporto di forza tra città e spazi sociali. Questo io credo fu il punto che chiedemmo nel Tavolo Spazi istituito dai centri sociali e dalla prima giunta Pisapia nel 2014, e questo fu il punto che MACAO mise poi sul tavolo per la co-scrittura della delibera per i beni comuni (mai approvata), in cui sedeva con noi anche il Leoncavallo tra il 2015 e il 2016. Questo significa rifiutarsi di alimentare la logica per cui gli spazi culturali e sociali della città possano esistere solo se sono soggetti economicamente competitivi in partenariato pubblico-privato. Cosa che fra l’altro li condanna ad essere birrerie o location per conventions… Gli spazi sociali e di movimento hanno una funzione pubblica che le amministrazioni devono trattare come tale: rispettandone l’autonomia, investendo risorse, coinvolgendoli nella progettazione del territorio.
Per questo il 6 settembre propongo di chiedere che il Comune espropri o compri per il Leoncavallo lo spazio dai Cabassi (L’orologio) ed espropri o compri il palazzo del Cantiere da Monterosa 84 s.r.l. che lo vuole trasformare in appartamenti di lusso. È sconcertante e imbarazzante che il Comune di Milano abbia favorito la verticalizzazione del piano urbanistico facendo sconti sugli oneri di urbanizzazione (facendo perdere alle casse comunali una stima di 2 miliardi di euro in pochi anni a favore dei palazzinari), e ora stia zitto e immobile di fronte ai palazzinari che sgomberano Leoncavallo e Cantiere per una questione di pochi milioni. Il Comune di Milano ha ucciso col pungale della verticalizzazione il tessuto sociale dell’auto organizzazione orizzonale.
Se il Comune non si schiera chiaramente nei fatti e nelle parole su questa questione a nostro favore, occorre liberare spazi non con TAZ temporanee, ma permanentemente, per mandare il messaggio che facciamo sul serio. Questo significa che mi auguro che il Leoncavallo rientri nello spazio di via Watteau o scelga immediatamente una nuova sede in occupazione.
Ultimo punto: ora decidiamo noi. Di fronte a un governo di destra autoritario e fascista, e a una sinistra che non fa la sinistra, dobbiamo riprenderci in mano la città. A partire dal 6 settembre 2025 dobbiamo aprire un forum permanente per la costruzione dal basso di un’agenda politica per Milano, diversa da quella che i partiti di governo sono oggi in grado di esprimere. L’anima di Milano non deve farsi sopprimere in silenzio, ma deve auto-organizzare un’agenda politica che la rappresenti.
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