La prima volta che sono andata al Leoncavallo ci sono andata con la 43. Avevo da poco iniziato le superiori e insieme alle mie compagne di collettivo ci siamo trovate fuori da scuola per andare a sentire i 99 Posse e sostenere le spese per la carovana delle tute bianche in Chiapas. E se questo fosse un film la coda all’ingresso del Leo quella sera sarebbe la scena iniziale perfetta: era piena, in punti e ruoli diversi, di persone che ancora non conoscevo che sarebbero state parte della mia vita futura e presente e di storie che avrei sentito raccontare da punti di vista sempre differenti negli anni successivi.
Quella sera il viaggio verso il Leo mi ha allargato il mondo: scoprivo allo stesso tempo una parte della città che non conoscevo, una geografia che sarebbe lentamente diventata familiare, ampliavo i confini di quella che sentivo come la mia città in quella scoperta dei luoghi che è inscindibile dalle emozioni che suscitano – e in questo caso eccitazione, affetto, timore e reverenza. E allo stesso tempo sentivo la connessione con il mondo fuori: la mia presenza sarebbe servita a mandare qualcun* dall’Italia al Messico per sostenere un sollevamento che sembrava così conosciuto e così radicalmente differente.
Questa strana sovrapposizione di spazi per cui sopra alcune vie di Milano si innestavano altri mondi, come se sulla mappa qualcuno avesse messo un foglio da lucido con altri luoghi e altre vite, l’avevo già intravista a casa Morigi. Proprio lì, infatti, si riuniva il coordinamento dei collettivi studenteschi (l’occupazione del Cantiere doveva ancora arrivare), ed entrare in quel cortile voleva dire fare un viaggio nel tempo, non solo perché le colonne segnalavano l’origine quattrocentesca del palazzo, ma anche perché lì era possibile connettersi con una storia lunga, stratificata nella città, e incontrare, per esempio, le donne del Cicip&Ciciap con quel loro cipiglio di chi si è fatta strada dentro e fuori il “mondo degli uomini”, che alla me ragazzina sembrava così severo e così affascinante (ma di questo ha già parlato meglio di me Cristina Morini). E avrei ritrovato questo intreccio di biografie individuali e collettive in tutti gli spazi sociali che ho attraversato, arrivando in bici fino in Torchiera, scendendo le strette scale di Pergola e quelle ancora più piccine della Breccia, sfogliando libri in Cox e in molti altri luoghi che rendono la geografia della città come è ora prossima e straniante allo stesso tempo, piena di fantasmi e di quel senso di appartenenza che si scopre, come afferma Jesi, “nell’ora della rivolta”.
E il Leoncavallo è stato parte di questa storia affettiva di Milano. Non voglio ripercorrere la storia del centro sociale, non ne ho la competenza e altr* lo stanno facendo meglio di me, ma è un dato di fatto che tutti i miei bicchieri da vino sono marchiati dalla ferocità della Terra Trema, che tra le mie mutande più care ci sono quelle che ho serigrafato lì con Ambrosia, con la pazienza di Serileo a insegnarci a muoverci tra i telai (ciao Marcelo!) e che se ho potuto innamorarmi della radio e sentire storie dai vari strati di Milano è stato grazie a router e alle birrette nello studio del Leo. Una storia piccola, privata certo, con cui non voglio tediarvi, perché “hinn giamò passaa dù o trii minut e mi, me rendi cont che ho rott i ball”, ma che costituisce quella sola patria, il ricordo, che è difficile mandare a quel paese.
Lo racconto, però, perché questa storia si intreccia e svela qualcosa, credo, della storia più complessiva della città. Una città che proprio col ricordo e la nostalgia ha un rapporto bizzarro: a Milano tutto si distrugge e tutto si ricrea, del resto “fa e disfa l’è tutt on laurà”, mettiamo i resti romani in fondo ai parcheggi e cancelliamo le ferite della guerra con palazzi coperti di piastrelle. Un processo che si è sempre più accelerato, in una città che mira ad apparire sempre nuova, sempre sorta con chi arriva, priva di passato per permettere a tutt* di inventare un futuro temporaneo. Milano sembra la città degli aperitivi e degli inglesismi, cancellando più di un secolo di lotte operaie, di resistenza, di sovversioni: rimangono, sotto l’asfalto, ma non se ne trovano tracce. E questo è necessario ad attrarre non cittadini, ma consumatori, che cercano luoghi a immagine e somiglianza di un nulla su cui costruire lusso, esclusione e sicurezza.
Dicevamo, tempo fa, una città vetrina che, come ricorda il documento politico del No Expo Pride “è il perfetto paradigma del modello economico capitalista occidentale: sfrutta, cementifica, colonializza e devasta i territori, alimenta le mafie e uccide i lavoratori, opprime e controlla la vita di tutt*, normalizza i desideri, reprime chi si oppone. La retorica di Expo su donne e soggetti lgbtiq, da un lato, serve a legittimarsi e ripulirsi, nascondendo dietro la facciata sfavillante della città-vetrina il modello economico e di sfruttamento che Expo esalta e presenta con i suoi padiglioni; dall’altro, invisibilizza la condizione reale che questi soggetti si trovano a vivere a causa della crisi economica e dei tagli sul fronte pubblico che hanno portato la sanità e i servizi al limite della sostenibilità”. Una lucidità chiara, che abbiamo portato in piazza il primo maggio 2015: bisogna immaginare quel caos con gli scontri, il fuoco e la polizia e delle ragazze sotto la pioggia con una vagina di carta in testa che corrono per scappare dal fumo dei lacrimogeni – interessanti commistioni.
La vetrinizzazione di Milano non nasce, però, con lo sfavillante mondo di Expo, ma andrebbe ritracciata anche prima, nella città grigia di Albertini e in quella securitaria di Moratti, con le reti che chiudono i parchi e le ordinanze a ogni piè sospinto che rendono invivibile lo spazio pubblico a meno di non consumare. Una città che in questi mesi spesso è stata agitata come spauracchio per riconoscere il cambiamento avvenuto come un innegabile miglioramento. Eppure, in fondo, proprio quella città grigia ha permesso non solo la crescita immobiliare, l’esclusione di interi pezzi di popolazione e la privatizzazione crescente, ma anche, forse, l’accettazione di una reazione che ha solo cambiato colore allo stesso processo. Penso, per esempio, alla lenta trasformazione dell’idea di partecipazione che ha animato il contrasto al governo della destra: da centro di un modello diverso di governo a forme di consultazione marginali, più utili, come le donne e le persone lgbtqia+ per Expo, a sembrare accoglienti che a esserlo veramente. Ma soprattutto la partecipazione ha finito per realizzarsi nella logica dei bandi e del terzo settore, a cui viene appaltato lo stato sociale, producendo prospettive brevi, che inseguono la logica, il linguaggio, le mode e le priorità di chi elargisce i fondi e che si allontana dall’idea universalistica che anima quella particolare forma di redistribuzione della ricchezza che dovrebbe essere il welfare. Una logica che trasforma la redistribuzione in gocciolamento: attraiamo ricchezza sperando che possa pian piano colare verso il basso, fingendo che possa esserci un mutuo vantaggio tra oppressi ed oppressori. Del resto già Engels ricordava, al contrario, che “in una società di tal fatta la penuria di abitazioni non è un caso, ma un’istituzione necessaria, e può essere abolita insieme coi suoi effetti sull’igiene, ecc., solo rovesciando da cima a fondo l’intero ordine sociale da cui è generata” e aggiunge “per porre termine a questo tipo di penuria di abitazioni, c’è soltanto un mezzo: eliminare in generale lo sfruttamento e l’oppressione della classe operaia da parte della classe dominante” (Engels, La questione delle abitazioni).
Allo stesso tempo, però, la logica dei bandi e dei progetti ha pervaso quasi ogni forma di organizzazione sociale e culturale. In una logica perversa viene chiesto a ogni esperienza, per essere riconosciuta, di trovare linguaggi, forme e immaginari che possano stare dentro a un bando, ufficialmente per garantire una sorta di correttezza e di imparzialità, ma in realtà impedendo ogni trasformazione del diritto e del governo della città. E la stessa azione politica finisce per assomigliare a un progetto con timesheet, competenze, task e obiettivi. Se nel ’95 Primo Moroni, Pino Tripodi e Daniele Farina si interrogavano sul rapporto tra centri sociali e impresa (nel testo Centri sociali che impresa pubblicato da Castelvecchi oggi forse bisognerebbe ripercorrere la stessa inchiesta per chiederci come si intrecciano progetti politici e terzo settore.
Lo sguardo femminista mi ha insegnato che è necessario riconoscere che i luoghi formano i soggetti tanto quanto i soggetti trasformano i luoghi e che le pratiche di governo possono essere sovvertire solo attraverso soggetti imprevisti, che riconoscono la propria estraneità all’ordine costituito per poter vedere i cambiamenti necessari, i punti ciechi, le storture che altrimenti restano invisibili. In urbanistica questo è stato evidente perché, se come sostengono Minoli e Aragona nel 1977 “essendo dunque la donna completamente assente dal momento decisionale per tutto ciò che determina le grandi scelte urbanistiche e tipologiche in genere, si può dire che l’evoluzione del sistema abitativo sia stata la diretta conseguenza delle scelte e della storia dell’uomo”, le azioni delle donne hanno criticato potuto criticare i modelli dominanti proprio per questa assenza.
E questo è, in fondo, quello che hanno fatto i centri sociali: essere dei luoghi, parziali certo, in cui pensare e vivere altrimenti a partire dalle sacche di esclusione della città. Esperienze minoritarie, senza dubbio, ma che hanno permesso e permettono di costruire una dimensione collettiva, di immaginare e praticare forme di autogoverno e autogestione che possono diventare una forma di vita. Ed è questa storia di cui il Leoncavallo, pur con tutte le trasformazioni occorse, è simbolo, anche nel suo sgombero, a cui molti reagiscono dicendo che sarebbe stato possibile trovare una soluzione all’interno della legalità, partecipando a un bando, diventando associazione e così via, senza vedere che l’unico modo per trovare davvero una soluzione sarebbe cambiare la legalità stessa.
E per questo la difesa del Leo non può che fare i conti, ancora una volta, col tema dell’universale. E ancora una volta non posso che tornare al femminismo, che ci interroga su come pensare l’universale a partire dal particolare, il noi a partire dalla nostra unicità. E anche qui i centri sociali indicano la via dell’immaginare forme di pratica politica che partano dai bisogni e trovino i modi per articolarli collettivamente, costruendo le risposte camminando. Pratiche politiche e non solo culturali che sappiano ricordarci che sotto al pavè e ai colori dell’urbanistica tattica può esserci ancora la spiaggia.
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